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Cina

Esplode la rivolta del popolo cinese contro il lockdown zero-COVID

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Sono immagini mai viste quelle che arrivano da un gran numero di città cinesi.

 

La popolazione scende in strada in protesta contro la politica dei lockdown totali perseguita da Xi Jinping, fautore del famoso approccio zero-COVID, che di fatto ha confinato qualcosa come 412 milioni di cinesi.

 

Dopo la strage di Urumqi, dove 44 persone avrebbero perso la vita in un condominio che per lockdown era stato chiuso dall’esterno (sì…), in varie città – megalopoli – cinesi sta avvenendo qualcosa di semplicemente impensabile. La popolazione scende in strada e chiede apertamente al presidente Xi di dimettersi.

 

Si tratta di un livello di polemica politica che non si era mai visto in Cina – almeno dai tempi della rivolta di Piazza Tien’anmen…

 

Per chi conosce la discrezione con cui la popolazione cinese, che subisce censure e torture, desaparecidos e la costante minaccia del credito sociale onnipervandente, ha cercato di trasmettere alle autorità in questi decenni il proprio sentimento, si tratta di un salto quantico, di un argine che si rompe per sempre: ora i cinesi criticano apertamente i vertici del loro Paese.

 

I video che stanno in qualche modo uscendo dalla Cina sono, quindi, documenti di portata storica.

 

 

 

La protesta dilaga negli atenei, come la prestigiosa università pechinese Tsinghua

 

 

Durante le manifestazioni del sabato sera a Shanghai, la più grande città del Paese, si sono sentite persone gridare apertamente slogan antigovernativi come «Xi Jinping, dimettiti!» e «Partito comunista, dimettiti!» lo riferisce la BBC.

 

 

A Wuhan, capitale globale  del COVID – dove le autorità del Partito Comunista Cinese ci volevano far credere che tutto andava sempre benissimo – la popolazione ha tirato giù i muri piazzati per il lockdown della città.

 

 

La polizia cinese, con elementi in borghese a dar man forte, sta portando via i manifestanti più focosi. Ma la protesta non pare a questo punto controllabile.

 

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo, emergono spaventosi video come questo che segue: a Canton, una struttura di quarantena – cioè un lager pandemico – per 80 mila persone…

 

 

Come finirà tutto questo non siamo in grado di dirlo. Tuttavia è facile che immagine che, nonostante la censura che impedisce anche solo di parlare della protesta con conseguente strage a Tienan’men, la popolazione sa bene cosa è successo. Quindi, chi in questo momento va in strada in Cina, sa cosa sta rischiando.

 

Un coraggio non da poco.

 

 

 

 

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Cina

«Rivoluzione dei fogli bianchi»: decine di manifestanti cinesi in prigione

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Solo 40 sarebbero a Pechino. A fine novembre proteste anti-lockdown si sono avute però anche a Shanghai, Guangzhou, Chengdu e Wuhan. Nella maggior parte dei casi è sconosciuto il luogo di detenzione. La Generazione Z cinese si dimostra meno «nazionalista» o «apatica» di quello che si pensava.

 

 

Decine di giovani cinesi, soprattutto donne e giornalisti, sono in prigione per aver preso parte alla «Rivoluzione dei fogli bianchi», le manifestazioni di massa che a fine novembre hanno spinto il governo cinese a revocare la draconiana politica zero-COVID di Xi Jinping.

 

Nei giorni dei tumulti, gli studenti hanno lanciato la forma di dissenso, in cui ogni manifestante rimane fermo sventolando un pezzo di carta senza scritte. In diverse città del Paese la gente è scesa in strada per protestare contro le restrizioni sanitarie, che avrebbero anche provocato la morte di molte persone in un incendio a Urumqi (Xinjiang), e quelle alla libertà di espressione.

 

Video online circolati nei giorni dei tumulti mostrano poliziotti in divisa e in borghese che a Shanghai afferrano i manifestanti, scaraventandoli in bus e portandoli via tra urla e pianti.

 

Secondo informazioni raccolte da Radio Free Asia, a Pechino ci sono 40 dimostranti ancora in carcere. Nella capitale le proteste più intense si sono avute il 27 novembre nel distretto di Liangmahe. La polizia ha proceduto a diversi arresti nei giorni successivi (anche a metà dicembre). In alcuni casi senza fornire indicazioni sul luogo di reclusione, in altri si è saputo che i fermati si trovano nel centro di detenzione di Chaoyang.

 

Persone legate agli arrestati sottolineano che i familiari spesso mantengono il silenzio sull’accaduto dopo aver ricevuto intimidazioni da parte delle autorità. I numeri dei manifestanti incarcerati potrebbero essere maggiori, dato che dimostrazioni si sono avute con certezza anche a Guangzhou (Guangdong), Chengdu (Sichuan) e Wuhan (Hubei).

 

La Generazione Z cinese – 280 milioni di nati tra il 1995 e il 2010 – ha lanciato una sfida diretta al potere di Xi: con i loro fogli bianchi, i giovani cinesi hanno dato un duro colpo alla sua immagine di leader supremo.

 

Per il presidente cinese si tratta della minaccia interna più delicata. Analisti osservano che tra le nuove leve del Paese non vi sono solo «netizen nazionalisti» o «apatici» che non si interessano di politica. Ma anche persone che vogliono più diritti e più libertà. Xi dovrà mostrare una grande abilità nel placare l’insoddisfazione di una fascia della popolazione che affronta crescenti problemi di occupazione.

 

Quella in corso in Cina è una evoluzione rispetto al «movimento degli sdraiati»: giovani che fanno il minimo indispensabile nei loro impieghi o nello studio, stanchi delle estenuanti ore di attività, i crescenti costi dei consumi e i prezzi proibitivi delle abitazioni. Un atteggiamento passivo, visto dalle autorità come una minaccia ai grandi piani di «rinnovamento nazionale» voluti da Xi.

 

Il patto sociale tra il Partito comunista cinese e il popolo, con la promessa di arricchimento personale in cambio del disimpegno politico, sembra non poter più reggere con i giovani, che hanno sempre meno fiducia verso la leadership.

 

 

 

 

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Cina

Tre boss dell’hi-tech escono dalla Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese

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Sono i fondatori dei colossi Baidu, NetEase e Sogou. L’organo è chiamato a formalizzare decisioni già prese dal Partito Comunista Cinese. Entrano due esperti contro il COVID-19 nel mirino delle critiche online. Hu Chunhua, prima in lizza per la premiership, potrebbe diventare uno dei vice capi della Conferenza.

 

Tre pesi massimi dell’industria hi-tech cinese escono dalla Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPCPC), organo che insieme alla ben più importante Assemblea nazionale del popolo è chiamato a formalizzare decisioni già prese dal presidente Xi Jinping e dalla leadership del Partito Comunista Cinese (PCC).

 

Nella nuova lista di membri, uscita il 18 gennaio, mancano i nomi di Robin Li Yanhong, William Ding Lei e Wang Xiaochuan. Il primo è fondatore e amministratore delegato di Baidu (il Google cinese), compagnia che si occupa anche di intelligenza artificiale. Ding è invece fondatore e guida di NetEase, la seconda industria di videogame più grande di Cina, mentre Wang è l’ideatore del motore di ricerca internet Sogou, il più importante dopo Baidu.

 

Formata da 2.172 delegati, la nuova CPCPC si riunirà per la prima volta a marzo in concomitanza con l’ANP in occasione delle «due sessioni» (Lianghui), quando verranno ufficializzate le nomine alla guida del Paese per il terzo mandato al potere di Xi.

 

In pratica i membri della Conferenza sono scelti dal Partito tra esponenti di vari ambiti, compreso quello religioso. Il criterio base di selezione è quello della fedeltà e della competenza.

 

L’uscita dei tre importanti imprenditori del comparto tecnologico potrebbe spiegarsi con la mancata fiducia di Xi nei loro confronti. Per più di due anni il leader cinese ha condotto una campagna per contenere il potere monopolistico dei grandi gruppi hi-tech, che sulla carta potrebbero rappresentare un contropotere al Partito.

 

Nella rinnovata CPCPC hanno trovato invece posto due esperti della lotta al COVID-19: l’infettivologo Zhang Wenhong e l’epidemiologo Wu Zunyou. La nomina colpisce perché i due scienziati sono spesso il bersaglio di critiche online per la gestione dell’emergenza pandemica, ma spiega anche quanto contino nelle dinamiche del potere cinese la lealtà e l’affidabilità politica.

 

Con ogni probabilità il nuovo capo della CPCPC sarà Wang Huning, alleato di Xi e numero quattro del Comitato permanente del Politburo, l’organo decisionale del Partito.

 

Uno dei vice di Wang dovrebbe essere il vice premier uscente Hu Chunhua, esponente della Gioventù comunista, fazione avversa a Xi. Un contendente alla premiership alla vigilia del 20° Congresso del Partito in ottobre, Hu non è stato inserito nemmeno tra i 24 componenti del Politburo, il secondo organo per importanza del PCC.

 

 

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Immagine di Thomas.fanghaenel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

 

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Sempre più cinesi vedono con sfavore gli USA

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Il 43% degli intervistati in un sondaggio online percepisce in modo «molto sfavorevole» Washington. Critici soprattutto quelli nati dopo il 1990. L’Europa considerata con più favore: punte del 69% per la Germania. L’eccezione europea è la Gran Bretagna, apprezzata solo dal 46% dei cinesi.

 

La maggioranza dei cinesi vede con sfavore gli Stati Uniti. È il risultato di un sondaggio online diffuso insieme dall’Università nazionale di Singapore, da quella della British Columbia in Canada e dalla Rice University negli USA.

 

Condotto su un campione di 2.083 cittadini cinesi tra il 2020 e il 2021, lo studio rivela che il 43% degli intervistati percepisce in modo «molto sfavorevole» Washington; solo il 23% ha espresso una visione «molto o in qualche maniera» positiva. I più critici appartengono alla generazione nata dopo il 1990.

 

In un’indagine pubblicata a giugno, il Pew Research Center aveva trovato che nella maggior parte dei 19 Paesi studiati – soprattutto negli Usa – il sentimento negativo nei confronti della Cina era arrivato ai massimi, con una particolare preoccupazione per il rispetto dei diritti umani.

 

In apparenza gli umori della popolazione cinese sono in controtendenza con i timidi tentativi del governo cinese di migliorare i rapporti con Washington: secondo diversi osservatori, la nomina a ministro degli Esteri di Qin Gang, ex ambasciatore negli USA, e il siluramento del «wolf warrior» Zhao Lijian dall’ufficio stampa della diplomazia cinese vanno letti in questa direzione.

 

Una svolta vera non sembra però in arrivo. L’amministrazione Biden non dà segni di voler mettere fine alla guerra commerciale e a quella tecnologia lanciata contro Pechino da Donald Trump.

 

Il disappunto dei cinesi verso gli USA non coincide però con la percezione del mondo occidentale nel suo complesso. Dallo studio degli atenei di Singapore, Canada e Stati Uniti emerge che in Cina si ha una considerazione positiva dell’Europa, con punte del 69% per la Germania. I Paesi europei sono percepiti come meno aggressivi rispetto a Washington, senza contare che governo cinese e media di Stato riservano di solito loro un trattamento più amichevole.

 

L’eccezione europea è la Gran Bretagna, vista con favore solo dal 46% degli intervistati. In Cina la politica di Londra è associata spesso a quella di Washington su temi come l’origine della pandemia da COVID-19, le critiche alle politiche di Pechino a Hong Kong, in Tibet e nello Xinjiang, la contesa su Taiwan e il Mar Cinese meridionale.

 

 

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Immagine di Ray_from_LA via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

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