Eutanasia
Verso una nuova visione sanitaria della morte
Renovatio 21 riprende brani di questo articolo di Bioedge.
I sistemi sanitari e sociali di tutto il mondo non riescono a fornire cure adeguate e compassionevoli alle persone che stanno morendo e alle loro famiglie.
Secondo una nuova Commissione Lancet , l’attuale enfasi eccessiva sui trattamenti aggressivi per prolungare la vita, le vaste disuguaglianze globali nell’accesso alle cure palliative e gli elevati costi medici di fine vita hanno portato milioni di persone a soffrire inutilmente nel loro fine-vita.
La Commissione invita a riequilibrare l’atteggiamento pubblico nei confronti della morte e della morte, lontano da un approccio angusto e medicalizzato verso un modello di comunità compassionevole, in cui le comunità e le famiglie lavorano con i servizi sanitari e sociali per prendersi cura delle persone che muoiono.
Uno dei cinque scenari futuri previsti dal rapporto è che «la morte assistita diventi una componente dell’assistenza sanitaria universale» in quasi tutti i Paesi ad alto reddito e in molti paesi a medio e basso reddito
«La pandemia di COVID-19 ha visto molte persone morire di morte medicalizzata, spesso da sole ma per il personale mascherato negli ospedali e nelle unità di terapia intensiva, incapace di comunicare con le loro famiglie, se non digitalmente», afferma la dott.ssa Libby Sallnow, consulente di medicina palliativa e onorario docente clinico senior presso il St Christopher’s Hospice e l’UCL (Regno Unito) e co-presidente della Commissione.
«Il modo in cui le persone muoiono è cambiato radicalmente negli ultimi 60 anni, da un evento familiare con supporto medico occasionale a un evento medico con supporto familiare limitato. È necessario un ripensamento fondamentale su come ci prendiamo cura dei morenti, sulle nostre aspettative sulla morte e sui cambiamenti necessari nella società per riequilibrare il nostro rapporto con la morte».
La Commissione e la morte assistita
Inevitabilmente, forse, il rapporto ha rifiutato di escludere la «morte assistita» – il termine preferito per il suicidio assistito e l’eutanasia – dalle cure di fine vita.
La maggior parte dei membri della commissione era neutrale sull’argomento o lo sosteneva. Le sezioni relative alla «morte assistita» e alle direttive anticipate sono state scritte non da un medico ma da una sociologa, la professoressa Celia Kitzinger, dell’Università di Cardiff. Le sue specialità sono il femminismo, l’omosessualità e l’analisi conversazionale.
Uno dei cinque scenari futuri previsti dal rapporto è che «la morte assistita diventi una componente dell’assistenza sanitaria universale» in quasi tutti i Paesi ad alto reddito e in molti paesi a medio e basso reddito.
Sarà «a disposizione non solo di coloro che sono giudicati prossimi alla fine della vita, ma anche di tutte le persone con sofferenze insopportabili, di coloro che soffrono di demenza e di coloro che sono “stanchi della vita’”», prevede il rapporto.
La morte assistita «è strettamente regolamentata ma fornita da molti professionisti sanitari, compresi quelli che lavorano nelle cure palliative, e in alcuni Paesi fino a un quarto delle persone muore in questo modo»
«È strettamente regolamentata ma fornita da molti professionisti sanitari, compresi quelli che lavorano nelle cure palliative, e in alcuni Paesi fino a un quarto delle persone muore in questo modo».
Sebbene il rapporto sottolinei che questa non è una previsione, ma solo una possibilità, alcuni lettori potrebbero trovarlo un po’ sconcertante.
Morte moderna e morire
La Commissione si è concentrata principalmente sul momento in cui a una persona viene diagnosticata una malattia o un infortunio che limitano la vita, alla sua morte e al lutto che colpisce la vita di coloro che sono rimasti indietro: non copre le morti improvvise o violente, la morte di bambini o morti per ingiustizia.
Negli ultimi 60 anni, la morte si è spostata dall’ambiente familiare e comunitario per diventare principalmente una preoccupazione dei sistemi sanitari. Nel Regno Unito, ad esempio, solo una persona su cinque che necessita di cure di fine vita è a casa, mentre circa la metà è in ospedale.
L’aspettativa di vita globale è aumentata costantemente da 66,8 anni nel 2000 a 73,4 anni nel 2019. Ma, poiché le persone vivono più a lungo, vivono più di questi anni aggiuntivi in cattive condizioni di salute, con anni vissuti con disabilità in aumento da 8,6 anni nel 2000 a 10 anni nel 2019.
Prima degli anni ’50, i decessi erano principalmente il risultato di malattie o lesioni acute, con uno scarso coinvolgimento da parte di medici o tecnologia. Oggi la maggior parte dei decessi è per malattie croniche, con un alto livello di coinvolgimento di medici e tecnologia.
L’idea che la morte possa essere sconfitta è ulteriormente alimentata dai progressi della scienza e della tecnologia, che hanno anche accelerato l’eccessiva dipendenza dagli interventi medici alla fine della vita.
E, poiché l’assistenza sanitaria si è spostata al centro della scena, le famiglie e le comunità sono state sempre più alienate. Il linguaggio, la conoscenza e la fiducia per sostenere e gestire la morte sono andati lentamente perduti, alimentando ulteriormente una dipendenza dai sistemi sanitari. Nonostante ciò, anziché essere visti come una responsabilità professionale per il medico e un diritto per tutte le persone e le famiglie che lo desiderano, le conversazioni sulla morte e sul morire possono essere difficili e scomode e troppo spesso avvengono in tempi di crisi. Spesso non avvengono proprio.
«Moriremo tutti. La morte non è solo o, addirittura, sempre un evento medico. La morte è sempre un evento sociale, fisico, psicologico e spirituale e quando lo comprendiamo come tale apprezziamo più giustamente ogni partecipante al dramma», aggiunge il coautore della Commissione, Mpho Tutu van Furth, sacerdote, Amstelveen, Paesi Bassi.
In tutto il mondo, troppe persone stanno morendo di una brutta morte
Sebbene le cure palliative abbiano guadagnato attenzione come specialità, oltre la metà di tutti i decessi si verifica senza cure palliative o sollievo dal dolore e le disuguaglianze sanitarie e sociali persistono nella morte.
Gli interventi spesso continuano fino agli ultimi giorni con un’attenzione minima alla sofferenza. Anche la cultura medica, la paura del contenzioso e gli incentivi finanziari contribuiscono al trattamento eccessivo alla fine della vita, alimentando ulteriormente i decessi istituzionali e la sensazione che i professionisti debbano gestire la morte.
La sofferenza non curata, le vaste disuguaglianze e le cure mediche aggressive hanno avuto un costo elevato. Una quota sproporzionata della spesa annua totale nei Paesi ad alto reddito va alle cure di coloro che muoiono, suggerendo che le cure alla fine della vita vengono fornite a una soglia molto più alta rispetto ad altre cure.
Nei Paesi ad alto reddito, tra l’8% e l’11,2% della spesa sanitaria annuale per l’intera popolazione è sull’1% di persone che muore quell’anno. L’assistenza nell’ultimo mese di vita è costosa e, nei Paesi senza copertura sanitaria universale, può essere causa di povertà delle famiglie.
«Morire fa parte della vita, ma è diventato invisibile e l’ansia per la morte e il morire sembra essere aumentata. I nostri sistemi attuali hanno aumentato sia il sottotrattamento che il sovratrattamento alla fine della vita, hanno ridotto la dignità, aumentato la sofferenza e consentito un cattivo uso delle risorse. I servizi sanitari sono diventati i custodi della morte ed è necessario un riequilibrio fondamentale nella società per reimmaginare il nostro rapporto con la morte», afferma il dottor Richard Smith, copresidente della Commissione.
Il Kerala come modello
La Commissione fa riferimento all’esempio del Kerala, in India, dove negli ultimi tre decenni la morte è stata rivendicata come una preoccupazione e una responsabilità sociale attraverso un ampio movimento sociale composto da decine di migliaia di volontari, integrato da cambiamenti politici, legali, e sistemi sanitari.
«Prendersi cura dei morenti implica davvero infondere un significato nel tempo rimasto. È il momento di raggiungere il benessere fisico; per arrivare all’accettazione e fare pace con se stessi; per tanti abbracci; per riparare i ponti rotti di relazioni e per costruirne di nuovi. È un tempo per dare amore e ricevere amore, con dignità. Cure palliative rispettose facilitano questo. Ma può essere raggiunto solo con un’ampia consapevolezza della comunità e un’azione per cambiare lo status quo», afferma il coautore Dr MR Rajagopal, della fondazione indiana Pallium India.
Michael Cook
Eutanasia
Morte in Umbria
In Umbria ha vinto la morte. Come già in altre regioni italiane quali Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto, anche il cuore verde d’Italia ha deciso di non battere più per la vita.
Qualche giorno fa l’Assemblea legislativa ha approvato — con 11 voti favorevoli dei consiglieri della maggioranza di centrosinistra, sei contrari e tre astenuti — la proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio assistito denominata «Liberi subito», nel ricordo di Laura Santi, la giornalista protagonista della battaglia per l’approvazione della norma, malata di sclerosi multipla e morta somministrandosi un farmaco il 21 luglio 2025 nella sua casa di Perugia.
Immagino che le mani si siano spellate dagli applausi partiti dagli scranni della sinistra politica, perché la conquista del fine vita è vista come un atto di libertà, una libera scelta, «il corpo è mio e decido io cosa farne». Gli esponenti della maggioranza esultano di fronte a questa svolta, anche perché molti di essi suppongo che non siano manifestamente credenti. In qualche rara occasione istituzionale ho avuto modo di incontrarli in qualche funzione religiosa e ho notato che non hanno fatto nemmeno il segno di croce, confermando ancor più la loro posizione ideologica di fede. Lungi da me giudicarli: è una loro convinzione.
È evidente e chiaro che i singoli casi gravi, quelli che toccano nel profondo l’animo dei malati e dei loro cari, rappresentano sempre un terreno scivoloso in cui il «giudizio da divano» rimane aleatorio. Attenzione, però, che ciò non sia prodromico ad un’eutanasia massiva di anziani o malati e che poche eccezioni non finiscano per giustificare una necrocultura come già, peraltro, ha preso piede in altri Stati nel cosiddetto mondo occidentale civilizzato.
I dati ufficiali del governo del Canada dell’anno passato mostrano che circa la metà dei canadesi che non sono malati terminali, desideravano porre fine alla propria vita tramite il suicidio assistito autorizzato dallo Stato e lo hanno fatto perché affermavano di sentirsi soli.
Ed ecco che viene sdoganata la libertà di togliersi la vita con l’avallo dello Stato, che magnanimamente accompagna i propri sudditi a morire presentandogli questa via come l’unica e inconfutabile soluzione al loro malessere. E dopo, il nulla.
Un cristiano dovrebbe destarsi, sobbalzare sulla sedia nel vedere e accettare tutto questo, poiché si tratta di un punto di non ritorno, un passo avanti verso l’abisso. Lo abbiamo visto con l’aborto: guai se oggi qualche politico – anche se sedicente cattolico – mettesse in discussione la legge 194, che ha fatto oltre sei milioni di vittime. Anzi, si esalta la portabandiera di tali battaglie, Emma Bonino, che ha pure ricevuto i funerali di Stato.
Lo abbiamo visto con il divorzio, di cui oggi scontiamo le nefaste conseguenze con quasi il cinquanta per cento delle famiglie sfasciate e disgregate. Anche questa legge sul «suicidio assistito» segnerà inevitabilmente un prima e un dopo. La storia ce lo insegna. In tutto questo vociare si nota soltanto qualche flebile reazione da parte di alcuni politici presunti cattolici, ma si tratta di slogan postati sui social che non arrivano a nulla di veramente concreto per poter arginare e fermare questa deriva.
I porporati hanno commentato con una laconica nota nella quale esprimono «amarezza e delusione. La vita è un dono inestimabile» per l’approvazione di tale norma mortifera. Non c’è da stupirsi, perché sono gli stessi vescovi che permettono, senza colpo ferire, i funerali in chiesa di defunti che poi vengono trasportati nei forni crematori, una pratica che cozza apertamente con i dettami della Chiesa, e non vado oltre con la filosofia modernista e permissiva della chiesa post conciliare.
Come detto, basta aprire gli occhi e vedere ciò che succede in altri paesi che sponsorizzano e applicano «la dolce morte».
Nello Stato di Victoria, in Australia, i casi di eutanasia sarebbero cresciuti del 400% nell’arco di cinque anni, e la regione intende allargare ancora la normativa a partire dal prossimo anno, come riportato puntualmente da Renovatio 21.
Il 15 luglio 2026 rimarrà una data oscura nella storia francese. Dopo diversi anni di dibattito e tre respingimenti consecutivi da parte del Senato, l’Assemblea nazionale ha approvato la legge che istituisce il «diritto al suicidio assistito».
Ecco che a volte questo desiderio di morire, nel suo atto terminale, può essere rigettato come nel caso di un uomo dell’Ontario il quale ha gemuto, fatto smorfie e ripetuto «aiutatemi!» mentre veniva sottoposto a un processo di morte assistita da un medico, dopo che uno dei farmaci non aveva prodotto il livello di sedazione previsto, lasciandolo inizialmente cosciente.
Un altro uomo sulla sessantina ha scelto di ricorrere all’eutanasia in Canada, indicando come motivo principale la profonda solitudine. Nonostante ciò, era in grado di utilizzare autonomamente il bagno e di muoversi da solo, ma viveva da anni in una struttura di assistenza a lungo termine. Nei documenti si legge che tal paersona lamentava una «profonda sofferenza psicosociale e solitudine», dovuta alla difficoltà di relazionarsi con gli altri, una condizione che, a suo dire, lo accompagnava da molto tempo.
Sempre nel lungimirante Canada, che si presenta come stato portabandiera della necrocultura, leggiamo che l’Ordine dei medici del Quebecco ha dichiarato che l’eutanasia è un «trattamento appropriato» per i bambini nati con gravi problemi di salute.
Nei Paesi Bassi l’eutanasia rappresenta ormai il 6% di tutti i decessi, tanto che nel 2025 10.341 persone sono morte per eutanasia e, mentre tre quarti dei richiedenti avevano più di 70 anni, un caso riguardava una persona di età compresa tra i 12 e i 18 anni.
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E se ribaltassimo il paradigma? E se lo Stato, anziché aiutare a morire, aiutasse a vivere dignitosamente chi soffre?
Se lo Stato sostenesse con sussidi economici cospicui tutte quelle famiglie con malati gravi, pagando loro le cure persino delle malattie più rare e sovvenzionando i familiari che assistono i propri cari con assegni adeguati, così da poter dedicare tutto il tempo agli affetti anziché vivere con l’ossessione del lavoro a tutti i costi, nel terrore di non arrivare a fine mese e condurre un’esistenza socialmente penalizzata a causa delle spese mediche?
E se lo Stato promulgasse leggi che guardano all’amore che le persone potrebbero scambiarsi, anziché inneggiare alla dolce morte come pillola unica, finale e irreversibile?
Ebbene, uno Stato che ha quasi totalmente messo da parte la propria radice cristiana, credo non possa neanche concepire pensieri del genere.
Cari signori, vedo nei vostri sguardi il vuoto, la vacuità spirituale di un’anima che inneggia alla morte anziché alla vita, perché in voi non arde la fiamma della Fede.
Francesco Rondolini
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Immagine generata artifizialmente
Eutanasia
Le case di cura cristiane di Zurigo perdono il diritto di rifiutare il suicidio assistito
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Eutanasia
Pena sospesa per l’australiana che aveva ucciso il marito malato terminale
Una donna australiana che ha ucciso il marito con una combinazione letale di farmaci ha ricevuto una condanna a due anni con sospensione condizionale della pena dopo essersi dichiarata colpevole di istigazione al suicidio. Il tribunale ha archiviato l’accusa di omicidio. Lo riporta LifeSite.
Kylie Ellina Truswell-Mobbs rischiava l’ergastolo per aver somministrato il cocktail letale al marito malato terminale, che a quanto pare desiderava morire. Il quotidiano britannico Guardian riporta che la donna, 52 anni, si è dichiarata non colpevole di omicidio ma colpevole di aver aiutato il marito a suicidarsi davanti alla Corte Suprema di Brisbane alla fine di settembre.
Il pubblico ministero ha accettato la dichiarazione di colpevolezza e il tribunale l’ha condannata a due anni di reclusione con sospensione condizionale della pena, dopo che aveva già trascorso 14 mesi in custodia cautelare. Il giudice Tom Sullivan ha riconosciuto che la donna aveva agito per compassione, il che lo ha indotto a sospendere la pena.
Suo marito, l’ex vigile del fuoco David Ronald Mobbs, soffriva di una forma aggressiva di sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Il suo corpo è stato rapidamente paralizzato dalla malattia dopo la diagnosi, ricevuta nell’aprile del 2023. Da persona in forma e indipendente, è diventato costretto a letto nel giro di pochi mesi.
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Mobbs avrebbe probabilmente potuto richiedere l’eutanasia ai sensi della legge del Queensland sul suicidio assistito volontario (VAD). Tuttavia, la difesa di Truswell-Mobbs ha sostenuto che, entro il 5 dicembre 2023, non era più in grado di parlare e comunicare correttamente. La procedura per richiedere il VAD richiede almeno nove giorni e il consenso esplicito, personale e volontario della persona che desidera morire.
Secondo quanto affermato dalla Truswell-Mobbs, suo marito soffriva di forti dolori e di un profondo disagio, e «implorava di morire», dopodiché lei gli avrebbe somministrato un cocktail letale di farmaci attraverso i sondini per l’alimentazione, causandone la morte il 6 dicembre.
L’avvocato difensore della Truswell-Mobbs, Ruth O’Gorman, ha dichiarato: «Non c’era nulla di segreto. È stato fatto con la piena consapevolezza dei suoi figli e del numero di assistenti che si prendevano cura di lei». Truswell-Mobbs ha parlato fuori dal tribunale dopo la lettura della sentenza, dove è stata accolta da applausi e abbracci da parte della sua famiglia e dei suoi sostenitori. «Mi sento bene», ha detto ai giornalisti.
Non solo la normalizzazione dell’eutanasia è un fatto, ma ciò che sta venendo sdoganato è l’omicidio stesso, ora ancora al livello overtoniano dell’«omicidio del consenziente».
L’Italia non è considerabile ancora molto lontana dalla legalizzazione dell’assassino puro e semplice: pensiamo al referendum di cinque anni fa, bocciato dalla Corte costituzionale, sulla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente.
All’epoca Renovatio 21 lamentò questo esito: perché la legalizzazione dell’omocidio sic et simpliciter è ciò che forse serve a tutti per capire che viviamo nella società della Necrocultura più forsennata. Aborto, eutanasia sono solo fasi iniziali: nel Regno Sociale di Satana, l’assassinio è legale, la strage è premiata, la distruzione dell’umano è un valore imposto dallo Stato moderno.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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