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Zuckerberg ammette di avere censurato tutti. Sarà punito lui o il sistema che ha dietro?

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Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che l’amministrazione Biden ha fatto pressione sulle sue aziende di social media «per censurare determinati contenuti sul COVID-19» e che era sbagliato censurare la storia del laptop di Hunter Biden.

 

In una lettera indirizzata al presidente della commissione giudiziaria della Camera, il deputato repubblicano Jim Jordan, lo Zuckerberg scrive che «nel 2021, alti funzionari dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, hanno ripetutamente fatto pressione sui nostri team per mesi affinché censurassero determinati contenuti sul COVID-19, tra cui umorismo e satira, e hanno espresso molta frustrazione nei confronti dei nostri team quando non eravamo d’accordo».

 

«Alla fine, la decisione se rimuovere o meno i contenuti è stata nostra, e siamo responsabili delle nostre decisioni, comprese le modifiche relative al COVID-19 che abbiamo apportato alla nostra applicazione in seguito a questa pressione», afferma il giovane ultramiliardario.

 


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«Credo che la pressione del governo fosse sbagliata e mi dispiace che non ne siamo stati più espliciti», continua l’amministratore delegato, presidente e fondatore di Facebook. «Penso anche che abbiamo fatto delle scelte che, a posteriori e con nuove informazioni, oggi non faremmo».

 

«Come ho detto ai nostri team in quel momento, sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione, in entrambe le direzioni, e siamo pronti a reagire se dovesse succedere di nuovo qualcosa del genere».

 

Lo Zuck non si è fermato al coronavirus. Ha anche ammesso che è stato un errore censurare l’articolo-bomba del New York Post sul laptop di Hunter Biden prima delle elezioni del 2020.

 

«In una situazione separata, l’FBI ci ha messo in guardia su una potenziale operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», si legge nella lettera. «Quell’autunno, quando abbiamo letto un articolo del New York Post che riportava accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato democratico alla presidenza Joe Biden, abbiamo inviato la storia ai fact-checker per una revisione e l’abbiamo temporaneamente declassata in attesa di una risposta».

 

«Da allora è stato chiarito che il reportage non era disinformazione russa e, a posteriori, non avremmo dovuto sminuire la notizia», ​​ha affermato Zuckerberg, che non si avventura in pensieri sul fatto che, a questo punto, possiamo definire le elezioni che si sarebbero tenute di lì a poche settimane come falsate, viziate in partenza.

 

Di più: ecco che vengono a galla gli «Zuck-bucks», cioè l’investimento da quasi mezzo miliardo di dollari fatto dal fondatore di Facebook per salvaguardare «l’integrità elettorale». In vista delle elezioni presidenziali del 2020, lo Zuckerberg aveva donato più di 400 milioni di dollari a un’organizzazione non-profit di sinistra, The Center for Technology and Civic Life, che ha poi distribuito il denaro agli uffici elettorali dei governi locali, in gran parte nelle contee a maggioranza democratica. Varie analisi hanno dimostrato che il finanziamento ha notevolmente aumentato i margini di voto di Joe Biden in stati chiave cruciali e potrebbe aver determinato l’esito delle elezioni.

 

«Alcune persone credono» che il suo enorme investimento finanziario nel sostegno alle «infrastrutture elettorali» durante le elezioni presidenziali del 2020 «abbia favorito un partito rispetto all’altro», ovvero i Democratici, dice lo Zuckerbergo nella missiva alla Commissione.

 

Tali contributi «sono stati concepiti per essere imparziali e distribuiti tra comunità urbane, rurali e suburbane».

 

«Il mio obiettivo è essere neutrale e non giocare un ruolo in un modo o nell’altro, o anche solo sembrare di giocare un ruolo. Quindi non ho intenzione di dare un contributo simile in questo ciclo», ha detto.

 

Queste improvvise multiple ammissioni stanno facendo discutere il mondo. È praticamente impossibile che il lettore non sappia quello che è successo: durante il biennio pandemico Facebook, il più popolato social della Terra, fece scattare la mannaia della censura su tutti i suoi utenti. Era proibito non solo mettere in discussione restrizioni COVID, vaccini ed origini del virus; in alcuni casi diveniva lampante che diveniva problematico anche solo parlarne, citare la questione, mentre milioni di persone, orwellianamente, si piegavano o restando in silenzio o tentando di esprimersi in quello che chiamano algospeak («v**cino, C*OVID, etc.).

 

In realtà, se il lettore è presente su una piattaforma Meta – cioè Facebook e Instagram, restando la finzione del Whatsapp libero (nonostante le spinte della Casa Bianca e di Bill Gates, che teniamo a mente è in qualche parte socio di Facebook) – è altamente improbabile che non ne sia stato toccato, anche solo con la forma dello shadow banning: pubblicate quello che volete, poi tanto la piattaforma non la mostra a nessuno.

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Come sa chi ci segue, Renovatio 21 fu ripetutamente sospesa, per poi arrivare alla soluzione finale: disintegrazione della pagina Facebook e pure degli account personali associati. Chi scrive si è trovato quindi d’improvviso non più senza lo strumento che portava il traffico a questo sito, ma a tre lustri di memorie, contatti, pensieri, immagini personali. Perché hanno colpito proprio il profilo, cancellandolo – e più avanti, in una sorta di capriccio non subito spiegabile, hanno cancellato pure altre pagine legate alla mia persona, «Civiltà del Tabarro» (gioviale paginetta dedicata all’imbattibile ed eterno soprabito, con migliaia di follower) e pure la paginetta di organizzazione della Messa antica nel mio territorio.

 

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, portammo Meta in tribunale, dove il giudice emise l’ordinanza di ridarci la pagina e l’account. Tuttavia, abbiamo avuto subito l’impressione che la pagina fosse shadowbannata: le diecine, centinaia, migliaia di like e condivisioni (in un caso arrivammo a più di 12.000 per un singolo video: un record impressionante) di un tempo si erano ridotte a due, tre.

 

È bene ricordare che non si trattava di una paginetta piccola: eravamo arrivati quasi a 20 mila follower, e continuavamo a crescere. Fino a che ci sembra pure – ma stiamo scavando con la memoria – ci sia stato detto che sopra un certo tetto non potevamo andare. Ad ogni modo, la pagina attualmente è abbandonata, ed è facile capire perché.

 

Di fatto, ci è diventato chiaro che avevamo a che fare con un sistema malvagio. Con pervicacia, portavano avanti un’agenda politica (biopolitica) in spregio al rispetto per l’utente e per la legge italiana. Secondo il diritto commerciale italiano, non è possibile cambiare un contratto senza che una parte avvisi l’altra: e gli «Standard della Comunità», eternamente cangianti per inserirvi qualsiasi cosa (del tipo: l’impossibilità di dire, anche solo in via ipotetica, anche solo riportando il pensiero di esperti, che il COVID potrebbe essere una bioarma), possono costituire una violazione – così almeno pensava il mio avvocato Gianni Correggiari (pace all’anima sua).

 

Inoltre, c’è questa cosa che si chiama Costituzione, che in quei mesi mostrò di non contare nulla. La Carta, e non solo quella italiana, prevede la libertà di espressione, un tratto che ci hanno spiegato (e continuano pure a ripeterlo!) è fondamentale per la Democrazia. Pare invece che abbiano consentito tranquillamente ad una multinazionale straniera di calpestare i diritti costituzionali degli italiani. Perché può anche essere vero che si tratta di una piattaforma privata (normata, ripetiamo, da un rapporto commerciale, dove voi siete in realtà il prodotto: per questo Facebook non dice più che è gratis) ma non esiste che io possa imbavagliare qualcuno che viene a cena a casa mia, né che lo possa mettere alla porta (specie in presenza di un rapporto legale di qualche tipo) tenendomi pure delle cose sue, anche fossero dati intangibili.

 

Il motivo perché davanti a questo macello del diritto – che si innesta nel più grande quadro pandemico del massacro finale dello Stato del diritto, dell’inversione del rapporto tra cittadino e Stato – nessuno ci abbia difesi è semplice. I politici – tutti – sono sottomessi al software dello Zuckerberg, perché chissà mai, se gli diventi antipatico, magari tolgono (senza che tu nemmeno in realtà possa accorgertene, possa averne prova) audience ai tuoi post. E a quel punto, i voti, come li vai a prendere?

 

Salvini, come noto, fece di Facebook lo strumento principale della sua cavalcata politica – ricorderete «la Bestia» e la sua ingloriosa fine. La Meloni non fece, ci pare, che copiare quanto fece Salvini. È quindi improbabile che i vertici si arrischino di difendere i loro elettori contro il guardiano che di fatto permette di arrivare ad essi. Ecco il piccolo segreto di Pulcinella sull’impunità di Facebook: hanno tutti troppa paura. E se i leader lasciano stare, cosa pensate possa fare il deputatino che non sa nemmeno se racimolerà i voti necessari a farsi rieleggere?

 

Per questo ritengo che non ci sia davvero nulla da festeggiare rispetto all’ammissione dello Zuckerberg, che sta solo cercando di fare l’occhiolino al possibile ritorno alla Casa Bianca di Trump, il quale –  ricordiamolo – ha definito Facebook come «nemico del popolo», invitando intere nazioni a portare la società in tribunale.

 

In rete circola qualche lettura della mossa: il ragazzo ebreo del New Jersey in realtà si sta solo portando avanti rispetto ad un possibile whistleblower, una gola profonda che potrebbe ora saltare fuori e spiattellare cose ancora più imbarazzanti – rammentando sempre che il connubio tra lo Stato e i privati per limitare la libertà di parola è severamente proibito dal Primo Emendamento della Costituzione americana, che come quella italiana è stata fatta a pezzettini dal coronavirus.

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Altri dicono che lo Zuckerberg, che a questo punto potrebbe essere accusato apertamente di interferenza elettorale nel 2020, stia cercando di proteggersi da qualcosa di più grande: processi massivi della nuova presidenza Trump, in cui potrebbe essere punito in tribunale con severità esemplare.

 

A questo punto è il caso che facciamo cascare anche un’ulteriore maschera: la censura su Facebook non è iniziata con il COVID. Chi scrive può testimoniare di essere stato testimone di uno strano fenomeno ancora una decina di anni fa: d’improvviso, credo fosse il 2014, Facebook mi tolse, senza alcune spiegazioni, l’accesso alla pagina. Mi venne detto che avrei dovuto caricare un documento per riavere accesso. Ebbene sì: sono stato, purtroppo, pioniere anche della cancel culture e della censura elettronica.

 

In nessun modo mi era chiaro cosa avessi fatto, né vi era modo di saperlo. Bada bene: la mia presenza sui social era piuttosto pacata, perché, per questioni anche professionali oltre che di gusto personale, vi tenevo un profilo piuttosto basso. Niente parolacce, insulti, opinioni al Napalm. Eppure, eccomi cancellato da un sito al quale avevo fornito pensieri, foto, immagini già da 7 anni: mi iscrissi un giorno a Londra nel 2007, vedendo che tutte le amiche mi invitavano a provare questa cosa nuova. «Sono su Facebook» sembrava aver rimpiazzato lo scambiarsi il numero di telefono…

 

Di primo acchito, rifiutai di piegarmi all’ingiunzione posta per riavere l’account sequestrato. Ma come si permettono? Ma cosa è questa roba? Ma è legale che mi chiedano un documento d’identità? Chiesi allora ad un mio collega di verificare dal suo profilo: ogni mia presenza sul social era sparita. «E scusa, i messaggi che ci siamo mandati sul messenger?» Erano spariti anche quelli, cioè risultava che aveva parlato con qualcuno senza faccia, l’iconcina anonima in chat invece della mia foto, e le mie parole sparite: vedeva quello che aveva detto lui, mai quello che rispondevo lui. Grottesco, allucinante, orwelliano. Un piccolo episodio di Black Mirror o per chi se lo ricorda, Ai confini della realtà.

 

Cancellato dal sistema sociale principale dell’era informatica. Ed era solo il 2014.

 

Qualcuno ricorderà pure che ad un certo punto, qualche anno dopo ma sempre molto prima del COVID, decine se non centinaia di aderenti a due movimenti di destra vennero cancellati dal social. Cosa era accaduto? Cosa avevano fatto? Non è mai stato chiarito, partirono querele. Mi divenne chiaro che Facebook operava su input che non potevano essere solo interni all’azienda: qualcuno, anche in Italia, forse compilava questa sorta di «liste di proscrizione e gliele passava».

 

Di fatto, tempo dopo il sito di giornalismo d’inchiesta The Intercept pubblicò nel 2021 alcune di queste liste, che contenevano quantità incredibili di «individui e organizzazioni pericolose», da sigle terroriste ai gruppi musicali. Allora, eravamo finiti già finiti da almeno due anni in lista per Newsguard, lo strano ente presieduto da potenti della Terra (ex direttori CIA inclusi) e fiancheggiato da Gates che addita alcuni siti di essere fake news. Riteniamo che questa lista sia particolarmente delicata: perché riguarda non la politica, ma la biopolitica, ovvero l’interesse primario del potere del XXI secolo. Non sappiamo che cosa succeda poi agli elenchi stilati da Newsguard, ma qualcuno ci ha detto che un colosso informatico mondiale starebbe bloccando Renovatio 21 nella sua rete intranet, una cosa che ci ha un po’ scioccato.

 

E poi, facciamoci un giro in rete. Troviamo immagini di un evento di sei anni fa (sei) chiamato F8 Keynote in cui Zuckerberg parla al pubblico con dietro proiettate enormi le scritte «Combattere le Fake News» e «Integrità elettorale».

 

Mark Zuckerberg F8 2018 Keynote

 

Mark Zuckerberg F8 2018 Keynote

 

Era il 2018, in piena era Trump, e non crediamo che alcun membro dell’amministrazione del biondo del Queens possa aver fatto pressioni all’azienda perché se ne occupasse. Con evidenza, qualcuno, ben prima di Wuhan, con Mark stava già lavorando, magari con pressioni non diverse da quelle di cui ora lui accusa l’amministrazione Biden.

 

Ma allora, qual è davvero il lavoro di Facebook? Cosa vi è dietro?

 

The Onion, il sito di informazione satirica americana par excellence (un tempo divertentissimo, ora con la dittatura woke per niente) pubblicò nel 2011 un video davvero indicativo: «CIA’s “Facebook” Program Dramatically Cut Agency’s Costs», cioè «il programma “Facebook” della CIA riduce drasticamente i costi dell’agenzia».

 

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«Il Congresso oggi ha dato nuovi fondi a Facebook, il programma di sorveglianza di massa operato dalla CIA» dice la conduttrice del finto TG. «Secondo un rapporto della Homeland Security, Facebook ha sostituito qualsiasi altro programma di raccolta informazioni della CIA da quando è stato lanciato nel 2004».

 

«Molto del credito va all’agente CIA Mark Zuckerberg», che è premiato per «il più grande strumento di controllo della popolazione mai creato». Ha-ha.

 

All’epoca, quindi, si poteva discuterne: anzi, sulle origini militari di Facebook si poteva perfino scherzare.

 

Andiamo più a fondo: la giornalista d’inchiesta Whitney Webb non manca di far notare che, per pura casualità, Facebook nasce esattamente lo stesso giorno (4 febbraio 2004) in cui viene cestinato il programma governativo Total Information Awareness (TIA), un sistema di controllo capillare dei cittadini «onniveggente» portato avanti dopo l’11 settembre da personaggi legati allo scandalo Iran-Contra. Il TIA, una iniziativa pubblica, crollò sotto la pressione di giornali e politici che ne indicavano la follia totalitaria soggiacente. Tuttavia, dove il governo non poteva arrivare, sarebbe arrivata una società privata…

 

La Webb butta lì qualche dettaglio di storia aziendale interessante: «Sean Parker, che divenne il primo presidente di Facebook, aveva anche una relazione con la CIA, che lo reclutò all’età di sedici anni subito dopo essere stato arrestato dall’FBI per aver violato database aziendali e militari. Grazie a Parker, nel settembre 2004, [Peter] Thiel ha acquisito formalmente 500.000 di azioni Facebook ed è stato inserito nel suo consiglio di amministrazione».

 

Ora capite, si tratta di punire Zuckerberg o di affrontare qualcosa di più grande dell’ultramiliardario con i suoi bunker apocalittici alle Hawaii e i pedofili che scorrazzano sui suoi social? Che cosa abbiamo davvero davanti?

 

Facebook è solo un ortaggio che compare in superficie: la pianta da sradicare, sotto, è immensa, ha radici ovunque, radici tenaci, e oscure.

 

E quindi: a cosa avete dato i vostri dati, anche i più intimi, anche se nemmeno lo sapete? Fate pure quelli che «non posto mai niente»: bravi, tuttavia, grazie a voi, sanno cosa guardate, chi guardate, chi conoscete dove siete, cosa fate, più almeno una foto buona per il riconoscimento facciale.

 

Se ci mettiamo anche Whatsapp (che Elon Musk definisce «uno spyware»), possiamo dire che sanno pure cosa pensate, come è la vostra vita ad un livello sotto, più privato, di quello pubblico di Facebook. E realizzatelo pure: si dice che esistano profili nascosti, già pronti, anche per coloro che ai social non hanno mai aderito: i dati per crearli un tempo erano soggetti a compravendita, e quindi è facile che anche il nonno, che non sa usare nemmeno un telefonino Nokia, abbia suo malgrado un profilo da qualche parte.

 

E allora, cosa volete farci?

 

Sarebbe il caso di porsi tutti questa domanda. Sarebbe il caso che qualche politico coraggioso – qualcuno deve essere rimasto – affrontasse questo mostro nelle vite dei cittadini, anche a costo di trovarsi privato della piattaforma.

 

No, non è solo Zuckerberg ad essere rimasto impunito sinora. E un sistema immane, sul quale vogliono bassare tutto il XXI secolo: la sorveglianza assoluta dei cittadini, cioè la vostra sottomissione cioè il ritorno della schiavitù. Se la vostra esistenza diventa un insieme di dati su di una piattaforma – come avvenuto col green pass – questo destino è inevitabile. Specie se a breve sarete costretti all’euro digitale.

 

Credetemi, non si tratta di un problema che non vi riguarda. E vi state mettendo like.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Anthony Quintano via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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Deputati indiani chiedono a Zuckerberg di scusarsi

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Una commissione parlamentare indiana ha chiesto a Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Meta, di scusarsi per la rimozione, avvenuta la scorsa settimana, di un video del Primo Ministro Narendra Modi rivolto ai giovani del Paese. La rimozione ha scatenato una forte reazione negativa contro il colosso dei social media.   Il presidente della commissione, Nishikant Dubey, membro del Parlamento e del Bharatiya Janata Party di Modi, ha affermato che Zuckerberg dovrebbe scusarsi per la rimozione temporanea del video di Modi su Facebook, aggiungendo che Meta dovrebbe perdere la protezione del «porto sicuro» se non lo farà.   «Il nostro comitato ha affermato due cose e ha chiaramente dichiarato che le scuse devono provenire da Zuckerberg. Se Zuckerberg non le presenterà, allora la protezione prevista dalla Sezione 79 dovrà essergli revocata», ha detto Dubey ai giornalisti al termine della riunione.   La sezione 79 della legge indiana sulle tecnologie dell’informazione protegge i fornitori di servizi internet, le piattaforme di social media e i marketplace online dalla responsabilità legale per i contenuti di terzi, a condizione che agiscano come host neutrali e rispettino le norme di base in materia di sicurezza.

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Sebbene in India una commissione parlamentare non possa punire direttamente nessuno, può presentare raccomandazioni punitive all’intera Assemblea per la votazione finale.   Il responsabile globale delle politiche pubbliche di Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, è stato recentemente convocato dal Ministero dell’Elettronica e dell’Informatica indiano (MeitY) in merito alla questione.   In India, la base utenti combinata di Facebook, Instagram e WhatsApp supera 1,15 miliardi, rendendo il Paese il mercato più importante per Meta.   La riunione della Commissione parlamentare permanente per le tecnologie dell’informazione è stata convocata per discutere la regolamentazione delle piattaforme di social media e dei media digitali.   I rappresentanti di Meta, YouTube, X, Snapchat, del ministero degli Interni indiano e del MeitY sono comparsi davanti alla commissione. Meta si è scusata davanti alla commissione, affermando che la rimozione del video era dovuta a un errore.   Tuttavia, i membri della commissione hanno assunto una posizione intransigente, con diversi legislatori che hanno affermato che la questione andava oltre le semplici scuse. Secondo quanto riportato, hanno chiesto che i responsabili venissero chiamati a rispondere delle proprie azioni.   «I membri del comitato hanno anche chiesto provvedimenti legali contro il funzionario di Meta responsabile della rimozione del video», si legge in un rapporto dell’agenzia di stampa ANI, che cita alcune fonti.   La scorsa settimana, la polizia di Hyderabad, città del sud dell’India, ha aperto un’indagine contro il responsabile nazionale di Meta e diversi utenti di Facebook e Instagram per post ritenuti offensivi nei confronti di Modi.   Lunedì, i parlamentari hanno chiesto a Meta informazioni dettagliate sui provvedimenti adottati dall’azienda in merito ai contenuti controversi e inappropriati presenti sulle sue piattaforme.   L’India ha inasprito le norme sui contenuti che tutelano le piattaforme online dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti. Da febbraio, le piattaforme sono tenute a rimuovere i contenuti illegali segnalati dai tribunali o dal governo entro tre ore. In precedenza, il termine era di 36 ore.

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Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso in una nota inviata a Meta, proprietaria di WhatsApp oltre che di Facebook, il governo indiano aveva dichiarato mercoledì che la nuova funzione di cambio nome utente potrebbe aumentare «truffe online, phishing, truffe di arresto digitale e furto d’identità».   In un rapporto pubblicato a marzo, Meta ha affermato che l’India è seconda solo agli Stati Uniti tra i paesi più presi di mira dai truffatori online, confermando così le preoccupazioni di Nuova Delhi.   In India ci sono oltre 500 milioni di utenti WhatsApp, e la piattaforma di messaggistica è la più utilizzata nel Paese di 1,4 miliardi di abitanti. L’India è anche il più grande mercato globale per Telegram, con circa 150 milioni di download.   In India, la base utenti combinata di Facebook, WhatsApp e Instagram supera il miliardo, rendendo il Paese un mercato di primaria importanza per Meta. Gli incidenti di sicurezza informatica sono raddoppiati nel Paese, dove si stima che l’86% delle famiglie sia connesso a Internet, raggiungendo oltre 2 milioni nel 2024 rispetto al 2022.   WhatsApp afferma di aver bloccato oltre 7 milioni di account indiani solo nel mese di maggio.
 

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Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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Operazione Blackout: l’FBI ha smantellato 4 dei «più grandi centri di truffa al mondo»

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Il 31 luglio l’FBI ha annunciato di aver smantellato quattro dei «più grandi centri di frode al mondo» nell’ambito dell’Operazione Blackout, sequestrando beni per un valore di 15,2 miliardi di dollari e liberando migliaia di lavoratori forzati.

 

Le basi operative utilizzate per le truffe forniscono l’infrastruttura necessaria per condurre operazioni di frode online su larga scala e in genere impiegano centinaia di migliaia di persone, molte delle quali sono tenute prigioniere.

 

L’operazione Blackout ha liberato migliaia di lavoratori vittime di tratta, ha dichiarato l’FBI in un post su X. Inoltre, si stima che circa 10.000 americani siano stati salvati dalla perdita dei risparmi di una vita.

 

L’agenzia non ha specificato una tempistica per l’evento. L’FBI ha inoltre stretto nuove collaborazioni internazionali per contrastare le frodi e le attività di traffico illecito, ha affermato l’agenzia.

 

In un post del 21 luglio su X, il direttore dell’FBI Kash Patel ha affermato che il sequestro di 15,2 miliardi di dollari nell’ambito dell’Operazione Blackout è avvenuto in un periodo di 16 mesi. Decine di centri di frode sono stati smantellati e centinaia di criminali arrestati, con l’eliminazione di numerosi centri di traffico di esseri umani. Patel ha elencato quattro operazioni condotte nell’ambito dello smantellamento delle reti di frode.

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L’operazione Zephyr Exodus ha comportato lo smantellamento del Prince Group cambogiano, un’organizzazione criminale transnazionale. Ciò ha portato al sequestro di una quantità record di 127.000 Bitcoin, per un valore di circa 15 miliardi di dollari all’epoca.

 

L’operazione Sand Dollar, condotta a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ha smantellato nove complessi adibiti a truffe, arrestato oltre 300 persone, sequestrato circa 300 milioni di dollari, confiscato migliaia di dispositivi elettronici e liberato migliaia di lavoratori vittime di tratta. L’operazione è stata condotta congiuntamente dal ministero della Pubblica Sicurezza cinese e dalla polizia di Dubai, ha dichiarato Patel.

 

Nell’ambito dell’operazione Compound Fracture, le autorità hanno sequestrato domini e applicazioni dannose collegate ad attività fraudolente. Nell’ambito dell’operazione «Shunda Compound Takedown», l’FBI e le forze dell’ordine thailandesi hanno condotto un’operazione congiunta che ha smantellato una rete responsabile di centinaia di milioni di dollari di danni economici per le vittime.

 

Il mese scorso, il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato 35 persone ed entità collegate al Prince Group, tra cui un conglomerato con sede in Cambogia che avrebbe fornito servizi di riciclaggio di denaro proveniente da truffe.

 

Secondo le stime del dipartimento, nel 2024 gli americani hanno perso almeno 10 miliardi di dollari a causa di truffe provenienti dal Sud-est asiatico, con un aumento del 66% rispetto all’anno precedente.

 

Secondo il rapporto sui crimini informatici del 2025 dell’FBI, il Centro per la segnalazione dei crimini informatici dell’agenzia ha ricevuto oltre un milione di denunce lo scorso anno. Le perdite totali derivanti da queste denunce ammontano a oltre 20,87 miliardi di dollari, con un aumento del 26% rispetto all’anno precedente.

 

In una dichiarazione del 28 luglio, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite ha evidenziato il problema delle vittime di tratta costrette a lavorare in centri di frode.

 

Le vittime vengono inizialmente attirate da falsi annunci di lavoro che promettono un impiego legittimo all’estero. Una volta arrivate, vengono private dei documenti, rinchiuse in complessi e costrette a svolgere attività fraudolente online sotto la minaccia di violenze e altre misure. Molti sopravvissuti denunciano di aver subito abusi sessuali, isolamento, fame e torture, ha affermato l’OIM.

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«Le persone intrappolate in questi complessi fraudolenti sono vittime di tratta, costrette a commettere crimini attraverso la violenza, le minacce e la coercizione. Meritano protezione, non punizione», ha dichiarato il direttore generale dell’OIM, Amy Pope, nel comunicato.

 

«Dobbiamo lavorare insieme per sostenere i sopravvissuti, fermare i trafficanti e colmare le lacune sfruttate da queste reti criminali. Nessun Paese può affrontare questo problema da solo», ha affermato Pope.

 

Tra il 2022 e il 2025, l’OIM ha assistito oltre 3.500 vittime di tratta e di sfruttamento criminale nel Sud-est Esiatico. Queste persone provenivano da 39 nazioni, principalmente da India, Bangladesh, Sri Lanka, Indonesia, Kenya ed Etiopia.

 

Il 30 settembre dello scorso anno, un gruppo di legislatori ha presentato lo Scam Compound Accountability and Mobilization (SCAM) Act, una legge volta a contrastare le truffe perpetrate dall’estero, secondo quanto riportato in una dichiarazione del 1° ottobre 2025 dall’ufficio del senatore repubblicano texano John Cornyn.

 

Il disegno di legge mira inoltre a ritenere responsabili le organizzazioni criminali transnazionali che si dedicano al traffico di esseri umani, alla criminalità forzata e alle truffe informatiche ai danni di cittadini americani.

 

La legge è stata approvata dal Senato a dicembre e inviata alla Camera dei Rappresentanti nello stesso mese. Tuttavia, da allora non è stato intrapreso alcun passo significativo in merito al disegno di legge.

 

Quella delle truffe informatiche è una vera grande industria per la Cambogia. Due anni fa era emerso che una piattaforma di una grande società cambogiana – dover era coinvolto il parente di un primo ministro – era utilizzata per truffe in criptovalute calcolabili in miliardi di dollari.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Amnesty International aveva smentito Phnom Penh, affermando che, contrariamente a quanto sostenuto dal governo cambogiano «i centri per le truffe continuano ad espandersi».

 

In Birmania, dove sono state estradate per le frodi online diecine di migliaia di persone, i militari sarebbero complici degli aguzzini delle truffe online – e il loro smantellamento, secondo i critici sarebbe «solo una messinscena».

 

La Cina l’anno scorso ha condannato a morte 16 gestori di centri per le truffe internet in Birmania.

 

Storie terrificanti di schiavitù sono arrivate anche dalle Filippine.

 

 

 

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Ingegnere Meta delle «esperienze digitali per bambini» arrestato per messaggi espliciti verso un’utente ritenuta minorenne

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Un ingegnere newyorkese che sosteneva di occuparsi della creazione di «esperienze digitali per bambini» presso il gigante dei social media Meta è stato arrestato dopo aver confessato di aver cercato di inviare messaggi a sfondo sessuale a una ragazza di tredici anni nel corso di un’operazione sotto copertura. Lo riporta il quotidiano New York Post.   L’uomo, 44 anni, al momento in congedo dall’azienda che controlla Facebook, ha ammesso di aver adescato e scambiato messaggi a sfondo sessuale con qualcuno che riteneva essere una minorenne, nell’ambito di un’operazione condotta sotto copertura dai Predator Poachers Long Island, un collettivo di vigilantes impegnato a smascherare potenziali pedofili.   «Anche se erano già successe cose inappropriate, vorrei quasi essere suo padre», avrebbe dichiarato — sposato e padre di un bambino piccolo — a un membro del gruppo che si fingeva la nonna della presunta vittima, come emerge dal filmato dell’incontro che sarà diffuso lunedì.   L’uomo, che in un profilo LinkedIn ormai rimosso si descriveva come responsabile ingegneristico per lo sviluppo di «esperienze digitali per bambini» presso Meta, aveva contattato a maggio l’account civetta del gruppo, operativo da tredici anni, continuando poi a scambiare messaggi con loro con regolarità, secondo quanto riferito dall’organizzazione.

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L’uomo avrebbe fatto poi affermazioni specifiche, arrivando a tentare di spiegare alla ragazza come masturbarsi, a inviarle diverse foto e video di sé mentre faceva lo stesso, e persino a provare a organizzare incontri dal vivo, ha raccontato al NY Post Mike Villani, uno degli specialisti nella cattura di predatori sessuali che ha coordinato l’operazione.   Mercoledì il gruppo lo ha affrontato di sorpresa fuori dal suo appartamento. L’uomo in un primo momento ha tentato di allontanarsi, ma ha poi accettato di fermarsi a parlare in un luogo nelle vicinanze, poiché sua suocera si trovava in casa e non voleva che lo sentisse mentre tradiva la moglie adescando quella che riteneva fosse una minorenne, come si vede nel video.   Messo davanti alle proprie conversazioni, l’uomo ha ammesso di aver scambiato messaggi con quella che credeva fosse la giovane adolescente — in realtà mai esistita — e ha rivelato che non si trattava del primo episodio del genere, secondo quanto mostrato nel filmato.   «L’ho già fatto una volta con un’altra ragazza minorenne», ha detto, arrivando a paragonare in modo inquietante le adolescenti a «qualsiasi porto sicuro in caso di tempesta».   L’uomo ha poi attribuito in modo bizzarro la responsabilità alla moglie e al loro matrimonio privo di vita sessuale, sostenendo che questo avesse alimentato le sue fantasie morbose, spingendolo verso gli angoli più oscuri di internet.   L’incontro con il gruppo, durato quasi due ore, si è concluso con l’arrivo della polizia poco dopo la fine della sua confessione, e con il suo arresto a pochi isolati dall’appartamento di Manhattan. Egli è accusato di diffusione di materiale osceno a minori e di messa in pericolo del benessere di un minore.   Giovedì, durante l’udienza preliminare, si è dichiarato non colpevole e tornerà in tribunale il 9 settembre.   Un portavoce di Meta ha riferito al giornale neoeboraceno che l’uomo è stato posto in congedo. «Collaboreremo con le forze dell’ordine nelle indagini», ha dichiarato il portavoce.

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Come riportato da Renovatio 21, a marzo Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, è stata condannata dal dipartimento di Giustizia dello Stato del Nuovo Messico a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media. Un altro processo di grande risonanza è a Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale   Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.   Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.   Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no.   Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social.  

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