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Intelligenza Artificiale

Indagine su OpenAI e il suo capo

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Il giornalista di inchiesta Ronan Farrow ha pubblicato sulla prestigiosa rivista New Yorker un lungo articolo sul colosso dell’Intelligenza Artificiale OpenAI e il suo molto discusso CEO Sam Altman.

 

Ronan, già bambino prodigio per studi e incarichi governativi, è il giornalista che nel 2016 accese la miccia del MeToo, pubblicando le accuse di alcune attrici al magnate hollywoodiano Harvey Weinstein. Come noto, il ragazzo è figlio della star cinematografica Mia Farrow e del comico ebreo Woody Allen, che avrebbe poi sposato la figlia adottiva Soon Yi Previn con una cerimonia a Venezia officiata da Massimo Cacciari. Mia Farrow in seguito avrebbe detto che il padre biologico del Ronan potrebbe essere l’ex marito Frank Sinatra, cui il giornalista in effetti potrebbe somigliare un po’.

 

Il Farrow ha riassunto su X l’esito della sua ricerca.

 

«Nell’ultimo anno e mezzo, ho indagato su OpenAI e Sam Altman per il New Yorker. Insieme al mio coautore Andrew Marantz, ho esaminato promemoria interni inediti, ottenuto oltre 200 pagine di documenti relativi a uno stretto collaboratore, tra cui numerose note private, e intervistato più di 100 persone. OpenAI è stata fondata sul presupposto che l’Intelligenza Artificiale potesse essere l’invenzione più pericolosa della storia umana e che il suo CEO dovesse essere una persona di straordinaria integrità».

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Si tratta, dice il giornalista, del resoconto più dettagliato finora disponibile sul perché Altman sia stato estromesso dai membri del consiglio di amministrazione e dai dirigenti, che si sono convinti della sua mancanza di integrità, e ci chiediamo: avevano ragione a sostenere che non ci si potesse fidare di lui?» si domanda il giornalista

 

«Nell’autunno del 2023, il responsabile scientifico di OpenAI, Ilya Sutskever, su richiesta dei membri del consiglio di amministrazione e di altri colleghi preoccupati, ha raccolto circa 70 pagine di promemoria su Altman e il suo vice, Greg Brockman: messaggi di Slack e documenti delle risorse umane, alcuni fotografati con un cellulare per evitare di essere scoperti sui dispositivi aziendali. Un promemoria inizia con un elenco: “Sam mostra un comportamento ricorrente di…”. Il primo punto è “Mentire”. Parallelamente, Dario Amodei, che ha lasciato l’azienda per co-fondare Anthropic, ha conservato per anni appunti privati ​​su Altman e Brockman. Oltre 200 pagine di documenti correlati, mai resi pubblici prima, sono circolate nella Silicon Valley. In un documento, Amodei scrive che le parole di Altman “erano quasi certamente una sciocchezza”».

 

Come noto ai lettori di Renovatio 21, si tratta di grandi nomi dell’IA: il Sutskever è noto anche per dichiarazioni para-teologiche sull’AI (aveva detto che potrebbe «già essere senziente», mentre l’Amodei con Anthropic è ora al centro della scena sia per la potenza del suo modello che per gli screzi con Pentagono ed amministrazione Trump. Il software Claude sarebbe stato utilizzato anche per rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro.

 

«I colleghi che hanno facilitato la sua rimozione lo accusano di un livello di inganno inaccettabile per qualsiasi dirigente e pericoloso per un leader di un’azienda tecnologica così rivoluzionaria» prosegue il racconto del Farrow. «Mira Murati, che aveva fornito a Sutskever materiale per i suoi promemoria, ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di istituzioni degne del potere che esercitano (…) Il consiglio di amministrazione ha chiesto un riscontro e io ho condiviso ciò che osservavo. Tutto ciò che ho condiviso era accurato e lo confermo pienamente”. Le opinioni divergono sulla misura in cui questi tratti debbano essere considerati benigni o maligni. Altman attribuisce le critiche a una tendenza, soprattutto all’inizio della sua carriera, “a evitare eccessivamente i conflitti”».

 

«Come si manifesta questa caratteristica nella pratica? Alla fine del 2022, Altman assicurò al consiglio di amministrazione che alcune caratteristiche di un modello di prossima uscita erano state approvate da un comitato di sicurezza. La consigliera Helen Toner richiese la documentazione e scoprì che le caratteristiche più controverse non erano state, in realtà, approvate. Nel 2023, mentre l’azienda si preparava a lanciare il GPT-4 Turbo, Altman apparentemente disse a Murati che il modello non necessitava di approvazione in materia di sicurezza, citando il responsabile legale dell’azienda, Jason Kwon. Ma Kwon si disse “perplesso” su dove Altman avesse tratto tale conclusione».

 

La questione della sicurezza dei chatbot, che danneggiano le persone in tutti modi arrivando ad aiutare chi vuole preparare una strage, sta emergendo in questi mesi in tutta la sua tremenda crudeltà.

 

«OpenAI sta acquisendo un potere sempre maggiore nel plasmare la sicurezza globale» continua il reporter. L’articolo descrive in dettaglio come i suoi dirigenti «abbiano valutato la possibilità di arricchire l’azienda mettendo le potenze mondiali, tra cui Cina e Russia, l’una contro l’altra, magari dando il via a una guerra di offerte per tecnologie di Intelligenza Artificiale avanzate». Farrow quindi rivela che tale piano «è stato abbandonato dopo che diversi dipendenti hanno manifestato l’intenzione di dimettersi».

 


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«Una revisione legale che è stata parte integrante del ritorno di Altman. La revisione, condotta dallo studio legale WilmerHale, è stata supervisionata da due membri del consiglio di amministrazione scelti in stretta collaborazione con Altman. Persone vicine all’indagine ci hanno riferito che non è mai stato prodotto alcun rapporto scritto, sebbene molti dirigenti se lo aspettassero, data l’importanza dello scandalo».

 

«È stato pubblicato solo un comunicato di 800 parole da parte di OpenAI, in cui si riconosceva una “rottura della fiducia”. Alcuni degli avvocati coinvolti hanno difeso il loro lavoro definendolo “una revisione indipendente, accurata e completa” e uno dei nuovi membri del consiglio di amministrazione ha affermato che “non c’era bisogno di un rapporto scritto formale”. Molti altri non erano d’accordo».

 

«OpenAI è stata fondata come organizzazione senza scopo di lucro, il cui consiglio di amministrazione aveva il dovere di dare priorità alla sicurezza dell’umanità rispetto al successo dell’azienda, o persino alla sua sopravvivenza. L’azienda accettava donazioni di beneficenza e alcuni ex dipendenti ci hanno raccontato di essersi uniti all’azienda per via delle rassicurazioni sulla natura non profit e sulla nobile missione, accettando persino riduzioni di stipendio. Tuttavia, documenti interni mostrano che i fondatori nutrivano dubbi sulla struttura non profit già dal 2017. Brockman, co-fondatore di Altman, ha scritto in una pagina del suo diario: “Non possiamo dire di essere impegnati a favore dell’organizzazione non profit… se tre mesi dopo ci trasformiamo in una B Corp, allora era una bugia”. Da allora OpenAI si è ricapitalizzata come entità a scopo di lucro».

 

«Alcuni ex ricercatori di OpenAI sostengono che l’azienda abbia rinunciato alla sua missione originaria in materia di sicurezza, accelerando una corsa al ribasso che sta interessando l’intero settore. L’articolo descrive in dettaglio una serie di impegni pubblici e interni in materia di sicurezza che, secondo gli ex ricercatori, sarebbero stati abbandonati. Diversi team aziendali che si occupavano di sicurezza sono stati sciolti. Il Future of Life Institute ha recentemente assegnato ad OpenAI un voto F sulla sicurezza esistenziale, in linea con tutte le altre aziende, ad eccezione di Anthropic, che ha ottenuto un D, ​​e Google DeepMind, che ha ricevuto un D-. Altman ci ha detto che la sicurezza rimane una priorità e che “continueremo a realizzare progetti sulla sicurezza, o almeno progetti correlati alla sicurezza”».

 

Il Farrow, che è omosessuale, ci mette a parte anche delle dicerie dell’ambiente della Silicon Valley sull’Altman.

 

«Nella spietata corsa al dominio dell’IA, queste critiche più sostanziali ad Altman si mescolano a campagne di opposizione senza esclusione di colpi, in cui i rivali hanno strumentalizzato la sua vita privata. Intermediari direttamente collegati a Elon Musk – e in almeno un caso retribuiti da lui – hanno diffuso decine di pagine di informazioni scandalose e infondate, frutto di un’ampia attività di sorveglianza: società di comodo, contatti personali, interviste a un presunto prostituto condotte in locali gay. Nel corso della nostra inchiesta, diverse persone all’interno di aziende concorrenti ci hanno contattato insinuando che Altman adesca minori, una narrazione persistente nella Silicon Valley che sembra essere falsa. Abbiamo dedicato mesi alle indagini senza trovare alcuna prova a sostegno di tale affermazione».

 

«Perché tutto questo è importante? L’Intelligenza Artificiale ha già applicazioni salvavita, dalla ricerca medica alle allerte meteo. Altman ha sostenuto la crescita di OpenAI promettendo un futuro di sovrabbondanza. Ma i pericoli non sono più una fantasia. L’IA viene già impiegata in operazioni militari in tutto il mondo. I ricercatori hanno documentato la sua capacità di identificare rapidamente agenti chimici da guerra. OpenAI deve affrontare sette cause per omicidio colposo, in cui si sostiene che ChatGPT abbia indotto suicidi e un omicidio».

 

«L’IA potrebbe presto causare gravi sconvolgimenti nel mercato del lavoro, eliminando forse milioni di posti di lavoro. L’economia statunitense dipende sempre più da poche aziende di IA fortemente indebitate e alcuni esperti mettono in guardia contro la formazione di una bolla speculativa e i rischi di recessione. OpenAI ha uno dei tassi di consumo di liquidità più rapidi di qualsiasi startup nella storia, facendo affidamento su partner che hanno preso in prestito ingenti somme. Un membro del consiglio di amministrazione ci ha detto: “L’azienda si è indebitata in un modo che al momento è rischioso e preoccupante”. (OpenAI contesta questa affermazione.) Se la bolla scoppiasse, sarebbero in gioco molte più aziende di una».

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L’articolo approfondisce molti altri aspetti: «la vicenda del licenziamento e del ritorno di Altman; una serie di presunte denunce simili all’inizio della sua carriera; i doni ricevuti da leader stranieri e un processo di verifica dei requisiti di sicurezza che ha evidenziato, secondo quanto affermato da un funzionario, “molti segnali d’allarme”, e altro ancora. Esamina inoltre le critiche più ampie, provenienti da addetti ai lavori del settore, alla tendenza anti-regolamentazione che sta prendendo il momento, una tendenza che potrebbe avere ripercussioni su tutti noi».

 

È curioso vedere come le accuse raccolte contro l’Altmanno, ossia la menzogna e la tendenza verso una compiacenza tossica, siano esattamente i tratti ravvisabili in ChatGPT alla base della macabra sequella di suicidi, omidici e danni vari prodotti sulla popolazione in questi mesi.

 

Come riportato da Renovatio 21, in un caso bizzarro ma neanche troppo, un chatbot aveva instaurato una relazione con un ragazzo sotto psicofarmaci facendogli giurare di uccidere lo stesso CEO di Open AI Sam Altman.

 

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Immagine di Tech Crunch via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Cervello

Inaugurato il primo data center al mondo alimentato da cellule cerebrali umane

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Singapore ha inaugurato il primo centro dati al mondo gestito in modo indipendente che impiega cellule cerebrali umane viventi per alcune attività di calcolo, secondo quanto annunciato dalla facoltà di medicina dell’Università Nazionale di Singapore (NUS Medicine). Il sistema consuma una frazione dell’energia elettrica richiesta dalle tradizionali apparecchiature informatiche. I neuroni vengono nutriti ogni tre giorni e mantenuti in vita da apposite apparecchiature di supporto vitale.   All’inizio di questo mese, NUS Medicine ha presentato il prototipo in collaborazione con DayOne, operatore di data center con sede a Singapore, e con Cortical Labs, azienda biotecnologica australiana. Ospitato presso l’università, il sistema è descritto dai suoi sviluppatori come il primo rack di server biologicamente integrato e gestito in modo indipendente al mondo.   La struttura comprende 20 computer biologici CL1, ognuno dei quali contiene almeno 200.000 neuroni umani coltivati in laboratorio su un chip di silicio dotato di elettrodi. Derivati da cellule del sangue riprogrammate in cellule staminali, i neuroni scambiano segnali elettrici con hardware convenzionale, trasformando la loro attività in potenza di calcolo.   Hon Weng Chong, fondatore e CEO di Cortical Labs, ha dichiarato che il prototipo sposta l’informatica biologica «dalla ricerca all’applicazione commerciale», sostenendo che potrebbe integrare l’intelligenza artificiale laddove «i dati sono scarsi» e le condizioni cambiano. Ha indicato potenziali applicazioni nella scoperta di farmaci, nella robotica umanoide, nella sicurezza informatica e nel rilevamento delle frodi.

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A differenza dei data center convenzionali, pieni di server e sistemi di raffreddamento ad alto consumo energetico, i computer biologici potrebbero funzionare con una frazione dell’elettricità, sfruttando le naturali capacità di elaborazione delle reti neurali viventi.   Mantenere in funzione questi «computer» assomiglia più alla gestione di un laboratorio che a quella di una sala server. I tecnici alimentano le cellule ogni tre giorni con una miscela di zucchero, micronutrienti e tamponi di pH, mentre un sistema di gas fornisce anidride carbonica, ossigeno e azoto.   Secondo Chong, ogni CL1 consuma circa 30 watt, comprese le apparecchiature di supporto. Il processore AI H100 SXM di Nvidia può consumare fino a 700 watt sotto carichi di lavoro intensi, mentre un server dotato di otto di questi chip può arrivare a consumare circa 10.200 watt, compreso l’hardware di supporto.   La differenza di consumo energetico è particolarmente rilevante per Singapore, che nel 2019 ha temporaneamente sospeso la costruzione di nuovi data center a causa delle preoccupazioni relative al loro consumo di elettricità e acqua. Nel 2020, i data center rappresentavano circa il 7% del consumo di elettricità del Paese.   Come riportato da Renovatio 21, un tentativo simile viene portato avanti dalla startup elvetica FinalSpark che due anni fa ha iniziato a vendere l’accesso a biocomputer che utilizzano una serie di piccoli cervelli umani coltivati ​​in laboratorio per l’alimentazione che sarebbe «una frazione dell’energia richiesta per alimentare un computer tradizionale».   Questa tecnologia non è destinata a sostituire il silicio, che secondo Chong rimane «di gran lunga superiore» per i calcoli rapidi e ripetibili alla base di modelli linguistici complessi come ChatGPT. I sistemi biologici, tuttavia, possono apprendere da un numero inferiore di esempi e adattarsi alle condizioni mutevoli.   Non vi è traccia, nei resoconti della stampa internazionale, della precipua domanda bioetica da porsi: di chi sono quei neuroni? Sono «coltivati in laboratorio», ci viene detto, ma a partire da quali neuroni? I neuroni di un morto? I neuroni di un feto abortito?   Si ripropone qui il tema, tanto caro a Renovatio 21, delle linee cellulari usate per la ricerca scientifica e, notoriamente ma neanche troppo, per la produzione dei vaccini.  

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Intelligenza Artificiale

I Data Center faranno costare tutto di più. Le macchine hanno già vinto?

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L’Italia e l’Europa ne parlano poco, ma non sono estranee al fenomeno, per quanto fuori dalla contesa principale, che è tra USA e Cina.

 

Eppure, tutto cambierà anche qui, a partire dalle nostre esistenze: dal costo dell’esistenza, ai blackout, fors’anche l’alimentazione per non parlare degli scenari di guerra e persino di modificazione genetica della razza umana – se non della sua stessa estinzione.

 

L’Intelligenza Artificiale non cambia solo il modo di fare e di (non pensare) della gente con i chatbot: no, l’IA sta andando a modificare l’assetto urbanistico ed energetico, e quindi socioeconomico, di tutte le società avanzate – e non solo quelle occidentali.

 

Parliamo, ovviamente, dell’ubiqua costruzione di Data Center, centri di calcolo massivi che permettano all’AI i suoi ragionamenti rivoluzionari. Il costo non è solo immobiliare: c’è un costo energetico – abbisognano di quantità immani di elettricità – e pure idrico, perché per raffreddare i circuiti si attingono a enormi riserve di acqua.

 

Oggi sono attivi circa 200 Data Center in Italia, ma le installazioni operative censite sono 209. Per il periodo 2026-2028 gli annunci di preparazione di Data Center superano i 25 miliardi di euro, distribuiti su 83 nuovi progetti infrastrutturali promossi da 30 aziende, di cui 19 nuovi entranti nel mercato italiano. Milano è il baricentro, con il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale (414 MW), e punta a superare il gigawatt entro il 2028; la Lombardia è la regione con la maggiore concentrazione: 33 centri attivi e altri 10 in fase di realizzazione.

 

Lo Stato benedice e sostiene con sostanze: il governo di Roma ha dichiarato di interesse strategico nazionale i programmi Equinix e Cavour Hyperscale Campus, per circa 8 miliardi di investimenti. Secondo quanto riporta la stampa italiana, a Bologna si lavora alla costruzione di una delle principali «AI Factory» del continente, mentre il settore pubblico porta avanti il Polo Strategico Nazionale, con quattro Data Center nazionali in colocation.

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C’è un freno notorio: tra il 30 e il 50% dei Data Center pianificati per il 2026 non verrà realizzato nei tempi previsti, a causa di burocrazia, carenza di componenti, e soprattutto del nodo energetico. Tuttavia, nonostante la burocrazia che per una volta potrebbe addirittura essere ringraziata, in UE l’avanzata dei centri IA non si può arrestare: secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, che ha analizzato i 13 principali poli europei, gli investimenti stimati per il triennio 2026-2028 potrebbero triplicare rispetto ai tre anni precedenti: si passerà da 29,5 miliardi di euro (2023-2025) a 110 miliardi (2026-2028).

 

Amazon AWS ha stanziato 8,8 miliardi di euro per le espansioni di Francoforte entro il 2026, mentre Microsoft sta investendo 3,2 miliardi di dollari nell’infrastruttura cloud svedese per il Nord Europa. Google si sta espandendo con 1 miliardo di euro in Finlandia, puntando su climi più freddi con abbondanti energie rinnovabili per il raffreddamento.

 

Nonostante i grandi annunci, l’UE non può entrare in competizione con quanto sta accadendo in USA, dove lo Stato ha davvero puntato – per questioni strategiche e pure militari – sull’espansione parossistica dei Data Center.

 

La spesa per l’avvio di nuovi cantieri di data center è passata da 14,9 miliardi di dollari nel 2023 a 26,9 miliardi nel 2024, fino a 77,7 miliardi nel 2025 (+190% anno su anno), con un tasso di crescita annuo composto del 98% in quattro anni. Solo nel primo trimestre 2026 le aziende USA hanno investito 44,7 miliardi di dollari in data center, il 28% in più rispetto all’anno precedente. La spesa complessiva ha già superato gli 81 miliardi di dollari nel 2026, con 116 nuovi cantieri avviati solo fino a giugno.

 

Le cinque maggiori hyperscaler — Amazon, Microsoft, Google, Meta e Oracle — spenderanno oltre 600 miliardi di dollari in infrastrutture nel 2026 (+36% sul 2025), di cui circa 450 miliardi destinati specificamente all’AI. Sviluppatori e big tech pianificano l’avvio di 2.913 nuovi data center per un valore complessivo di circa 2.400 miliardi di dollari (cioè quasi due trilioni e mezzo) nel periodo 2026-2030.

 

Il solo progetto Stargate (OpenAI, SoftBank, Oracle, MGX) prevede 500 miliardi di dollari in quattro anni. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà che fu praticamente la prima cosa che Trump lanciò una volta tornato alla Casa Bianca, con l’ultramiliardario Larry Ellison – noto per il suo munificentissimo sostegno ad Israele che non bada a spese – che parlò di IA che creano vaccini genici anticancro personalizzati e progetta di modificare il DNA del grano.

 

Amazon AWS ha impegnato 11 miliardi di dollari solo per i siti in Pennsylvania. Texas e Virginia sono gli unici due stati con oltre 100 progetti in costruzione (rispettivamente 140 e 136), ma la crescita si sta allargando: 12 stati non hanno ancora nessun cantiere attivo, mentre 11 ne hanno meno di cinque. Goldman Sachs stima investimenti globali per 1.000 miliardi di dollari nel 2026, con JPMorgan che prevede 697 miliardi solo negli USA — ma il vero ostacolo non è più il capitale, bensì la capacità fisica di realizzare le infrastrutture, e di mantenerle con acqua e elettricità prendendole da un sistema, quello civile, che non può che collassare.

 

In America si parla di Data Center di dimensioni davvero gargantuesche. Meta ha acquistato circa 1.400 acri, un’area quasi doppia rispetto al Central Park di Manhattan, adiacenti al già enorme sito Hyperion da 2.250 acri. Il progetto complessivo copre 2.250 acri, pari a circa 1.700 campi da calcio, e ospiterà 4 milioni di piedi quadrati di spazio data center. Al picco di potenza, Hyperion consumerà circa la metà dell’elettricità dell’intera città di Nuova York, alimentato da un impianto a gas a ciclo combinato da 2 GW.

 

Trump aveva descritto con meraviglia il progetto dopo che Zuckerberg gliene aveva mostrato la mappa sovrapposta a Manhattan, dicendo che copriva praticamente l’intera isola dove sorge la megalopoli neoeboracena, da cui il biondo presidente è originario. Vi è tuttavia un progetto ancora più grande: Stratos, a Box Elder County, nello Utah. Occuperà oltre 40.000 acri (62 miglia quadrate) nell’Utah nord-occidentale e consumerà 9 GW di energia — più dell’intero fabbisogno elettrico dello stato. È stato descritto come il doppio della dimensione di Manhattan, ed è già stato approvato dalla contea nonostante le forti proteste di residenti e ambientalisti per l’uso dell’acqua in una regione colpita dalla siccità.

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In America esiste già una vasta resistenza civile alla repentina costruzione dei centri AI: cittadini inviperiti scendono in piazza, picchettano, urlano ai politici ai Town Hall (le riunioni tipo consiglio comunale). Non sono i classici disfattisti NIMBY («Not In My Backyard», «non nel mio cortile»), ma sono persone il cui quotidiano è già toccato ampiamente dalla trasformazione in atto: l’acqua non arriva ai rubinetti, la corrente va e viene, inquinamento di tipo nuovo (il rumore come la questione delle «isole di calore» che si formerebbero attorno ai Data Center). Le risorse che prima andavano alle case e alle famiglie, ora vanno con precedenza alle macchine…

 

È come se un soggetto nuovo si fosse inserito nel sistema. Di fatto, è una nuova forma di vita che si è stabilita fra noi. L’alieno viene di fatto privilegiato rispetto all’umano, costretto a patire l’introduzione di questo ente straniero – con una virulenza che non ha nemmeno l’immigrazione kalergista di questi anni.

 

Perché lo Stato americano sta perseguendo con foga nichilista l’avanzamento dell’AI e dei suoi palazzi parassiti: l’amministrazione Trump avrebbe creato una AI litigation team, una squadra creata dal dipartimento della Giustizia USA per forzare le comunità riluttanti alla costruzione dei Data Center, ha raccontato il giornalista Clayton Morris in una conversazione recente con Tucker Carlson.

 

Ora, in America tutti si aspettano che il grid, cioè la rete elettrica che è vecchia di decadi e decadi, collasserà. I blackout saranno all’ordine del giorno: perché il nuovo soggetto alieno succhierà energia come nessuna crescita umana potrà mai farlo.

 

Il tema ancora più sconvolgente è quello dell’acqua. Non è solo la questione di vedersela sparire dal rubinetto, cosa già di per sé già segno di un’involuzione incontrovertibile della Civiltà: la ramificazione meno evidente, ma più decisiva ancora, riguarda l’agricoltura e l’allevamento, che senz’acqua – come tutte le attività biologiche, basate sul carbonio, e non sul silicio… – non possono esistere. Di fatto, sparirà l’acqua per la produzione di cibo, a favore dell’attività «cerebrale» dell’AI.

 

È condannata alla crisi, se non alla pura disintegrazione, l’intera filiera della carne bovina: senza acqua per le mucche, che notoriamente ne consumano molta, gli allevatori dovranno lottare fra loro, anche perché i permessi per l’uso di fiumi e falde arrivani dall’autorità, che non li mollano con facilità e ora saranno direzionati a favorire le macchine invece che gli umani e i loro pasti carnivori.

 

Laddove decenni di propaganda ambientalista, ecofascista e davosiana avevano fallito, l’AI sta riuscendo: il manzo potrebbe sparire dalle nostre tavole, e di lì la modifica delle popolazioni nella loro composizione corporea (meno proteina significa meno muscoli…) e nel loro comportamento (il carboidrato, in sostituzione, rende appagati e docili, sino alla nebbia mentale nota a tutti dopo la mangiata di pastasciutta al pranzo della domenica).

 

Andiamo oltre: se l’energia finisce tutta all’AI – il lettore sa che Google e Microsoft sono arrivati fornire i propri centri di energia nucleare, compresa quella proveniente dalla centrale protagonista del disastro atomico di Three Mile Island – è chiaro che l’energia per le attività umane costerà sempre più, con il soprammercato della crisi di Ormuzzo che aumenta ancora di più la cifra.

 

La scarsità energetica dovuta al mostro energivoro AI graverà sui costi di produzione delle merci e sulla loro distribuzione logistica. C’est-à-dire, al supermercato tutto aumenterà di prezzo, mentre il vostro stipendio, no – e sapete bene che anche esso, qualsiasi lavoro facciate, potrebbe essere sostituito a breve dai bot.

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Queste sono solo alcune delle conseguenze già in atto dietro le quinte nella trasformazione della società operata dall’AI. Volenti o nolenti, siamo tutti coinvolti.

 

Qualcuno può chiedersi come sia possibile che lo Stato moderno stia operando così contro la sua stessa popolazione. Perché favorire le macchine, invece che gli uomini? Ma le macchine non dovrebbero esistere per sostenere gli esseri umani?

 

Perché sta accadendo tutto questo? Le risposte sono due: una è geopolitico-militare, una è di tipo metafisico-filosofica. Entrambe saranno centrali per il nostro destino e quello dei nostri figli.

 

In primis, va compreso che è in corso un’enantiodromia tra superpotenze ancora più virulenta di quella dell’atomo o della corsa allo spazio. Gli USA e Cina si giocano il dominio mondiale: chi creerà per primo l’AI definitiva, il genio (è il caso di parlare di teurgia: l’esperienza con chatbot et similia assomiglia sempre più ad una favola araba con lampade e jinn che esaudiscono desideri) che darà risposte efficaci su ogni cosa, dalla cura del cancro allo sviluppo tecnologico alle capacità analitiche geostrategiche, vincerà tutto.

 

Il Novecento è stato chiamato «il secolo americano», il XXI secolo ha qualcuno che lo definisce «il secolo cinese», tuttavia gli USA, che conoscono la propria orrenda decadenza, sanno che questa potrebbe essere l’ultima carta da giocarsi – prima di optare per la guerra termonucleare.

 

C’è poi il fattore militare: lo abbiamo visto in Ucraina, ma pure a Gaza, la guerra robotica è qui. Chiunque voglia contare nei conflitti bellici del futuro dovrà aver bisogno di supercomputer in grado di gestire sciami infiniti di droni ed eserciti di automi umanoidi da guerraRenovatio 21 vi ha mostrato ripetutamente come tutto ciò non è più fantascienza, è, tra robocani ed androidi, la realtà dei campi di battaglia odierni.

 

In secundis, vogliamo dire, o ripetere, che tutto questo sta accadendo per la natura stessa dello Stato moderno. Esso non esiste a partire dalle persone (il re, il popolo) ma da una struttura, da una macchina, appunto: un sistema basato su regole (che, come visto col COVID, può violare anche a livello più basico) che non mira alla salvaguardia del popolo, ma alla sopravvivenza della sua struttura.

 

Con evidenza, quindi, lo Stato moderno è un sistema non-umano. Inumano. Disumano. E quindi, non è di sorpresa vedere che esso privilegia la macchina all’uomo. Anzi: abbiamo imparato che lo Stato moderno lavora spesso contro la sua stessa popolazione, ordendo stragi continue pienamente legalizzate dai suoi codici (aborti, eutanasie, predazione di organi). Lo ribadiamo: la Cultura della Morte, cioè una dinamica sempre avversa alla vita umana, è il suo sistema operativo profondo.

 

L’alleanza della macchina dello Stato moderno con la macchina pensante è, quindi, inevitabile. Di qui è possibile rabbrividire, pensando allo scenario Skynet, l’IA di Terminator che, raggiunta la piena coscienza, decide che è l’uomo stesso il suo nemico, e quindi bisogna combatterlo, eliminarlo, estinguerlo. Una simile volontà macchinale potrebbe trovarsi d’accordo con lo Stato moderno, intriso ai suoi vertici della Necrocultura che vede gli umani e il loro sviluppo come «cancro del pianeta».

 

Vi è tuttavia, una situazione intermedia: quella in cui l’umanità viene sottomessa dalla macchina. O meglio, una parte dell’umanità… Perché, come predetto, sulla sudditanza totale all’IA vi sarà la spaccatura dell’intera società umana.

 

Il professore di AI australiano Hugo De Garis – un accademico con un curriculum universitario infinito (In Utah, in Belgio, in Cina, in Giappone) e tanti esperimenti sulle spalle (creò il roboneko, un gatto-robot dotato di cervello artificiale che replicava quello felino) – trattò del tema molti anni fa, raccontando la sua prospettiva per l’umanità che sviluppa l’IA (che lui chiama Artilect) sarà una inevitabile «gigadeath war» al volgere del XXI secolo, dove «gigadeath», sta a significare, utilizzando la vecchia terminologia di politica atomica di Edward Teller, le vittime calcolate in miliardi di unità.

 

«Se vi sarà una guerra con la tecnologia militare di fine XXI secolo, non parliamo di milioni di ammazzati, ma di miliardi» dice il professor De Garis nel libro The Artilect Wars, che ora su Amazon costa 1.000 euro a copia rimasta.

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Di lì, l’umanità sarà divisa in due gruppi: da una parte i Cosmist, che sono coloro che vogliono costruire queste macchine simili a Dio. Per essi, gli Artiletti sono super-creature immortali, che possono pensare milioni di volte più veloce degli umani, non hanno limiti di memoria, possono avere le dimensioni di un asteroide». I Cosmisti sono insomma gli entusiasti adoratori del dio-Macchina, gioioso esito golemico dell’Intelligenza artificiale.

 

Il secondo gruppo è quello dei Terran, che si oppone in modo radicale ai Cosmisti. «I Terran lotteranno per la preservazione del dominio delle specie umana, così che vi sia zero rischio che l’umanità sia spazzata via dagli Artilect avanzati. Loro sosterranno che qualche milione di Cosmist uccisi sarà un male minore così che miliardi di umani potranno sopravvivere» dice de Garis.

 

L’AI sarà messa al potere e adorata come dio da molti nostri concittadini. Già immaginiamo come i normaloidi progressisti, gli elementi che costituiscono massa vaccina e i loro gatekeeper, si daranno totalmente alla macchina. Ci è chiaro pure che la macchina magari imporrà ad essi modificazioni genetiche – il referendum COVID ci ha fatto comprendere che moltissimi sono pronti ad accettarlo – per rendere i servitori umanoidi più compatibili ai piani delle macchine. Più docili e felici (come ne Le particelle elementari di Michel Houellebecq) oppure biolettricamente più utili: è di questa settimana la notizia di un server che funziona a neuroni umani, una realtà che va persino oltre a quella di Matrix, dove gli umani erano utilizzati solo come batterie.

 

Sì, i collaborazionisti dell’impero delle macchine, e le loro coorti di zombi, sono già qui. Il programma per cambiare per sempre l’uomo e il suo mondo, pure è qui: ed è ora pienamente visibile.

 

Se leggete queste righe, voi siete la resistenza a questa catastrofe. Qualcosa, per fermare la distruzione dell’umanità, lo dobbiamo fare.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

Israele vuole che l’AI promuova la sua narrativa su Gaza

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Israele ha investito decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, tentando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale rappresentano il Paese. Lo riporta Politico.   L’opinione pubblica americana nei confronti di Israele è peggiorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e più di recente a causa della guerra israelo-americana contro l’Iran e del relativo costo per i contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci nutrono oggi un’opinione piuttosto o molto negativa di Israele, rispetto al 53% dell’anno scorso e al 42% del 2022.   Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu risulta ancora meno popolare, con il 65% degli intervistati che esprime poca o nessuna fiducia nelle sue politiche. In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto nel dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare le risposte dei modelli linguistici più diffusi, come ChatGPT, alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas.

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L’iniziativa si concentra sull’Istituto di Hannover per le Politiche Pubbliche, un sito web che pubblica report anonimi sull’antisemitismo e sulle questioni geopolitiche. Il progetto è stato realizzato tramite l’agenzia di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti, registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA), e il suo subappaltatore, l’agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell’Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).   L’Istituto Hanover presenta il proprio lavoro come «documentaristico, non dichiarativo» e sostiene che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia statunitense la scorsa settimana che collegano oltre una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo fattuale e supportato da fonti» con l’intento di «educare» il pubblico americano su Israele.   Il sito web ospita numerosi reportage non attribuiti, formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l’aggressore nel conflitto israelo-palestinese?». Secondo la testata americana, il materiale sarebbe stato concepito per essere ripreso e citato dai mediatori culturali. La testata ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni da modelli di IA. Il collegamento è stato confermato via e-mail dal CEO di Res, Hai Tran.   Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente l’influenza sui LLM come obiettivo, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell’Istituto di Hannover in risposta a domande neutrali su Gaza e Israele.   Non è la prima volta che Israele, tramite Havas, tenta di influenzare l’opinione pubblica, anche con l’intelligenza artificiale. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata il mese scorso, l’azienda aveva precedentemente ingaggiato Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filo-israeliani generati dall’IA e rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per ottenere risposte più favorevoli dalle piattaforme di intelligenza artificiale.   Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riportato che Havas Media gestiva anche una «campagna di influencer» che prevedeva un compenso di 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.   Come riportato da Renovatio 21, Israele ha finanziato influencer per pubblicare contenuti sui social media al fine di migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, arrivando a pagare 7000 dollari a post.

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Come riportato da Renovatio 21, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente evidenziato l’importanza dei creatori di contenuti per mantenere il supporto allo Stato Ebraico, incontrando, a margine della sua problematica apparizione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, gli influencer filosionisti.   Netanyahu aveva dichiarato in conferenza stampa che è essenziale rafforzare la «base di sostegno di Israele negli Stati Uniti» attraverso gli influencer, soprattutto su piattaforme come TikTok – di cui si è beato per l’acquisto da parte del miliardario filo-israeliano Larry Ellison – e X, posseduto dall’«amico» Elone Musk.   La frustrazione degli Stati Uniti nei confronti di Israele si è estesa oltre l’opinione pubblica, coinvolgendo anche i politici, divenuti sempre più critici. Il mese scorso, oltre 100 deputati democratici hanno appoggiato un emendamento che avrebbe tagliato 3,3 miliardi di dollari di aiuti statunitensi a Israele. La misura è fallita a causa dell’opposizione dei repubblicani, ma ha evidenziato una crescente spaccatura tra i partiti: poco più di due anni fa, soltanto 37 deputati democratici avevano sostenuto un’iniziativa simile.   Trump ha generalmente sostenuto Israele, ma ha ripetutamente criticato Netanyahu, che ha attaccato il cessate il fuoco con l’Iran annunciato dal presidente statunitense all’inizio dell’estate e ha respinto il suo piano di pace in 15 punti per Gaza. Secondo quanto riportato dai media, Trump non ha ancora espresso il suo appoggio a Netanyahu in vista delle elezioni di ottobre e ha ripetutamente eluso le domande sulla sua rielezione.   Due alti funzionari statunitensi hanno dichiarato ad Axios questa settimana che, sebbene Trump apprezzi Netanyahu a livello personale, è sempre più frustrato dalle sue politiche e ha definito Netanyahu «il suo peggior nemico».   Come riportato da Renovatio 21, lo scorso ottobre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pur continuando a sostenere Israele, ha recentemente ammesso che l’influenza della lobby israeliana, che un tempo aveva un «controllo totale» sul Congresso, è diminuita.

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