Cervello
Scienziati ricreano una canzone dei Pink Floyd leggendo i segnali cerebrali degli ascoltatori
Nuovo passo avanti della tecnologia per la lettura della mente.
Un gruppo di scienziati dell’Università della California – Berkeley hanno addestrato un computer per analizzare l’attività cerebrale di qualcuno che ascolta la musica e, basandosi solo su quegli schemi neuronali, ricreare la canzone.
La ricerca, pubblicata martedì su Plos Biology, ha prodotto una versione riconoscibile, anche se ovattata, della canzone dei Pink Floyd del 1979, «Another Brick in the Wall (Part 1)».
I ricercatori avevano capito come utilizzare l’attività cerebrale per ricostruire la musica con caratteristiche simili alla canzone che qualcuno ascolta.
Scientists Reconstructed a Pink Floyd Song From Brain Activity pic.twitter.com/dAlkmSG6a8
— AI Insight (@ai_insight1) August 16, 2023
«Puoi effettivamente ascoltare il cervello e ripristinare la musica che quella persona ha sentito», ha detto al New York Times Gerwin Schalk, un neuroscienziato che dirige un laboratorio di ricerca a Shanghai e ha raccolto dati per questo studio.
I ricercatori hanno anche trovato un punto nel lobo temporale del cervello che ha reagito quando i volontari hanno sentito il ritmo della chitarra della canzone, proponendo che questa particolare area possa essere coinvolta nella nostra percezione del ritmo.
I risultati offrono un primo passo verso la creazione di dispositivi più espressivi per assistere le persone che non possono parlare. Negli ultimi anni, gli scienziati hanno compiuto importanti progressi nell’estrazione di parole dai segnali elettrici prodotti dal cervello delle persone con paralisi muscolare quando tentano di parlare.
Una quantità significativa delle informazioni trasmesse attraverso la parola proviene da ciò che i linguisti chiamano elementi «prosodici», come il tono.
«Comprendendo meglio come il cervello metabolizza la musica, gli scienziati sperano di costruire nuove “protesi vocali” per le persone con malattie neurologiche che colpiscono la loro produzione vocale» scrive il NYT. L’obiettivo è che questi dispositivi trasmettano non solo ciò che qualcuno sta cercando di dire, ma conservino parte della musicalità, del ritmo e dell’emozione del discorso organico.
Per raccogliere i dati per lo studio, i ricercatori hanno registrato dal cervello di 29 pazienti affetti da epilessia presso l’Albany Medical Center nello Stato di New York dal 2009 al 2015.
Come parte del loro trattamento contro l’epilessia, ai pazienti è stata impiantata nel cervello una rete di elettrodi simili a chiodi. Ciò ha creato una rara opportunità per i neuroscienziati di registrare dalla loro attività cerebrale mentre ascoltavano la musica.
Il team ha scelto la canzone dei Pink Floyd in parte perché piaceva ai pazienti più anziani. La canzone contiene 41 secondi di testo e due minuti e mezzo di brani strumentali lunatici, una combinazione utile per capire come il cervello elabora le parole rispetto alla melodia.
Analizzando i dati di ogni paziente, i ricercatori identificato quali parti del cervello si illuminavano durante la canzone e a quali frequenze reagivano queste aree.
Per ricostruire in modo leggibile «Another Brick in the Wall», i ricercatori hanno utilizzato 128 bande di frequenza. Ciò significava addestrare 128 modelli di computer, che collettivamente hanno messo a fuoco la canzone.
I ricercatori hanno quindi eseguito l’output di quattro singoli cervelli attraverso il modello. Le ricreazioni risultanti erano tutte riconoscibili come la canzone dei Pink Floyd, ma presentavano notevoli differenze. Il posizionamento degli elettrodi del paziente probabilmente spiega la maggior parte della varianza, hanno detto i ricercatori, ma contano anche le caratteristiche personali, come se una persona fosse un musicista.
Altri gruppi stanno conducendo esperimenti simili utilizzando scanner cerebrali non invasivi, come la risonanza magnetica funzionale o fMRI, che fornisce una misura meno dettagliata dell’attività ma scansiona l’intero cervello, scrive il Times.
Come riportato da Renovatio 21, vi sono altri casi simili di impianti cerebrali che tentano di aiutare pazienti in condizioni estremamente critiche come quello portato avanti dagli scienziati della Stanford University, che consente ad un uomo con le mani paralizzate di poter «digitare» fino a 90 caratteri al minuto, semplicemente pensando alle parole.
Anche un colosso digitale come Facebook era interessato alla tecnologia del pensiero degli individui.
Chip cerebrali sono stati utilizzati per comandare piante carnivore. Pochi mesi fa è emerso che gli scienziati sono riusciti a far giocare sempre a Pong anche delle cellule cerebrali in vitro.
Nel 2022, la società tecnologica con sede a New York Synchron, finanziata dai miliardari Bill Gates e Jeff Bezos, ha già impiantato il suo primo dispositivo per la lettura della mente in un paziente statunitense in una sperimentazione clinica.
Yu Takagi, neuroscienziato dell’Università di Osaka, ha collaborato quest’anno con gli scienziati di Google per utilizzare i dati fMRI per identificare il genere musicale che un volontario stava ascoltando mentre si trovava in uno scanner cerebrale.
«La nuova ricerca ha anche sottolineato ciò che rende la musica diversa dal parlato. Quando i volontari dello studio hanno ascoltato una canzone, la parte destra del loro cervello tendeva ad essere più coinvolta rispetto alla sinistra, mentre accade il contrario quando le persone ascoltano un discorso semplice» scrive il NYT. «Questa scoperta, che replica la ricerca precedente, aiuta a spiegare perché alcuni pazienti colpiti da ictus che non parlano bene possono cantare chiaramente frasi».
Il grande quotidiano neoeboraceno si esalta, come ordinato al mainstream, per le possibilità terapeutiche delle biotecnologie anche più invasive, non soffermandosi nemmeno un secondo davanti ai pericoli che questo ulteriore passo avanti nell’interfaccia uomo-macchina può porre.
La trasformazione cibernetica della vita umana è uno dei punto focali del transumanismo, predicato sia da entusiasti della Silicon Valley più o meno innocui che da vertici planetari come il Klaus Schwab, patron del World Economic Forum di Davos, che immagina un mondo dove in aeroporto saranno fatte «scansioni cerebrali» per evitare che il passeggero nutra idee pericolose.
«Una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica» dice Klaus Schwab.
Come riportato da Renovatio 21, ad un incontro al WEF con il fondatore di Google Sergej Brin, aveva dimostrato tutta la sua frenesia in materia.
«Puoi immaginare che tra 10 anni saremo qui seduti avendo un impianto nel nostro cervello, tramite il quale posso immediatamente percepirvi, perché tutti voi avrete degli impianti, misurandovi tutte le vostre onde cerebrali – e posso dirti immediatamente come reagiscono le persone, oppure posso sentire come reagiscono alcune persone alle tue risposte. È immaginabile?» chiede il guru globalista svizzero.
«Penso che sia immaginabile», risponde il Brin, che prosegue descrivendo un possibile futuro transumanista in cui la coscienza potrebbe essere trapiantata nelle macchine.
«Penso che tu possa immaginare che, beh, verrai trapiantato, sai, su Internet per così dire, per vivere per sempre in un regno digitale. Sai, puoi immaginare che solo nella tua incarnazione biologica vivrai per un’età molto lunga».
Siamo al transumanismo spinto, impudico, tracotante. Ma ciò non riguarda solo noi e le nostre scelte. Esattamente come i vaccini, ciò riguarda soprattutto i nostri figli, sui quali già si allungano i bisturi della chirurgia cerebro-cibernetica.
Per impiantare i microchip nei bambini, dice Davos in un documento emerso tempo fa, ci sono «ragioni solide e razionali».
Per quanto possa sembraci strano e apparentemente lontano, soprattutto dato l’interesse di aziende e di poteri statali e superstatali di spingere il controllo i nostri pensieri – anche, addirittura, nei nostri sogni, che possono essere hackerati a fini pubblicitari.
La situazione è tale che esperti di giurisprudenza cominciano a discutere di leggi che riconoscano la «libertà cognitiva» e lo «spionaggio cerebrale».
L’era della psicopolizia, dove vi verrà proibito pure di pregare con la mente, è già materialmente iniziata: ma, tranquilli, come l’altra volta, è per il vostro bene, quindi accettate l’iniezione di transumanismo nella vostra carne, e fate silenzio – perché sanno cosa pensate.
Cervello
Inaugurato il primo data center al mondo alimentato da cellule cerebrali umane
Singapore ha inaugurato il primo centro dati al mondo gestito in modo indipendente che impiega cellule cerebrali umane viventi per alcune attività di calcolo, secondo quanto annunciato dalla facoltà di medicina dell’Università Nazionale di Singapore (NUS Medicine). Il sistema consuma una frazione dell’energia elettrica richiesta dalle tradizionali apparecchiature informatiche. I neuroni vengono nutriti ogni tre giorni e mantenuti in vita da apposite apparecchiature di supporto vitale.
All’inizio di questo mese, NUS Medicine ha presentato il prototipo in collaborazione con DayOne, operatore di data center con sede a Singapore, e con Cortical Labs, azienda biotecnologica australiana. Ospitato presso l’università, il sistema è descritto dai suoi sviluppatori come il primo rack di server biologicamente integrato e gestito in modo indipendente al mondo.
La struttura comprende 20 computer biologici CL1, ognuno dei quali contiene almeno 200.000 neuroni umani coltivati in laboratorio su un chip di silicio dotato di elettrodi. Derivati da cellule del sangue riprogrammate in cellule staminali, i neuroni scambiano segnali elettrici con hardware convenzionale, trasformando la loro attività in potenza di calcolo.
Hon Weng Chong, fondatore e CEO di Cortical Labs, ha dichiarato che il prototipo sposta l’informatica biologica «dalla ricerca all’applicazione commerciale», sostenendo che potrebbe integrare l’intelligenza artificiale laddove «i dati sono scarsi» e le condizioni cambiano. Ha indicato potenziali applicazioni nella scoperta di farmaci, nella robotica umanoide, nella sicurezza informatica e nel rilevamento delle frodi.
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A differenza dei data center convenzionali, pieni di server e sistemi di raffreddamento ad alto consumo energetico, i computer biologici potrebbero funzionare con una frazione dell’elettricità, sfruttando le naturali capacità di elaborazione delle reti neurali viventi.
Mantenere in funzione questi «computer» assomiglia più alla gestione di un laboratorio che a quella di una sala server. I tecnici alimentano le cellule ogni tre giorni con una miscela di zucchero, micronutrienti e tamponi di pH, mentre un sistema di gas fornisce anidride carbonica, ossigeno e azoto.
Secondo Chong, ogni CL1 consuma circa 30 watt, comprese le apparecchiature di supporto. Il processore AI H100 SXM di Nvidia può consumare fino a 700 watt sotto carichi di lavoro intensi, mentre un server dotato di otto di questi chip può arrivare a consumare circa 10.200 watt, compreso l’hardware di supporto.
La differenza di consumo energetico è particolarmente rilevante per Singapore, che nel 2019 ha temporaneamente sospeso la costruzione di nuovi data center a causa delle preoccupazioni relative al loro consumo di elettricità e acqua. Nel 2020, i data center rappresentavano circa il 7% del consumo di elettricità del Paese.
Come riportato da Renovatio 21, un tentativo simile viene portato avanti dalla startup elvetica FinalSpark che due anni fa ha iniziato a vendere l’accesso a biocomputer che utilizzano una serie di piccoli cervelli umani coltivati in laboratorio per l’alimentazione che sarebbe «una frazione dell’energia richiesta per alimentare un computer tradizionale».
Questa tecnologia non è destinata a sostituire il silicio, che secondo Chong rimane «di gran lunga superiore» per i calcoli rapidi e ripetibili alla base di modelli linguistici complessi come ChatGPT. I sistemi biologici, tuttavia, possono apprendere da un numero inferiore di esempi e adattarsi alle condizioni mutevoli.
Non vi è traccia, nei resoconti della stampa internazionale, della precipua domanda bioetica da porsi: di chi sono quei neuroni? Sono «coltivati in laboratorio», ci viene detto, ma a partire da quali neuroni? I neuroni di un morto? I neuroni di un feto abortito?
Si ripropone qui il tema, tanto caro a Renovatio 21, delle linee cellulari usate per la ricerca scientifica e, notoriamente ma neanche troppo, per la produzione dei vaccini.
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Cervello
La Cina batte Neuralink di Musk nella commercializzazione di impianti cerebrali
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Bioetica
Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale
Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.
Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.
La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.
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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.
Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.
«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.
Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.
Come riportato da Renovatio 21, otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.
Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.
In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).
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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.
Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.
Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
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