Cina
Per il Vaticano le persecuzioni dei cristiani in Cina sono «presunte»?
Un articolo in lingua inglese del portale mediatico ufficiale della Santa Sede Vatican News sembra lasciar intender che il Partito Comunista Cinese (PCC) potrebbe non essere colpevole di persecuzione di cristiani e membri di altri gruppi religiosi.
L’articolo riguardava la multa comminata dal tribunale di Hong Kong al cardinale Zen, all’interno del processo per il quale l’anziano porporato è stato arrestato e incriminato, e che, come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa Bergoglio si è rifiutato di difendere pubblicamente.
In chiusura della versione inglese del pezzo, si legge: «In the past, Cardinal Zen has also criticized the Chinese Communist Party for allegedly persecuting religious communities». In traduzione automatica Google: «in passato, il cardinale Zen ha anche criticato il Partito comunista cinese per presunte persecuzioni delle comunità religiose».
Secondo il dizionario online inglese-italiano del Corriere della Sera, la parola «allegedly» è traducibile come «presumibilmente, secondo quanto si dice».
Secondo Wordreference, prezioso ed esaustivo dizionario online, l’avverbio inglese si può tradurre come «secondo quanto si dice», «secondo quanto riportato»,
«presumibilmente».
Dobbiamo quindi pensare che, dopo tre quarti di secolo di persecuzioni dei cristiani da parte del Partito Comunista Cinese – flagello che non si è fermato con l‘osceno accordo sino-vaticano – queste persecuzioni sono «presunte»? La Cina comunista «presumibilmente» perseguita i cristiani spingendoli nella chiesa sotterranea ed esempi di martirio lancinanti?
Va detto, a difesa dell’autore, che potrebbe essere un problema avvenuto non alla fonte, ma in traduzione. Nella versione italiana la parola «presumibilmente» non c’è. Sul sito si legge infatti: «In passato, il cardinale si era esposto anche in prima persona per aver criticato il Partito comunista cinese denunciando pressioni e persecuzioni sulle comunità religiose».
Anche nella versione francese non c’è traccia del «presumibilmente»: «Par le passé, le cardinal s’était également exposé personnellement pour avoir critiqué le Parti communiste chinois, dénonçant les pressions et les persécutions sur les communautés religieuses»
Idem con lo spagnuolo: «En el pasado, el cardenal también se expuso personalmente por criticar al Partido Comunista Chino, denunciando la presión y la persecución sobre las comunidades religiosas».
Stessa cosa con il tedesco: «In der Vergangenheit hatte sich der Kardinal auch persönlich wegen seiner Kritik an der Kommunistischen Partei Chinas exponiert und Druck auf sowie die Verfolgung von religiösen Gemeinschaften angeprangert»
La domanda allora diventa: chi ha piazzato quella parola nella traduzione della lingua comune del mondo intero, l’inglese? È stato un uomo o – sarebbe pazzesco, ma non ci stupirebbe – è stato un software di intelligenza artificiale? Abbiamo visto in passato grandi piattaforme censurare immediatamente contenuti lesivi della Repubblica Popolare, grande partner economico di Big Tech…
Però, attenzione la versione dell’articolo in cinese semplificato – cioè la scrittura ufficiale del mandarino nella Repubblica Popolare Cinese – parrebbe mancare completamente dell’ultima parte in cui si parla delle persecuzioni. L’articolo nella lingua di Pechino, sembra molto ridotto rispetto a tutte le altre versioni.
Potete verificare voi stessi con il traduttore automatico. Leggete il testo: si dà solo notizia del caso, dei 500 dollari di multa, degli altri coimputati dichiarati colpevoli assieme al cardinale Zen. Basta.
Nella versione scritta nella lingua della Cina comunista, insomma, il Vaticano, non nomina nemmeno le persecuzioni religiose contro cui si batte il porporato ultranovantenne. Interessante.
Notiamo infine che la stessa versione ridotta al minimo dell’articolo è ripetuta anche nella versione «cinese tradizionale», che è la scrittura in uso a Taiwan e, soprattutto, a Hong Kong, città del cardinale Zen e dei fatti raccontati, come noto ora sotto il tallone del Partito Comunista Cinese.
Renovatio 21 ha a lungo cercato di spiegare – di spiegarsi, in realtà – da dove possa nascere l’immane tradimento del Vaticano nei confronti dei figli della Chiesa residenti in Cina. Abbiamo ipotizzato che dietro vi potrebbero essere ammassi di ricatti ottenuti elettronicamente con un’app di incontri omosessuali passata in mano cinese per un periodo di tempo. Abbiamo preconizzato lo sgorgare, nei prossimi tempi, di fiumi di sangue di martire, che ad un certo punto saranno impossibili da definire «presunti».
Tuttavia, nonostante quanto abbiamo scritto, nonostante quanto sappiamo, fatichiamo a trattenere lo sconcerto davanti a simili episodi.
Che la persecuzione del Partito Comunista Cinese contro i cristiani non sia «presunta» lo sappiamo da lungo tempo. Già nell’estate 1947, i comunisti già massacravano e torturavano i religiosi cattolici in massa. Un articolo del Messaggero di Sant’Antonio (la pubblicazione più diffusa al mondo) nel 2007 raccontava della persecuzione dei monaci trappisti del monastero di Yang-Kia-Ping. Una vera Via Crucis.
«Padre Antonio e due monaci che lo assistevano nel lavoro vennero arrestati. Spogliati dei loro vestiti, nonostante il freddo pungente, furono appesi a un albero, con i pollici e gli alluci legati insieme dietro la schiena. I soldati iniziarono a sparare sopra le loro teste raffiche di fucilate, con l’intento di spaventarli e costringerli a rivelare l’esistenza e il nascondiglio di presunte scorte di armi. Tuttavia non vi erano armi e le truppe se ne andarono da Yang-Kia-Ping. Però, prima di partire, le autorità comuniste lasciarono alcuni loro uomini con il compito di tenere d’occhio i monaci. Come scrisse padre Stanislao Jen, storico della comunità: “I monaci erano ora come agnelli ammutoliti scortati al macello”».
I 33 religiosi «persero la vita per le umiliazioni e le torture subite. Una storia emblematica dell’ostilità verso i cristiani in Cina».
Sappiamo che le persecuzioni cinesi sono storia cristiana indiscutibile da libri come Il libro rosso dei martiri cinesi, scritto dalla redazione della rivista Mondo e Missione con alcuni eroici missionari del Pontificio Istituto per le Missioni Estere (PIME). A stamparlo non era un editore qualsiasi, ma le Edizioni San Paolo, cioè, tecnicamente, il più grande editore al mondo.
Il libro raccoglie storia autobiografiche strazianti di cristiani cinesi perseguitati, poi quasi tutti morti. I testi sono stati portati fuori dalla Cina dai missionari, talvolta in modo rocambolesco. Una delle testimonianze è padre Tan Tiande, che ha passato trent’anni (dal 1953 al 1983) in un lager – che lì chiamano Laogai – nel Nord della Cina. C’è la storia di padre Giovanni Wong, di Hong Kong, che aveva fatto 25 anni filati di prigionia.
In un altro libro, Martiri in Cina. Noi non possiamo tacere (edizioni Emi, 1998) padre Giancarlo Politi scriveva 1.241 nomi di persone ammazzati a partire dall’inizio del comunismo in Cina perché testimoni della Fede cattolica. Si tratta di una cifra di un quarto di secolo fa. Si tratta di una cifra che, come logico, è la punta dell’iceberg nell’oceano di sangue dei martiri cinesi.
Nomi di cristiani trucidati per la loro Fede in Cristo. Il loro nome è stato scritto in cielo, e vive dentro la vera Chiesa di Cristo. E non «presumibilmente».
Roberto Dal Bosco
Cina
Funzionario del governo argentino provoca un incidente diplomatico con la Cina
Il direttore della comunicazione digitale del governo argentino, il ventisettenne Juan Pablo Carreira, ha provocato un incidente diplomatico con la Cina le cui conseguenze si fanno ancora sentire. Lo riporta EIR.
Carreira, esperto dei social media per Javier Milei, ha pubblicato un messaggio su X il 2 settembre, usando lo pseudonimo di «Juan Doe» anziché il suo account ufficiale, incolpando la Cina del disastro delle inondazioni in Nepal.
Come riportato dal giornale argentino Página 12, il messaggio affermava che «una centrale idroelettrica vicino a un ghiacciaio al confine con il Nepal, unita ai tipici fallimenti della gestione industriale statale [cinese], ha portato al più grande crollo di una struttura di ingegneria civile mai registrato. Questo si aggiunge alla lista dei più grandi disastri umanitari causati dalla gestione dell’attività industriale da parte del Partito Comunista nella storia… Il comunismo uccide. Il Partito Comunista, travestito da “uomo d’affari”, uccide».
La reazione irata della Cina è stata immediata. Il portavoce dell’ambasciata cinese a Buenos Aires ha rilasciato una dichiarazione dai toni duri, sostenendo che, mentre Cina e Nepal collaborano nelle operazioni di ricerca e soccorso dopo la catastrofe alluvionale e conducono indagini congiunte per determinarne le cause, «un certo funzionario argentino, mosso da pregiudizi ideologici, diffonde maliziosamente voci per diffamare il Partito Comunista Cinese e ledere l’immagine internazionale della Cina».
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La Cina respinge «categoricamente» tali dichiarazioni e ha chiesto a Carreira di «ritrattare immediatamente le sue affermazioni». L’ambasciata ha inoltre avvertito che l’incidente potrebbe avere gravi conseguenze per le relazioni bilaterali.
A Pechino, il ministero degli Esteri ha convocato un incontro «urgente» con l’ambasciatore argentino Marcelo Suárez Salvia, ma, essendo quest’ultimo in vacanza, il secondo diplomatico più importante dell’ambasciata, Alberto Simunovich, sembra aver ascoltato la «forte protesta» del ministero degli Esteri in merito al post su X e ad altri comportamenti provocatori e ostili del governo Milei, che stanno causando crescenti tensioni bilaterali.
Il Mministero degli Esteri ha lamentato l’esclusione delle aziende cinesi dalle gare d’appalto internazionali in Argentina e ha inoltre denunciato l’oltraggiosa ingerenza dell’ambasciatore statunitense in Argentina, Peter Lamelas, il quale ha minacciato di revocare i visti ai dirigenti della Cooperativa per i Servizi Pubblici e Comunitari (CALF), il più grande distributore di energia elettrica della Patagonia, qualora avessero smesso di utilizzare la tecnologia Huawei.
Il ministero degli Esteri ha anche fatto riferimento al discorso di Lamelas al Forum sull’Energia 2026 del 13 agosto, sponsorizzato dalla Camera di Commercio USA-Argentina (AmCham), in cui ha avvertito il governo Milei che qualsiasi rapporto con Huawei o con la Cina «non favorirà gli investimenti» nel gigantesco giacimento di petrolio e gas di scisto di Vaca Muerta, sul quale Milei conta per attrarre ingenti investimenti stranieri.
E, mentre Milei ostenta costantemente la sua stretta collaborazione con l’amministrazione Trump, il ministero ha fatto notare che la Cina sta ancora aspettando la sua visita di Stato a Pechino, promessa due anni fa.
Il portavoce ufficiale di Milei, Adrián Ravier, si è rifiutato di riconoscere la responsabilità di Carreira nel provocare questa crisi, affermando che il governo risponde solo alle dichiarazioni pubblicate sugli account ufficiali, dal portavoce o dall’Ufficio del Presidente. Poiché Carreira ha usato lo pseudonimo di «Juan Doe», Ravier ha dichiarato che «non c’è nessun funzionario che abbia rilasciato una simile dichiarazione» riguardo alla Cina e al Nepal, secondo quanto riportato da Página 12.
L’errore di postare con account sbagliato è il vero incubo dei social media manager. Un caso plateale si ebbe in Italia nel giugno 2017, quando il responsabile della comunicazione digitale dell’allora premier Matteo Renzi, Alessio de Giorgi, smentì categoricamente di gestire la pagina Matteo Renzi News, utilizzando però su Facebook proprio il profilo ufficiale della pagina Matteo Renzi News.
Il problema è mondiale. Nel 2020 il politico statunitense Mitt Romney commise un errore da manuale. Per anni aveva utilizzato un account Twitter (oggi X) anonimo con lo pseudonimo di «Pierre Delecto» per difendere se stesso e attaccare i propri avversari politici nei commenti. A causa di una disattenzione del suo staff in un’intervista (e di successivi controlli incrociati sui social), venne a galla che dietro il fan sfegatato del politico mormone c’era lo stesso Romney, costretto poi ad ammettere il possesso dell’account segreto.
In diverse occasioni, lo staff di Donald Trump ha dimenticato di effettuare lo switch. Il caso più memorabile avvenne quando l’account ufficiale di Trump mise «like» e commentò in modo auto-celebrativo un post dello stesso Trump, dimenticando che il social media manager era loggato con il profilo del presidente invece che con un account di supporto o di una testata d’area.
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Immagine di Argentina.gob.ar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Cina
Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese
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Cina
Almeno 10 vescovi clandestini consacrati in segreto dopo l’accordo tra Vaticano e Cina
Un vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Lo riporta LifeSiteNews.
In un’intervista al Catholic World Report (CWR) sulla situazione della Chiesa in Cina, pubblicata il 23 agosto, il vescovo clandestino — non affiliato all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese ufficiale e rimasto anonimo — ha detto che «almeno 10 nuovi» vescovi clandestini sono stati consacrati di nascosto nella regione del Fujian da quando l’intesa sino-vaticana è stata formalizzata nel 2018, per assicurare la sopravvivenza della fede in uno «stato di emergenza».
Il presule ha aggiunto che, nell’ambito dell’accordo, il Vaticano ha approvato i vescovi scelti dal Partito Comunista Cinese (PCC), e che questo ha portato i cattolici cinesi a dubitare della reale attenzione della Santa Sede nei loro confronti.
Il prelato ha precisato che il numero esatto di questi vescovi consacrati in segreto per i fedeli clandestini non è noto, ma ha stimato che si tratti di «almeno 10 nuovi vescovi», spiegando inoltre che le consacrazioni occulte sono partite per il timore che «l’integrità della fede cattolica possa risentirne» a causa del crescente controllo statale legato all’accordo sino-vaticano.
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Si ritiene che l’accordo ufficialmente segreto tra Cina e Vaticano, firmato nel 2018, riconosca la «Chiesa» approvata dallo Stato cinese e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa, almeno sulla carta, manterrebbe un potere di veto, anche se nella pratica il controllo resterebbe al PCC. L’intesa presumibilmente permette anche di rimuovere vescovi legittimi e sostituirli con prelati graditi al PCC.
In questo modo l’accordo facilita al PCC il tentativo di piegare i cattolici cinesi alla propria ideologia. L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per quattro anni.
Il vescovo clandestino ha detto a CWR che i fedeli cinesi dubitano della sollecitudine del Vaticano per il loro bene spirituale, proprio perché la Santa Sede riconosce i vescovi scelti dal PCC. Ha citato in particolare il caso di due sacerdoti, padre Wu Jianlin e padre Li Jianlin, «eletti» vescovi ausiliari di Shanghai e Xinxiang durante l’interregno papale dello scorso anno.
Dopo l’elezione al soglio, papa Leone XIV ha riconosciuto questi uomini come vescovi: un fatto che, ha sottolineato il vescovo clandestino, i cattolici cinesi non hanno dimenticato.
Papa Leone ha continuato a riconoscere i vescovi designati dal PCC.
Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.
L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.
Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.
Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.
Negli anni trascorsi dall’attuazione dell’accordo, la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.
L’accordo ha portato ad un aumento della persecuzione religiosa, che la Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina ha descritto come una conseguenza diretta dell’accordo. Nel suo rapporto del 2020, la Commissione ha scritto che la persecuzione testimoniata è «di un’intensità che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale».
Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.
I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».
Da quando l’accordo segreto è stato firmato, diversi prelati cattolici di spicco, tra cui il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, lo hanno criticato aspramente. Il cardinale novantaquattrenne ha definito l’accordo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha persino accusato il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi.
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Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.
Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.
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Immagine di Fayhoo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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