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Psicofarmaci

Il New York Times: gli antidepressivi creano dipendenza

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Pubblichiamo la traduzione di un articolo del New York Times apparso questo mese. Anche la stampa mainstream comincia a considerare l’estrema problematicità delle psicodroghe in libera vendita.

 

 

Victoria Toline china sul  tavolo della cucina, a mano ferma estraeva una goccia di liquido da una fiala con un piccolo contagocce. Era un’operazione delicata che era diventata una routine quotidiana: estrarre come sempre piccole dosi dell’antidepressivo che aveva assunto per tre anni, di tanto in tanto, cercando disperatamente di smettere.

 

«Fondamentalmente è tutto quello che ho fatto – avere a che fare con capogiri, confusione, stanchezza, tutti sintomi dell’astinenza», ha detto la signora Toline, 27 anni, di Tacoma, Wash. Ci sono voluti nove mesi per superare la sua dipendenza dal farmaco, lo Zoloft, assumendo dosi sempre più piccole.

 

«Non riuscivo a concludere la mia laurea. Solo ora mi sento abbastanza bene da provare a rientrare nella società e tornare al lavoro».

 

Secondo un esame del New York Times sui dati federali, l’utilizzo a lungo termine degli antidepressivi è in aumento negli Stati Uniti. Circa 15,5 milioni di americani hanno assunto farmaci per almeno cinque anni. Il tasso dal 2010 è quasi raddoppiato mentre dal 2000 è più che triplicato.

Circa 15,5 milioni di americani hanno assunto farmaci per almeno cinque anni. Il tasso dal 2010 è quasi raddoppiato mentre dal 2000 è più che triplicato.

 

Quasi 25 milioni di adulti, come la signora Toline, hanno assunto antidepressivi per almeno due anni, un aumento del 60% dal 2010.

 

I farmaci hanno aiutato milioni di persone ad alleviare ansia e depressione e nella terapia psichiatrica sono largamente considerati pietre miliari. Molta, forse la maggior parte, della gente interrompe l’assunzione senza particolari problemi. Ma l’aumento dell’uso prolungato inoltre è il risultato di un problema inatteso ed in crescita: molti di coloro che cercano di smettere dicono di riuscire a farlo a causa dei sintomi da astinenza di cui non erano mai stati avvisati.

Molti di coloro che cercano di smettere dicono di riuscire a farlo a causa dei sintomi da astinenza di cui non erano mai stati avvisati

 

Alcuni scienziati molto tempo fa avevano anticipato che alcuni pazienti avrebbero potuto accusare sintomi di astinenza se avessero tentato di smettere – l’hanno definita «sindrome da astinenza da antidepressivi». Tuttavia l’astinenza non è mai stata rilevante né per i produttori di farmaci né per le autorità, che credevano invece che gli antidepressivi non potessero creare dipendenza e fare male piuttosto che bene.

 

Inizialmente questi farmaci sono stati approvati per l’uso a breve termine, in seguito a studi che generalmente durano circa due mesi. Ancora oggi, ci sono pochissimi dati sugli effetti che hanno sulle persone che li assumono per anni, anche se ora ci sono milioni di utenti.

Inizialmente questi farmaci sono stati approvati per l’uso a breve termine, in seguito a studi che generalmente durano circa due mesi. Ancora oggi, ci sono pochissimi dati sugli effetti che hanno sulle persone che li assumono per anni, anche se ora ci sono milioni di utenti.

 

L’uso crescente di antidepressivi non è solo un problema degli Stati Uniti. In gran parte del paesi industrializzati, le prescrizioni a lungo termine sono in aumento. Negli ultimi dieci anni i tassi di prescrizione sono raddoppiati anche in Gran Bretagna, dove le autorità sanitarie a gennaio hanno iniziato una revisione su scala nazionale della dipendenza e della disintossicazione da farmaci.

 

In Nuova Zelanda, dove le prescrizioni sono allo stesso modo ai massimi storici, un sondaggio tra i fruitori a lungo termine ha rilevato che l’astinenza era il disturbo più comune, citato ben da tre quarti di essi.

 

Eppure i medici non hanno una soluzione valida per le persone che lottano per smettere di prendere i farmaci – nessuna linea guida scientificamente supportata, nessun mezzo per determinare chi è maggiormente a rischio, nessun modo per personalizzare le strategie più idonee ad ogni individuo.

 

«Alcune persone sono essenzialmente lasciate su questi farmaci per motivi di convenienza, perché non è semplice affrontare il problema di toglierglieli», dice il dottor Anthony Kendrick, professore di cure primarie presso l’Università di Southampton, in Gran Bretagna.

 

Con i finanziamenti governativi, il dottor Kendrick sta sviluppando un supporto online e telefonico per aiutare professionisti e pazienti. «Dovremmo davvero prescrivere a molte persone antidepressivi a lungo termine quando non sappiamo se questi sono un bene per loro, o se saranno in grado di smettere?».

«Dovremmo davvero prescrivere a molte persone antidepressivi a lungo termine quando non sappiamo se questi sono un bene per loro, o se saranno in grado di smettere?»

 

Inizialmente gli antidepressivi erano considerati una terapia a breve termine per episodici problemi di umore, da assumere da sei a nove mesi: giusto il tempo per superare una crisi, e non oltre.

 

Studi successivi hanno mostrato che la «terapia di mantenimento» – l’utilizzo a lungo termine e spesso a tempo indeterminato – potrebbe in alcuni pazienti, impedire la ricomparsa della depressione, ma raramente questi test sono durati più di due anni.

 

Una volta approvato un farmaco, negli Stati Uniti i medici hanno completa libertà di prescriverlo nel modo che ritengono più opportuno. La mancanza di dati a lungo termine non ha impedito ai medici di far assumere a decine di milioni di americani antidepressivi a tempo indeterminato.

 

«La maggior parte delle persone viene sottoposta a questi farmaci come cura primaria, dopo una visita molto breve e senza chiari sintomi di depressione clinica», dice il dott. Allen Frances, professore emerito di psichiatria alla Duke University. «Solitamente si ha un miglioramento e spesso dipende dal passare del tempo o dall’effetto placebo».

 

«Ma il paziente ed il medico questo non lo sanno e attribuiscono all’antidepressivo un’importanza che non merita. Entrambi sono restii ad interrompere un metodo che sembra essere vincente, e l’inutile prescrizione può essere protratta per anni – o per tutta la vita».

 

Il Times ha analizzato alcuni dati raccolti dal 1999 come parte del National Health and Nutrition Examination Survey. Complessivamente, più di 34,4 milioni di adulti hanno assunto antidepressivi nel 2013-2014, rispetto ai 13,4 milioni del sondaggio degli anni 1999-2000.

Complessivamente, più di 34,4 milioni di americani adulti hanno assunto antidepressivi nel 2013-2014, rispetto ai 13,4 milioni del sondaggio degli anni 1999-2000

 

Gli adulti sopra i 45 anni, le donne e i bianchi, hanno maggiori probabilità di assumere antidepressivi rispetto ai giovani adulti, agli uomini ed alle minoranze. Ma l’utilizzo, secondo gli indici d’andamento, è in aumento negli anziani.

 

Uso di antidepressivi a lungo termine

 

Quasi il 7% degli adulti americani ha assunto antidepressivi sotto prescrizione per almeno cinque anni.

 

Fonte: National Health and Nutrition Examination Survey

 

Le donne bianche con più di 45 anni rappresentano circa un quinto della popolazione adulta, ma sono il 41% dei fruitori di antidepressivi, rispetto al 30% circa del 2000, ha mostrato uno studio. Le donne bianche più anziane rappresentano il 58% di quelle che sottoposte ad antidepressivi a lungo termine.

 

Andamento degli antidepressivi a lungo termine

 

Le donne bianche più anziane rappresentano il 58% degli adulti che hanno usato antidepressivi per almeno cinque anni.

 

Fonte: National Health and Nutrition Examination Survey

 

«Quello che vedete è il numero di fruitori a lungo termine che si accumulano anno dopo anno»,afferma il dottor Mark Olfson, professore di psichiatria alla Columbia University. Il Dr. Olfson e il Dr. Ramin Mojtabai, professore di psichiatria alla Johns Hopkins University, hanno assistito il Times nelle analisi.

Gli antidepressivi non sono innocui; comunemente causano torpore emotivo, problemi sessuali come mancanza di desiderio o disfunzione erettile e aumento di peso.

 

Comunque, non è per nulla chiaro che tutti quelli con una prescrizione indeterminata non dovrebbero nemmeno pensarci. La maggior parte dei medici concorda che un sottogruppo di utenti beneficia di una prescrizione a vita, ma non su quanto questo gruppo sia grande.

 

Il Dr. Peter Kramer, psichiatra e autore di numerosi libri sugli antidepressivi, ha affermato che mentre lui generalmente lavora per disintossicare i pazienti con depressione lieve-moderata, alcuni riferiscono che avrebbero fatto di meglio.

 

«Qui si tratta di un problema culturale, che è la quantità di depressione con cui le persone devono convivere quando ci sono questi trattamenti che a così tanti offrono una migliore qualità della vita», ha detto il dottor Kramer. «Non credo che sia una domanda da porsi in anticipo».

 

Gli antidepressivi non sono innocui; comunemente causano torpore emotivo, problemi sessuali come mancanza di desiderio o disfunzione erettile e aumento di peso. I fruitori a lungo termine nei colloqui riportano un’ansia insidiosa difficile da quantificare: il quotidiano abuso di pillole li fa dubitare della propria capacità di ripresa, dicono.

«Siamo arrivati ad un punto, almeno qui in Occidente, dove sembra che ogni altra persona sia depressa e in terapia. Potete immaginare cosa si dice a proposito della nostra cultura»

 

«Siamo arrivati ad un punto, almeno qui in Occidente, dove sembra che ogni altra persona sia depressa e in terapia», dice  Edward Shorter, storico della psichiatria all’Università di Toronto. «Potete immaginare cosa si dice a proposito della nostra cultura».

 

I pazienti che cercano di smettere di prendere i farmaci spesso dicono di non poterlo fare. In una recente indagine, su 250 fruitori a lungo termine di farmaci psichiatrici – più comunemente antidepressivi – circa la metà di coloro che hanno eliminato le loro prescrizioni ha valutato l’astinenza come molto grave. Quasi la metà di pazienti che ha provato a smettere non ha potuto farlo proprio a causa di questi sintomi.

 

In un altro studio su 180 utilizzatori di antidepressivi da lungo tempo, i sintomi di astinenza sono stati riportati da più di 130. Quasi la metà ha dichiarato di sentirsi dipendenti da antidepressivi.

In uno studio su 180 utilizzatori di antidepressivi da lungo tempo, i sintomi di astinenza sono stati riportati da più di 130. Quasi la metà ha dichiarato di sentirsi dipendenti da antidepressivi.

 

«Molti hanno criticato la mancanza di informazioni fornite dai medici riguardo alla possibile crisi d’astinenza», hanno concluso gli autori. «Molti altri hanno anche espresso la delusione e la frustrazione per la mancanza di supporto disponibile nella gestione dell’astinenza».

 

I produttori di farmaci non negano che alcuni pazienti soffrano di importanti sintomi quando tentano di disintossicarsi dagli antidepressivi.

 

«La probabilità di sviluppare la sindrome da astinenza varia a seconda degli individui, secondo la terapia ed il dosaggio prescritto», dice  Thomas Biegi, portavoce di Pfizer, produttore di antidepressivi come Zoloft ed Effexor. Ha esortato i pazienti ad accordarsi con i loro medici a diminuire – a disintossicarsi assumendo dosi sempre più ridotte – sostiene che la società non avendone, non poteva fornire tassi di astinenza specifici.

Un gruppo di psichiatri accademici ha stilato un lungo rapporto elencando i sintomi, quali  problemi di equilibrio, insonnia e ansia, che scompaiono quando si ricomincia ad assumere le pillole. Ma presto l’argomento svanì dalla letteratura scientifica. Le autorità non si sono interessate a questi sintomi, vedendo la depressione dilagante come il problema più grande.

 

In una dichiarazione, il produttore di farmaci Eli Lilly, riferendosi a due famosi antidepressivi, ha affermato che la società «rimane fedele a Prozac e Cymbalta, alla loro sicurezza e ai loro benefici, ripetutamente confermati dalla stessa Food and Drug Administration statunitense (FDA)».

L’azienda ha rifiutato di ammettere quanto siano i comuni i sintomi da astinenza.

 

Nausea e «Brain Zaps»  

 

Già a metà degli anni ’90, i principali psichiatri riconoscevano l’astinenza come un potenziale problema per i pazienti che assumevano antidepressivi moderni.

 

In una conferenza del 1997 a Phoenix sponsorizzata dal produttore di farmaci Eli Lilly, un gruppo di psichiatri accademici ha stilato un lungo rapporto elencando i sintomi, quali  problemi di equilibrio, insonnia e ansia, che scompaiono quando si ricomincia ad assumere le pillole. Ma presto l’argomento svanì dalla letteratura scientifica. Le autorità non si sono interessate a questi sintomi, vedendo la depressione dilagante come il problema più grande.

 

«Quello su cui ci stavamo concentrando era la depressione ricorrente», dice il dottor Robert Temple, vicedirettore per le scienze cliniche presso il Centro per la valutazione e la ricerca sui farmaci della Food and Drug Administration (FDA). «Se le teste delle persone scoppiassero a causa dell’astinenza, penso che ce ne saremmo accorti».

 

I produttori di farmaci hanno avuto scarsi incentivi a sostenere costosi studi sul modo migliore per smettere di utilizzare i loro prodotti, e i finanziamenti del governo non hanno colmato il vuoto nella ricerca.

Le etichette dei farmaci, su cui molti medici e pazienti fanno affidamento, forniscono pochissime indicazioni per porre fine all’assunzione in modo sicuro

Di conseguenza, le etichette dei farmaci, su cui molti medici e pazienti fanno affidamento, forniscono pochissime indicazioni per porre fine all’assunzione in modo sicuro.

 

«I seguenti eventi avversi sono stati riportati con un’incidenza dell’1% o superiore», recita l’etichetta di Cymbalta, uno dei principali antidepressivi. Tra le altre reazioni nei pazienti che cercano di sospendere l’assunzione elenca mal di testa, stanchezza e insonnia.

 

I pochi studi pubblicati sull’astinenza da antidepressivi sostengono che è più difficile sospendere alcuni farmaci piuttosto che altri. Questo è dovuto alle differenze nell’emivita dei farmaci – il tempo necessario al corpo per eliminare il farmaco una volta che le pillole non vengono più assunte.

Le marche con un’emivita relativamente breve, come Effexor e Paxil, sembrano causare più sintomi di astinenza e  più rapidamente di quelli che rimangono nel sistema più a lungo, come il Prozac.

 

Le marche con un’emivita relativamente breve, come Effexor e Paxil, sembrano causare più sintomi di astinenza e  più rapidamente di quelli che rimangono nel sistema più a lungo, come il Prozac.

 

In uno dei primi studi pubblicati sull’astinenza, i ricercatori di Eli Lilly avevano persone che assumevano Zoloft, Paxil o Prozac che interrompevano bruscamente l’assunzione delle pillole, per circa una settimana. La metà di quelli sotto Paxil ha avuto gravi capogiri; il 42% ha sofferto di smarrimento; e il 39% di insonnia.

 

Tra i pazienti che hanno interrotto l’assunzione di Zoloft, il 38% ha presentato grave irritabilità; Il 29% ha avuto capogiri; e il 23% affaticamento. I sintomi sono comparsi subito dopo che le persone hanno smesso i farmaci e si sono risolti una volta ricominciato.

 

Al contrario quelli sotto Prozac, non hanno riscontrato alcun picco iniziale nei sintomi quando hanno smesso, ma questo risultato non era inaspettato. Sono necessarie diverse settimane per pulire completamente il corpo dal Prozac, pertanto un’interruzione di una settimana non è un test per l’astinenza.

 

In uno studio su Cymbalta, un altro farmaco dell’azienda Eli Lilly, le persone in astinenza hanno riscontrato in media da due a tre sintomi. I più comuni erano capogiri, nausea, mal di testa e parestesia: sensazioni di scosse elettriche nel cervello che molte persone chiamano «brain zaps». La maggior parte di questi sintomi è durata più di due settimane.

 

«La verità è che lo stato della scienza è assolutamente inadeguato», ha detto il dottor Derelie Mangin, professore nel dipartimento di medicina di famiglia presso la McMaster University di Hamilton, nell’Ontario.

 

«Non abbiamo abbastanza informazioni su cosa comporta l’astinenza da antidepressivi, quindi non possiamo elaborare adeguate strategie di progressiva riduzione».

 

Durante i colloqui, dozzine di persone che avevano avuto a che fare con l’astinenza da antidepressivi hanno raccontato storie molto simili: inizialmente i farmaci spesso alleviavano i problemi dell’umore. Un anno dopo circa, non era chiaro se il farmaco avesse sortito qualche effetto.

Eppure smettere era molto più difficile, e più incredibile del previsto.

«Mi ci è voluto un anno per venirne completamente fuori – un anno», dice il dottor Tom Stockmann, 34 anni, uno psichiatra dell’East London, che, quando ha smesso di assumere Cymbalta dopo 18 mesi di terapia, ha sperimentato capogiri, confusione, vertigini e «brain zaps».

 

Per interrompere l’assunzione gradualmente ed in modo sicuro, iniziò ad aprire le capsule, rimuovendo alcune gocce del farmaco ogni giorno in modo da ridurre la dose – decise che era l’unica soluzione possibile.

«Sapevo che alcune persone avevano sperimentato reazioni da astinenza – dice il dottor Stockmann –ma non avevo idea di quanto sarebbe stato difficile»

 

«Sapevo che alcune persone avevano sperimentato reazioni da astinenza – dice il dottor Stockmann –ma non avevo idea di quanto sarebbe stato difficile»

 

Robin Hempel, 54 anni, una madre di quattro figli che vive vicino a Concord, N.H., iniziò a prendere l’antidepressivo Paxil 21 anni fa per una grave sindrome premestruale su consiglio del suo ginecologo.

«Il ginecologo disse “Oh, questa piccola pillola ti cambierà la vita” – riferisce la signora Hempel – bene, non lo ha mai fatto».

 

Il farmaco ha attenuato i sintomi della SMP, ha detto, ma le ha anche fatto guadagnare poco più di 18kg in nove mesi. Smettere era quasi impossibile – all’inizio, il suo dottore diminuiva le dosi troppo velocemente, disse.

 

Nel 2015 riuscì nel suo ultimo tentativo, passando da mesi a 10 milligrammi, poi cinque da 20 milligrammi e «per giungere finalmente a piccole particelle di polvere», dopodiché fu costretta a letto per tre settimane con forti capogiri, nausea e crisi nervose, ha detto.

«Se mi avessero avvisato dei rischi nel cercare di smettere questo farmaco, non l’avrei mai iniziato – dice la signora Hempel – dopo un anno e mezzo di stop, sto ancora avendo problemi. Non sono io in questo momento; non ho creatività, non ho energia. Lei – Robin – se n’è andata»

 

«Se mi avessero avvisato dei rischi nel cercare di smettere questo farmaco, non l’avrei mai iniziato – dice la signora Hempel – dopo un anno e mezzo di stop, sto ancora avendo problemi. Non sono io in questo momento; non ho creatività, non ho energia. Lei – Robin – se n’è andata».

 

Almeno alcune delle domande più insistenti sull’astinenza da antidepressivi avranno presto una risposta.

 

Il Dr. Mangin, della McMaster University, ha guidato un gruppo di ricerca in Nuova Zelanda che ha recentemente completato il primo rigoroso trial a lungo termine sull’astinenza.

 

Il team ha reclutato più di 250 persone in tre diverse città che avevano assunto Prozac per molto tempo e che erano interessate a diminuirne gradualmente l’assunzione. Due terzi del gruppo erano sotto quel farmaco da più di due anni e un terzo da più di cinque anni.

 

Il team ha assegnato casualmente i partecipanti a uno dei due programmi. La metà con diminuzione graduale, ricevendo una capsula ogni giorno che, per un periodo di un mese o poco più, conteneva quantità progressivamente più basse del farmaco attivo.

 

L’altra metà credeva di essere nel regime di diminuzione progressiva, ma in realtà aveva capsule che contenvano il loro regolare dosaggio. I ricercatori hanno seguito entrambi i gruppi per un anno e mezzo. Stanno ancora analizzando i dati e le loro scoperte saranno pubblicate nei prossimi mesi.

 

Ma da questo tentativo e da altre esperienze cliniche una cosa è già chiara, ha detto il dott. Mangin: i sintomi di alcune persone erano così gravi che non potevano sopportare di smettere di prendere il farmaco.

 

«Anche con una lenta riduzione di un farmaco con un’emivita relativamente lunga, queste persone avevano sintomi di astinenza talmente importanti da dover ricominciare il farmaco» dice.

Al momento, le persone che non sono state in grado di smettere solo seguendo il consiglio del medico si stanno rivolgendo ad un metodo chiamato microtapering: prendere riduzioni minime per un lungo periodo di tempo, nove mesi, un anno, due anni, quel tanto che serve.

 

Al momento, le persone che non sono state in grado di smettere solo seguendo il consiglio del medico si stanno rivolgendo ad un metodo chiamato microtapering: prendere riduzioni minime per un lungo periodo di tempo, nove mesi, un anno, due anni, quel tanto che serve.

 

«Le percentuali di diminuzione date dai medici sono spesso molto, troppo veloci» dice Laura Delano, che ha avuto evidenti sintomi mentre cercava di disintossicarsi da diversi psicofarmaci. Ha creato un sito Web, The Withdrawal Project, che fornisce risorse per l’astinenza da psicofarmaci, tra cui una guida per ridurli gradualmente.

 

Non è l’unica sconcertata dalla carenza di validi consigli medici riguardo a queste prescrizioni che sono diventate così comuni.

 

«Ci è voluto molto, molto tempo per convincere le persone a prestare attenzione a questo problema e a prenderlo sul serio» dice Luke Montagu, un imprenditore dei media e co-fondatore del Council for Evidence-Based Psychiatry, con sede a Londra, che ha spinto per la revisione da parte della Gran Bretagna della tossicodipendenza e della dipendenza da farmaci.

«C’è stato un momento davvero significativo – ricorda – stavo camminando vicino a casa mia, oltre una foresta, e all’improvviso mi sono reso conto che potevo sentire di nuovo l’intera gamma di emozioni. Il canto degli uccelli era più forte, i colori più vividi – ero felice».

 

«C’è questa enorme comunità parallela che si è formata, in gran parte online, in cui le persone si sostengono a vicenda nonostante i problemi di astinenza e mettendo a punto prassi migliori in gran parte senza l’aiuto dei medici».

 

Il dottor Stockmann, lo psichiatra dell’East London, non era del tutto convinto che l’astinenza fosse un problema serio prima di viverla lui stesso. La sua strategia di microtapering alla fine ha funzionato.

 

«C’è stato un momento davvero significativo – ricorda – stavo camminando vicino a casa mia, oltre una foresta, e all’improvviso mi sono reso conto che potevo sentire di nuovo l’intera gamma di emozioni. Il canto degli uccelli era più forte, i colori più vividi – ero felice».

 

«Ho visto molte persone – pazienti – non essere credute, non essere prese sul serio quando si sono lamentate di questo».

«Tutto questo deve finire».

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Psicofarmaci

Elon Musk contro gli psicofarmaci

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Elon Musk, uomo più ricco del mondo e recente compratore della piattaforma social media Twitter, lo scorso venerdì si è scagliato contro gli psicofarmaci.

 

Ancora una volta, Musk con un tweet ha toccato un filo dell’alta tensione, ottenendo una reazione scomposta del goscismo associato a Big Pharma.

 

Elon ha postato un suo pensiero riguardo al Wellbutrin, anche noto come bupropione, sostenendo «che è molto peggio dell’Adderall» (un’anfetamina data anche ai bambini, di cui sono dipendenti larghe porzioni della popolazione studentesca e pure sportiva).

 

«Ogni volta che parla di quel farmaco droga durante una conversazione, qualcuno al tavolo ha una storia di suicidio o quasi-suicidio», ha detto il patron di Tesla riferendosi al bupropione.

 


Il commento iniziale di Musk è stato twittato in risposta a un estratto da un articolo del New York Times Magazine del 2016 intitolato «Generazione Adderall», una storia sull’abuso e sul ritiro di Adderall.

 

«Tutti pensano che la nostra società attuale sia stata causata dai social media. Mi chiedo se Adderall e le onnipresenti ricerche su Google abbiano effetti maggiori», ha scritto Marc Andreessen, l’investitore della Silicon Valley che originariamente aveva pubblicato l’estratto su Twitter.

 

Quindi, un commento anche sul Ritalin, un’altra psicodroga comune in America data ai bambini con supposta diagnosi di deficit dell’attenzione: «Un’amica mi ha appena inviato un’e-mail sulla sua brutta esperienza con il Ritalin. Meglio essere cauti con tutti i farmaci neurotrasmettitori».

 

In successivi commenti, Musk ha approfondito rivelando la sua avversità agli psicofarmaci di nuova generazione, gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), sostenendo che varie persone gli hanno rivelato come l’uso terapeutico di psichedelici li abbia aiutati più degli SSRI e delle anfetamine.

 

L’uso in ambito psicoterapico di droghe psichedeliche (dalla chetamina all’LSD alla potentissima DMT) è in questo momento discusso dalla comunità medica, e in parte già avviato da molteplici esperimenti, per esempio sui veterani USA che tornano da Iraq e Afghanistan con sindrome da stress post traumatico (PTSD).

 

C’è da notare che mentre l’uso di psichedelici avviene in ambito clinico controllato e per un periodo di tempo molto limitato, gli SSRI e le anfetamine prevedono invece un uso giornaliero domestico.

 

I cambiamenti a livello cerebrale porterebbero secondo alcuni a comportamenti violenti o suicidari: questi ultimi sono previsti come effetti collaterali possibili nel caso dei farmaci SSRI, come descritto nel black box warning nei blister di alcuni psicofarmaci venduto negli USA.

 

Non è la prima volta che Elon Musk tocca una vacca sacra di Big Pharma: per tutta la pandemia si è fatto notare per essersi schierato contro i lockdown e per la libertà vaccinale, al punto di sostenere i camionisti canadesi del Freedom Convoy.

 

Aggiungiamoci che, caso unico, il ragazzo si scaglia anche contro il calo demografico e i mercanti di morte che lo sostengono. È indimenticabili il post con l’uomo incinto a fianco di Bill Gates pubblicato di recente.

 

A questo punto, come si fa a non voler bene ad Elone?

 

 

 

 

Immagine di Steve Jurvetson via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0); immagine tagliata

 

 

 

 

 

 

 

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Essere genitori

Lockdown, depressione aumentata nei giovani

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Secondo uno studio dell’ISS la depressione avrebbe colpito gli italiani durante il lockdown con un’incidenza maggiore , con il particolare dell’aumento inedito di sintomi depressivi sulla popolazione giovanili 18-34 anni.

 

Si tratta del «primo studio italiano che abbia esaminato l’andamento temporale dei sintomi depressivi durante la pandemia in campioni rappresentativi della popolazione generale adulta, ed uno dei pochi studi nel mondo che abbia esaminato un arco temporale lungo», scrive il sito dell’Istituto statistico, che ha pubblicato i risultati sulla rivista Journal of Affective Disorders.

 

Basandosi su dati di ben 55.000 interviste condotte nel  biennio 2018-2020, i ricercatore hanno rilevato un «incremento dei sintomi depressivi nel bimestre marzo-aprile 2020 con una prevalenza del 7,1% rispetto al 6,1% del 2018-19, seguito da un decremento (4,4%) nel bimestre maggio-giugno, dopo la revoca del lockdown, e poi da un nuovo e più cospicuo incremento in luglio-agosto (8,2%)».

 

«Infine è stato rilevato un ritorno graduale, entro la fine del 2020, ai livelli registrati nel biennio prima della pandemia: 7,5% nei mesi di settembre-ottobre e 5,9% a novembre-dicembre».

 

«Mentre in media la risposta della popolazione italiana depone per una buona resilienza di fronte allo stress generato dalla pandemia, un più severo peggioramento, rispetto agli anni precedenti, è stato osservato in alcune categorie demografiche, ed in particolare nei giovani (18-34 anni)».

 

Insomma, ci stanno ponendo dinanzi di fatto a una scoperta impensabile quanto sconvolgente: il lockdown è depressivo.

 

Il lockdown fa male all’animo umano – specie quello giovane.

 

Tuttavia, sappiamo che il lockdown in realtà faccia bene… alla case farmaceutiche.

 

«Le vendite di tranquillanti in farmacia si impennano del 17% rispetto al marzo del 2019 (quando invece erano state in calo annuale il mese prima), quelle degli antidepressivi e degli stabilizzatori dell’umore salgono del 13,8%, anche gli ipnotici e i sedativi salgono più o meno di altrettanto, mentre persino gli antipsicotici si impennano del 10% sull’anno prima» scriveva un articolo sul Corriere della Sera dell’ottobre 2020.

 

Non abbiamo dati, ma siamo pronti a scommettere che molte di queste persone hanno continuato ad imbottirsi di psicodroghe legali anche dopo la fine del lockdown, fornendo così il loro obolo a Big Pharma.

 

Secondo altre cifre circolate in questi mesi, gli italiani sotto psicofarmaci, sarebbero più di 10 milioni. Una porzione immensa.

 

Considerando i dubbi che è lecito nutrire sul come tali droghe alterino la mente umana, in alcuni casi ingenerando un comportamento violento, ci chiediamo quanto altro male sia stato prodotto in questa catena infame.

 

Abbiamo visto poi, in questi anni, comportamenti sempre più aberranti, e sempre più diffusi, tra i giovani.

 

Baby gang spietate, quozienti intellettivi ridotti, risse di massa che coinvolgono la popolazione giovanile di intere città, ritardi nelle relazioni e nell’apprendimento, autolesionismo, anoressia, disperazione, suicidio.

 

Ora ce lo dicono pure in faccia: è stato il lockdown.

 

Vorrebbero che annuissimo e gli stringessimo la mano. Noi in realtà, vogliamo invece che chi ha deciso questa politica di morte sia responsabilizzato.

 

Magari davanti alla Norimberga 2.0 che, statene certi, prima o poi arriverà.

 

 

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Psicofarmaci

Ennesima strage in famiglia. Ennesima storia di psicofarmaci?

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In provincia di Varese, la scorsa settimana, si è materializzata una strage famigliare. Una di quelle storie tremende che ciclicamente finiscono sui giornali.

 

Un operaio separato avrebbe ucciso la figlia di 13 anni, il figlio di 7 anni. Poi si sarebbe suicidato. Li avrebbe trucidati a coltellate mentre dormivano. Si sarebbe poi finito con la stessa modalità.

 

A quanto scrive il Corriere della Sera, l’uomo temeva che non avrebbe più rivisto i figli, «rapiti» dalla moglie, una commessa 35enne.

 

Apprendiamo che l’edile 44enne era «malato di depressione e in cura da uno psichiatra».

 

Possiamo immaginare quali siano i motivi della sua depressione, e uno potrebbe chiedersi se un problema del genere può essere medicalizzato: la risposta che dà la scienza, e dietro di essa l’industria farmaceutica è sì, certo. Come riportato da Renovatio 21, viviamo in un mondo dove si sta discutendo del fatto che il lutto potrebbe diventare una malattia da medicalizzare con le opportune terapie farmacologiche.

 

Tuttavia, è un altro l’aspetto che vogliamo sottolineare qui.

 

Un primo articolo del 22 marzo scriveva che «nella sempre imperscrutabile mente umana» (bella premessa) l’inquieto uomo in cura «potrebbe aver assunto, nella notte antecedente l’orrore, degli psicofarmaci».

 

Eccoci: la parola è saltata fuori. Psicofarmaci.

 

Qualche giorno dopo, ecco la puntualizzazione:

 

«Il medico legale non ha misteri da risolvere; semmai, potrà appurare l’assunzione di psicofarmaci, magari in quantità esagerata, da parte di Rossin, che ha assassinato dopo essersi svegliato e aver bevuto una tazzina di caffè, evitando di lasciare messaggi» scrive sempre il Corriere in un articolo successivo.

 

Ci pare assai indicativo quello che si dice qui: in pratica, nessuna questione rilevante, «semmai», si potrà annotare, en passant, la casuale presenza di psicodroghe legali che alterano personalità nel corpo dell’omicida-suicida. Come se non ci fosse alcuna correlazione possibile tra le due cose.

 

Proprio così, il mantra è valido anche qui: nessuna correlazione.

 

Siamo in effetti, ai livelli dei morti pochi minuti dopo l’assunzione del farmaco mRNA, che vengono però subito rubricati come uccisi dalla coincidenza.

 

Vi è, vi sarà, ovunque (in Italia, in USA, dappertutto) una resistenza totale a indagare i casi di comportamenti inspiegabilmente violenti in paziente sotto psicofarmaci. Lo abbiamo visto pochi giorni fa con il caso dell’ennesimo aereo che cade, forse, per intenzione suicida del pilota. L’altro grande caso di qualche anno fa, quello del volo German Wings fatto schiantare dal capitano, pare proprio possa interessare la casistica psicofarmaci-strage.

 

Alcuni gruppi americani hanno stilato una lunga lista di casi di stragisti (dai ragazzini che massacrano compagni e professori nei licei in giù) sotto psicodroghe farmaceutiche.

 

Chi segue questi casi conosce la difficoltà che giornali e forze dell’ordine rilascino qualsiasi informazione sugli psicofarmaci assunti dall’assassino. In alcuni casi, dopo mesi, qualcuno è riuscito a risalire a sostanza e marca.

 

Lo capite da voi stessi: chi paga tanta pubblicità ai giornali, alla TV, ai siti? Chi autorizza la vendita di droghe che potenzialmente possono slatentizzare mostruosamente il lato oscuro dell’essere umano?

 

Ecco perché questa congiura del silenzio.

 

Anche se, come ricordiamo, il bugiardino americano parla chiaro: per la sertralina, il più famoso SSRI (inibitore della ricaptazione della serotonina), c’è il famoso black box warning, un avvertimento evidenziato che dice che l’assunzione, nei giovani, può aumentare i propositi suicidiari.

 

Cioè, la droga legalizzata presa per stare bene, ti porta al contrario a voler infliggere la morte a te stesso, e non solo a te – possiamo solo fare ipotesi sulle apocalittiche nebbie neurochimiche che possiedono un cervello oramai completamente fuori equilibrio, e per intervento farmacologico e per carenze dell’anima.

 

Non abbiamo risposte certe: abbiamo solo idea, ripetiamo, che possa esserci un pattern. Stragi suicide e droghe cerebro-farmaceutiche. Qualcosa su cui la scienza, la politica e i media dovrebbero investigare seriamente per il bene della popolazione-

 

Qualcuno dovrebbe porci attenzione, indagare, studiare l’argomento. Abbiamo invece esempi di psichiatri critici degli SSRI o le benzodiazepine, anche solo per l’effetto di dipendenza che danno al paziente, che vengono zittiti, emarginati.

 

Tuttavia sappiamo già come funziona: «nessuna correlazione», e via.

 

Le stragi continuano. L’industria incassa. La psichiatria domina e controlla.

 

La spirale del silenzio della Cultura della Morte è all’opera.

 

 

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