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Bioetica

Dieci risposte al cattolico ultra-vax

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Il sito di informazione cattolica Corrispondenza Romana ha pubblicato «Dieci domande agli “anti-vax”» [sic].

 

L’articolo è a firma del direttore Roberto De Mattei.

 

Renovatio 21, che è stata spesso stata etichettata da giornali e istituzioni come «ultracattolica» e «no-vax» (meglio, il termine anti-vax in Italia lo abbiamo sentito pochissimo e solo su canali disinformati e disinformanti) , non ha nessun problema a rispondere.

 

 

1) Al di là del caso dei vaccini anti-COVID, è lecito a un cattolico vaccinarsi?

Certo che no. Una volta appurata la nocività di una sostanza, non è lecito in alcun modo immetterla nel corpo che «è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartiente a voi stessi» (1 Corinzi 6, 20).

 

L’uso di sostanze o di procedimenti nocivi al corpo può essere considerato solo con la proporzionalità: un uomo incastrato in una macchina può decidere di amputarsi l’arto per risparmiarsi la vita. Iniettare sostanze nocive o sconosciute nel corpo per evitare un rischio percentuale di morte che in alcune categorie è sotto l’unità non rispetta nessun principio di proporzionalità.

 

Una volta appurata la nocività di una sostanza, non è lecito in alcun modo immetterla nel corpo che «è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartiente a voi stessi» (1 Corinzi 6, 20)

Sulla nocività dei vaccini vi sono decenni di studi che un mondo drogato dai finanziamenti delle farmaceutiche fingono di non vedere: tuttavia, esistono pure delle leggi (in Italia la 210/92) che indennizzano i danni da vaccino e quindi, differentemente dall’assordante propaganda del vaccinismo più beota, ne riconoscono istituzionalmente la pericolosità.

 

 

2) Accettate l’insegnamento della Chiesa sui trapianti?

Sì, accettiamo che non si possa prelevare un organo vitale da una persona vivente, uccidendola. Ma come crediamo ricordi anche il De Mattei, gli attuali uomini di Chiesa accettano anche l’idea che la morte cerebrale sia una vera morte, avallando di fatto l’espianto a cuor battente: dobbiamo accettare anche questo?

 

Lo stesso De Mattei ci diceva di no, fino a poco tempo fa. Ha forse cambiato idea? O il «Magistero» della nuova chiesa lo prende e lo lascia secondo criteri suoi? O ammette l’idea che sia un Magistero sui generis, e quindi da sottoporre al giudizio del vero Magistero di sempre, o almeno dei principi dati dalla Chiesa nei secoli?

 

Sulla nocività dei vaccini vi sono decenni di studi che un mondo drogato dai finanziamenti delle farmaceutiche fingono di non vedere

Facciamo degli esempi.

 

Dobbiamo considerare Magistero la dichiarazione della Pontificia Accademia delle Scienze «Perché il concetto di morte cerebrale è valido come definizione della morte»?

 

Essa di fatto  contraddice le stesse premesse alla domanda posta l’estensore dell’articolo, il quale specificava che «alcuni trapianti di organi, come quello del cuore, sono moralmente illeciti, perché si basano sul falso criterio scientifico di “brain death”, e provocano direttamente la morte».

 

Lo stesso De Mattei, peraltro, contro la definizione harvardiana di morte cerebrale curò un volume, Finis Vitae, uscito nel 2007.

 

Dobbiamo considerare Magistero la dichiarazione della Pontificia Accademia delle Scienze «Perché il concetto di morte cerebrale è valido come definizione della morte»?

 O forse dobbiamo considerare Magistero della Chiesa il discorso di Giovanni Paolo II al 18° Congresso Internazionale della Società dei Trapianti (2000): «Di fronte agli odierni parametri di accertamento della morte, – sia che ci si riferisca ai segni “encefalici”, sia che si faccia ricorso ai più tradizionali segni cardio-respiratori –, la Chiesa non fa opzioni scientifiche».

 

Non sappiamo quindi davvero quale se sia questo l’insegnamento cattolico sui trapianti a cui ci si riferisce, tanto più che non esistono documenti precedenti sulla tematica, e quanto scritto sopra non appare esattamente conforme che i principi del Magistero tradizionale della Chiesa – problema che hanno moltissimi documenti vaticani, e non solo dell’era Bergoglio, come De Mattei ha spiegato fino a poco fa in tutta la sua carriera di studioso.

 

Ricordiamo, en passant, la figura del dottor Robert J. White (1926-2010), pioniere del trapianto di cervello (che eseguì con qualche successo sulle scimmie) eletto membro della Pontificia Accademia delle Scienze, considerato amico sia da Wojtyla che da Paolo VI – il trapianto di cervello degli amici papali lo consideriamo Magistero?

 

Infine, come non ricordare l’iscrizione alle liste dei donatori di organi del cardinale Joseph Ratzinger?

Ricordiamo, en passant, la figura del dottor Robert J. White , pioniere del trapianto di cervello eletto membro della Pontificia Accademia delle Scienze, considerato amico sia da Wojtyla che da Paolo VI – il trapianto di cervello degli amici papali lo consideriamo Magistero?

 

Davvero, di quale «insegnamento della Chiesa sui trapianti» si vuole parlare?

 

 

3) Accettereste un trapianto o una trasfusione remotamente coinvolti con un crimine?

No, soprattutto se il crimine fosse destinato a ripetersi a causa della nostra partecipazione alla filiera di morte da esso sottesa.

 

Come noto, ogni persona che magari disinvoltamente acquista della droga, sta in realtà tenendo in piedi un sistema che può avere alla base crimini efferati.

 

È buffo vedere come nessun commentatore della propaganda vaccinista abbia lontanamente pensato al fatto che come ingrediente nella produzione del vaccino del secolo, le linee cellulari da feto abortito saranno definitivamente  legittimate – anche grazie all’assoluzione offerta dai cattolici à la De Mattei – e non potranno che aumentare di numero, con nuovi sacrifici umani praticati per la bisogna, e più l’impunità generale per ogni altro uso di tessuti fetali consentito (clinico, industriale, etc.).

La domanda, quindi va rovesciata: è il trapianto, o la trasfusione, o il vaccino che generano il crimine – e lo perpetuano grazie alla responsabilità, niente affatto remota, dell’agente

 

La domanda, quindi va rovesciata: è il trapianto, o la trasfusione, o il vaccino che generano il crimine – e lo perpetuano grazie alla responsabilità, niente affatto remota, dell’agente.

 

 

4) Rifiutate l’uso di alimenti o farmaci prodotti o testati utilizzando cellule fetali, come l’insulina, i vaccini contro la rosolia e l’epatite, e molti altri?

Assolutamente sì! E ci mancherebbe altro. Il problema più grande è la mancanza di una lista estesa dell’uso delle linee cellulari da feto umano nei vari prodotti, così da provvedere ad un boicottaggio il più capillare possibile.

 

Il silenzio su questo tema deve ricadere come un macigno su tutta l’intellighenzia cattolica che ha narcotizzato i fedeli con il tema dell’aborto e della legge 194, mentre pezzi di bambino finivano iniettati nei nostri corpi con i vaccini o nei laboratori che preparano cosmetici, farmaci o alimenti.

 

Il problema più grande è la mancanza di una lista estesa dell’uso delle linee cellulari da feto umano nei vari prodotti, così da provvedere ad un boicottaggio il più capillare possibile

Renovatio 21 ha organizzato a Roma,  alla presenza del Cardinale Raymond Leo Burke,  una conferenza con la pioniera di questo tema, la signora Debi Vinnedge, fondatrice di Children of God For Life.

 

Una delle sue più grandi battaglie della Vinnedge fu quando scoprì che la Pepsi Cola appaltava dei test di aromatizzazione ad una società che faceva uso di linee cellulari di feto abortito

 

 Debi vinse la battaglia – certo, nemmeno la punta di un iceberg, ma riuscì a far arretrare il colosso delle bibite davanti al possibile scandalo.

 

Per quanto ci riguarda, da quando abbiamo appreso della cosa, di Pepsi e bevande di marchi appartenenti a quel gruppo non abbiamo comunque più bevuto nemmeno un sorso (nemmeno nelle pizzerie che, malauguratamente, non tengono alternative).

 

Non si tratta di un grande sforzo, assicuriamo: anzi, rilanciamo. Qualora anche ci dicessero di rinunciare alla pasta, non avremo problemi, perché il digiuno è di per sé una pratica vitale cristiana che Renovatio 21 cerca di ripristinare.

Il silenzio su questo tema deve ricadere come un macigno su tutta l’intellighenzia cattolica che ha narcotizzato i fedeli con il tema dell’aborto e della legge 194, mentre pezzi di bambino finivano iniettati nei nostri corpi con i vaccini o nei laboratori che preparano cosmetici, farmaci o alimenti

 

Infine, l’esempio riguardante i vaccini contro la rosolia e l’epatite è molto infelice: non solo per l’inutilità e la dannosità di entrambi i vaccini (il siero per l’epatite B, peraltro, fu introdotto in Italia con una tangente, con il bizzarro fine di immunizzare da una malattia sessuale anche i bambini piccoli), ma perché il rifiuto dei vaccini è praticato attivamente da tante famiglie cattoliche e non solo, visto che uno dei vaccini obbligatori dal 2017 (la legge di Beatrice  Lorenzin, personaggio a lungo tempo leccato a dovere da diversi cattolici conservatori) è il quadrivalente, il quale contiene cellule diploidi umane MRC-5.

 

Sì: contiene cellule diploidi umane.

 

Cioè quello che entra nel corpo del bambino (o dell’adulto) è un pezzo di un bambino morto, il suo DNA intero.

 

L’interazione tra il DNA delle cellule fetali e quello dell’ospite, con possibile spaventoso danno di mutazione biologica, è l’oggetto di studio della dottoressa Theresa Deisher, che Renovatio 21 ha avuto l’onore di ospitare a Convegno due anni fa. La dottoressa Deisher dimostrò in laboratorio che iniezioni di frammenti di DNA fetale umano possono indurre reazioni auto immunitarie oltre che potenziare inserzioni e mutazioni genetiche.

 

Non solo rifiutiamo vaccini prodotti e testati con cellule fetali, ma ne paghiamo anche, in prima persona, le conseguenze – e da diversi anni

Anche qui, ci tocca di rivoltare questa ulteriore domanda ingenua: non solo rifiutiamo vaccini prodotti e testati con cellule fetali, ma ne paghiamo anche, in prima persona, le conseguenze – e da diversi anni. I nostri figli, per questo, non hanno potuto accedere alle – gratuite, comodissime – scuole statali. In fondo, solo un piccolo prezzo da pagare di fronte al rischio e all’abominio che si vuole qui imporci.

 

 

5) Perché oggi rifiutate le dichiarazioni, espresse dal Magistero, tra il 2005 e il 2020, ma in quegli anni non avete espresso alcuna forma di dissenso da esse?

In realtà, Renovatio 21 esiste dal 2017 ma ancora prima della legge Lorenzin aveva iniziato a contestare, in conferenze e interventi vari, sia la risposta di Sgreccia del 2005 a Debi Vinnedge (che dobbiamo quindi considerare Magistero?) sia il documento salva-Lorenzin emesso da Monsignor Paglia nel 2017 (ai nostri incontri andava sempre forte la slide di Paglia con gli occhiali da sole e il bicchiere in mano). Ci chiediamo, a questo punto, se anche l’affresco definito «omoerotico» del Duomo di Terni commissionato da Paglia sia da considerarsi come Magistero.

 

Come espresso al punto 2), davvero ci chiediamo cosa si intende qui per Magistero, tanto più che l’accusa arriva da qualcuno che ha discusso con ragione documenti come Amoris Laetitia, Laudato sii, etc.

 

Come possiamo considerare «Magistero» nel pieno senso del termine, senza batter ciglio, un documento che proviene da delle autorità che pubblicamente professano errori gravissimi, che, ribadiamo, lo stesso De Mattei denuncia continuamente?

 

Come possiamo considerare «Magistero» nel pieno senso del termine, senza batter ciglio, un documento che proviene da delle autorità che pubblicamente professano errori gravissimi?

Forse le autorità che hanno mostrato in Amoris laetitia, o nel Sinodo amazzonico, di quale fede e morale siano portatori, sono diventate improvvisamente ortodosse ragionando sui vaccini?

 

Dobbiamo dubitare dei documenti dell’attuale Roma solo quando De Mattei non è d’accordo con essi?

 

Dobbiamo considerare De Mattei portatore di un super-magistero, che ci dice quali documenti romani siano autorevoli e quali no, o data la generale situazione possiamo considerare tutti questi nuovi documenti come provenienti da un uso distorto dell’autorità, e per ciò stesso tutti da esaminare alla luce non della coscienza individuale, ma del vero Magistero tradizionale e dei suoi principi, ben applicati ai casi nuovi?

 

Un atto è indiscutibilmente «magisteriale» solo perché tratta un argomento per forza di cose mai trattato prima, anche se contraddice tutti i principi dati dalla Chiesa nei secoli?

 

Ma, senza bisogno di teologia, una risposta efficace, per i cattolici che a differenza di noi negli anni scorsi mai avevano scoperto il problema, potrebbe essere: nessuno ha mai rifiutato quelle dichiarazioni perché nessuno  aveva informato del problema. Né Corrispondenza Romana, né la Marcia per la Vita, né il Movimento per la Vita, né Avvenire, né Famiglia Cristiana, né la serqua infinita di libri inutili che si pubblicano nello sfortunato girone dell’editoria cattolica e in quello ancora più tristo dell’editoria tradizionalista.

Nessuno ha mai rifiutato quelle dichiarazioni perché nessuno  aveva informato del problema. Né Corrispondenza Romana, né la Marcia per la Vita, né il Movimento per la Vita, né Avvenire, né Famiglia Cristiana, né la serqua infinita di libri inutili che si pubblicano nello sfortunato girone dell’editoria cattolica e in quello ancora più tristo dell’editoria tradizionalista

 

A questo punto ci viene voglia di fare anche noi una domanda.

 

Nel documento del 2005 qui citato – «Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti» – è scritto che «medici e padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini alternativi (se esistono), facendo pressioni sulle autorità politiche e sui sistemi sanitari affinché siano disponibili altri vaccini senza problemi morali. Devono ricorrere, se necessario, al ricorso all’obiezione di coscienza per quanto riguarda l’utilizzo di vaccini prodotti mediante linee cellulari di origine fetale umana abortita».

 

«Allo stesso modo, dovrebbero opporsi con tutti i mezzi (per iscritto, attraverso le varie associazioni, mass media, ecc.) Ai vaccini che non hanno ancora alternative moralmente accettabili, facendo pressione affinché vengano preparati vaccini alternativi, che non siano collegati all’aborto di un feto umano e richiedendo un rigoroso controllo legale dei produttori dell’industria farmaceutica»

 

Quindi, se il De Mattei è così ligio anche a questo documento pontificio sui vaccini, chiediamo, cosa sta facendo in questo senso?

 

La sua sfacciata campagna di legittimazione pro-vaccini, senza se e senza ma, come si concilia con questo pesante obbligo che gli stessi documenti da lui citati gli impongono?

 

Non bastava un articolo sulla liceità dell’uso dei vaccini, per poi insistere nella lotta alla produzione da linee fetali? Come mai invece tutta questa insistenza? Quale il motivo di questo zelo?

 

 

6) Ritenete che il male sia nella vaccinazione in sé, o nella «cospirazione» di cui la vaccinazione è espressione?

Non capiamo bene dove si voglia andare a parare, ma rispondiamo volentierissimo: la vaccinazione, e la «cospirazione», sono a nostro avviso da diversi secoli parti del medesimo disegno.

La vaccinazione, e la «cospirazione», sono a nostro avviso da diversi secoli parti del medesimo disegno

 

Che il vaccino, questa strana invenzione dello spietato dottore massone Edward Jenner,  sia un «battesimo laico» (disse Samuel Butler) è un refrain massonico non solo degli ultimi anni pre-pandemici. 

 

Il vaccino era una fissa dei medici italiani del Risorgimento, era un imperativo dei progressisti in Brasile, era un diktat del potere imperiale Britannico che per tutto l’Ottocento e oltre per infliggerlo subì rivolte popolari multiple.

 

Il vaccino, in breve, è davvero un marchio – il marchio di qualcosa che sicuramente cristiano non è.

 

Ora, a noi è chiarissimo che il vaccino, in realtà, è solo una fase passeggera all’interno di un disegno che procederà molto oltre

Se ci aggiungiamo che in questo marchio vi possono essere cellule provenienti dal crimine più ripugnante, o anche solo cellule di scimmia (o di cane, lombrico, cancro di mucca, etc.) capiamo che il disegno è beffardo assai, come conviene ad un Nemico a cui il dominio fisico non basta. Come se gli servisse anche lo sfrego simbolico, narrativo, e al contempo materiale dell’Imago Dei.

 

Ora, a noi è chiarissimo che il vaccino, in realtà, è solo una fase passeggera all’interno di un disegno (va bene anche dire «cospirazione», non ci importa niente) che procederà molto oltre.

 

Persa la sovranità politica (con la guerra), persa la sovranità economica (con la moenta unica), persa la sovranità industriale (con la globalizzazione), persa la sovranità famigliare (con il divorzio e la perversione della scuola) rimaneva da espugnare la sovranità biologica.

 

Era chiaro per noi, già prima del 2017 con l’obbligo vaccinale che dall’Italia doveva spargersi in tutto il mondo, che sarebbero venuti a prendere anche quella – sarebbero entrati nel nostro corpo.

 

Persa la sovranità politica (con la guerra), persa la sovranità economica (con la moenta unica), persa la sovranità industriale (con la globalizzazione), persa la sovranità famigliare (con il divorzio e la perversione della scuola) rimaneva da espugnare la sovranità biologica

E come sarebbero entrati in noi, se non con una siringa e la scusa di un’emergenza sanitaria?

 

Ma, ribadiamo, non è al vaccino che si fermeranno. Il vaccino COVID, in fondo, non è che un sondaggio: come i vampiri, bussano per entrare, perché possono solo su invito. Hanno bisogno del consenso, perché il programma è impegnativo.

 

Dopo il vaccino, ci sarà il microchip, sull’inevitabilità del quale oramai ridono solo gli stolti.

 

Neanche quello sarà la fine: la trasmutazione genetica dell’essere umano è a portata di mano. «Sarà come vaccinarli» diceva un genetista riguardo all’idea di mettere al mondo, in un futuro assai prossimo, solo bambini geneticamente modificati, magari dotati di genti anti-COVID così come le gemelline cinesi con l’immunità riprogenetica all’HIV.

 

Rimbalziamo anche questa domanda: come si può pensare che il vaccino non sia una cospirazione?

 

Era chiaro per noi, già prima del 2017 con l’obbligo vaccinale che dall’Italia doveva spargersi in tutto il mondo, che sarebbero venuti a prendere anche quella – sarebbero entrati nel nostro corpo. E come sarebbero entrati in noi, se non con una siringa e la scusa di un’emergenza sanitaria?

Come si può non vedere in quale direzione sta volgendo la storia? 

 

 

7) Condividete le teorie cospirazioniste secondo cui sarebbe cattivo non solo il mezzo, ma il fine stesso della vaccinazione, che sarebbe lo sterminio dell’umanità?

Crediamo che si possa discuterne, certo. Che le élite che spingano per i vaccini siano le stesse che non fanno mistero dei loro interessi malthusiani penso che non bisogni più  spiegarlo. 

 

Non si tratta di una «teoria», ma di una pratica dimostrata: nel 2014 I vescovi kenioti accusarono OMS e UNICEF di aver sterilizzato 2 milioni e 300 mila donne a loro insaputa per tramite di un massiccio programma di vaccinazione antitetano. La notizia fu riportata anche da Corrispondenza Romana, che forse ora non ricorda.

 

Poche ore fa l’ex vicepresidente di Pfizer per l’area allergica e respiratoria, il dottor Michael Yeadon, ha dichiarato in una intervista a Lifesitenews che abbiamo qui probabilmente proprio a che fare più con una «cospirazione» che non con un «opportunismo convergente».

 

Parlando della vaccinazione di massa eseguita con «sequenze genetiche non necessarie iniettate nelle braccia di potenzialmente miliardi di persone senza ragione» il dottor Yeadon ha detto:

 

Dopo il vaccino, ci sarà il microchip, sull’inevitabilità del quale oramai ridono solo gli stolti. Neanche quello sarà la fine: la trasmutazione genetica dell’essere umano è a portata di mano

«Sono molto preoccupato… quel percorso verrà utilizzato per lo spopolamento di massa, perché non riesco a pensare a nessuna spiegazione benigna».

 

Avere un complottista targato Pfizer, dobbiamo ammetterlo, dà una certa soddisfazione.

 

Ci colpisce tuttavia l’espressione «teorie cospirazioniste» usata nella sua domanda da De Mattei. Ricordiamo che l’espressione denigratoria «teoria del complotto» fu coniata dalla CIA per discreditare chiunque dubitasse della versione ufficiale riguardo l’assassinio, ma guarda un po’, di un Kennedy (v. sotto).

 

 

8) Condividete le teorie di origine ecologista e new age di Robert F. Kennedy? Nel caso contrario non sarebbe importante prendere pubblicamente le distanze da lui e dal suo movimento anti-vax?

Questa domanda è piuttosto capziosa e contiene anche della disinformazione (lasciamo la parola fake news ad altri). Robert Kennedy jr. in nessun modo è ascrivibile a correnti New Age – davvero, non sappiamo dove si sia andati a trovare una simile idea, e perché, se non per l’ansia di sminuirlo ad ogni costo.

 

Riguardo al suo ecologismo, non si tratta in nulla dell’ecofascismo à la Greta Thunberg, e vi sono anzi degli aspetti delle questioni ecologiche mandate avanti dall’organizzazione di Kennedy – Children Health Defense – che andrebbero ripresi e approfonditi da chi si definisce pro-life: ad esempio, la questione, recentemente tornata alla ribalta, delle sostanze che interferiscono con il sistema endocrino degli esseri umani privando gli uomini della maschilità e della fertilità – perché nessun sedicente movimento pro-vita ne parla? (la risposta noi la conosciamo, ma non la daremo in questa puntata).

 

In Robert F. Kennedy jr. scorre davvero un sangue nobile – il sangue di qualcuno disposto al sacrificio per proteggere il suo popolo e la sua realtà

Ciò detto, questa guilt by association ci sembra davvero puerile: non abbiamo bisogno di distanziarci da Kennedy e da CHD (di cui Renovatio 21 è autorizzata a tradurre gli articoli) qualsiasi siano le loro origini e le loro idee presenti: non siamo in cerca di sposi, ma di alleati in una guerra mostruosa. 

 

E Kennedy ha dimostrato di volerla combattere tutta, questa guerra.

 

La lucidità con cui, partendo da ben altri edifici intellettuali rispetto ai nostri, ha intuito il biototalitarismo in corso, è davvero notevole – e vi è un articolo da noi tradotto che consigliamo di leggere a tutti, «Il Brave New World di Bill Gates e Big Telecom»

 

Tuttavia, a differenza di tanti altri, la guerra lui non la porta avanti solo con articoletti e libercoli, ma con potenti cause giudiziarie che possono trascinano in tribunale i vertici dell’oligarcato del Nuovo Ordine (per esempio, di recente, Mark Zuckerberg).

 

Kennedy ha dimostrato di volerla combattere tutta, questa guerra. La lucidità con cui, partendo da ben altri edifici intellettuali rispetto ai nostri, ha intuito il biototalitarismo in corso, è davvero notevole

È stato rivelato, per esempio, come Bill Gates lo tema, e abbia rifiutato quando il presidente USA Trump gli aveva detto che voleva farglielo incontrare.

 

Potrebbe bastare questo per capire che in Kennedy scorre davvero un sangue nobile – il sangue di qualcuno disposto al sacrificio per proteggere il suo popolo e la sua realtà. Lo ha fatto sempre a suo detrimento: è stato accusato e offeso, ripetutamente e pubblicamente, dai suoi famigliari, così come dal Partito che fu della sua famiglia, il Partito Democratico USA.

 

È stato ridicolizzato, attaccato, silenziato, censurato (è stato buttato fuori di recente da Instagram e Facebook): eppure è ancora qui che combatte, invece di godersi qualche magione della dinastia in riva all’Oceano.

 

Scherzando, abbiamo scritto, dopo averlo visto sul palco di Berlino la scorsa estate acclamato da una milionata di persone da tutta Europa, che il suo è davvero «il sangue dei re». Forse non era il caso di scherzare, perché potrebbe essere il segreto dietro alle morti di suo padre, suo zio, suo cugino: il mondo moderno non tollera i veri re, la nobiltà di chi sacrifica tutto per la difesa dei più deboli.

 

Mettiamola così: c’è a chi piace Kennedy, c’è a chi è piaciuto Fini.

Perché dovremmo riservare l’obbedienza del Magistero a testi salva-Lorenzin di Paglia del 2017 (quello che introduceva la mirabile idea di aborti «lontani nel tempo», con il peccato che scade come lo yogurt: un’idea che ha fatto incredibilmente breccia pure presso altri sedicenti tradizionisti) e non ai testi in cui invece si accenna alla comunione ai divorziati o dove si immettono «linee cellulari» gender nello spirito cattolico?

 

De gustibus. No?

 

 

9). Pensate che la coscienza di un singolo laico, sacerdote o vescovo, possa opporsi al Magistero ordinario della Chiesa, senza fondarsi su di un altro insegnamento della Chiesa espresso con continuità e chiarezza, in maniera diretta, sul medesimo punto?

Come nel gioco dell’oca, ritorniamo alla casella 2): ma di quale «insegnamento della Chiesa espresso con continuità e chiarezza» stiamo parlando?

 

E poi non è proprio De Mattei che, da Amoris Laetitia in giù, ci avverte della mancanza di continuità e chiarezza della Chiesa recente?

 

Perché dovremmo riservare l’obbedienza del Magistero a testi salva-Lorenzin di Paglia del 2017 (quello che introduceva la mirabile idea di aborti «lontani nel tempo», con il peccato che scade come lo yogurt: un’idea che ha fatto incredibilmente breccia pure presso altri sedicenti tradizionisti) e non ai testi in cui invece si accenna alla comunione ai divorziati o dove si immettono «linee cellulari» gender nello spirito cattolico?

 

La neo-chiesa, di fatto, è quella per cui è tollerabile il sacrificio degli innocenti a scopo farmaceutico; la neo-Chiesa è quella che ha sposato il più brutale utilitarismo rispetto ai principi di una società cristiana; la neo-chiesa è quella che ha il male minore (cioè, il male) come principio cardine della sua azione umana;  la neo-chiesa è quella che ha bruciato nel fuoco dell’Imperatore i granelli d’incenso del XXI secolo, cioè le cellule di feto abortito (ammettiamo che ai traditori del IV secolo era andata meglio: gli facevano bruciare solo semini profumati)

Ed è comunque ai principi dati nei secoli dal Magistero della Chiesa e dai Dottori cattolici che facciamo appello per ragionare sui casi presenti. Non è certo un libero esame. Non ci sono «altri insegnamenti» della Chiesa su questi argomenti, semplicemente perché il tema, nella sua applicazione all’uso delle linee cellulari fetali umane, è estremamente recente. Ma ci sono insegnamenti sui principi della morale che ogni cattolico può applicare ai casi concreti, anche quando il Magistero, per la situazione attuale della Chiesa, pone grosse problematiche di esercizio.

 

A meno che, lo ripetiamo, tali problematiche dell’attuale «magistero» valgano solo per i temi che contraddicono il De Mattei catto-vaccinista, mentre sui temi che lo vedono concorde sia improvvisamente esercitata l’infallibilità definita a Vaticano I.

 

 

10) Se un vescovo o un sacerdote si attribuisce la responsabilità di imporre un obbligo morale non previsto dalla Chiesa, non rischia di creare una “neo-chiesa”?

Vorremmo rispondere noi, e dire che la neo-chiesa, di fatto, è quella per cui è tollerabile il sacrificio degli innocenti a scopo farmaceutico; la neo-Chiesa è quella che ha sposato il più brutale utilitarismo rispetto ai principi di una società cristiana; la neo-chiesa è quella che ha il male minore (cioè, il male) come principio cardine della sua azione umana;  la neo-chiesa è quella che ha bruciato nel fuoco dell’Imperatore i granelli d’incenso del XXI secolo, cioè le cellule di feto abortito (ammettiamo che ai traditori del IV secolo era andata meglio: gli facevano bruciare solo semini profumati).

 

Vorremmo anche ricordare che non siamo noi ad imporre niente, ma i principi insegnati «con continuità e chiarezza» dalla Roma di sempre, applicati al caso presente da vescovi e dottori di sana dottrina, cosa da sempre possibile (non è che per sapere cosa devo fare in ogni situazione nuova devo aspettare che la Santa Sede pronunci un apposito dogma, basta applicare i principi).

 

Se poi per De Mattei due stracci di documenti delle autorità moderniste, da lui stesso duramente contestate, sono sufficienti a costituire un insegnamento ecclesiastico «espresso con continuità e chiarezza», onestamente troviamo la cosa un po’ grottesca.

 

I prelati modernisti che rifiutano il concetto stesso di rivelazione ed innumerevoli dogmi in modo esplicito, appena d’accordo con De Mattei, non solo non sono più una «neo-chiesa», ma anzi rappresentano l’indubitabile esercizio di un insegnamento «espresso con continuità e chiarezza»; ma dei cattolici (vescovi compresi) che si rifanno al Magistero di sempre per risolvere una situazione nuova alla luce dei principi della morale, non essendo in accordo con la banda cattovaccinista di cui si rallegra De Mattei, fondano invece una «neo-chiesa». Va bene giuocare con la retorica, ma onestamente qui si esagera. 

A Monsignor Schneider va tutto il nostro affetto, la nostra energia, la nostra preghiera.

 

Tuttavia sappiamo che la domanda non è per noi, ma, con probabilità, per monsignor Schneider.

 

Al quale va tutto il nostro affetto, la nostra energia, la nostra preghiera.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bioetica

Cenni di storia della bioetica: le origini

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Con questo articolo Renovatio 21 inizia una serie di approfondimenti su storia, prìncipi, applicazioni e sviluppo della bioetica, disciplina più che mai centrale nei rivolgimenti del mondo moderno, e al contempo così impotente e traditrice rispetto alla Necrocultura che avanza divorando i suoi paletti. Il punto di riferimento, per chi volesse approfondire, è il Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019). Sul porporato che aveva l’appalto vaticano della bioetica stiamo maturando idee piuttosto critiche, tuttavia il suo testo rimane la compilazione più panoramica sul tema. La serie continuerà con uno o più articoli a settimana, così da toccare tutti, o quasi, gli argomenti presenti sul piatto della pensiero bioetico contemporaneo. Prendiamo atto che, tuttavia, tante questioni che potete leggere quotidianamente su Renovatio 21 non dispongono ancora un pensiero bioetico ufficiale cioè sviluppato nei diplomifici universitari o nei sonnecchiosi parcheggi think tank e pubblicato da qualche rivista specialistica che non legge nemmeno chi la manda in stampa. L’invito è quello di seguire, sempre Renovatio 21, perché la traccia che seguiremo domani è quella che, con acume e sacrifizio, stiamo preparando assieme – grazie all’esistenza stessa dei lettori che ci seguono, e si interrogano sul senso profondo di quanto sta accadendo – oggi stesso.

 

La bioetica, così come oggi la conosciamo, è una disciplina relativamente giovane, nata nel corso degli anni Settanta del Novecento in risposta a una serie di trasformazioni profonde che hanno investito la medicina, la biologia e il rapporto tra scienza e società. Comprendere le sue origini significa ripercorrere il pensiero di alcuni autori chiave, le istituzioni che per primi le hanno dato una casa, i problemi storici che ne hanno reso necessaria la nascita e le diverse interpretazioni che, fin dagli esordi, hanno animato il dibattito su cosa la bioetica sia e debba essere.

 

Le origini della bioetica non coincidono con un atto di fondazione unico, né con una scoperta isolata. Nascono piuttosto da una convergenza: l’accelerazione delle scienze della vita, l’esperienza traumatica di sperimentazioni sull’uomo, la percezione che la tecnica potesse minacciare non solo singoli pazienti ma la sopravvivenza stessa della specie e della biosfera. Il termine, e soprattutto l’idea di una disciplina nuova, emergono tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in un contesto in cui medicina, filosofia e riflessione pubblica smettono di potersi ignorare.

 

Prima dello sviluppo della disciplina nella seconda parte del XX secolo, la parola «bioetica» era stata utilizzata da un teologo, filosofo e pastore protestante tedesco chiamato Fritz Jahr (1895-1953). Lo Jahr coniò il termine tedesco «Bio-Ethik» all’interno dell’articolo intitolato «Bio-etica. Una panoramica delle relazioni etiche dell’uomo con animali e piante», pubblicato sulla rivista scientifica tedesca Kosmos. In questo scritto, l’autore proponeva di estendere l’imperativo categorico di Emanuele Kant a tutte le forme di vita, formulando il cosiddetto «imperativo bioetico»: «rispetta ogni essere vivente, in linea di principio, come un fine in se stesso e trattalo di conseguenza, laddove sia possibile».

 

Dobbiamo tuttavia aspettare mezzo secolo, e spostarci oltre l’Atlantico, per vedere davvero nascere la bioetica.

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Van Rensselaer Potter e la nascita del termine

Il primo a introdurre propriamente il termine «bioetica» fu Van Rensselaer Potter (1911-2001), un oncologo statunitense, che lo utilizzò in due pubblicazioni fondamentali: Bioethics: the science of survival, del 1970, e Bioethics: bridge to the future, del 1971. Per il Potter la bioetica doveva essere una nuova disciplina capace di combinare la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori. Lo studioso dei tumori era convinto che una scienza della sopravvivenza dovesse essere qualcosa di più di una semplice scienza, e per questo propose il termine bioetica proprio per sottolineare i due ingredienti che riteneva più importanti per il raggiungimento di una nuova sapienza: la componente biologica e quella etica insieme.

 

Nella visione di Potter la bioetica assume un significato molto ampio, ben più esteso rispetto a quello dell’etica medica tradizionale. Essa viene concepita come un ponte tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, chiamate finalmente a dialogare dopo decenni di reciproca estraneità. Ma la bioetica di Potter guarda anche alla biosfera nel suo insieme, non limitandosi ai soli problemi della pratica clinica o della sperimentazione sull’uomo, bensì abbracciando l’intero ecosistema e il destino della vita sulla Terra.

 

Per il Potter la bioetica rappresenta una sapienza biologicamente fondata, nel senso che i fini morali dell’agire umano vanno individuati a partire dalla conoscenza biologica stessa. Si tratta dunque di una concezione globale, quasi ecologica, della nuova disciplina, che la distingue nettamente dalle interpretazioni più ristrette che si affermeranno successivamente.

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Hans Jonas e il principio di responsabilità

Accanto ai lavori del Potter, e con una certa analogia di fondo, si colloca la riflessione del filosofo tedesco naturalizzato statunitense di origine ebraica Hans Jonas (1903-1993). Nella sua opera più celebre, ancora molto considerata anche dall’ambiente accademico italiano, Il principio responsabilità (1979), lo Jonas pone l’attenzione sull’accresciuta possibilità che le nuove tecnologie mettono nelle mani dell’uomo, e sulle eventuali minacce che queste rappresentano per la sopravvivenza stessa dell’umanità.

 

Secondo lo Jonas, il criterio guida per qualsiasi intervento biotecnologico deve essere quello dell’esclusione della catastrofe: prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare, occorre chiedersi che cosa potrebbe compromettere irreparabilmente il futuro della specie umana e del pianeta. Questa impostazione ha dato origine a un filone di pensiero che potremmo definire bioecologico, caratterizzato da un atteggiamento che è stato talvolta descritto come «catastrofista», proprio per l’enfasi posta sui rischi estremi legati al progresso tecnico-scientifico.

 

André Hellegers e la dimensione dialogica della bioetica

Un ruolo altrettanto decisivo nella storia della disciplina è quello svolto da André Hellegers (1926-1979(, giovane ostetrico e studioso di fisiologia fetale, che nel 1971 venne chiamato a dirigere il Kennedy Institute for the Study of Human Reproduction and Bioethics, presso la Georgetown University di Washington, prestigioso ed antico ateneo statunitense fondato dai gesuiti.

 

A differenza del Potter, lo Hellegers propone una concezione più circoscritta della bioetica, intesa come etica applicata alla biomedicina, restringendo così l’ambito rispetto alla visione globale e quasi cosmica del suo predecessore. Egli sostiene però che questo studio diretto dei problemi biologici e clinici avrebbe fatto progredire l’etica stessa, e che il clinico bioeticista, immerso nella pratica quotidiana, sarebbe potuto diventare persino più esperto del moralista puro nell’affrontare le questioni concrete sollevate dalla medicina.

 

Lo Hellegers propone inoltre una dimensione maieutica della bioetica, che coglie i valori attraverso il confronto e il confronto tra medicina, filosofia ed etica: un metodo squisitamente interdisciplinare, che resterà una delle caratteristiche più riconosciute e condivise della bioetica nel suo complesso. Per lo Hellegers, l’oggetto proprio della bioetica sono gli aspetti etici impliciti nella pratica clinica, un ambito più circoscritto ma non per questo meno ricco di implicazioni filosofiche e antropologiche.

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Dan Callahan e il filone umanistico-sociale

Prima ancora che il termine bioetica si diffondesse ufficialmente, un contributo determinante venne dal filosofo cattolico Dan Callahan (1930-2019), che già nel 1969, pur senza utilizzare ancora esplicitamente la parola «bioetica», fondò insieme allo psichiatra Willard Gaylin l’Hastings Center.

 

Per Callahan la bioetica si configura come l’intersezione tra l’etica e le scienze della vita, un punto di incontro tra due ambiti del sapere che fino ad allora avevano proceduto separatamente.

 

Il suo contributo viene generalmente ricondotto a un filone che potremmo definire umanistico-sociale, attento non solo ai singoli casi clinici ma anche alle implicazioni più ampie, sociali e culturali, delle scoperte biomediche.

 

Concetto e definizioni della bioetica

Nel corso degli anni, accanto ai fondatori, si sono susseguite numerose definizioni che testimoniano la ricchezza e, insieme, la complessità del dibattito sulla natura della disciplina.

 

Una delle definizioni più influenti è quella fornita dal bioeticista e teologo statunitense Warren Reich (1931-2023) nella sua Encyclopedia of Bioethics del 1978, che descrive la bioetica come lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della salute, condotta che viene esaminata alla luce di valori e di principi morali. Questa impostazione, spesso definita «bioetica dei principi», o «bioetica principialista», pone l’accento sulla dimensione normativa e sistematica della riflessione bioetica.

 

Nelle edizioni successive dell’opera, pubblicate nel 1995 e nel 2004, lo stesso Reich recupera in parte la concezione più globale che era stata propria di Potter, definendo la bioetica come lo studio sistematico delle dimensioni morali, inclusa la visione morale, le decisioni, la condotta e le politiche, delle scienze della vita e della salute, utilizzando varie metodologie etiche in un’impostazione interdisciplinare.

 

Questa seconda definizione apre a una bioetica pluralista, ma che secondo alcuni critici rischia di scivolare verso posizioni relativiste, proprio per l’apertura a metodologie etiche differenti e talvolta tra loro incompatibili.

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Diversa è invece la posizione del cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), che nel suo vasto manuale – detto talvolta dai discenti impressionati dalla mole lo Sgreccionedefinisce la bioetica anche in base a cosa non deve essere.

 

«La nuova disciplina non può essere concepita come un semplice confronto tra le diverse opinioni e le varie posizioni etiche esistenti, ma dovendo suggerire valori di riferimento e linee di scelta operativa, dovrà impegnarsi a fornire risposte obiettive e fondate su criteri razionalmente validi» scrive lo Sgreccia. «Nella ricerca di risposte adeguate subentra la necessità di un approccio interdisciplinare al problema che è una delle caratteristiche peculiari della bioetica».

 

Lo Sgreccia, introducendo elementi pragmatici e razionali rifugge dunque la deriva relativista. Il cardinale definisce la bioetica come una disciplina dotata di uno statuto epistemologico razionale, ma aperta alla teologia intesa come scienza sovrarazionale, istanza ultima e orizzonte di senso: «la bioetica a partire dalla descrizione del dato scientifico, biologico e medico, la bioetica esamina razionalmente la liceità dell’intervento dell’uomo sull’uomo». Questa impostazione viene generalmente ricondotta al cosiddetto personalismo ontologico, di impronta realista e cognitivista.

 

Un’altra prospettiva è quella proposta dal professore di filosofia morale brianzolo Adriano Pessina (1953-2020), secondo cui – scrive nel libro Bioetica. L’uomo sperimentale (1999) – la bioetica si configura come un’attività filosofica, indipendentemente da chi di fatto la svolga, poiché le domande che investono le tecnoscienze sono per loro natura di carattere filosofico e riguardano il significato della costruzione dell’identità umana all’interno dell’azione tecnologica. Si tratta di una lettura che colloca la bioetica come una sorta di coscienza critica della civiltà tecnologica contemporanea.

 

Accanto a queste impostazioni si colloca la cosiddetta bioetica «analitica», rappresentata in Italia soprattutto dal giurista, filosofo, sociologo e magistrato italiano Uberto Scarpelli (1924-1993), secondo cui è impossibile stabilire in senso stretto la verità o la falsità delle proposizioni che esprimono valutazioni morali. Compito della bioetica filosofica sarebbe dunque essenzialmente quello di fare chiarezza concettuale, di indicare i presupposti impliciti in una determinata scelta, configurandosi come una sorta di «metabioetica» interdisciplinare, «un fiume cui siano tributari numerosi affluenti», scrive lo Scarpelli, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica negli anni 1990-1991, nel suo saggio Bioetica: prospettive e principi fondamentali (1991).

 

Al centro di questa impostazione resta la questione, fondamentale per l’etica contemporanea, del rapporto logico tra le proposizioni descrittive di fatti e le proposizioni normative che determinano doveri e assegnano valori, la celebre is-ought question. Questa posizione viene generalmente collocata nell’ambito del cosiddetto «non cognitivismo etico», una teoria metaetica secondo cui i giudizi morali non descrivono fatti e non possono essere considerati né veri né falsi.

 

Va a questo punto ricordata la cosiddetta bioetica «laica», che si dichiara fondata sulla ragione e sui valori della coscienza, in esplicita contrapposizione a quella di ispirazione cattolica, ritenuta fondata sui dogmi e sulla fede. Questa posizione trovò espressione pubblica nel Manifesto di bioetica laica, pubblicato il 9 giugno 1996 sul quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore, a firma del ginecologo forlivese pioniere mondiale della gestazione extracorporea, Carlo Flamigni (1933-2020), del docente di filosofia morale discepolo di Scarpelli Maurizio Mori (1951-), dell’epistemologo Angelo Petroni (1956) e altri autori.

 

Va tuttavia osservato che l’impostazione personalista di matrice cattolica, pur ontologicamente fondata, non si presenta come fideistica né prescinde dalla giustificazione razionale dei valori e delle norme, contrariamente a quanto talvolta viene sostenuto nel dibattito pubblico.

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Le questioni sociali dietro alla storia della bioetica

La nascita della bioetica non fu un evento puramente teorico, ma la risposta a problemi concreti che si erano andati accumulando nel corso del Novecento.

 

Tra questi vanno ricordati anzitutto la sperimentazione sull’uomo, con tutte le questioni etiche legate al consenso e alla tutela dei soggetti coinvolti; le scoperte della genetica, che aprivano scenari inediti di manipolazione della vita; i trapianti d’organo, che ponevano interrogativi nuovi sulla definizione stessa di morte e sui criteri di allocazione delle risorse; le questioni legate all’inizio della vita e alla procreazione umana, rese particolarmente urgenti dai progressi della fecondazione artificiale; e infine i problemi di fine vita, connessi all’eutanasia e alle cure palliative.

 

È proprio l’intreccio di questi temi, ciascuno carico di implicazioni scientifiche, giuridiche e morali, a spiegare perché negli anni Sessanta e Settanta si sia avvertita l’esigenza di una disciplina nuova, capace di affrontarli con strumenti concettuali adeguati.

 

I primi passi della bioetica istituzionale

Le prime istituzioni dedicate alla bioetica sorsero proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Nel 1968 Dan Callahan e Willard Gaylin fondarono l’Hastings Center, con sede a Hastings on Hudson, mentre nel 1969 André Hellegers, insieme a studiosi come Warren Reich, Robert Veatch e Richard McCormick, diede vita al Kennedy Institute of Ethics presso la Georgetown University di Washington. Queste due istituzioni rappresentano i primi centri di ricerca e riflessione sistematica sui temi della bioetica, e costituirono un modello che sarebbe stato in seguito replicato in molti altri Paesi.

 

Le prime istituzioni accademiche e ufficiali specificamente dedicate alla bioetica cattolica sono state create a partire dalla metà degli anni Ottanta, in parallelo con l’esplosione della disciplina a livello globale. Nel 1985 viene istituita la prima cattedra di Bioetica in Italia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», e parallelamente nasce il Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore guidato da Monsignor Elio Sgreccia. Questa è considerata la struttura pionieristica istituzionale per lo studio e la diffusione della bioetica personalista di matrice cattolica.

 

Nel 1994 in Vaticano viene creata la Pontificia Accademia per la Vita, istituita da Papa Giovanni Paolo II con il motu proprio Vitae Mysterium, pur non essendo un centro universitario di ricerca medica in senso stretto, rappresenta la massima istituzione intellettuale e di studio della Chiesa Cattolica dedicata specificamente alla bioetica e alla difesa della vita.

 

Nel 2001, sempre a Roma si ha prima Facoltà di Bioetica al mondo: nasce l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, istituzione universitaria cattolica che ha offerto per la prima volta un intero corso di studi teologico-scientifico interamente strutturato come facoltà autonoma di bioetica. L’università era stata eretta nel 1993 canonicamente dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica su iniziativa dei Legionari di Cristo, nel 1998 Wojtyla concesse ufficialmente all’ateneo il titolo di Università Pontificia

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Quali sono le competenze della bioetica?

Un momento importante per definire l’ambito di competenza della disciplina fu il Documento di Erice del 1991, che si rifà ai contenuti della Encyclopedia of Bioethics del 1978 e riconosce alla bioetica una competenza estesa a quattro ambiti principali: i problemi etici delle professioni sanitarie, i problemi etici emergenti nell’ambito delle ricerche sull’uomo anche quando non direttamente terapeutiche, i problemi sociali connessi alle politiche sanitarie nazionali e internazionali, alla medicina occupazionale e alle politiche di pianificazione familiare e controllo demografico, e infine i problemi relativi all’intervento sulla vita degli altri esseri viventi, comprese piante e microrganismi, e più in generale tutto ciò che riguarda l’equilibrio dell’ecosistema.

 

Accanto a questa definizione delle competenze si è sviluppata anche una classificazione interna alla disciplina, che distingue generalmente tra una bioetica generale, che si occupa della fondazione etica, del discorso sui valori e sui principi originari nonché delle fonti documentarie della materia, una bioetica speciale, che analizza i grandi problemi sotto un profilo generale, tanto nel campo medico quanto in quello più propriamente biologico, includendo temi come l’ingegneria genetica, l’aborto, l’eutanasia e la clonazione, e infine una bioetica clinica, intesa come applicazione delle teorie etiche e dei principi generali adottati ai casi clinici concreti, alla ricerca di indicazioni operative per l’azione.

 

Radici antiche e ramificazioni recenti

Se le origini istituzionali della bioetica risalgono agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, le sue radici più remote affondano ben più indietro nel tempo. Il Corpus Hippocraticum e il celebre Giuramento di Ippocrate rappresentano una prima, fondamentale eredità, incentrata sui principi della beneficialità e del paternalismo medico, e su una fondazione della medicina basata su criteri ritenuti non soggettivi.

 

Anche il cristianesimo ha lasciato un’impronta profonda su ciò che sarebbe poi diventata la bioetica, contribuendo in particolare alla fondazione del concetto stesso di persona e a un significato teologico dell’assistenza al malato, sintetizzato nella formula latina Christus medicus et patiens, che identifica Cristo insieme come medico e come paziente sofferente.

 

Le radici più recenti della disciplina sono invece legate a eventi storici drammatici che hanno segnato in modo indelebile la coscienza collettiva. Il Codice di Norimberga del 1947 condannò senza appello ogni sperimentazione sull’uomo condotta senza il suo consenso, in risposta agli abusi commessi durante il nazionalsocialismo.

 

Tuttavia, anche nei democratici Stati Uniti d’America, si registrarono episodi che suscitarono un forte allarme pubblico: tra gli anni Trenta e Quaranta lo studio di Tuskegee, in Alabama, mise a confronto un farmaco con un placebo su una popolazione afroamericana senza che i partecipanti fossero informati; nel 1962, presso lo Swedish Hospital di Seattle, fu istituito un comitato incaricato di decidere le procedure di accesso alla dialisi, sollevando questioni di giustizia distributiva; nel 1963, al Jewish Chronic Disease Hospital di Brooklyn, furono iniettate cellule tumorali in pazienti anziani senza il loro consenso; e tra il 1967 e il 1971, al Willowbrook State Hospital di New York, fu inoculato il virus dell’epatite in bambini con disabilità, forzando il consenso dei genitori.

 

A questi episodi si affiancò l’elaborazione, da parte della World Medical Association, della Dichiarazione di Helsinki sulla sperimentazione clinica, adottata nel 1964 e più volte aggiornata fino al 2000, che ancora oggi costituisce un riferimento fondamentale per l’etica della ricerca biomedica.

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Bioetica magistero della Chiesa cattolica

Parallelamente allo sviluppo della bioetica come disciplina accademica, la Chiesa cattolica ha prodotto nel corso del Novecento una serie di documenti destinati ad avere un peso rilevante nel dibattito. Si possono ricordare, tra gli altri, il discorso di Pio XII ai partecipanti al Simposio internazionale su Anestesia e persona umana del 1957, l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI del 1968 sul tema della procreazione responsabile, la dichiarazione sull’aborto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1974, e successivamente, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la dichiarazione sull’eutanasia del 1980, la lettera apostolica Familiaris consortio del 1981, l’istruzione Donum vitae del 1987 e l’enciclica Evangelium vitae del 1995. Questi testi costituiscono un corpus dottrinale organico che ha profondamente influenzato lo sviluppo della bioetica personalista di ispirazione cattolica.

 

I presupposti della bioetica personalista ontologicamente fondata

Proprio a questa impostazione, spesso definita come bioetica personalista ontologicamente fondata, o di dimensione sapienziale, si può ricondurre un insieme coerente di presupposti teorici, scrive il cardinale Sgreccia.

 

Il primo riguarda la dignità della persona umana, colta nella sua unitotalità di corpo e spirito e, in un’ottica di fede, come immagine di Dio.

 

Il secondo presupposto è quello del realismo-cognitivismo, secondo cui la persona possiede la capacità razionale di conoscere la realtà e la struttura oggettiva dei valori, negando così ogni deriva relativista o nichilista.

 

Il terzo presupposto è uno sguardo propriamente metafisico sulla realtà, per cui l’Intelligenza Umana è capace di risalire dal fenomeno al fondamento e di cogliere, a partire dall’essere, il dover essere: come si legge nell’enciclica Fides et ratio, occorre «rivendicare la capacità che l’uomo possiede di conoscere questa dimensione trascendente e metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto e analogico» (Fides et ratio, n. 83).

 

Ripercorrere le origini della bioetica significa dunque osservare l’intreccio tra biografie individuali, come quelle di Potter, Jonas, Hellegers e Callahan, istituzioni nascenti, drammatici episodi storici che hanno reso urgente una riflessione etica sulla sperimentazione e sulla pratica medica, e infine grandi correnti di pensiero, laiche e religiose, che ancora oggi continuano a confrontarsi sul senso e sui limiti dell’intervento dell’uomo sulla vita e sulla salute.

 

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Bioetica

Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale

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Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.   Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?   La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.   Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.

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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.   In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.   Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.   Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.   Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.   Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…  

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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.   La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.   Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.   Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.   «A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.   La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!   Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?   «C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.   Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.   Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.   Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.

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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.   Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.   È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.   Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.   Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.   Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.

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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.   Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.   «Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.   La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.   Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.   Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.   Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.   Viva San Marco. Viva.   Roberto Dal Bosco

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Bioetica

Gruppo satanico pubblica video di un rituale abortivo in bagno

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Satanic Planet, una «band» del co-fondatore del Tempio Satanico, ha diffuso mercoledì un video «musicale» in cui una donna compie un aborto rituale satanico nel bagno di un negozio . Lo riporta LifeSite.

 

Il filmato mostra una donna tatuata, Martina Rinaldi, che entra in un Hobby Lobby – una catena americana di negozi di articoli per l’artigianato nota per una causa intentata da un dipendente trans che voleva utilizzare il bagno delle donne–, con immagini alternate di articoli del punto vendita che richiamano Gesù, per un effetto drammatizzato. In sottofondo si sentono urla sataniche della band di Lucien Greaves, co-fondatore del The Satanic Temple (conosciuto con l’acronimo TST).

 

Entrata in bagno, Rinaldi esegue il «rituale di distruzione» dell’aborto del Tempio Satanico, che prevede la recitazione dei principi del Tempio Satanico e di «affermazioni» prima e dopo l’aborto. Il video sostiene che il rito «serve come rito protettivo» e che il suo scopo è «liberarsi dal senso di colpa quando si sceglie di abortire».

 

«Serve a dare forza al paziente contro coloro che nutrono convinzioni religiose teocratiche. Il rituale allontana gli effetti di persecuzioni ingiuste, che possono indurre ad allontanarsi dal percorso del ragionamento scientifico», si legge nella spiegazione del Tempio Satanico.

 

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Il rito inizia con la contemplazione del proprio riflesso nello specchio per «concentrarsi sulla propria individualità», poi con la lettura ad alta voce del principio: «Il proprio corpo è inviolabile, soggetto unicamente alla propria volontà».

 

Dopo questi passaggi la Rinaldi assume una pillola abortiva e recita, secondo le indicazioni del TST: «Le convinzioni dovrebbero essere conformi alla migliore comprensione scientifica del mondo. Bisogna fare attenzione a non distorcere mai i fatti scientifici per adattarli alle proprie convinzioni».

 

Poi finge di «espellere» l’embrione sorridendo (nella maggior parte dei casi l’espulsione del feto avviene circa quattro o cinque ore dopo la seconda pillola abortiva). Subito dopo, in modo spezzato, compaiono immagini religiose tratte da Hobby Lobby, quasi a sottolineare la sfida del rito a Gesù Cristo.

 

Rinaldi torna davanti a uno specchio per pronunciare l’affermazione finale da dire dopo l’aborto: «Nel mio corpo, nel mio sangue, nella mia volontà, così è fatto», un’apparente derisione della Messa e della Santa Comunione.

 

Mentre esce da Hobby Lobby, gli articoli religiosi del negozio — croci, versetti biblici e un’immagine con la scritta «Gesù mi ama, questo lo so» — vengono avvolti dalle fiamme.

 

«La tua possibilità di scegliere di interrompere una gravidanza è coerente con gli ideali di libertà. Sii orgogliosa di perseguire ciò che desideri per la tua vita nonostante l’opposizione», afferma il video.

 

Il filmato si chiude con un insulto al giudice della Corte Suprema Samuel Alito ed è intitolato «La mamma di Samuel Alito», in riferimento al ruolo di Alito nella stesura dell’opinione di maggioranza in Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, che ha ribaltato Roe contro Wade e ha suscitato la reazione dell’industria dell’aborto e dei suoi sostenitori.

 

Il gruppo è ben noto al lettore di Renovatio 21. Qualche tempo fa ha fatto notizia per aver allestito per Natale, nel Campidoglio dell’Iowa un altarino satanico con una testa di capra montata sopra vesti rosso sangue – una rappresentazione del demonio-Bafometto che ha condiviso lo spazio con un’esposizione natalizia finché non è stata decapitata da un veterano dell’esercito USA, ora accusato di crimine d’odio. Tre mesi fa il governatore della Florida Ron DeSantis ha fermato l’istituzione, progettata dal Satanic Temple, di un’ora di religione satanica nelle scuole elementari.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa fa il Tempio Satanico ha aperto in Virginia un centro per rituali di «aborto religioso», sostenendo che il feticidio fa parte della loro religione, legittimamente ammessa dallo Stato moderno. È emerso pure che un numero verde per le donne incinte indirizzava le chiamanti alla clinica per l’aborto satanico, con una filiale annunciata due anni fa anche in Nuovo Messico.

 

Nel 2021, i templosatanisti hanno fatto erigere cartelloni pubblicitari nello Stato del Texas che scrivevano «L’aborto salva vite». L’anno scorso era emerso che che il numero verde per le donne incinte nel Nuovo Messico rimandava direttamente alla clinica feticida satanista.

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L’attivismo satanista, oramai indistinguibile da quello progressista, ha trovato il plauso di diversi giornali dell’establishment, con un articolo entusiasta pubblicato l’anno passato dal magazine femminile Cosmopolitan.

 

Il Tempio Satanico, fondato nel 2013 e riconosciuto come «chiesa» dall’IRS (il fisco americano)nel 2019, è nato come organizzazione politica con l’obiettivo di ridurre la presenza della religione nella sfera pubblica.

 

Non stupisce davvero il lettore di Renovatio 21 apprendere che gli incontri del Tempio Satanico si entra solo se plurivaccinati, mascherinati e greenpassati: è ci mancherebbe che non fosse così.

 

Il 17 maggio 2022, ben 140 organizzazioni ebraiche, inclusa la famosa Anti-Defamation League (ADL), hanno sponsorizzato quella che hanno chiamato una «Marcia ebraica per la giustizia sull’aborto» affermando che «l’accesso all’aborto è un valore ebraico» e «vietare gli aborti è un questione della libertà religiosa».

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