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Pensiero

Vi stanno cacciando dalle vostre case. Per sostituirvi. Per sottomettervi

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La scena è più o meno questa: arriva la bolletta di gas e luce. Si apre la busta. Si rimane basiti. Sconvolti. C’è chi impreca, c’è chi si dispera.

 

Qualche bontempone a San Valentino ci fece un video divertente: una coppia si regalava vicendevolmente il saldo della bolletta, il resto del ristorante guardava ammirato o invidioso, il cameriere chiedeva di farsi un selfie coi nababbi. Era San Valentino, ribadiamo: 10 giorni prima dell’inizio dell’Operazione Z – lo diciamo solo in caso a qualcuno salti in mente di dare la colpa a Putin e alla guerra.

 

Dicevamo: busta, sgomento, shock, improperi. Nessun utente in Italia, con un aumento che in alcuni casi arriva al 250%, può sottrarsi allo schema.

 

Tuttavia, non si tratta dell’unica reazione possibile. Né si considera quale può essere l’effetto a lungo termine.

 

Perché ho contezza di tanti casi in cui non è scattata la rabbia, ma qualcosa di ben peggiore: l’amarezza. E con essa, è partito quel calcolo che nessuno vorrebbe mai fare: posso permettermi davvero questa casa?

 

Non esiste ora uno studio statistico possibile su questo pensiero, tuttavia nel giro di qualche mese vi potrebbero essere dati immobiliari interessanti.

 

Immaginate, ad esempio, una vedova: vive in un appartamento, grande ma non grandissimo, dove ha cresciuto i figli, che ora hanno famiglia, ma che amano tornare con i bimbi nella casa dove sono nati, che ora è casa della nonna. La signora apre la busta: chiedono 1.100 euro, quasi il doppio della sua pensione. Il pensiero della persona onesta e mansueta non può che essere quello: posso permettermi davvero di vivere qui?

 

Immaginate un giovane. Sì è trasferito nella casetta che gli hanno lasciato i genitori. In questi anni si è indebitato per rimetterla a posto, perché ci va a vivere con la moglie incinta, la sua cameretta sta diventando la cameretta del suo futuro figlio. Il ragazzo apre la busta: vogliono 1.800 euro. Davvero posso permettermi di vivere in questa casa?

 

Immaginate un signore qualsiasi, con un lavoro un tempo tranquillo: insegnante, infermiere, etc. Da quasi un anno non percepisce lo stipendio, perché si è opposto al vaccino mRNA. Il governo ha stabilito che non dovesse prendere un euro, fino a che non si sottomettesse alla siringa genica. Mese dopo mese, i soldi da parte sono finiti – c’è il mutuo da pagare, c’è la spesa da fare. Ora arriva una busta: vogliono 900 euro. Il signore non li ha più. Forse li può chiedere ad un parente, ad un amico, ingoiandosi l’orgoglio; tuttavia quando ci pensa sa bene che non ha senso farlo, perché tra due mesi il problema ritorna, magari ancora una volta raddoppiato – a questo punto è lecito aspettarsi qualsiasi cosa. Guardando la busta, piange: come posso permettermi di vivere nella mia casa?

 

Le tipologie sono di più. Voi dovete moltiplicarle per centinaia di migliaia. Per milioni. Milioni di italiani in questo momento stanno pensando di cambiare casa. O meglio: stanno pensando di dover lasciare la propria casa.

 

In un Paese con una cifra di case di proprietà sopra il 70%, cambiare casa, fino a poco fa, significava quasi sempre farlo in favore di una casa più grande, o migliore. Ora non è più così: milioni di persone stanno pensando ad un downgrade della propria situazione abitativa.

 

Martellati dai debiti – perché questo sono le bollette 2022, debiti appioppati unilateralmente ed automaticamente alla popolazione – stanno pensando che in fondo possono vivere con molto meno, un monolocale, una stanza, un tugurio qualsiasi. La cosa triste è che la maggior parte ancora non ha nessuna idea di come fare. Non hanno mai pensato, ad esempio, di dover lasciare la casa di famiglia, la casa che fu di tuo padre, e di suo padre prima di lui, e forse ancora più in profondo nella continuazione umana, del bisnonno, del trisavolo…

 

Ci parlavano della prima generazione che sarebbe stata peggio di quella precedente. Ebbene, eccola qua, ma è molto, molto peggio di così: non solo la giovane generazione viene sfrattata, anche quella precedente. Tutti quanti, indiscriminatamente, vengono cacciati dalle proprie case. L’idea alla base non può che essere quella.

 

Molti lettori sanno già rispondere, tuttavia altri, a questo punto, si chiederanno con semplicità: perché?

 

Perché provocare una simile catastrofe?

 

Perché ferire la popolazione nell’unica certezza che ha, la casa?

 

Perché togliere a milioni di esseri umani il gradino più basso nella Piramide di Maslow, e cioè il bisogno di un tetto, di protezione?

 

Perché tutto questo? Come può uno Stato, l’ente creato dagli uomini per proteggersi, tollerare questo livello di danno e distruzione umana?

 

Ebbene, la risposta è semplicissima, ed è sempre la stessa: per sostituirvi.

 

La Grande Sostituzione, di cui parliamo spesso su Renovatio 21, è incontrovertibilmente in atto. Negli USA esponenti del Partito Democratico stanno chiedendo ai social di censurare l’espressione Great Replacement, perché dicono sia razzista. Esponenti di area repubblicana invece mostrano le clip di politici Dem (incluso Biden) che teorizzano e gioiscono per il rimpiazzo della popolazione in atto. A questo, del resto, servono le frontiere col Messico spalancate.

 

È innegabile che sia così.

 

La vedova, il giovane, il signore possono aprire la finestra di casa, e magari trovarsi, di fronte, un condominio occupato solo da «migranti africani». Il problema che non li fa dormire la notte – l’idea di non potersi più permettere la casa – non li tocca. Sono vestiti impeccabilmente, pantaloni, giacca e cappellino, sneakers coloratissime. Berciano tutto il giorno in cortile  tra un barbecue e la bottiglietta di birra. Se non trascinano le ciabatte in mezzo alla strada mentre parlano a volumi impossibili in uno smartphone di ultimissima generazione, sfrecciano con un monopattino elettrico cinese. Non hanno davvero nulla da fare. Ecco, sì, fanno figli: qualcuno, c’è da scommetterci, deve avergli detto che è in arrivo una cosa che si chiama jus soli. La sera, dalle finestre compaiono bagliori fortissimi: sono televisori da 70 pollici, collegati con i canali dei Paesi d’origine, quelli da cui sono scappati «per la guerra» o la fame. Il giardino del condominio è incolto, inizia ad assomigliare, in effetti, a qualcosa di africano: da mesi un’auto vecchie con le ruote sgonfie ed arrugginite è ferma in mezzo, le erbacce sono ovunque, qua è là si ammassa spazzature, o oggetti incongrui. È chiaro che questo chiasso e questa sporcizia distruggano il valore delle case circostanti, quelle le cui bollette i residenti non riescono a pagare, e che quindi stanno pensando di vendere, ad un prezzo, causa ghetto incipiente, assai minore del naturale.

 

(Caro lettore, niente di tutto questo è inventato)

 

La vedova, il giovane, il signore non possono pensare che una cosa: chi comanda vuole gli africani, non i cittadini italiani. Agli africani, lo Stato paga le bollette – e mica solo quelle: tutto ciò che abbiamo nominato, giacca-sneakers-smartphone-monopattino-barbecue-TV-figli, è pagato dallo Stato, e cioè dal contribuente, e cioè da coloro che oggi, per darli allo Stato, non hanno più i danari per restare nella propria casa.

 

Non è, a rigor di logica, possibile pensarla in altro modo. La bolletta assassina altro non è che un ulteriore strumento della Grande Sostituzione.

 

Tuttavia dobbiamo rilevare che la Sostituzione non riguarda solo gli immigrati.

 

L’appartamento della vedova magari finirà a «richiedenti asilo» nigeriani, ma è facile che la casa paterna dove vive il giovane possa finire invece possa finire a qualcuno della nuova casta emersa con la pandemia: quelli che lavorano tamponi e vaccini, quelli che fanno consegne a domicilio, etc.

 

La casetta del signore no-vax invece, non può che finire ad un collega trasferito da un’altra regione, uno che invece il vaccino lo ha fatto, uno che ha obbedito senza fare tante storie.

 

La vedova, il giovane, il signore sono stati, in pratica, sostituti con qualcuno che il sistema vede meglio: qualcuno senza radici. Qualcuno che ha accettato il Reset, qualcuno che quindi ha dimostrato di essere resettabile. In fondo, nigeriano, ucraino, infermiere pro-vax o corriere Amazon, non ha importanza: rileva solo la possibilità di sottomissione, la plasmabilità della loro esistenza nel nuovo contesto.

 

Non è finita: lasciando le loro case, la vedova, il giovane, il signore si presteranno loro stessi alle regole del Reset. Rinunziando a ciò che hanno di più primario, la casa, essi sono già giocoforza entrati nel paradigma di Klaus Schwab e soci: «non avrai niente e sarai felice».

 

(In fondo, è stato detto, il Grande Reset è questo: l’accettazione massiva di ridotte aspettative)

 

Anni fa, accusarono un finanziere italiano «allievo» di Soros, fortemente legato ad un passato premier, di voler speculare sui Non Performing Loans (NPL), cioè i crediti in sofferenza, in pratica su coloro che non riescono a pagare il mutuo. Dobbiamo capire che ora siamo molto, molto oltre. Siamo ad un punto in cui nemmeno più le speculazioni dei raider di Borsa contano più qualcosa – perché, come vi ripetiamo, i padroni del sistema non lo stanno facendo per danaro.

 

C’è forse ancora in rete qualche intervista ai cittadini del Donbass durante gli 8 anni di guerra che hanno preceduto l’Operazione Z. È possibile vedere donne russofone piangere disperate, reiterando il discorso per cui non capivano perché dei loro concittadini – gli ucraini delle milizie naziste e soldataglia varia – sparassero loro con l’artiglieria, mirando proprio alle case. Qualcuno poi però racconta di qualche scambio verbale gli aggressori ucraini, che ammettevano senza tante cerimonie – della franchezza dei combattenti ucraini stiamo avendo una lugubre prova in questi mesi – che il loro obbiettivo era far sloggiare i russofoni. Non interessava vincere i loro cuori alla causa di Kiev, né propriamente combattere i soldati di Donetsk e Lugansk: l’obbiettivo era far scappare la popolazione, per rimpiazzarla. In quelle terre ricche di ogni ben di Dio industriale (acciaierie, etc.) e minerario (litio, nickel, terre rare, etc.) volevano starci loro – quelle case dei villaggi bombardati, dunque, una volta svuotate degli abitanti sarebbero state occupate dalla popolazione ucraina-ucraina, o da chiunque altro fosse necessario al nuovo ordine.

 

Comprendiamo che siamo nella medesima situazione del popolo del Donbass. Ci stanno cacciando dalle nostre case, per sostituirci.

 

Non hanno avuto bisogno nemmeno dei cannoni: stanno procedendo con le bollette e con le tasse – ricordandoci come il prototipo di queste armi, l’IMU, fosse stato testato dal governo-anteprima dell’attuale, la tecnocrazia di Mario Monti.

 

Sì, si tratta, se possiamo usare questa espressione, di un processo di «pulizia etnica». Solo il popolo sottomesso, solo la massa vaccina avrà diritto di continuare la sua vita.

 

Sopravvivrà solo chi accetterà la disintegrazione definitiva di ogni sua sovranità: politica, finanziaria, famigliare, biologica, a breve anche quella del foro interiore, dello spirito intimo dell’essere umano.

 

Sarà salvato solo colui che accetterà lo sradicamento come paradigma di vita. Non più la famiglia, e quindi non più la casa dove la sua continuazione si è consumata per 50, 100 anni. Non più proprietà. Non più figli. «Non possederai nulla e sarai felice». Nemmeno i tuoi sogni saranno tuoi. Nemmeno i tuoi pensieri saranno tuoi.

 

Questo è, in nuce, il vero senso della «crisi energetica», fatta ricadere interamente sulle spalle di cittadini come un infame debito impossibile da ripagare.

 

Vi stanno cacciando di casa. Per sostituirvi. Per sottomettervi.

 

Per devastare una volta per tutte la continuità dell’essere, la vostra tradizione, ciò che vi è stato tramandato e che volete tramandare, sia esso una casa o la credenza nel Dio della Vita e nella libertà umana.

 

Ci chiediamo: chi capisce ciò che sta accadendo, come può trattenere la rabbia?

 

Come potrà anche solo considerare non solo il voto, ma la convivenza con un potere che alle persone ha tolto tutto, perfino il tetto sotto cui si sono riparate per tutta la loro esistenza?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di kodem70 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-ND 3.0)

 

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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