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Dio salvi le «chiacchiere da bar»

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Oggi mi sono tolto uno sfizio che non mi gustavo da un discreto periodo di tempo: sono andato al bar del paese, da solo, appena dopo pranzo per bermi un buon caffè.

 

Chi fa la vita di paese o abita in un paese sa cosa rappresenti per il sentire comune il «bar di paese»: esso è una sorta cassa di risonanza collettiva, dove passano e crescono generazioni.

 

Alcuni fanno del bar di paese la loro vita: ci vanno da ragazzini, crescono, mettono su famiglia ma alla fine rimangono sempre lì, seduti al tavolino o quantomeno ad assolvere un quotidiano rito di passaggio quotidiano al quale non riescono a rinunziare; altri superano il complesso, crescono e la smettono di andare al bar. 

Io nutro un certo rispetto per le «chiacchiere da bar»

 

Poi vi è la categoria degli anziani, che si tramanda la lettura del giornale al tavolo con le annesse discussioni. Ecco, oggi le mie orecchie hanno riassaporato le cosiddette classiche «chiacchiere da bar», espressione utilizzata anche nel gergo comune per indicare qualcosa di poco approfondito, di buttato lì senza alcuna base culturale o sostanziale. 

 

Per quanto questo sia vero, io nutro un certo rispetto per le «chiacchiere da bar». Sarà perché forse difendo la categoria del «paese»; sarà perché quelle chiacchiere da bar le ho fatte anche io per un lungo periodo della mia vita adolescenziale. 

Ho capito che gli argomenti, anche lì, sono drasticamente cambiati: il calcio e la politica hanno lasciato il trono al COVID-19. Sacrilegio. Profanazione

 

Diciamo che però oggi qualcosa è cambiato. Un bar di paese che si rispetti, infatti, ha due principali argomenti con cui alimentare le «chiacchiere da bar»: il calcio e la politica. Queste sono le due vacche sacre, intoccabili, che in un vero bar non possono mancare — spesso trattate con chirurgica superficialità. 

 

Oggi, mentre mi gustavo quel caffè macchiato e facevo gioire le mie orecchie intente ad ascoltare le chiacchiere da bar di qualche paesano ivi presente, ho capito che gli argomenti, anche lì, sono drasticamente cambiati: il calcio e la politica hanno lasciato il trono al COVID-19. Sacrilegio. Profanazione. Soppressione illegittima delle chiacchiere da bar secondo tradizione. Parole pandemizzate e argomenti infettati di ciò che, a confronto del calcio e della politica trattati come si trattano in bar, è il nulla più assoluto. 

 

Soppressione illegittima delle chiacchiere da bar secondo tradizione

Eppure, continuo nonostante tutto a nutrire un sommo rispetto per le chiacchiere da bar, anche se esse sono divenute monoargomentali, laddove l’argomento — e ci mancherebbe! — è il COVID-19 con annessi e connessi.

 

E sapete perché nutro ancora quel sommo rispetto? Perché il bar di paese è, in fondo, il megafono del cittadino medio che rappresenta almeno il 75% della popolazione italiana (arrotondando per difetto, come si fa appunto al bar). E per venire al punto, quei discorsi che oggi mi sono finiti nelle mie orecchie mi hanno rivelato una cosa davvero stupefacente, importantissima, un concetto altissimo: i non vaccinati, per le chiacchiere da bar, sono paragonabili agli evasori di tasse. 

I non vaccinati, per le chiacchiere da bar, sono paragonabili agli evasori di tasse

 

Pensateci: questa è una rivelazione incredibile effettivamente. E la motivazione che le chiacchiere da bar davano a questo finissimo concetto, è che l’evasore, evadendo, fa danno agli altri chiedendo poi di essere aiutato con i servizi che lo Stato offre grazie alle tasse pagate quindi dagli altri e non da lui; parimenti, sempre secondo le chiacchiere da bar, il vaccinato fa danno agli altri non vaccinandosi, e fa male allo Stato perché, se si ammala e fa ammalare, arreca danno al Sistema Sanitario Nazionale, rifiutando il vaccino ma chiedendo le cure per sé una volta ammalatosi. 

Dio salvi quindi le chiacchiere da bar, poiché esse sono fondamentali per capire meglio quale sia la direzione verso la quale stiamo andando a schiantarci

 

Capite? Il discorso non fa una grinza!

 

Dio salvi quindi le chiacchiere da bar, poiché esse sono fondamentali per capire meglio quale sia la direzione verso la quale stiamo andando a schiantarci.

 

Cristiano Lugli 

 

 

 

 

 

 

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Devastazione multidimensionale e voto di mangiatoia: prima breve meditazione sui risultati elettorali

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Il risultato delle elezioni politiche 2022 è devastante. Multidimensionalmente devastante.

 

Lo scenario politico, sociopolitico, geopolitico dell’Italia ne esce segnato con forza.

 

Innanzitutto, ha vinto, stravinto l’unico partito finito all’opposizione. Questo dovrebbe essere un bel messaggio per il potere riguardo a Draghi, la tecnocrazia e lo Stato-partito che ficca in un blob fusionale tutte le compagini politiche possibili.

 

Ricordate: il prototipo di Draghi, Mario Monti, dopo averci governato su mandato dei poteri desovranizzanti si candidò con un partito creato per la bisogna, Scelta Civica, che divenne Sciolta Civica nel giro di pochi mesi: e aveva preso il 10%, una cifra che adesso molti si sognano.  Nonostante i voti e i deputati, il partito si rivelò biodegradabile.

 

Pensiamo quindi il messaggio per Draghi sia netto, tuttavia, come abbiamo visto a Nuova York dove è stato insignito del Bafometto d’oro da Kissinger in persona (mancavano solo Joker, Lex Luthor e Irisa di Candy Candy), il potere costituito se ne sbatte allegramente, e piazzerà Draghi al vertice della NATO (lui, che il lato economico della alla Russia l’avrebbe organizzato, ha scritto il Financial Times) oppure, peggio, dietro alla Meloni a vermilinguare verso il prossimo passo, che è la CBDC, la valuta digitale da Banca Centrale, che nel nostro caso è l’«inevitabile» euro digitale – cioè, come sa il lettore di Renovatio 21, il «danaro programmabile» con cui sorveglieranno e soprattutto telecomanderanno le vostre esistenze via piattaforme dove diverrete utenti privi di diritti.

 

Ma andiamo oltre. Berlusconi raggiunge una cifra che non pensavamo, ma rimane ostaggio di un partitello, che pur spogliatosi dei Brunetta e delle Carfagne, esprime gente come la Ronzulli. Sappiamo che, purtroppo, il migliore di quel partito è morto poche settimane fa. Il risultato, ribadiamo, è comunque ottimo: chi pensava alla disintegrazione di Forza Italia (per esempio: noi) si sbagliava.

 

Già dalle prime ore di spoglio diveniva chiaro che il PD era arrivato al risultato peggiore di sempre. Con la sequela di leader pieni di carisma di questi anni (Bersani, Zingaretti, soprattutto Letta) era possibile. La soglia del 20% era considerata da tutti come non oltrepassabile: è il metabolismo basale piddino, fatto, immaginiamo dalla base, dai lavoratori coop con le relative famiglie, le regioni Emilia-Romagna e Toscana con tutto l’indotto piddizzato nei decenni. Ebbene, Letta è riuscito a infrangere anche questa certezza: perfino chi deve al PD lo stipendio non lo vota più.

 

Quel 20% era considerabile come un «voto di mangiatoia», che quindi è solido e affidabile.

 

Riteniamo che sia così spiegabile il successo all’altro grande vincitore morale della tornata elettorale, il M5S. Ogni promessa di cambiamento (il motivo per cui presero oltre il 35% l’altra volta) è stata fumata con il Conte bis e il governo Draghi. C’è stato poi di tutto: scandali, urla, accuse orrende contro il figlio del fondatore (una cosa non troppo dissimile a quella che negli anni Cinquanta fece dimettere immediatamente il senatore Piccioni; ma ora è diverso), scissioni Dirty Dancing, e soprattutto un tizio calato dall’alto, anzi dal basso, dal Meridione, che con la sua carriera di avvocato-professore e la sua pochette poco c’entrava con il sentire popolano grilloide.

 

E invece, è successo il peggio: valanghe di voti ai 5 stelle, ma concentrati, guarda guarda, tutti al Sud. Il lettore sta pensando per caso al Reddito di Cittadinanza, che di fatto è un assistenzialismo da Cassa del Mezzogiorno (abolita via referendum, in teoria) spudorato? Mica possiamo entrare nella testa degli elettori.

 

Tuttavia, il dato è davvero disarmante: circoscrizioni, in Puglia e in Campania, dove il M5S è oltre il 40%, praticamente quasi un cittadino su due. Prendete invece il dato del Veneto: i grillini sono arrivano appena al 5%.

 

La distinzione dell’Italia secondo i blocchi latitudinali, Nord contro Sud, era in realtà già ben visibile nel 2018: ora è esplosa impudicamente. Due Italie diverse, che votano diversamente, perché vivono diversamente, esistono diversamente – e in modo diametralmente opposto. Ciò è per forza di cose drammatico, e non sappiamo, nel breve e medio termine, quanto risolvibile.

 

La Lega Nord, che era nata più di trent’anni fa proprio su questa divisione, paga il prezzo più alto. La Lega nazionale è finita. Il risultato, che la mette sullo stesso piano di Forza Italia e perfino del duo-bullo Calenda-Renzi, è semplicemente mostruoso, soprattutto pensando che si partiva dalla Madonnina del Duomo di Milano, quel comizio con Salvini e dietro tutta la destra Europea in fila (dalla Le Pen in giù) che portò più del 35% dei voti alle Europee 2019.

 

La Lega paga l’essere stata con Draghi? Certo. Paga il fatto di aver voluto – crediamo sia la spiegazione – far parte del sedicente governo di «ricostruzione» post-pandemica, magari intestandosi un po’ della pioggia di miliardi PNNR (a proposito, li avete visti voi?) di modo da non essere esclusi dal possibile voto di mangiatoia che ne sarebbe uscito.

 

Bella scelta: avesse fatto questo anno e mezzo all’opposizione, ora probabilmente la storia sarebbe diversa, e magari il mondo avrebbe potuto avere il primo premier europeo, tra una Nutella e l’altra, a parlare di fine delle sanzioni alla Russia, fine degli armamenti all’Ucraina, fine del suicidio economico-energetico della Nazione.

 

Il risultato della Lega, quindi, sarà tragico non solo per l’Italia, ma possibilmente per il mondo intero. Perché la guerra e l’energia (ciò che rende uno Stato possibile: la difesa dei cittadini dalla violenza e la fornitura minima di strumenti per vivere) erano in realtà l’unico tema su cui valeva la pena di votare, più, certo, la questione della sottomissione bioelettronica che ci attende.

 

Il risultato della Lega sarà tragico poi soprattutto per la Lega: non immaginiamo le notti dei lunghi coltelli che si preparano, i Giorgetti, gli Zaia, i Fedriga, che avrebbero potuto essere domati se Salvini avesse fatto almeno almeno il 15%, ma così è davvero finita.

 

Ancora più preoccupante, ma ne scriveremo un’altra volta, è il danno che si potrebbe produrre sul territorio: la forza della Lega, come noto, sono le sue radici locali, le migliaia di sindaci e consiglieri dei piccoli comuni, che in trent’anni magari non hanno amministrato male, e quindi magari valeva la pena di tenerseli.

 

È chiaro che il programma di Fratelli d’Italia, che ha nella Lega l’unico vero avversario, sarà quello di disinstallarli, per sostituirli con chissà chi: sappiamo che il partito ha in questo momento più potere di spesa di quanto ne sappia spendere, che il successo è tale che si sono creati buchi di personale, e chissà cosa può entrarvi dentro (qualche inchiesta giornalistica in merito c’è).

 

Infine, una parola sui partitini antisistema, che dovrebbero starci a cuore ma in realtà non lo sono mai stati.

 

La débâcle è senza fine.

 

Molti sono ridotti a prefissi telefonici piemontesi (0,1…) come il partito della Cunial, che forse ingiustamente ci eravamo dimenticati (davvero) di citare nel precedente pezzo sui partiti che non avremmo votato.

 

Non vanno sopra l’1% Paragone e Italia Sovrana.

 

C’è perfino un prefisso telefonico internazionale (0,0…): è il caso di Adinolfi, che ha preso lo 0,06% alla Camera, ma ci hanno detto che ha comunque già fatto un post tutto baldanzoso.

 

Insomma: la ridda di possibili gatekeeper e scappati di casa è stata distrutta.

 

Ora c’è da capire cosa succederà a tutto il loro pur piccolo capitale politico di dissenso. Crediamo che, come il summenzionato partito di Monti e tanti altri, si vada verso il biodegradabile.

 

Non crediamo che nessuno di questi partiti possa durare nel tempo. Italia sovrana, con dentro Rizzo e Ingroia, è già in se stessa divisa. Paragone ci chiediamo come farà a tenersi dentro anche lui i vari nomi e le varie componenti, alcune dotate di identità propria – sempre che il Paragone abbia voglia di andare avanti, e che magari, colpo di fortuna, non torni nella TV nazionale con un programma tutto suo. La Cunial neanche stavolta vorremmo spendere tempo a considerarla.

 

In realtà, al di là della morfologia interna dei vari partitini, è un’altra la cosa che vogliamo dire: tutti questi partiti moriranno per mancanza di cultura – o meglio, di idee, financo di Fede.

 

Cosa credono, i membri di queste compagini? Hanno un’idea persistente delle cose? Hanno – perdonaci il termine – un’ideologia? Riformuliamo: hanno una visione del mondo che accomuna tutti i quadri, i vertici e la base?

 

No: hanno solo il dissenso della gente, magari drogata dalla dopamina Telegram. Hanno solo il risentimento, che sappiamo quanto possa essere cieco e fallimentare se non direzionato dalla corretta visione delle cose.

 

Diciamo di più: praticamente nessuno di questi partiti ha un vero ripetitore coerente della cultura che dovrebbero rappresentare.

 

Potete annegare nella pubblicità dei loro siti, gustarvi video e post con gli emoji nei loro canali YouTube e Telegram, finché glieli lasciano: dispositivi fatti per offrire una massima esposizione con la minima riflessioni, creati per far vivere le persone solo nel presente, senza chiedere loro di pensare o di credere. Anzi, pensare e credere e quanto i social media vogliono evitare che facciate, per questo offrono a chiunque (o quasi) una piattaforma.

 

Sono tutte realtà senza radici – e il loro sradicamento è moltiplicato dai canali che utilizzano per arrivare al popolo, cioè ai loro elettori.

 

Ecco perché, oltre ad esplodere o ad implodere, ad un certo punto spariranno – perché, come con l’euro digitale, al potere basta premere un pulsante per paralizzarli o frantumarli.

 

Più passa il tempo, e più credo che la realtà cui un movimento odierno deve votarsi è quella di una rete fisica: persone, incontri, carta: libri e financo giornali, newslettere di cellulosa, spediti in casa di persone che comunque si trovano, de visu, si parlano a voce e mangiano insieme, cioè fanno quelle cose dove i social media non arrivano.

 

Se non le si oppone materialmente una Cultura umana – coerente, persistente, vivificante – la Cultura della Morte vince. Sempre. Contro chiunque.

 

Le considerazioni partitiche sulle elezioni sono finite.

 

Rimane ora la realtà: una crisi economica senza precedenti è davanti a noi e potrebbe mandarci alla fame. Una crisi energetica potrebbe a breve eutanatizzare per assideramento migliaia e migliaia di anziani, e non solo loro. Una crisi geopolitica potrebbe, come disse Putin a inizio anno, trascinarci in una guerra nucleare europea senza vincitori, una guerra a cui di fatto stiamo già prendendo parte.

 

Nessuna di queste cose, le uniche importanti, saranno prese in carico dai partiti e dal futuro governo a sovranità limitata.

 

Per cui, ribadiamo ancora una volta, quello che con probabilità farà il governo Meloni sarà quello che si preparano a fare i governi di tutta Europa: la repressione verso chi dissentirà dalla miseria del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Questo è il vero dato devastante uscito dalle urne.

 

Ma quali elezioni. Rimboccatevi le maniche: la campagna della popolazione umana per la propria sopravvivenza è appena iniziata.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Pensiero

E il giornale svizzero si chiese: «siamo davvero governati da pazzi?»

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Il settimanale elvetico Weltwoche ha pubblicato un editoriale del suo ultimo numero esplicito fin dal titolo: «Biden, Baerbock, Cassis und Co.: Werden wir eigentlich von Wahnsinnigen regiert?», cioè, tradotto dal tedesco, «Biden, Baerbock, Cassis and Co.: Siamo davvero governati da pazzi?».

 

Segnaliamo che Cassis è il presidente svizzero, e che la parola «wahnsinnigen» è tradotta da qualcuno come «maniaci».

 

«Le nostre super élite occidentali, tutti i think tank e gli esperti della NATO, i generali e gli zampano politici di Washington, Bruxelles e Berlino non hanno pensato a niente, assolutamente a niente. Sarebbe stato facile trovare un compromesso con la Russia negli ultimi due anni» scrive l’autore dell’articolo Roger Köppel.

 

«Più gli americani e gli europei vengono coinvolti nella loro febbrile spirale di aggressione, più lunga, globale e pericolosa diventerà questa guerra (…) Ecco perché è necessaria la pace ora, nei giorni dell’escalation. L’Europa dovrebbe fare da apripista, frenare l’amministrazione Biden, porre limiti agli ucraini con il carisma da telecamera del presidente Zelens’kyj, il quale potrebbe ancora ammalarsi della sindrome del messia».

 

Il pezzo è una durissima invettiva contro l’élite dell’establishment globale, e la loro demonizzazione del presidente russo Putin, che non è riducibili ai piani che il potere mondiale ha per la Russia, che vorrebbe invece magari «installare un nuovo Eltsin amico degli americani al Cremlino, un debole e alcolizzato che gestisce la Russia come negozio di pezzi di ricambio per gli interessi americani».

 

«Invece di rendere onestamente conto della situazione e guardarsi allo specchio, i politici occidentali e i loro media hanno intensificato il loro odio cieco nei confronti di Putin, che ritraggono come una progenie del male, come l’unico colpevole e il diavolo universale che distoglie l’attenzione dai propri fallimenti. Moralmente ubriachi, si inebriano di fantasie di una vittoria già avvenuta, si convincono che Putin è finito, fatto, pompando sempre più armi in Ucraina»

 

Non manca nell’invettiva di Weltwoche una critica dell’autocompiacimento valoriale dell’élite al potere, ora cementata dalla diffusione della cosiddetta cultura woke.

 

«Sono queste le persone che oggi si gonfiano, parlano di “valori europei” e si dichiarano i guardiani della democrazia e della libertà, che si stanno progressivamente limitando, schiacciando sempre di più la proprietà e l’economia di mercato sotto uno Stato in espansione senza pietà e rovinando così la grande eredità per la quale i nostri antenati hanno combattuto duramente e difeso».

 

Il pezzo si allarga al quadro più grande: immigrazione, catastrofe economica, ecologismo reso obbligo distruttivo per l’economia.

 

«Transizione energetica, politica migratoria, malintesi ed errori dell’euro ovunque. I nostri governi hanno aperto le frontiere all’immigrazione clandestina, le loro politiche energetiche stanno portando al baratro. Geopoliticamente, hanno rischiato una guerra nucleare contro la Russia, non perché Putin sia pazzo, ma perché non prendono sul serio i russi, probabilmente a causa di profondi pregiudizi razzisti, li trattano in modo sprezzante e se ne fregano dei loro interessi , mentre sono autointossicati e affamati di potere».

 

«La demonizzazione della Russia e di Putin è diventata un sostituto del pensiero e del programma, alimentando la loro cecità e l’arroganza generale che blocca la loro visione e il percorso verso il realismo e la pacifica convivenza».

 

Infine, Köppel invita al realismo diplomatico, che sembra totalmente abbandonato dalla parte occidentale, cioè a immediati negoziati di pace.

 

«Rischiare una guerra mondiale contro la Russia è una follia. Servono negoziati di pace. I nostri politici, le nostre élite, i nostri media stanno facendo il contrario. Stanno correndo a tutto gas verso il muro. Per anni, in modo dimostrabile».

 

Puntualizziamo: il gas è facile tuttavia che lo finiscano. La Russia no: e non sta guidando per andare a sbattere contro il muro.

 

 

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani da questa icona di architettura brutalista, da questa ineludibile pietra miliare della nostra Londra.

 

C’è inquietudine. Pare che vi siano dei progetti che possano minacciarla. Noi non possiamo permetterlo.

 

È impossibile, se avete vissuto a Londra o vi siete anche solo passati per qualche giorno, non conoscere questo colossale, indecifrabile monumento. Di colpo, in mezzo a case e palazzetti bassi, bum, un ecomostro infinito, che sa di roccia e di vecchiaia, pur essendo stato concepito di recente (1972) e con tutta l’intenzione di creare una torre del futuro.

 

Era impossibile sfuggire alla sua visione. E questo per motivi generazionali e tecnologici.

 

Vi è stato un tempo, infatti, in cui le generazioni nate tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, in cui non vi era abbondanza. O meglio, vi era un’assoluta abbondanza di benessere e spensieratezza – a livelli che chiunque, qualsiasi sia la sua età nell’A.D. 2022 se lo sogna – tuttavia c’era una carenza, come dire, di cultura popolare.

 

La cultura popolare – la musica, i film, i giornali, i fumetti, i libri, l’abbigliamento – era controllata da conglomerati di distribuzione nazionale, che in pratica decidevano quello che dovevi vedere, ascoltare, vestire, sentire. Gli stimoli autentici, gli stimoli nuovi, gli stimoli alieni, non venivano distribuiti: né in TV, né alla radio, né nei negozi tradizionali.

 

Per questo c’era Londra. La capitale britannica agiva da enorme valvola per la cultura giovanile continentale. Da tutta Europa, si riversavano giovani sulle strade londinesi. E per fare cosa? Per andare a caccia di dischi che in Italia non arrivavano, per trovare vestiti – usati, sempre – che non collimavano con quanto veniva venduto a casa, anche solo per riempirsi gli occhi di immagini che altrimenti (ripetiamo: non c’era internet!) non avresti mai visto: ricordo lo stupore dinanzi a ciò che si vedeva al Forbidden Planet, un polveroso, rifornitissimo negozio di fumetti vicino a Tottenham Court Road. Quando mai potevi vedere in Italia quei disegni, quei poster, quelle estetiche che venivano dagli USA e dal Giappone e chissà da dove.

 

Andare a Londra, quindi, era per tanti giovani europei dei bei tempi un lavoro di scavo. Esso fu reso sempre più inevitabile dall’arrivo dei voli low-cost (che sono il più grande anticoncezionale della nostra generazione, ma quello è un altro discorso).

 

Sorsero intere attività intorno alla questione: conoscevo una ragazza, poi divenuta molto devota, che in Italia teneva aperto un negozio con quello che scavava a Londra nei fine settimana.

 

Lo scavo aveva dei luoghi specifici. Ad un certo punto, era impossibile non passare da Notting Hill a Portobello Road.

 

Ed è lì che la Torre Goldfinger appariva, un simbolo incongruo che era, anche quello, un segno che dimostrava la distanza totale dall’Italia.

 

Torre Goldfinger, A.D. 2004

 

Le portavo rispetto quando a Londra ero poco più che un turista scavatore, ma ho cominciato ad omaggiare la Torre soprattutto quando a Londra mi sono fermato a vivere.

 

Si chiama in realtà Trellick Tower, ma io l’ho sempre chiamata Torre Goldfinger.

 

Il motivo è semplice: così si chiamava l’architetto che, sì, aveva qualcosa a che fare con James Bond.

 

Conosco la storia solo perché, non ricordo bene come, finii ad un piccolo party in quella che fu l’abitazione dell’architetto in 2, Willow Road ad Hampstead, tutt’altra zona di Londra.

 

Ora casa Goldfinger è qualcosa come un piccolo museo Goldfinger, o giù di lì, o almeno lo era una ventina di anni fa  (ricordo bene quella festicciola, perché un inglese tentò di spiegarmi che teoricamente la Regina era padrona di ogni cosa, e il governo doveva solo amministrare le sue proprietà, mentre il popolo è fatto di subjects, cioè soggetti, sudditi assoggettati…).

 

Casa Goldfinger, 2 Willow Road, Hampstead, settembre 2004

 

Erno Goldfinger era un designer britannico nato ungherese che a Londra rappresentava l’architettura modernista. Di famiglia ebraica, al collasso dell’Impero asburgico migrò a Parigi, dove incontrò Mies van der Rohe and Le Corbusier, poi si spostò a inizio anni Trenta a Londra.

 

Prima della guerra cominciò a costruire questa case squadratissime – come la sua. Dopo la guerra fece la sede del Partito Comunista Britannico. Disegnò poi cinema e complessi residenziali, scuole elementarie e secondarie – alcune sono state demolite, altre, addirittura, sono state ricostruite per ordine del giudice come condanna al palazzinaro che le aveva tirate giù.

 

I missili V2 della Germania nazista avevano distrutto una quantità cospicua di Londra, per cui il governo del dopoguerra decise che la progettazione di grattacieli avrebbe risolto i problemi abitativi che affliggevano la capitale. È qui che Goldfinger trovò sfogo, costruendo almeno tre Tower-block, tra cui la Torre Trellick.

 

Non tutti amavano l’estetica brutalista che Goldfinger impartiva ai londinesi. Uno dei detrattori era Ian Fleming, l’enigmatico scrittore che si inventò James Bond. Già allora prendevo sul serio quanto scriveva Fleming: l’idea di un mondo dove Stati-nazione combattono singoli uomini ultrapotenti oggi – con Bill Gates, Klaus Schwab o George Soros («l’unico uomo al mondo con una sua politica estera») – non sembra tanto fiction; così come bisogna sapere che la cifra 007 ha un valore storico ed esoterico immenso, perché richiama il negromante John Dee, l’uomo a cui Elisabetta I assegnò la creazione del servizio segreto di Albione uscita dall’Europa con lo scisma (la vera Brexit) e quindi il progetto del grande impero britannico che avrebbe sconvolto il globo tutto.

 

Quindi, Fleming era visionario e informatissimo, partecipe probabilmente di segreti a noi proibiti, ma al contempo poteva essere assai vendicativo ed insolente.

 

Il Fleming un giorno andò a giuocare a golf col cugino. I due si misero a disquisire della distruzione di alcuni cottage ad Hampstead servita a costruire la casa di Goldfinger in 2 Willow Road. Vi era stata una certa opposizione alla cosa, e Fleming ne aveva fatto parte. Così decise che il cattivo della prossima sua storia di James Bond dovesse chiamarsi Auric Goldfinger. Il romanzo uscì nel 1959.

 

Goldfinger non aveva un carattere facile. Si dice fosse severo perfino con i suoi stessi clienti. Viene definito come iracondo e humorless, privo di spirito. Ovvio quindi che si incazzò parecchio, e andò dagli avvocati.

 

Fleming diede la risposta più stronza possibile: disse che avrebbe quindi cambiato il nome del cattivone, da Goldfinger si sarebbe passati a Goldprick, dove prick significa il fallo maschile ma anche soprattutto l’appellativo di «coglione» che si dà a certe persone. Il Goldfinger mollò la presa e si rimangiò l’intenzione di querelare. L’editore di Fleming volle quindi omaggiare l’architetto con i danari spesi per gli avvocati e bene sei copie gratuite del libro.

 

(Tra parentesi: Goldfinger fu poi la pellicola migliore della serie, quello al termine della cui visione si dice Fellini abbia esclamato: «questo sì che è un film». Confesso che il rapporto tra il villain Auric Goldfinger e la Repubblica Popolare Cinese per far collassare l’economia mondiale risuona ancora oggi dentro di me quando penso allo strano, ben solido legame tra Bill Gates e Pechino. Infine, impossibile trovare una Bond Girl con un nome più consono di Pussy Galore, che qui non traduciamo)

 

Ora, il New York Times scrive che vorrebbero costruire un altro alto palazzo di fianco alla torre. Abitanti della stessa ed appassionati come me si sono imbufaliti: non, non è possibile. Non portateci via anche questo.

 

Il progetto di Goldfinger includeva un asilo nido, un negozio all’angolo, un pub, una clinica medica e persino una casa di riposo. Un ecosistema umano completo, che, penso ora, forse ha dato ispirazione a James Ballard per scrivere il suo romanzo Il condominio.

 

Pezzo per pezzo, potrebbe venire via tutto. L’altra Torre Goldfinger della città, la Balfron Tower nell’East London, è stata svuotata ai tempi della Thatcher e venduta a privati con la falsa promessa che i residenti sarebbero fatti tornare. Cosa che ovviamente non è accaduta.

 

Il New York Times mostra una residente bellissima e giovanissima, tipo 22 anni, che non solo ci vive dentro, ma ha la Torre tatuata sul polpaccio e pure un anello che la riproduce. Siamo a livelli di passione ben superiore ai miei, riconosco. Tuttavia, quello che voglio dire qui è che la Torre non è solo la Torre.

 

La Torre è un pezzo di noi, un ricordo. O ancora di più, è il simbolo di qualcosa di magari inopportuno ed imperfetto, ma che entra nello scenario interiore tuo e di altre persone come te – la tua generazione, e oltre la tua generazione.

 

Il mondo moderno, lo abbiamo capito, vuole rendere tutto resettabile, riformattabile. Può cancellare a piacimento account, idee, persone. Può spersonalizzare milioni di persone, può disintegrare intere porzioni della popolazione. E quindi, certo, può far sparire un ammasso di pietra di 31 piani che svetta nel cielo con la sua forma binaria ed unica.

 

Da un giorno all’altro, puf. Sì, può farlo – perché una società che non ha difeso i propri corpi dinanzi all’imposizione della siringa mRNA, come può davvero battersi per un palazzo, pure ritenuto brutto?

 

Per questo guardo le foto della Torre Goldfinger e capisco che per me è diventata qualcosa di più di un ricordo generazionale, di una memoria di quando stavo a Londra (amandola come la amo tutt’ora: strano detto da me, giusto?).

 

La Torre è l’emblema del vecchio mondo che ci hanno rapinato, e che ora ci dicono che non tornerà mai più: un mondo che chiedeva poche cose, in fondo, un pizzico di prosperità, un pizzico di gioia, un pizzico di gioventù che deve rimanerti attaccata al cuore per sempre, e che invece oggi ti lavano via con la miocardite.

 

In onore della Torre Goldfinger quindi pubblico in copertina per la prima volta perfino un selfie, anzi un protoselfie, fatto quando ancora i telefonini erano telefoni portatili ed esistevano le macchinette fotografiche, un’immagine di quasi 20 anni fa con cui voglio certificare per sempre il mio rispetto al colosso di Kensal Green.

 

Protoselfie dell’autore con la Torre Goldfinger, 2004 (quando vi erano ancora le macchine fotografiche)

 

Questo sono io, questa è la Torre nel 2004.

 

Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani dai nostri ricordi. Giù le mani dal nostro mondo. Giù le mani dalle nostre vite.

 

Voi, schifosi Goldpricks.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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