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I network pedofili si connettono su Instagram. Voi invece magari siete bannati

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I pedofili si connettono piuttosto liberamente su uno dei principali social network. È la conclusione sconvolgente di un lungo articolo che sta facendo tremare la rete.

 

Una corposa inchiesta del Wall Street Journal e dello Stanford Internet Observatory assieme alla University of Massachusetts Amherst rivela che Instagram – società di proprietà di Meta, cioè Facebook – ospiterebbe una rete organizzata e massiccia di pedofili.

 

L’articolo sostiene che sono gli stessi algoritmi di Instagram che promuoverebbero contenuti pedofili ad altri pedofili, mentre i pedofili stessi userebbero emoji codificati, come l’immagine di una mappa o una fetta di pizza al formaggio – la famosa «cheese pizza» (le iniziali dell’espressione inglese per «pedopornografia») di cui si era sentito parlare all’altezza dello scandalo del 2016 chiamato Pizzagate, poi dichiarato in lungo e in largo una bufala, una «fake news».

 

«Instagram collega i pedofili e li guida ai venditori di contenuti tramite sistemi di raccomandazione che eccellono nel collegare coloro che condividono interessi di nicchia, hanno scoperto il Journal e i ricercatori accademici» scrive l’articolo.

 

«I ricercatori hanno scoperto che gli account pedofili su Instagram mescolano sfacciataggine con sforzi superficiali per velare la loro attività. Alcuni emoji funzionano come una sorta di codice, come l’immagine di una mappa – abbreviazione di “minor-attracted person” [persona attratta dai minori, ndr] – o quella di “cheese pizza”, che condivide le sue iniziali con “pornografia infantile”, secondo Levine di UMass. Molti si dichiarano “amanti delle piccole cose della vita”».

 

Secondo i ricercatori, Instagram avrebbe addirittura consentito ai pedofili di cercare contenuti con hashtag espliciti come #pedowhore e #preteensex, che sono stati poi utilizzati per collegarli ad account che pubblicizzano materiale pedopornografico in vendita da utenti con nomi come «little slut for you» («piccola troia per te»).

 

«In molti casi, Instagram ha permesso agli utenti di cercare termini che i suoi stessi algoritmi sanno possono essere associati a materiale illegale. In tali casi, una schermata pop-up per gli utenti ha avvertito che “Questi risultati possono contenere immagini di abusi sessuali su minori” e ha osservato che la produzione e il consumo di tale materiale causano “danni estremi” ai bambini. Lo schermo offriva due opzioni per gli utenti: “Ottieni risorse” e “Vedi comunque i risultati”. In risposta alle domande del Journal, Instagram ha rimosso l’opzione per gli utenti di visualizzare i risultati di ricerca per termini che potrebbero produrre immagini illegali. La società ha rifiutato di dire perché aveva offerto l’opzione».

 

Secondo il pezzo, i venditori di pornografia infantile spesso trasmettono in modo lievemente criptato l’età presunta del bambino, dicendo che sono «al capitolo 14» o «31 anni» con però un’emoji di una freccia inversa.

 

Meta, la società che possiede Instagram e anche Facebook, afferma di aver rimosso 27 reti di pedofili negli ultimi due anni e afferma di pianificare ulteriori rimozioni.

 

I ricercatori avrebbero creato account fittizi all’interno dei network dei pedofili, per essere immediatamente inondati di consigli (del tipo «suggeriti per te») con contenuti di sesso infantile, nonché account che si collegavano a siti di scambio fuori piattaforma.

 

«I creatori e gli acquirenti di contenuti sessuali per minorenni sono solo un angolo di un ecosistema più ampio dedicato ai contenuti di bambini sessualizzati» scrive l’articolo del WSJ. «Altri account nella comunità pedofila su Instagram aggregano meme pro-pedofilia o discutono del loro accesso ai bambini. Gli attuali ed ex dipendenti di Meta che hanno lavorato alle iniziative per la sicurezza dei bambini di Instagram stimano che il numero di account esistenti principalmente per seguire tali contenuti sia nell’ordine delle centinaia di migliaia, se non milioni».

 

«Instagram è una rampa verso luoghi su Internet dove ci sono abusi sessuali su minori più espliciti», secondo Brian Levine, direttore dell’UMass Rescue Lab. Levine ha scritto un rapporto del 2022 per il National Institute of Justice del DOJ sullo sfruttamento dei minori su Internet.

 

L’articolo del WSJ quindi cita National Center for Missing & Exploited Children («Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati»): «Meta rappresenterebbe l’85% delle segnalazioni di pornografia infantile presentate al centro, inclusi circa 5 milioni da Instagram».

 

«Meta ha faticato più di altre piattaforme sia a causa della debole applicazione che delle caratteristiche di progettazione che promuovono la scoperta di contenuti legali e illeciti» avrebbe detto lo Stanford Internet Observatory.

 

Il Journal prosegue raccontando la storia agghiacciante di una madre attivista contro lo sfruttamento minorile in rete.

 

«Sarah Adams, una madre canadese di due figli, ha costruito un pubblico su Instagram discutendo dello sfruttamento dei minori e dei pericoli dell’eccessiva condivisione sui social media. Data la sua attenzione, i seguaci di Adams a volte le inviano cose inquietanti che hanno incontrato sulla piattaforma. A febbraio, ha detto, uno le ha inviato un messaggio con un account marchiato con il termine “incest toddlers” (“bambini piccoli incesti”, ndr)».

 

«Adams ha affermato di aver effettuato l’accesso all’account, una raccolta di meme a favore dell’incesto con oltre 10.000 follower, solo per i pochi secondi necessari per segnalare a Instagram, quindi ha cercato di dimenticarsene. Tuttavia nel corso dei giorni successivi, iniziò a sentire i genitori inorriditi. Quando hanno guardato il profilo Instagram di Adams, ha detto che erano stati consigliati come “incest toddlers” a seguito del contatto di Adams con quell’account. Un portavoce di Meta ha affermato che i “incest toddlers” hanno violato le sue regole e che Instagram ha commesso un errore nell’applicazione».

 

«Il team di Stanford ha trovato 128 account che offrivano di vendere materiale pedopornografico su Twitter, meno di un terzo del numero che hanno trovato su Instagram, che ha una base di utenti complessiva molto più ampia di Twitter» continua il WSJ. «Twitter non ha consigliato tali account nella stessa misura di Instagram e li ha eliminati molto più rapidamente, ha scoperto il team». Come emerso di recente, il nuovo proprietario di Twitter Elon Musk si è preso l’impegno personale di cancellare dalla sua piattaforma la pedofilia e la sua propaganda.

 

Mark Zuckerberg, vertice di Meta e quindi di Instagram, in questi giorni tuttavia ha deciso di andare sui giornali per altro – e non sappiamo se sia una strategia.

 

Se mesi fa aveva approfittato di un’ospitata del popolarissimo podcast di Joe Rogan per sganciare la dichiarazione bomba per cui l’FBI poco prima delle elezioni del 2020 li aveva avvisati di una campagna di disinformazione riguardante il laptop di Hunter Biden (rivelatosi poi verissimo), in settimana ha scelto per fare altrettanto il podcast di Lex Fridman, giovane professore di Intelligenza Artificiale rifugiato in USA con la sua famiglia russo-ebraica, nonché figura che in quanto a emotività e apparenza robotica può davvero rivaleggiare con lo Zuckerberg (sul fatto che il padrone di Meta sia in realtà un androide ci sono pletore di meme in rete).

 

Così Zuckerberg ha rivelato che sì, durante la pandemia Facebook ha censurato anche notizie vere, incolpando «l’establishment» che lo avrebbe incoraggiato a cancellare tante cose… «hanno chiesto di censurare un sacco di cose che, in retrospettiva, sono risultate più discutibili o vere».

 

 

Non è chiaro come questa intervista, destinata a fare rumore come l’ammissione riguardo l’FBI e il laptop, possa essere temporizzata con l’atroce scoop del Journal. L’articolo è uscito il 7 giugno, l’intervista con l’insopportabile Fridman il 9. Dall’articolo del WSJ è possibile comprendere che Meta avesse contezza che si stesse lavorando ad un exposé sul tema.

 

Ad ogni modo, il chiasso generato da questa sua ultima uscita – in cui si discolpa, perché sono stati gli altri a fargli fare quelle cose – non ha coperto del tutto la questione della pedofilia su Instagram.

 

Si è svegliato il Commissario Europeo per il mercato interno e i servizi Thierry Breton, che ha chiesto risposte da Zuckerberg per il contenuto dell’articolo del Wall Street Journal.

 

«Il codice volontario di #Meta sulla protezione dei minori sembra non funzionare. Mark Zuckerberg deve ora spiegare e agire immediatamente» ha scritto il Breton su Twitter.

 

«Mark Zuckerberg deve ora spiegare e agire immediatamente».

 

«Discuterò con lui al quartier generale di Meta a Menlo Park il 23 giugno. Dopo il 25 agosto, sotto il DSA Meta deve dimostrarci le misure o affrontare pesanti sanzioni». Il DSA sta per il Digital Service Act, un regolamento dell’Unione Europea pubblicato ad ottobre del 2022 che costituisce la direttiva comunitaria sul commercio elettronico in relazione ai contenuti illegali, alla pubblicità trasparente e alla disinformazione.

 

L’Unione Europea contro Instagram per la presenza di pedofili, quindi. Immaginiamo quante cose passino ora per la mente del lettore, ma non abbiamo voglia di aggiungere altro.

 

In realtà, è facile farsi prendere da un grande senso di scoramento. Perché, mentre i pedofili scorrazzano liberi sui social a scambiarsi immagini di incesti e di bambini piccoli, ben serviti dall’algoritmo, quantità di persone che combattono cause giuste ne vengono espulsi senza pietà, andando a cagionare – nel momento in cui l’opinione pubblica, il mercato delle idee, le proprie relazioni interpersonali esistono quasi solo su quelle uniche piattaforme – un danno immane, irreparabile.

 

È successo a Robert Kennedy jr, pure da candidato presidenziale, bannato da Instagram. È successo su Facebook, come sapete, a Renovatio 21. È successo a tantissimi lettori: che lo sappiano o no, l’algoritmo della piattaforma ha manipolato i loro feed, e magari reso invisibili agli altri i contenuti che caricavano (un articolo di giornale, una vignetta, una foto, un video) – oppure li ha censurati punto e basta, magari pure disintegrando tutti gli account, come è successo a noi.

 

È successo a chiunque abbia espresso una certa idea, in pandemia o fuori – che poi, come pure ora ammesso strategicamente dal ragazzino miliardario a capo di tutto, si è rivelata vera.

 

In pratica, voi, per aver detto la verità siete stati puniti. Siete stati bannati, banditi.

 

I pedofili no: possono continuare, supportati perfino dall’informatica.

 

Sì, pensate bene: è il mondo rovesciato. Dove chi difende i bambini viene rinchiuso, mentre chi li usa nei modi più osceni viene lasciato libero.

 

Cosa vi aspettate? L’alta moda lascia indizi orrendi, in questo senso. Organismi ONU cercano di depenalizzare il sesso con i minori. L’OMS spinge la «masturbazione della prima infanzia». Professori parlano della «destigmatizzazione» della pedofilia, anzi qualcuno dice che è un «errore» pensare che sia sbagliata. Le serie in streaming mostrano bambine ultrasessualizzate. Idee allucinanti riecheggiano in discorsi di ministri di Paesi europei. Ai giornalisti australiani viene detto che non possono più dire la parola «pedofilia». Programmi di Intelligenza Artificiale vengono usati per spogliare foto di minorenni. In TV gli adulti, anche transessuali, si spogliano davanti ai bambini. Le bambole ora gemono in modo osceno. Bambini robot si approntano per soddisfare «eticamente» gli orchi. Opere indicibili vengono difese dal presidente della Repubblica di Francia. Trafficanti pedofili venivano accolti alla Casa Bianca e nei possedimenti della Regina inglese. Si celebra Don Milani, nonostante quelle storie terribili.

 

È il mondo invertito.

 

È il Regno Sociale di Satana.

 

 

 

 

 

 

 

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Trump diventa castano. Internet scatenata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato una nuova acconciatura decisamente più scura, generando sconcerto tra gli utenti dei social e scatenando una valanga di battute e meme.

 

Le foto di Trump che scende dall’Air Force One a Morristown, nel New Jersey, venerdì, diretto al suo golf club nella vicina Bedminster, ritraggono la caratteristica chioma biondo dorato trasformata in una tonalità quasi castana.

 

Internet è ovviamente impazzita, realizzando che Donald Trump, il biondo per eccellenza (pure a ottanta anni!) ora era diventato «moro».

 

Sono seguiti commenti satirici e, ovviamente, meme – oggi più che mai arricchiti dall’uso dell’AI che genera filmati fotorealistici, come quello in cui l’assistente Natalie Harp, detta la «stampante umana», lo tinge nello studio ovale.

 

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La frenesia online è esplosa pochi giorni dopo che Trump aveva ribadito di non indossare una parrucca. Parlando mercoledì a una cena nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, ha richiamato un comizio elettorale del 2024 in Ohio, particolarmente ventoso.

 

«Per anni ho dovuto sopportare la gente che diceva: “Indossa una parrucca”. Io non indosso una parrucca», ha detto Trump. «Quella sera hanno scoperto che non indossavo una parrucca, perché se l’avessi indossata, non sarebbe rimasta in testa a lungo».

 

Un video di Trump che sale a bordo dell’Air Force One nel 2018 è tornato virale dopo che una folata di vento gli ha sollevato i capelli accuratamente acconciati, scoprendo una chiazza calva sulla nuca.

 

«Faccio di tutto per nascondere quella calvizie, gente. Ci lavoro sodo», ha scherzato Trump alla Conservative Political Action Conference più tardi quello stesso mese. «Resistiamo, gente, insieme resistiamo.»

 

Diverse testate statunitensi hanno chiesto un commento alla Casa Bianca. Sabato il presidente sembrava nascondere la nuova acconciatura sotto un berretto rosso mentre giocava a golf.

 

Varie volte in televisione Trump, già famosissimo come immobiliarista e poi come conduttore del programma The Apprentice, aveva dato prova della veracità della chioma bionda facendosela toccare dai presentatori.

 

 

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La Sony dice che gli utenti PlayStation non hanno mai posseduto i giochi digitali che hanno acquistato

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Sony chiede l’archiviazione di una class action sulla proprietà reale dei videogiochi acquistati dagli utenti, puntando sull’arbitrato individuale e sulla sospensione del giudizio oppure sull’archiviazione definitiva del caso. Lo riporta Reclaim The Net.   La causa è stata promossa a giugno da quattro querelanti dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California e riguarda quella che i ricorrenti definiscono una pratica ingannevole di Sony: la vendita di giochi digitali con un linguaggio che evoca la proprietà, mentre i termini di servizio del gruppo precisano che gli acquirenti ottengono soltanto una licenza limitata.   I querelanti, quattro giocatori californiani, accusano Sony di violare la sezione 17500.6 del Codice delle Attività Commerciali e Professionali della California, che vieta di pubblicizzare beni digitali con espressioni come «compra», «acquista» o analoghe, salvo che il venditore ottenga la «conferma esplicita» del cliente che non sta acquistando il prodotto ma una licenza, oppure fornisca una dichiarazione «chiara ed evidente» prima della transazione, specificando che il prodotto è concesso in licenza e non venduto.

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La mozione depositata da Sony il 21 agosto chiede al giudice di accogliere tali richieste e richiama i termini di servizio che, secondo l’azienda, i querelanti avrebbero accettato, compresa una clausola vincolante di arbitrato individuale e di rinuncia all’azione collettiva.   Secondo Sony, Andrew Garcia, Edward Heycock, Jason Mendoza e John Salinas hanno riconosciuto che un avviso di licenza compariva sopra il pulsante «Conferma acquisto» sul PlayStation Store, il sistema informatico di distribuzione dei giochi Sony. L’avviso recitava che «l’acquisto di questo prodotto digitale equivale a una licenza soggetta al Contratto di licenza del prodotto software».   Sony ha inoltre evidenziato che i termini e le condizioni di PlayStation e il contratto di licenza erano disponibili come collegamenti ipertestuali blu su sfondo nero.   In base ai termini del gruppo, quando un prodotto viene ordinato o acquistato dal negozio l’acquirente ottiene «una licenza personale per utilizzare tale prodotto per uso privato e non commerciale». La licenza non è trasferibile, salvo diversa previsione della legge locale, e «ciò significa che è possibile utilizzare un prodotto nei modi descritti nella licenza, ma non se ne diventa proprietari», si legge nel documento depositato da Sony.   Un’altra sezione dei termini precisa che parole come «possedere», «proprietà», «acquisto», «vendita» e «comprare» non implicano alcun trasferimento di titolarità. Il contratto di licenza del software afferma che il software è «concesso in licenza, non venduto».   Sony sostiene inoltre che nell’«era digitale» non è credibile che consumatori ragionevoli ritenessero di acquistare la proprietà di un gioco digitale anziché una licenza. Lo illustra osservando che i due querelanti che hanno comprato il videogiuoco Resident Evil Requiem non avrebbero potuto farlo se il primo acquirente fosse divenuto proprietario esclusivo del titolo. I consumatori ragionevoli sanno che molte persone giocano allo stesso gioco contemporaneamente e quindi non possono esserne tutti i proprietari esclusivi.   La società aggiunge che tutti e quattro i querelanti hanno accettato l’ultima versione dei termini nell’aprile 2024, che contiene la clausola arbitrale e la rinuncia all’azione collettiva, e che non hanno esercitato il diritto di recesso entro i 30 giorni previsti per farlo per iscritto.   La richiesta di Sony sarà esaminata il 1° ottobre. La controversia è emersa dopo che PlayStation aveva già revocato l’accesso a film e serie TV a pagamento nel 2022 e annunciato un’ulteriore rimozione dei contenuti Discovery nel 2023. Nel 2026 Sony avrebbe dovuto togliere 551 film di StudioCanal dalle librerie dei clienti.   Ad aprile Sony ha inoltre introdotto un controllo della licenza per i giochi digitali appena acquistati per PlayStation 4 e PlayStation 5. «Dopo l’acquisto è richiesto un controllo online una tantum per confermare la licenza del gioco, dopodiché non saranno necessari ulteriori controlli», ha dichiarato un rappresentante di PlayStation a Game File.

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Una decisione distinta di Sony è destinata a incidere sull’autenticazione dei dischi PlayStation nel gennaio 2028. Nel frattempo, nel documento depositato in tribunale ad agosto, il negozio online invita il cliente a «Confermare l’acquisto», mentre i termini che Sony intende far valere affermano che il cliente non è proprietario del prodotto.   La querelle giudiziaria in cui è incorsa Sony illustra bene un caposaldo dell’era dell’economia elettronica: nessuno è davvero padrone di ciò che compra, ma di una sua licenza, che quindi può essere revocata dal venditore.   Quando acquisti un software o un videogioco – si badi, sia in formato digitale che fisico – nella stragrande maggioranza dei casi non ne diventi proprietario, ma acquisti una licenza d’uso, cioè il diritto di utilizzarlo secondo termini stabiliti dal produttore/editore. Il titolare dei diritti (sviluppatore o editore) resta proprietario del software. L’utente riceve una licenza, spesso «non esclusiva, non trasferibile, revocabile», per usare il prodotto per uso personale.   Se acquisti un gioco digitale (es. su piattaforme come Steam, PlayStation Store, Epic, etc.), stai comprando l’accesso, cioè una licenza legata al tuo account, non un «bene» che possiedi in senso pieno. L’editore può, in teoria, revocare l’accesso o chiudere i server, rendendo il gioco inutilizzabile, come è successo con alcuni titoli online-only.   La rivendita è un tema controverso: in Europa, la sentenza della Corte di Giustizia UE UsedSoft contro Oracle (2012) ha stabilito che, per il software (non specificamente i videogiochi), se hai acquistato una licenza a tempo indeterminato con pagamento univoco, hai il diritto di rivenderla, esaurendo il diritto di distribuzione del titolare. Tuttaviaquesto principio è stato applicato in modo molto più limitato ai videogiochi, specie se distribuiti tramite piattaforme con account personali (vedi caso UFC in Germania, o le policy di Steam, che vietano la rivendita degli account).   Per le copie fisiche (es. un DVD/cartuccia), il «supporto» fisico è tuo, ma il contenuto software resta sotto licenza: puoi rivendere il disco (principio di esaurimento del diritto sulla copia fisica), ma non hai diritti sul codice sorgente o sulla proprietà intellettuale.   Tale cifra dell’economia elettronica, il lettore lo capisce subito, si adatta stupendamente all’idea di una società in cui la propriet privata è abolita è tutto diviene «servizio», e cioè esattamente quella sintetizzata plasticamente dal World Economic Forum di Davos nel motto «non avrai nulla e sarai felice».   Sarai felice fino a che non ti toglieranno pure i videogiochi – magari perché non ti sei vaccinato, o perché hai detto, non necessariamente online, qualcosa che non va su minoranze etniche o sessuali, Vladimir Putin, procedure mediche e farmaceutiche, e via con altri tabù che piano piano verranno inseriti nel padrone del vapore. La vera importanza di istituzioni come il WEF è questa: la convergenza tra Stato e multinazionali, per cui anche aziende private vi giudicano persino moralmente – tanti lettori hanno subito tale trasformazione con censure, visibili o invisibili, sui social, mentre anche in Italia avanza la forma più incredibile della repressione del totalitarismo democratico terminale, cioè la debancarizzazione.

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Si tratta di una riformulazione del rapporto tra Stato e cittadino, in cui non più il primo è emanato dal secondo per servirlo, ma al contrario, è il cittadino che deve sottomettersi allo Stato. Il quale Stato non è più regolato da una Carta costituzionale (che, come visto in era COVID, può venire stracciata in tranquillità in ogni Paese, dall’Italia agli USA), ma da un sistema di accessi ai cittadini gestiti dal vertice – lo Stato diviene piattaforma, il cittadino utente.   E un utente, in una piattaforma che non ha legge fissa (è lo Stato post-costituzionale, è Stato detto), non può avere diritti. E chi non ha diritti, cosa è? Uno schiavo.   Con questo in mente, sappiate che il disegno dell’euro digitale – sulla cui architettura software è stato costruito, ma guarda, il sistema del green pass –è esattamente questo: faranno a mezzo miliardo di cittadini europei. Vi potranno limitare o togliere la possibilità di fare qualsiasi cosa, dal comprare carburante all’acquistare cibo (quale tipo, quale quantità), di improvi il dove e quando, di spiare e profilare il vostro comporamento a partire da ogni vostra singola transazione. In una parola, la moneta elettronica UE esisterà per controllarvi: perché non siete più cittadini, ma schiavi.   Il nostro futuro euro digitale, che è sempre più imminente (se non è già stato di fatto varato con l’ID digitale) è un videogioco da incubo. Anzi, non è un videogioco: è la nostra vita.  

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Immagine di Mayuki Sawatari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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I fratelli Tate incriminati in Romania per reati sessuali contro minori

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Le autorità della Romania hanno formalizzato, in contumacia, l’incriminazione degli influencer Andrew e Tristan Tate, contestando loro reati che vanno dalla tratta di esseri umani ai crimini sessuali su minori, fino al riciclaggio di denaro e all’intralcio alla giustizia. Dalla metà di luglio i due fratelli si trovano detenuti in un istituto penitenziario statunitense, in attesa dell’esito della procedura di estradizione avviata dalla Gran Bretagna. Entrambi respingono con decisione ogni accusa mossa nei loro confronti.

 

Andrew Tate, ex campione mondiale di kickboxing con cittadinanza sia britannica sia statunitense, ha costruito nel tempo un ampio seguito internazionale facendo leva su temi come il successo economico e la mascolinità. I suoi contenuti pubblicati online gli hanno garantito milioni di follower, ma gli hanno anche attirato numerose critiche per le posizioni espresse nei confronti delle donne.

 

Venerdì la Direzione rumena per le indagini sulla criminalità organizzata e il terrorismo (DIICOT) ha reso noto che Andrew deve rispondere delle accuse di tratta di esseri umani, rapporti sessuali con una persona minorenne, riciclaggio di denaro e intimidazione di testimoni, mentre a Tristan viene contestato il concorso nei medesimi reati attraverso attività di favoreggiamento.

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Stando alla ricostruzione accusatoria, nel 2012 Andrew avrebbe adescato nel Regno Unito una ragazza quindicenne, illudendola circa l’avvio di una relazione sentimentale, per poi condurla in Romania. Qui la giovane sarebbe stata costretta a realizzare materiale pornografico destinato a un’attività di webcam, mentre i due fratelli ne avrebbero mantenuto il controllo ricorrendo a minacce, pressioni psicologiche e violenza fisica.

 

L’accusa sostiene inoltre che Tristan abbia amministrato proventi derivanti da questa attività per una cifra complessiva pari a circa 1,25 milioni di dollari. La DIICOT punta ora a ottenere la confisca di quattro veicoli di lusso, che sarebbero stati acquistati con tale denaro e intestati a persone vicine ai due fratelli.

 

In un procedimento distinto, i pubblici ministeri hanno inoltre accusato Andrew di aver intrattenuto rapporti sessuali con un’altra minorenne quindicenne.

 

Il fascicolo è ora nelle mani del Tribunale di Bucarest, dove la fase preliminare del procedimento dovrebbe protrarsi per un periodo di almeno due mesi.

 

Il legale rumeno dei due fratelli, Eugen Vidineac, ha reso noto che la difesa intende impugnare l’atto d’accusa. Andrew e Tristan, stabilitisi in Romania nel 2016, erano già stati arrestati nel Paese nel dicembre 2022 nell’ambito di un procedimento separato basato su accuse analoghe; in quell’occasione una corte d’appello aveva successivamente rinviato il caso alla procura dopo aver dichiarato inammissibili alcune prove. Sebbene le accuse non siano mai state formalmente ritirate, nel febbraio 2025 le restrizioni agli spostamenti dei due sono state revocate, permettendo loro di volare in Florida.

 

Nel mese di luglio, la Procura della Corona britannica ha reso pubbliche ulteriori accuse a carico dei Tate, portando a sette il numero complessivo delle presunte vittime individuate nell’ambito del procedimento britannico e a 59 quello dei capi d’imputazione, che comprendono stupro, violenza sessuale e reati connessi alla tratta di esseri umani.

 

I due fratelli sono stati in seguito arrestati a Miami a seguito della richiesta di estradizione presentata da Londra. Il loro avvocato, Joseph McBride, ha dichiarato che Andrew e Tristan opporranno una resistenza decisa alla procedura di estradizione, sostenendo che il procedimento avviato nel Regno Unito abbia una matrice politica, dal momento che i suoi assistiti si sono più volte espressi in modo critico nei confronti delle autorità britanniche e dell’establishment politico del Paese.

 

Nel caso della persecuzione dei Tate era stato persino ipotizzato che fondi dell’ente di aiuto internazionale USAID, chiuso da Trump in un blitz appena reinsediatosi alla Casa Bianca, fossero stati utilizzati per spingere la persecuzione giudiziaria romena dei due fratelli.

 

I Tate si erano mossi spesso negli ultimi mesi, andando a soggiornare a Dubai nel momento in cui la città veniva bombardate dall’Iran e facendo una capatina in Russia solo poche settimane fa. Quando i fratelli l’anno scorso arrivarono in Florida, il governatore Ron DeSantis prese subito le distanze, dichiarando pubblicamente che non erano i benvenuti nello Stato.

 

Andrew Tate, chiamato dai fan «Top G», è stato quattro volte campione mondiale di kickboxing, arte marziale competitiva molto impegnativa e non troppo retribuita, dove era conosciuto con il nome di «King Cobra». È figlio di Emory Tate, il primo grande campione di scacchi di origini afroamericane; Andrew, che era divenuto un fenomeno della scacchiera già da bambino, sostiene oggi che il padre avesse lavorato anche per la CIA.

 

Inseparabile dal fratello Tristan, Andrew ha raccontato la sua versione dei fatti in una lunga intervista con Tucker Carlson, che ha poi sentito anche Tristan Tate. Andrew, dopo anni di ateismo manifesto, si è convertito all’islam a Dubai lo scorso anno, mentre Tristan avrebbe riscoperto la religione cristiana grazie al padre della madre di sua figlia, un religioso ortodosso romeno.

 

Andrew Tate è divenuto una figura di spicco sui social media dopo essere apparso nella versione britannica del reality «Grande Fratello» nel 2016, mantenendo nei suoi post un atteggiamento sfacciato per molti irritante, vantandosi della sua grande ricchezza e incoraggiando i suoi giovani seguaci maschi a frequentare e pagare corsi in cui promette di aiutarli a superare il loro insuccesso con il denaro e le donne.

 

I critici hanno accusato Tate di diffondere misoginia e di avere una cattiva influenza sui giovani. Lui ha sempre negato con forza tali accuse.

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I suoi discorsi, che spesso colpiscono per profondità ed articolazione, hanno molti estimatori ben al di fuori della cosiddetta «manosphere», ossia la sottocultura che rivendica il ruolo dei maschi nella società.

 

Tate fu uno delle prime figure pubbliche a rifiutare la narrazione pandemica, trasferendosi, allo scoppio del COVID, in Svezia, Paese che definiva «noioso» ma dove non c’era restrizioni, come mostravano i suoi tanti video con ragazze nei locali, pubblicati mentre il resto del mondo era chiuso in casa dai lockdown.

 

Poco dopo, d’improvviso, i suoi canali social furono chiusi, mentre partirono quantità di articoli e servizi che contenevano contro di lui e il fratello accuse sessuali e criminali.

 

Alcuni ritengono che l’origine dei problemi di Tate potrebbero essere proprio in meccaniche profonde del Dipartimento di Stato USA, o forse ancora più in alto, dove l’ideologia gender de-mascolinizzante è penetrata al punto da divenire una policy precisa, come peraltro dimostrerebbe l’avversione materiale per i Paesi africani che hanno istituito leggi anti-sodomia – lo stesso portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) di Biden, l’ammiraglio John Kirby, ha di fatto definito pubblicamente i diritti LGBT come «il fondamento della politica estera americana».

Andrew ha più volte preconizzato pubblicamente il ritorno di una persecuzione giudiziaria da parte della Gran Bretagna, che considera il suo vero Paese.

 

Le istituzioni britanniche sembrano infatti davvero preoccupate di come il messaggio di Tate si stia diffondendo tra i giovani maschi delle scuole britanniche. Ciò è provato dall’interesse che lo stesso governo britannico ha dimostrato per la serie Netflix Adolescence, dove ad usare violenza non sono i maranza d’Albione ma i seguaci della «manosfera» di Tate.

 

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