Geopolitica
La Danimarca vieta i finanziamenti esteri alle moschee
Il parlamento danese ha approvato una nuova legge che vieta ai governi stranieri di finanziare le moschee in Danimarca. La misura mira a impedire ai paesi musulmani, in particolare Qatar, Arabia Saudita e Turchia, di promuovere l’estremismo islamico nelle moschee e nelle strutture di preghiera danesi.
La Danimarca si unisce a un elenco crescente di paesi europei – tra cui Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Svizzera – che hanno intrapreso diversi gradi di azione per impedire ai governi stranieri di finanziare la costruzione e la manutenzione delle moschee sui loro territori.
La Danimarca si unisce a un elenco crescente di paesi europei – tra cui Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Svizzera – che hanno intrapreso diversi gradi di azione per impedire ai governi stranieri di finanziare la costruzione e la manutenzione delle moschee sui loro territori
Negli ultimi anni Algeria, Kuwait, Libia, Marocco, Arabia Saudita, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, tra gli altri, hanno distribuito centinaia di milioni di euro per finanziare la diffusione dell’Islam in Europa.
Il 9 marzo, il parlamento danese ha votato 79 contro 7 per l’approvazione della legge 81, «Proposta di legge che proibisce la ricezione di donazioni da alcune persone fisiche e giuridiche». La legge, che non menziona l’Islam o l’islamismo per nome, afferma:
«Lo scopo della legge è impedire a persone fisiche e giuridiche, comprese autorità di stati stranieri e organizzazioni e società gestite dallo Stato, di lavorare contro o minare la democrazia, le libertà fondamentali ei diritti umani facendo donazioni».
«Il ministro dell’immigrazione e dell’integrazione può (…) decidere se le persone fisiche e giuridiche, comprese le autorità di stati stranieri e le organizzazioni e le società statali che si oppongono o minano la democrazia, le libertà fondamentali ei diritti umani, devono essere assegnate a un pubblico elenco dei divieti».
«Chiunque riceva una o più donazioni che, individualmente o insieme, superano DKK 10.000 (€ 1.350) entro 12 mesi di calendario consecutivi, da una persona fisica o giuridica inclusa nell’elenco pubblico dei divieti (…) è punibile con una multa».
«Oggi ci sono forze estremiste all’estero che stanno cercando di rivoltare i nostri cittadini musulmani contro la Danimarca e quindi dividere la nostra società. Diverse volte negli ultimi anni, i media hanno riferito di moschee danesi che ricevono milioni dal Medio Oriente, tra gli altri. Il governo si opporrà a questo»
«Chiunque (…) abbia ricevuto una o più donazioni che singolarmente o insieme superano DKK 10.000 entro 12 mesi di calendario consecutivi (…) deve restituire la donazione al donatore entro 14 giorni dal momento in cui la persona in questione è diventata o avrebbe dovuto diventare consapevole di questo (…)».
La legislazione è stata sponsorizzata dal Ministero degli Affari Esteri e dell’Integrazione ed entra in vigore il 15 marzo 2021. Il ministro degli Esteri Mattias Tesfaye ha dichiarato:
«Oggi ci sono forze estremiste all’estero che stanno cercando di rivoltare i nostri cittadini musulmani contro la Danimarca e quindi dividere la nostra società. Diverse volte negli ultimi anni, i media hanno riferito di moschee danesi che ricevono milioni dal Medio Oriente, tra gli altri. Il governo si opporrà a questo».
«Questo disegno di legge è un passo importante verso la lotta contro i tentativi degli estremisti islamici di guadagnare terreno in Danimarca. Con questo, possiamo adottare un approccio mirato alle donazioni che minano i valori su cui si basa la società danese».
«Il disegno di legge non risolverà tutti i problemi a cui possono sorgere islamisti estremi e forze antidemocratiche. Ma è un buon passo sulla strada e sarà un vantaggio per la società ogni volta che potremo fermare una donazione antidemocratica. in Danimarca».
L’Arabia Saudita ha donato 4,9 milioni di corone danesi (€ 660.000) per finanziare la Moschea di Taiba, una delle più conservatrici, base di numerosi islamisti condannati per reati di terrorismo
Tesfaye è intervenuto dopo che il quotidiano danese Berlingske aveva riferito nel gennaio 2020 che l’Arabia Saudita ha donato 4,9 milioni di corone danesi (€ 660.000) per finanziare la Moschea di Taiba, situata nel distretto «multiculturale» di Nørrebro, noto anche come “piccola Arabia”. La donazione è stata effettuata tramite l’Ambasciata dell’Arabia Saudita in Danimarca.
La Moschea di Taiba, una delle più conservatrici della Danimarca, è stata la base di numerosi islamisti condannati per reati di terrorismo.
La donazione, inclusa nel rapporto annuale della Moschea di Taiba, è stata la prima prova documentata che l’Arabia Saudita stava donando denaro alle moschee danesi. Berlingske ha successivamente riferito che l’Arabia Saudita finanziava altre moschee in Danimarca.
La prima moschea costruita appositamente in Danimarca – la Grande Moschea di Copenaghen, ufficialmente conosciuta come Hamad Bin Khalifa Civilization Center – è stata aperta nel giugno 2014 dopo aver ricevuto una donazione di 227 milioni di corone danesi (€ 30 milioni; $ 36 milioni) da Hamad bin Khalifa al Thani , l’ex emiro del Qatar.
La Turchia ha finanziato la costruzione di 27 moschee in Danimarca
Nel frattempo, la Turchia ha finanziato la costruzione di 27 moschee in Danimarca, comprese le città di Aarhus, Ringsted e Roskilde e nelle città di Fredericia, Hedehusene e Holbæk.
Nel settembre 2020, Berlingske ha riferito che Abu Bashar, un noto imam di Odense, ha costretto una donna a firmare un documento secondo cui avrebbe perso la custodia dei suoi figli se avesse chiesto il divorzio dal marito. Ha detto che un tale divorzio violerebbe l’onore della famiglia.
Il documento, che violava la legge danese, ha causato allarme tra i funzionari danesi. Il primo ministro Mette Frederiksen ha scritto:
«La sharia non appartiene alla Danimarca (…) Non è danese, e non deve mai e poi mai diventare danese».
«La sharia non appartiene alla Danimarca. Ieri e oggi abbiamo letto di contratti di divorzio basati sulla sharia. A Fionia [la terza isola più grande della Danimarca]. In Danimarca. È sbagliato. È opprimente per le donne. Non è danese, e non deve mai e poi mai diventare danese».
Economia
Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.
Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».
Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».
«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.
Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».
Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.
All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».
Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.
Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione
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Geopolitica
Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese
Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.
Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.
«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.
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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».
Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.
La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.
Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.
Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.
La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.
Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.
Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.
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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.
Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.
Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.
In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.
Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.
Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.
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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.
Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.
In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.
Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».
Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.
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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.
Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.
La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.
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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International
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