Cina
Xi manda i carri armati in strada durante la protesta antilockdown. Silenzio assoluto dei media mainstream
Diversi carri armati militari hanno attraversato le strade della Cina mentre Pechino intensificava la sua repressione contro i manifestanti che protestavano contro la politica zero-COVID del presidente Xi Jinping.
Lo riporta, praticamente unica testata maggiore al mondo, il britannico Daily Mail. Al momento in cui scriviamo, infatti, praticamente nessuna testata internazionale o nazionale sta pubblicando articoli e servizi su questo segno inquietante, che potrebbe aver portata storica.
Un video mostra un flusso costante di carri armati che attraversano la città orientale di Xuzhou lunedì notte.
Tanks are coming through Xuzhou, Jiangsu, China.
Situation is getting dangerously intense. #ChinaProtests #chinaprotest #ChinaProtests2022 #ChinaProtests清华 #Chinesepolicestations #chineseprotests #Chinese #Chineseprotest pic.twitter.com/EOF9Qxp5b4
— ChinaProtests (@TechVnn) November 29, 2022
Il pensiero va immediatamente al tragico 1989 della strage di Piazza Tiananmen nel 1989, dove centinaia – qualcuno dice migliaia – di manifestanti cinesi furono uccisi dai soldati sui carri armati mandati a reprimere la rivolta popolare dal presidente Deng Xiaoping.
Come illustrato da altri video postati da Renovatio 21 nei precedenti articoli, i funzionari del Partito Comunista di Xi hanno intensificato la repressione dei manifestanti, con agenti di polizia, taluni in borghese, che arrestano e trascinano via manifestanti.
La Repubblica Popolare si trova in uno stato di agitazione sconosciuto al Paese, quantomeno dal fatale 1989.
La miccia di questa rivolta – pacifica e massiva – sarebbero stati gli oltre quaranta morti in un condominio quarantenato a Urumqi nella regione nordoccidentale dello Xinjiang: scoppiato l’incendio, gli abitanti non hanno potuto fuggire, perché la politica di lockdown cinese usa sigillare le porte dall’esterno (sì). Tra i periti nella strage di Urumqi vi sarebbe anche un bambino di 3 anni.
Vi è tuttavia un altro motivo per l’improvvisa accelerazione delle proteste, sostengono alcuni: i mondiali di calcio, dove il pubblico sugli spalti pare libero e – addirittura – privo di mascherine. È è stato riportato che la TV cinese sostituisce le inquadrature sul pubblico della diretta delle partite con primi piani di giocatori e allenatori.
Anche la visione del pubblico in Qatar, insomma, potrebbe aver contribuito: ricordiamo che, come riportato, che vi sarebbero stati la scorsa settimana 412 milioni di cinesi in lockdown.
Nonostante la repressione poliziesca in aumento esponenziale, alcuni manifestanti stanno continuando le manifestazioni, di fatto sfidando l’autorità centrale di Xi e del Partito Comunista Cinese.
A Shanghai, circa sei agenti di polizia sono visibili in un video mentre circondano un manifestante, che si sente gridare aiuto. Si vede il manifestante che cerca di impedire agli agenti di arrestarlo, ma senza successo mentre lo trascinano via. Intorno scoppia il caos, con altri cittadini che vengono strattonati dalle forze dell’ordine per essere catturati.
Shanghai
Brutal beatings carried out by the police.#Shanghai #ShanghaiProtests #ChinaProtests #ChinaUprisingThread pic.twitter.com/9b5OszTRCf— 247ChinaNews (@247ChinaNews) November 30, 2022
Nella città nord-orientale di Jinan, un gruppo di manifestanti si è scontrato con agenti nella classica tuta bianca anticontaminazione. I manifestanti sollevano le transenne e le lanciano contro il posto di blocco.
People are clashing with "epidemic prevention personnel" in Jinan city, China.
— Faytuks News Δ (@Faytuks) November 29, 2022
Decine di agenti di polizia che indossavano tute ignifughe ed enormi scudi di plexyglass sono stati avvistati ieri sera anche nella città meridionale di Guangzhou, mentre cercavano di frenare le proteste rabbiose della popolazione sfinita dal lockdown e dalle menzogne del potere centrale.
CHINA – City of Guangzhou, where I have been many times. The authorities move in to arrest protesters.
Now you know what those 500,000 ‘quarantine’ camps were for. They were never to protect the people, they were to punish the people.
— Bernie's Tweets (@BernieSpofforth) November 29, 2022
Nessuno può sapere ora cosa accadrà. La protesta, che pare immensa e determinata, non può avere una vera traduzione politica nell’attuale establishment: e ciò è vero, ricordiamolo, non solo per la Cina comunista, ma anche per l’Italia, gli USA, la Germania, la Francia, il Canada, il Brasile, la Nuova Zelanda, e ogni altro Paese, dove le oceaniche proteste anti restrizioni pandemiche sono state ignorate dalla classe politica.
Se pensiamo a Tienan’men, dobbiamo pensare a come andarono le cose nel profondo. Nonostante l’eccidio infame, testimoniato in diretta dagli sconvolti reporter internazionali, nessuna vera azione di contenimento fu fatta contro la Cina, che la passò liscia. Anzi: le fu permesso di divenire protagonista economica della scena mondiale. (Esattamente come sta accadendo alla Russia ora. No?)
All’epoca del bagno di sangue nella grande piazza pechinese, al potere c’era Deng Xiaoping, il quale – diciamola, al momento, così – non dispiaceva all”élite mondialista, sia per la liberalizzazione dell’economia («arricchirsi è glorioso», era il motto del Paese sotto la sua presidenza) sia, cosa da non scordare mai, perché un decennio prima, convinto da emissari del Club di Roma di Aurelio Peccei, aveva abbracciato la politica del figlio unico, cioè controllo della riproduzione umana e aborti forzati di massa.
Dietro ai carrarmati bloccati dal mitico omino con le borse della spesa – una delle immagini più epiche e struggenti di tutti i tempi – non c’era solo l’esercito cinese e il potere di Pechino, ma l’intero Ordine Mondiale che doveva fare della Cina il principale strumento economico e biopolitico del suo progetto, che include la deindustrializzazione dell’Occidente via delocalizzazione asiatica, la conseguente disintegrazione della classe media, e la creazione di uno Stato di sorveglianza totalitaria bioelettronica da cui attingere per i sistemi di ogni Paese e del futuro governo mondiale.
È passato del tempo, ma le cose non sono cambiate. Apple limita l’uso di AirDrop nella popolazione cinese proprio nei giorni della protesta, Zuckerberg (il cui prodotto è proibito in Cina) impara il cinese e fa trovare la biografia di Xi Jinping in bella mostra sulla sua scrivania, tutte le realtà maggiori, da Disney all’NBA, paiono inchinarsi dinanzi al Dragone incuranti di questioni di diritti umani che pure predicano ovunque, il clan Biden sarebbe implicato in numerosi affari milionari con la Cina, con tanto di crassa ammissione TV di un economista di Pechino.
No, la Cina non ha ancora esaurito il suo ruolo di cavallo del Nuovo Ordine Mondiale.
Tuttavia, per quanto improbabile, ecco che qualcosa potrebbe mettersi di traverso: il popolo cinese.
Che è stato schiavizzato, picchiato, controllato, abortito. Ma che rimane fatto di esseri umani, la cui volontà unita può qualsiasi cosa: persino capovolgere il disegno storico e metastorico della Cultura della Morte.
Ecco perché Xi sta mandando in strada i carrarmati. Noi, invece, mandiamo al popolo cinese le nostre preghiere.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da Twitter
Cina
Gli USA blacklistano Alibaba per legami con l’esercito cinese
Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti ha aggiunto decine di aziende cinesi, tra cui il colosso tecnologico Alibaba, il motore di ricerca Baidu e il produttore di veicoli elettrici BYD, a una lista nera di entità che, a suo dire, aiutano l’esercito di Pechino.
La Cina ha condannato la decisione, accusando Washington di prendere di mira le imprese cinesi. La cosiddetta lista 1260H del Pentagono, aggiornata lunedì, comprende ora 188 aziende della Repubblica Popolare, rispetto alle circa 130 dell’anno scorso. La lista identifica le aziende che, secondo Washington, sono collegate all’esercito cinese o contribuiscono alla sua strategia di «fusione civile-militare».
Tale designazione non impone sanzioni complete, ma esclude le aziende incluse nell’elenco da futuri contratti di difesa statunitensi ed è ampiamente considerata un monito per gli investitori e le aziende americane.
Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, i contratti diretti del Pentagono con società quotate in borsa saranno vietati entro la fine di questo mese, mentre le restrizioni sull’acquisto di prodotti o servizi tramite terzi entreranno in vigore nel 2027.
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Martedì Pechino ha condannato la decisione, con il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian che ha affermato che la Cina «si oppone fermamente» all’«eccessiva interpretazione del concetto di sicurezza nazionale da parte degli Stati Uniti» e all’utilizzo di «liste discriminatorie» per colpire le imprese cinesi.
«Esortiamo gli Stati Uniti a correggere i propri errori e a porre fine all’ingiustificata repressione delle imprese cinesi», ha affermato Lin, aggiungendo che la Cina adotterà le misure necessarie per proteggere i «legittimi e legittimi diritti e interessi» delle proprie aziende.
La Cina ha ripetutamente accusato gli Stati Uniti di utilizzare motivazioni di sicurezza nazionale per contenere la sua ascesa economica e indebolire le sue aziende leader.
Diverse aziende tra quelle prese di mira hanno respinto la designazione. Alibaba, la più grande azienda di e-commerce cinese, ha affermato che non vi era «alcun fondamento» per includerla nella lista, insistendo sul fatto di «non essere un’azienda militare cinese né parte di alcuna strategia di fusione civile-militare».
Baidu ha definito l’accusa «totalmente infondata», mentre BYD ha dichiarato di opporsi fermamente all’essere etichettata come azienda militare e che avrebbe utilizzato mezzi legali per difendere i propri interessi.
L’elenco aggiornato arriva a meno di un mese dall’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping a Pechino, un colloquio volto a gestire le tensioni tra le due maggiori economie mondiali. Il vertice non ha prodotto risultati significativi, ma entrambe le parti hanno concordato di proseguire il dialogo e di gestire le controversie in materia di commercio, tecnologia e sicurezza.
Nel febbraio 2026 il PentagonO AVEVA aggiunto Unitree Robotics (CIOè Hangzhou Yushu Technology Co. Ltd.) alla lista delle «Chinese Military Companies».
Unitree, produttrice di androidi, è considerata legata al complesso militare-industriale cinese, con legami documentati con università e istituti legati alla PLA (Esercito Popolare di Liberazione), finanziamenti statali e utilizzo dei suoi robot in contesti militari.
La blacklist non costituisce ancora la temutissima Entity List del BIS (del dipartimento del Commercio), che imporrebbe restrizioni severe sulle esportazioni di tecnologia americana verso l’azienda.
Forte di una certa esperienza con i robot umanoidi, Unitree lo scorso mese aveva mostrato al mondo il suo prototipo di robot gigante pilotabile, pure trasformabile in gigarobocane che sarebbe già in vendita.
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Immagine di N509FZ via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Cina
La Cina rade al suolo una chiesa dopo che i fedeli rifiutano di esporre la bandiera nazionale
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Cina
Xi Jinping rimane intransigente sul caso di Jimmy Lai
Al suo ritorno dal vertice bilaterale di alto livello tenutosi a Pechino a metà maggio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rivelato i dettagli delle sue conversazioni private con l’omologo cinese Xi Jinping. Mentre l’aspetto commerciale dell’incontro ha portato alla stipula di ingenti contratti, gli scambi diretti riguardanti il destino dei prigionieri politici hanno messo in luce una diplomazia a due livelli.
«Suonare il liuto davanti a un bue». Il proverbio cinese potrebbe applicarsi a certi aspetti del vertice di Pechino. Durante un incontro di due ore al Tempio del Cielo, l’inquilino della Casa Bianca ha presentato formalmente al suo omologo un elenco di prigionieri politici, ponendo particolare enfasi sulla situazione dei leader religiosi. Il presidente americano ha espresso un singolare ottimismo riguardo al caso di Ezra Jin Mingri, l’emblematico pastore della Chiesa di Sion, una delle più grandi congregazioni protestanti clandestine del Paese, arrestato lo scorso autunno durante un’ondata di repressione statale contro le comunità religiose non registrate .
Secondo quanto dichiarato da Donald Trump durante il volo di ritorno, Xi Jinping ha formalmente promesso di « esaminare molto seriamente» la questione in vista di un possibile rilascio. Questo annuncio è stato accolto con grande emozione dalla famiglia del pastore, con la figlia Grace Jin Drexel che ha definito questa svolta diplomatica «miracolosa», lodando al contempo la tenacia dell’amministrazione americana.
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Il caso Jimmy Lai: il muro della sovranità cinese
L’entusiasmo presidenziale, tuttavia, è stato infranto da una realtà ben diversa riguardante Jimmy Lai. L’attivista cattolico settantottenne ed ex magnate dei media di Hong Kong sta attualmente scontando una condanna a 20 anni di carcere, inflittagli nel febbraio 2026 in base alla draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino.
Interrogato in merito , Donald Trump ha ammesso con brutale franchezza che la risposta di Xi Jinping era stata gelida, definendo la questione «particolarmente difficile«. «Non sono ottimista», ha riconosciuto il presidente americano, indicando che le richieste occidentali si erano scontrate con il cuore politico del regime. Per Pechino, Jimmy Lai rimane uno dei principali artefici dei movimenti di protesta pro-democrazia del 2019, accusato di collusione criminale con potenze straniere.
Nonostante questa cupa valutazione, Claire Lai, la figlia del leader dell’opposizione imprigionato, ha tenuto a ringraziare Washington per aver sfidato il tabù diplomatico, ribadendo l’estrema urgenza del suo rilascio, dato che le condizioni di salute del padre peggiorano di giorno in giorno.
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Tra realpolitik e pragmatismo commerciale
Questo vertice illustra perfettamente la dottrina transazionale dell’amministrazione americana. Pur dovendo affrontare delicate questioni relative alle libertà individuali, Washington ha concluso accordi commerciali per oltre 100 miliardi di dollari, tra cui ordini record per Boeing e impegni significativi per l’acquisto di prodotti agricoli, in particolare soia.
Questo approccio dimostra che, sebbene la Cina sia disposta a compiere alcuni gesti umanitari mirati e di forte valore simbolico per facilitare le proprie relazioni economiche, la leadership del Partito Comunista Cinese rifiuta qualsiasi compromesso quando vengono messi in discussione il suo controllo politico assoluto sul cattolicesimo e su Hong Kong, o la sua linea rossa su Taiwan.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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