Bioetica
La vita senza il dolore
Oggi ho appreso che l’ha fatto anche R.
È il terzo nell’arco degli ultimi 12 mesi, ma forse sto contando solo gli amici di giovinezza della mia città natale. Se aggiungo Milano, la città dove ho passato quasi un terzo del mio tempo sulla terra, il computo probabilmente sale.
Sono sincero, non ho la lucidità, o forse la voglia, di mettermi a contare quanti sono.
Ho in mente i tre di quest’anno perché sono detonati come una bomba terrorista nel tempio d’oro dei ricordi, lasciando voragini dove un tempo era il giardino degli anni più belli.
R., come L. e A., si è suicidato.
Epidemia
L’Istituto Superiore di Sanità, ente che in realtà non gode della mia simpatia, dà la sua definizione: un’epidemia «si verifica quando un soggetto ammalato contagia più di una persona e il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo. L’infezione si diffonde, dunque, in una popolazione costituita da un numero sufficiente di soggetti suscettibili. Spesso si riferisce al termine di epidemia con un aumento del numero dei casi oltre l’atteso in una particolare area e in uno specifico intervallo temporale».
Hanno gridato varie volte all’epidemia di morbillo, per giustificare l’obbligo – cioè il consumo coatto per la gioia della Glaxo – dei vaccini. Lo hanno fatto magari davanti a due o tre casi di bambini contagiati.
Quindi, sono qui io davanti ad una epidemia vera, reale, pericolosa? Certamente.
Del resto la contagiosità del suicidio è riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (un altro monstrum superstatale che avverso).
Del resto, iscritto all’Ordine dei Giornalisti – quindi obbligato a seguire ogni anno corsi deontologici pena la radiazione – sono informato del fatto che dei suicidi io non dovrei scrivere, neanche in questo momento:
«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione mondiale della sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita. E raccomandano anche la necessità di tenere al riparo da un’inutile e crudele pubblicità i familiari e i parenti già provati da un così forte dolore.
Per questo, a parte pochi, straordinari casi nei quali il diritto e il dovere di cronaca prevale sul rispetto della privacy, non devono essere divulgate le generalità di chi ha deciso di togliersi la vita e altri particolari che rendano il suicida identificabile, nel pieno rispetto della persona, che è uno dei cardini della professione, come ricordano i principi della Carta dei doveri del giornalista».
Necrocultura
State pensando a DJ Fabo? A Welby? Ai suicidi in Isvizzera filmati con gaudio dalle Iene? Alla piccola epidemia di suicidi tra registi scoppiata con Lizzani e Monicelli? Alla Ripa di Meana?
Sì? Se lo state facendo, è perché, lapalissianamente, i giornalisti se ne fottono: delle stesse patetiche regole che si vogliono dare, della dignità dei morti, e soprattutto della responsabilità innanzi a chi potrebbe emulare.
Vi raccontano tutto con dovizia di particolari, perché la cosa è di estrema importanza per i loro padroni: ai Signori della Necrocultura la cronaca suicida importa eccome, perché sappiamo che è in agenda.
“Il suicidio è oramai legale in Italia, e nella formula del feticidio 194/78: come morte di Stato”
La morte volontaria è overtonizzata da mo’. Una cosa impensabile un tempo (il girone del settimo cerchio in Dante), diviene radicale («lo fanno i samurai, i kamikaze»), poi razionale («in fondo è giusto che ognuno decida per sé»), quindi popolare («lo fanno i famosi, da Hemingway a Cleopatra»), infine legalizzata: e qui sappiamo che parliamo di una questione freschissima. Come ha titolato splendidamente Repubblica lo scorso 31 gennaio: «Biotestamento: da oggi i desideri dei malati sono legge».
Il suicidio è oramai legale in Italia, e nella formula del feticidio 194/78: come morte di Stato.
Inutile nascondersi dietro ai «paletti» democristiani: oggi riguarda il fine-vita, ma, visto che abbiamo gli esempi neerlandesi e belgi, sappiamo che si fa prestissimo a domandarsi cos’è il fine-vita, e a garantire il suicidio a carico del contribuente a giovani depressi, a persone che considerano la propria vita «completa», oppure semplicemente ad ammazzare le persone senza il loro consenso (431 eutanatizzati senza il loro consenso in Olanda nel 2015), inclusi i bambini.
Ma non è nemmeno questo quello che voglio scrivere davvero: di geremiadi politiche pro-vita, nel Paese dei Soloni antiabortisti eunuchi e dei leader cattolici sterili o esibizionisti e della demenza pro-life generalizzata, ne abbiamo già troppe.
Vorrei scrivere qualcosa di più semplice, ma al contempo profondo, e tecnico.
I suicidi che in questo stesso momento stanno bombardando la mia esistenza sono l’effetto preciso di un fenomeno epocale non molto dibattuto, del cambio di paradigma umano che interessa l’umanità occidentale da oramai più di due secoli.
Utilitarismo
Nella mente del mondo è stato installato un nuovo software: l’Utilitarismo.
L’Utilitarismo, che di rado si studia al liceo e nemmeno all’Università, è quella dottrina filosofica per la quale il Bene è ciò che aumenta la felicità – cioè, il piacere – degli esseri senzienti.
Nell’algebra morale degli utilitaristi, la società deve perseguire con ogni mezzo quelle azioni che aumentano la quantità di piacere della popolazione, anche a discapito di una minoranza, che può essere tranquillamente sacrificata per il bene maggiore, cioè per il piacere maggiore ( sì, la logica neo-cattolica del male minore passa soprattutto da qui).
Non stupisce che l’Utilitarismo fiorisca tra il Settecento e l’Ottocento in Inghilterra, quando la Corona d’Albione intraprendeva il saccheggio cruento dell’Africa, dell’India, e della Cina. Al sacrificio dei selvaggi depredati, corrispondeva l’estasi della borsa di Londra, che ne trasse il lucro di immani piaceri imperiali.
“Nella mente del mondo è stato installato un nuovo software: l’Utilitarismo”
Jeremy Bentham, oggi considerabile come il pensatore principale dell’Utilitarismo, nei suoi discorsi trattò della libertà personale ed economica (è uno dei diòscuri del liberalismo), della divisione di stato e chiesa (come da tradizione di Enrico VIII), e poi dei dei diritti degli animali (di cui fu pioniere assoluto, come riconosciuto dal padre dell’animalismo contemporaneo, il super-utilitarista ultra-abortista Peter Singer), delle punizioni corporali (alle quali preferiva un potere che estendesse un subdolo e costante controllo su tutti, inventando la prigione a Panopticon, che tanto mi ricorda, oggi, internet, dove con poco sforzo ogni tuo singolo pensiero può essere scrutato e sorvegliato), il diritto al divorzio, il diritto all’usura (scrisse Difesa dell’usura), il diritto alla sodomia (scrisse Difesa dell’omosessualità).
Come potete ben vedere, il mondo moderno ha avuto una programmazione piuttosto evidente, leggibile, direi quasi open-source.
Il mondo dei diritti, il mondo del desiderio liberato dalle rivoluzioni «civili» e «sessuali» ha fatto leva sul piacere, tanto da divenire indistinguibile dalla legge stessa dello Stato: ho diritto a ciò che desidero, ho diritto a ciò che mi dà piacere, come da morale utilitarista.
Un matrimonio invertito, una droga sintetica, un bambino in provetta.
Piacere
Senza la trappola del piacere, tale riprogrammazione dell’umanità non avrebbe trovato clienti.
Un’umanità fatta di puro piacere, vecchia promessa degli anni delle rivolte giovanili, sembra tutt’ora la destinazione finale del progresso.
La medicina vuole curare ogni male: Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook e di tutti i vostri dati, ha già detto che userà i suoi miliardi per eliminare ogni malattia entro la fine del XXI secolo.
In Nordamerica sono in corso sperimentazioni di neurotecnologie per fare sparire i cattivi ricordi, così come si può essere denunciati per aver provocato sconforto in una persona semplicemente per aver parlato di un tema per loro intimamente traumatico (è il cosiddetto Trigger Warning, strumento d’azione del politicamente corretto).
Sappiamo inoltre come la principale causa di morte negli Stati Uniti in questo mondo sia l’overdose da oppioidi: droghe che i dottori americani (spalleggiati da colossi farmaceutici come la Purdue) hanno prescritto a tonnellate per eliminare il dolore dei loro pazienti.
La vita moderna, insomma, coincide con il piacere che può percepire, nell’identità assoluta dei due elementi.
Una vita disgiunta dal piacere deve terminare, perché priva del suo senso.
“La vita moderna, insomma, coincide con il piacere che può percepire, nell’identità assoluta dei due elementi. Una vita disgiunta dal piacere deve terminare, perché priva del suo senso. L’Utilitarismo è penetrato nella logica profonda dell’uomo comune. Senza piacere, cosa è la mia vita? Il depresso, convinto nel profondo che la vita sia solo piacere, non può che essere legittimato a togliersela.”
L’Utilitarismo è penetrato nella logica profonda dell’uomo comune. Senza piacere, cosa è la mia vita?
Essa diviene lebenunswerten leben, espressione tedesca che dai pionieri uncinati degli anni Trenta è passata a definire con esattezza la nostra epoca: «vita indegna di essere vissuta».
Lo capite bene: chi è depresso è giocoforza tagliato fuori dalla logica utilitaria – la depressione è appunto definita come anedonia, cioè incapacità di provare piacere davanti a qualsiasi esperienza.
Il depresso, convinto nel profondo che la vita sia solo piacere, non può che essere legittimato a togliersela.
E questo ammesso che la depressione esista, e non sia – come sostiene qualche psichiatra controcorrente – solo un’etichetta medica affibbiata alle umanissime condizioni della miseria e della maliconia, etichetta stampata per far vendere qualche milione di ore di psicoterapia (a differenza del Sacramento della Confessione, si paga) e qualche trilione di pastiglie psicotrope, i cui effetti-paradosso sono talmente noti che in America devono recare nel bugiardino il Black Box Warning (gli antidepressivi, debbono scrivere i foglietti illutrativi bordando il tutto con colore nero, possono amentare il rischio di suicidio).
Gli psicofarmaci, per inciso, sono l’unica vera costante di tutte le stragi nelle scuole americane (per sapere il nome del farmaco a cui era sottoposto lo sparatore bisogna in genere aspettare mesi, perché i giornali non hanno voglia di dare un dispiacere alle Big Pharma che comprano loro tanta pubblicità) e non solo quelle, basti pensare allo Zoloft di cui era imbottito il pilota della Germanwings che fece schiantare il suo aereo con tutti i passeggeri, pochi anni fa.
Il depresso, nella logica utilitarista che è oggi il software del mondo, è disfunzionale, non performante, forse neppure autonomo (aspetto principale della bioetica utilitarian di Peter Singer, che sostiene che l’handicappato o il bambino piccolo possano essere ammazzati tranquillamente: non sono autonomi né funzionali).
Il malinconico va eutanatizzato: al momento lo fa da sé, ma da ora gli darà sempre più una mano anche lo Stato biotestamentario.
“Gli psicofarmaci, per inciso, sono l’unica vera costante di tutte le stragi nelle scuole americane”
Consideriamo che oltre che letteralmente inutile, egli può risultare addirittura pericoloso: il suo male sporca il principio di piacere generale, potrebbe estendersi per contagio presso la restante massa gaudente.
Ci sarebbe da chiedersi quindi: e prima du tutto questo, cosa c’era?
Croce
Prima, cari lettori, c’era la Croce. Prima c’era la Civiltà. La Civiltà cristiana – l’unica vera Civiltà, circondata da tradizioni umane fatte di suicidi e sacrifici umani che, se sono rimaste in piedi, è solamente perché hanno copiato lo slancio dell’Europa – aveva una base semplice, chiarissima.
A quel tempo, il mondo era unito dalla Passione.
La Civiltà adorava un Dio che soffriva.
Un Dio torturato a morte, umiliato, sconfitto.
Ogni città aveva mille croci sulle sue strade e nelle sue case: sopra le Chiese, dentro le Chiese, sopra le case, dentro le case, nei racconti e nei cuori delle persone.
Che il dolore fosse una parte integrante della vita era naturale: il dolore era la cifra stessa del sacrificio di Dio per l’umanità.
“La Civiltà adorava un Dio che soffriva. Un Dio torturato a morte, umiliato, sconfitto”
Di più. Il dolore non solo era connaturato alla vita stessa, ma era collegato con ciò che vi stava oltre: la vita eterna domandava sacrifici, nei casi dei Santi Martiri così come delle persone comuni.
Non è il piacere che ti porta in Paradiso, e ciò – il rovescio chirale della modernità – era iscritto nella logica profonda anche del più misero uomo.
La scristianizzazione era necessaria alla costruzione della nuova umanità.
Togliere Cristo per far dimenticare il dolore, esorcizzarlo, demonizzarlo.
Sconvolgere per sempre l’insiemistica dell’esistenza: la vita non contiene il piacere e il dolore, la vita coincide con il solo piacere, se vi è dolore non è vita, quindi meglio darsi alla morte.
Credo che questa sia la motivazione primaria dell’ecatombe di amici che sto vedendo innanzi a me.
Drogati dal paradigma del piacere utilitarista, nessuno di noi oggi riesce a sentire davvero il significato vitale del dolore.
Terrore
Non ho scritto di loro, anche se ne avevo tanto bisogno.
Scriverò qualcosa di me, allora, e con l’ovvia vergogna del caso. Tanto per aggiungere un pensiero cristiano in più.
Perché io ho avuto tanta fortuna, più di loro, e questo adesso mi fa pure un po’ soffrire.
Ho anche io, come una enorme porzione di altri uomini, attraversato momenti di tenebra vera, assoluta. Momenti in cui il mondo aveva spezzato ogni singola fibra del mio essere, e ogni pensiero si trasformava in un’apocalisse che si inghiottiva tutto.
Ne sono uscito talvolta con uno slancio di raziocinio eroico, per esempio la comprensione che, appunto, la mia vita non coincideva con quello che mi accadeva, ma era un insieme più grande: «sono più forte di qualsiasi pensiero, di qualsiasi sensazione io possa avere», mi ritrovai un giorno a scrivere in una lettera a mia sorella. L’essere, questo dono mistico che non mi era permesso di comprendere del tutto, era più grande di qualsiasi accidente terreno. La vita era più del mio dolore e più della mia mente: comprenderlo cambiava per sempre il gioco.
“Drogati dal paradigma del piacere utilitarista, nessuno di noi oggi riesce a sentire davvero il significato vitale del dolore”
Altre volte, invece, ho avuto una fortuna più grande: ho avuto paura. Giunto sull’orlo terminale, ho sentito lo spavento emanato dall’unica cosa che veramente un uomo debba temere: l’Inferno.
Davanti alla reale prospettiva dell’Inferno, tutto cambiava: un oceano di dolore infinito, senza redenzione, un sistema illimitato di dolore sterile, dolore che – a differenza di quello della croce – non produce nulla, se non la propria dannazione.
Timor Dei est initium sapientiae.
Il terrore più estremo è stato il mio più grande alleato, la mia sfortuna sfacciata.
Sì.
Catastrofe
Voi lo capite: anche io, come quel santo vescovo francese, accuso il Concilio.
Togliere l’Inferno, svuotarlo, dimenticarlo, abolirlo come ha fatto la neo-chiesa dei Von Balthazar e dei Bergoglio è stato, al contrario, popolarlo – e, sulla Terra, aumentare a dismisura il numero dei suicidi. E degli aborti. E financo degli omicidi.
Il Concilio si mostra, anche in questo frangente, come la più grande catastrofe nella Storia dell’Uomo, in quanto esso ha permesso la riprogrammazione dell’Uomo verso la sua estinzione – e la sua dannazione.
Celebrare pubblicamente i funerali di un suicida, come oramai perfettamente normale, aggiunge una dimensione pragmatica al vortice di morte.
R., che ci ha lasciato sabato, era presente alla cerimonia in chiesa di A., che ci ha lasciato un anno fa. Al funerale di A., cui scelsi di non partecipare, vennero lette tante belle cose, vennero ascoltate le musiche preferite dell’amico morto. Nella mente di un ulteriore potenziale suicida, non un clic da poco: se me ne vado, mi ricorderanno così, tutti uniti, affranti sì, ma finalmente insieme sotto il mio segno…
“L’Ordine dei giornalisti e l’OMS quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no”
L’Ordine dei giornalisti e l’OMS, ho detto all’inizio, quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no.
Perché la Chiesa di oggi è davvero un ente stupido quanto assassino.
Perché la Chiesa di oggi è il vero problema, il vero nemico dell’Umanità e del Dio della Vita.
La vita tutta intera
Ho scritto abbastanza.
Infine, voglio dirvelo: A., L., R., e poi andando indietro ancora, P., M., G., vi ho voluto bene. Pagherei qualsiasi cosa, ora, per avervi potuto parlare anche solo per un minuto in più. Per godere di questa sostanza preziosissima, che ora mi sarà negata senza appello.
Nella mia stupida posizione di sopravvissuto, voglio farvi questa promessa.
Io lotterò per conservare la ferita che ci avete inferto: perché il dolore che sento è il centro della mia umanità, come lo è stato per l’umanità di Dio.
E quindi, la chiave della mia sopravvivenza.
Perché la vita senza il dolore, ho capito, è solo desiderio di annientamento, è morte.
E di voi invece io voglio celebrare la vita, tutta intera.
Che è stata – che è – immensamente più grande del dolore e del piacere.
Roberto Dal Bosco
Bioetica
L’amministrazione Trump nega di aver rinviato la decisione sulla pillola abortiva a dopo le elezioni di medio termine
L’amministrazione Trump smentisce una nuova notizia secondo cui alti funzionari della Casa Bianca avrebbero ritardato di proposito i provvedimenti sulla pillola abortiva fino a dopo le elezioni di medio termine del mese prossimo, sebbene diversi attivisti pro-vita nazionali affermino di aver ricevuto lo stesso messaggio. Lo riporta LifeSite.
Il Washington Sun ha riferito che un «alto funzionario dell’amministrazione», rimasto anonimo, avrebbe detto che i funzionari guidati dal capo di gabinetto della Casa Bianca, Susan Wiles, avrebbero «direttamente» indicato al procuratore generale Todd Blanche di «procedere con cautela in qualsiasi azione relativa all’aborto», perché «un approccio aggressivo sull’aborto genererebbe attenzioni indesiderate».
«Nessuno vuole che intraprendiamo azioni concrete prima delle elezioni di medio termine», avrebbe aggiunto il funzionario. La Casa Bianca ha risposto che la notizia era «completamente falsa» e che tali conversazioni «non sono mai avvenute tra funzionari della Casa Bianca e funzionari del Dipartimento di Giustizia». Il Sun ha però citato diversi attivisti pro-vita e conservatori che avrebbero sentito la stessa versione.
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Tom McClusky, direttore degli affari governativi di CatholicVote, ha detto di sentire «la stessa cosa da ogni agenzia con cui parlo e dai membri del Congresso. È sempre la stessa: non succederà nulla fino a novembre». La presidente di Students for Life, Kristan Hawkins, ha parlato di incontri «incoraggianti» con funzionari dell’amministrazione, ma Kristi Hamrick, della stessa organizzazione, ha affermato che «tutto tranne le elezioni viene rimandato a dopo le elezioni».
«Una volta terminate le elezioni di metà mandato e con l’inizio della fase di transizione, abbiamo sentito dire che non ci saranno più mezze misure», ha dichiarato un «conservatore in contatto con l’amministrazione» rimasto anonimo, aggiungendo: «Abbiamo sentito dire che abbiamo degli amici, e ci sono sicuramente persone che sono fermamente pro-vita».
Il nodo è il rifiuto dell’amministrazione Trump di applicare una disposizione del Comstock Act del 1873, che rende illegale per il servizio postale statunitense e per altri corrieri consegnare qualsiasi «articolo, strumento, sostanza, farmaco, medicinale o cosa che sia pubblicizzato o descritto in modo tale da indurre altri a usarlo o applicarlo per praticare l’aborto», oppure di annullare la decisione della Food and Drug Administration (FDA) dell’epoca Biden che ha eliminato l’obbligo di dispensazione di persona per le pillole abortive.
L’Ufficio di consulenza legale del Dipartimento di Giustizia di Biden ha sostenuto, in sostanza, che la norma Comstock non intendeva ciò che dice e che le pillole abortive potevano essere spedite, consegnate e ricevute liberamente «qualora il mittente non avesse l’intenzione che il destinatario le usasse illegalmente». E poiché «esistono molteplici modi in cui i destinatari in ogni stato possono usare questi farmaci, incluso per provocare un aborto, senza violare la legge statale», «la semplice spedizione di tali farmaci in una determinata giurisdizione non è una base sufficiente per concludere che il mittente intenda che vengano usati illegalmente».
Durante la campagna per tornare alla Casa Bianca nel 2024, Donald Trump dichiarò che non avrebbe annullato questi cambiamenti. Finora ha mantenuto la promessa, con forte frustrazione dei sostenitori pro-vita; nel maggio 2025 l’amministrazione promise però una revisione dei dati sulla sicurezza della pillola abortiva, da cui i pro-vita sperano un cambio di rotta. L’assenza di azioni concrete da allora, unita alla richiesta dell’amministrazione ai tribunali di respingere le cause degli Stati pro-vita contro la pillola fino al completamento della revisione, ha alimentato quella frustrazione.
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La conclusione della revisione non è prevista prima di novembre, il che rafforza il sospetto che i tempi siano dettati da ragioni politiche. L’amministrazione insiste di procedere con la massima cautela e accuratezza nell’analisi dei dati di sicurezza. Ciò può spiegare il rafforzamento delle motivazioni per abrogare le norme della FDA, ma il Comstock Act non dipende dalla sicurezza delle pillole per chi le assume.
Le pillole abortive ordinate per posta sono diventate lo strumento più efficace della lobby abortista per aggirare le leggi statali e preservare la «libertà di scelta» senza la sentenza Roe v. Wade. Gli ultimi dati del Guttmacher Institute, organizzazione che è de facto il braccio ricerca e sviluppo della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood, indicano negli Stati Uniti 1.125.930 aborti clinici nel 2025, un lieve aumento rispetto al 2024, attribuito in gran parte alle pillole abortive. Il rapporto annuale 2024-2025 di Planned Parenthood rivendica 434.450 aborti praticati negli USAdall’organizzazione, un record e l’8 per cento in più rispetto all’anno precedente.
Scollegare del tutto le pillole dalla supervisione medica amplifica però rischi già noti, ricorda LifeSite. I pro-vita citano un’analisi dell’aprile 2025 dell’Ethics & Public Policy Center, secondo cui quasi l’11 per cento delle donne soffrirebbe di sepsi, infezioni, emorragie o altre patologie gravi dopo il mifepristone, sulla base di dati assicurativi. Risultati analoghi della Restoration of America Foundation entrerebbero in un «insieme crescente di prove che indicano come i rischi per la salute associati agli aborti con mifepristone siano gravi, diffusi e significativamente sottostimati».
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Immagine di Mathieu Landretti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Bioetica
Bioetica della vita: forme, origine, senso
La vita come movimento che viene da dentro
Nella tradizione filosofica classica la vita è definita come un movimento spontaneo che tende a un fine. Il suo carattere centrale è l’automovimento: il vivente non riceve l’impulso dall’esterno, come il sasso che rotola lungo un pendio, ma si muove da sé, e in sé trova tanto il principio quanto il termine del proprio agire. Il soggetto dotato di vita si presenta perciò come un’individualità, con un proprio centro e un confine essenziale tra interno ed esterno. Quel confine, tuttavia, non è un muro. Il vivente appare come un «sistema aperto», un equilibrio complesso di flussi capace di scambio continuo con l’ambiente. La sua fenomenologia presenta tratti di continuità con l’ordine fisico-chimico, ma anche un salto qualitativo, e su questo punto si è giocato il dibattito classico tra i «meccanicisti», che tentano di ricondurre le proprietà della vita a semplici scambi chimici e fisici, e i «vitalisti», che invece rivendicano la positiva irriducibilità dei fenomeni vitali. Ne discende una conseguenza decisiva: la vita non è un oggetto tra gli altri su cui indagare, ma la base di ogni attività e l’orizzonte in cui collochiamo ogni problema, e per questo è portatrice di senso. La sua forma più alta è quella che si dà nella coscienza dell’uomo, dove vita e coscienza non si contrappongono come oggetto e soggetto: la coscienza è anzi il livello più perfetto del vivere.Sostieni Renovatio 21
Dal cosmo vivente al meccanicismo moderno
Gli antichi avevano della vita una visione che investiva l’intero universo. Nel Timeo Platone (428/427-348/347 a.C.) presenta il cosmo come un animale vivente e intelligente, generato dalla provvidenza divina perché l’opera del demiurgo risultasse la più bella possibile. La materia non era dunque interpretata soltanto come res extensa, ma come res vitalis. La modernità ha invertito questa prospettiva. Con il dualismo di Cartesio (1596-1650) tra res extensa e res cogitans il fenomeno vita non trova più collocazione: non si riduce a estensione né a pensiero, e il problema è stato quindi ridotto a elemento meccanico, spiegabile con cause efficienti e non finali. Insieme a esso è stato cancellato il concetto di natura come principio interno di movimento e di vita. Il risultato è una situazione paradossale per la biologia, scienza marginale da un lato, perché la biosfera rappresenta una parte minima dell’universo, e centrale dall’altro, perché riguarda ciò che più conta, la vita, compresa quella umana.Il finalismo
La scienza moderna si è costruita contro l’aristotelismo e la teleologia. Questo le ha permesso di studiare matematicamente la vasta zona della res extensa, ma ha lasciato fuori la finalità, relegata al solo ambito dello spirito e della coscienza. Il finalismo sostiene invece che il fine non sia un concetto proiettato dall’uomo sulle cose, né uno strumento valido solo nella sfera della coscienza: esistono finalità in tutto il mondo della vita. Nelle cose inanimate lo scopo è esterno, risiede nella mente di chi le ha progettate (il coltello è fatto per tagliare, ma quella teleologia proviene dall’artefice e non è immanente allo strumento), mentre negli «oggetti animati» lo scopo è immanente. Il modello è lo sviluppo di un organismo, che procede dal meno al più perfetto. Va sottolineato che la finalità appare o scompare a seconda del metodo adottato. L’approccio filosofico-ontologico la riconosce; quello scientifico-matematizzato, completamente disontologizzato, la esclude perché considera solo la causa efficiente e non il nesso intrinseco tra potenza e atto. Può essere un metodo utile sul suo piano, quello delle spiegazioni puramente scientifiche, ma non esaurisce la realtà.Creazione e divenire
Sul piano dell’origine, secondo monsignor Sgreccia creazione e divenire non sono in antitesi. La teologia cristiana afferma creatio non est mutatio: c’è un’invalicabile differenza tra la creazione, totale e assoluta posizione di ogni cosa nell’essere (creatio ex nihilo), e il mutamento o trasformazione (mutatio), che presuppone l’esistenza di ciò che è soggetto al divenire. La causalità divina opera diversamente nei due ambiti: nella creazione Dio è causa prima e unica di tutto l’essere; nel divenire opera ancora come causa prima, trasformante e dirigente, ma non unica, perché entrano in campo le cause seconde finite, anch’esse dotate di capacità di azione e di causalità. La filosofia della natura è l’ambito della mutatio di ogni ordine, tipo e grado: durante l’evoluzione, rispetto a quanto è stato creato, non si verifica più alcuna forma di creatio ex nihilo, ma processi di trasformazione accidentali e sostanziali.Aiuta Renovatio 21
Le teorie dell’evoluzione e il riduzionismo
Al concetto di evoluzione si possono assegnare due significati. Per alcuni l’evoluzionismo è la dottrina che si propone di spiegare scientificamente tutti i fenomeni dello spirito e della materia riportandoli a leggi fisiche e biologiche: in quest’ottica la variazione all’origine dell’evoluzione è casuale e perciò imprevedibile, e l’evoluzione si riduce a un semplice svolgimento di trasformazioni sostanziali, senza un punto d’arrivo. Per altri, invece, evoluzione significa non semplice mutamento, ma «mutamento orientato», ossia «mutamento verso» secondo l’espressione di Tommaso d’Aquino (1225-1274): il processo generativo prevede, attraverso trasformazioni sostanziali, la perfezione ascendente delle forme. Alla prima lettura è legato il riduzionismo, secondo cui un sistema complesso non è nient’altro che la somma delle sue parti e se ne può dare ragione «riducendone» la considerazione a quella dei singoli costituenti. Occorre ammettere che questo approccio ha permesso alla scienza di identificare meglio le parti fondamentali di una realtà come il corpo umano e le leggi che ne governano il funzionamento. Tuttavia la prospettiva riduzionistica va abbandonata quando pretende di cogliere il fenomeno nel suo insieme: è impossibile comprendere la funzione di un gene senza collocarla nel contesto della cellula, le cui dinamiche vanno a loro volta studiate nel ruolo che gruppi di cellule hanno in un organo, il quale va infine considerato nell’intero organismo. Esistono anche forme di riduzionismo non antropocentrico. La più classica è il darwinismo radicale, un naturalismo che afferma una continuità evolutiva tra l’uomo e il resto del mondo naturale: il filosofo James Rachels (1941-2003), nel suo Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, sostiene che dopo Darwin l’uomo non possa più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione, essendo un prodotto delle stesse forze evolutive che hanno modellato il resto del regno animale. Sulla stessa linea si colloca l’ecologismo radicale (la cosiddetta Deep Ecology), che afferma una sostanziale continuità e dunque uguaglianza tra le forme di vita umane e non umane: la natura avrebbe valore in sé e l’essere umano non avrebbe un ruolo centrale, essendo semplicemente biologia, homo natura, alla stregua degli altri viventi.Il paradigma della complessità
L’alternativa a queste semplificazioni passa per la nozione di complessità, oggi al centro della riflessione in ambito biologico e trasformata in un vero paradigma, cioè in un modello di visione della realtà e di ragionamento. Il complesso è caratterizzato da ordine, coerenza, unità, struttura e organizzazione. Il filosofo Edgar Morin (1921-) ha espresso la complessità in tre principi. Secondo il principio dialogico la dualità è presente all’interno dell’unità: un esempio è il DNA in rapporto agli aminoacidi, dove si dà una memoria ereditaria stabile e contemporaneamente l’azione di una proteina che si degrada e si ricostituisce. Il principio di ricorsività riconosce che tra causa ed effetto non vi è solo un rapporto lineare, perché i prodotti e gli effetti divergono spesso causa e produttori di ciò che li produce: così la membrana cellulare è insieme prodotto del metabolismo della cellula e parte integrante dei suoi stessi componenti. In base al principio ologrammatico, infine, il tutto è presente nella parte, tanto che l’uno non si può concepire senza l’altro: ogni cellula contiene la totalità dell’informazione genetica dell’intero organismo.Quale bioetica per quale vita
Se la vita è automovimento, individualità aperta e orientata a un fine, e se per comprenderla occorre uno sguardo che tenga insieme le parti e il tutto, ne consegue che la bioetica non può trattare il vivente come materiale neutro da gestire. Deve partire dal suo senso, come fa la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia. Ridurre l’uomo a somma di meccanismi, o a una specie indistinta tra le altre, non è un semplice errore teorico: è il presupposto da cui discendono molte delle derive che la bioetica dovrebbe invece contrastare.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Bioetica
Ciclisti mascherati attaccano la marcia antiabortista svizzera
Oltre 2.200 attivisti pro-vita si sono riuniti sabato per la Marcia per la Vita in Svizzera, affrontando l’ostilità delle autorità locali e di circa 200 ciclisti mascherati che hanno cercato di interrompere e intimidire l’evento.
Secondo il canale televisivo cattolico statunitense EWTN News, circa 2.200 attivisti pro-vita, scortati da un presidio di polizia per motivi di sicurezza, si sono radunati con lo slogan «Insieme per la vita», chiedendo la tutela legale dei nascituri privi di voce e invitando i padri ad assumersi le proprie responsabilità verso i figli e le madri.
Deplorando i 200.000 aborti di bambini non nati dal 2002, la presidente della Marcia per la Vita svizzera, Beatrice Gall, ha detto che la marcia vuole contrastare il fatto che «non vi è alcun dibattito pubblico né un esame obiettivo dei fatti; al contrario, le persone rimangono in silenzio sugli alti tassi di aborto, sulla sofferenza che questo causa a molte persone e sulle relative conseguenze».
«Difendere la vita umana non è un atteggiamento retrogrado, ma lungimirante!», ha aggiunto, interpretando la «nuova ondata di interesse e il forte impegno» dei giovani come un segnale di speranza per il futuro.
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Sabotatori di estrema sinistra hanno tentato di ostacolare la manifestazione con petardi, rovesciando cassonetti e bloccando il percorso in più punti. «La polizia ha ripetutamente chiesto loro di andarsene prima di ricorrere ai cannoni ad acqua», riferisce SWI. «Tuttavia, i contro-manifestanti sono ricomparsi in diversi punti lungo il percorso».
Per anni le autorità di Zurigo hanno tenuto la manifestazione fuori dal centro, confinando l’evento nel quartiere residenziale e commerciale periferico di Oerlikon. Le autorità sostengono che sia necessario per ridurre i disordini, ma i sostenitori del movimento pro-vita ritengono che si tratti di un doppio standard che di fatto lascia agli agitatori violenti il potere di decidere chi può stare nella piazza pubblica. Gli antiabortisti hanno osservato che la capacità delle autorità di gestire i contro-manifestanti indebolisce la giustificazione di tenere la marcia fuori dal centro città.
«L’aborto è una questione seria e merita di essere affrontata a viso aperto, con amore», ha detto alla folla Jonas Streule, direttore regionale di ProLife Europe per la Svizzera. «Raramente concludiamo una conversazione senza aver indotto qualcuno a riflettere su un’opinione che aveva semplicemente adottato dalla cultura dominante».
Non è il primo anno in cui gli attivisti pro-vita svizzeri devono temere violenze da parte dei sostenitori dell’aborto solo per aver espresso la propria posizione, scrive LifeSite. La Marcia per la Vita del 2020 fu annullata dopo che la polizia avvertì che fino a 1.000 contro-manifestanti avevano in programma di bloccarla.
All’inizio di quell’anno un’organizzazione partner aveva trovato una carcassa di animale e dei vermi nella cassetta della posta, e l’anno precedente i contro-manifestanti erano arrivati a dare fuoco a dei barili.
Qualche tensione tra i partecipanti alla manifestazione antiabortista e contestatori goscisti si era avuta anche alla Marcia per la Vita di Londra.
London (Sept. 5) — Leftist protesters tried to violently crash the March for Life event. pic.twitter.com/EJbuyzRTMD
— Andy Ngo (@MrAndyNgo) September 6, 2026
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Immagine screenshot da YouTube
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