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Davos, «ragioni solide e razionali» per impiantare microchip nei bambini

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Affermando che la tecnologia della «realtà aumentata» «ha la capacità di trasformare la società e le vite individuali», il World Economic Forum ha recentemente suggerito che ci sono ragioni «solide», «razionali» ed «etiche» per considerare l’impianto di microchip nei bambini.

 

 

 

Affermando che la tecnologia della «realtà aumentata» «ha la capacità di trasformare la società e le vite individuali», il World Economic Forum (WEF) ha recentemente suggerito che ci sono ragioni «solide», «razionali» ed «etiche» per considerare l’impianto di bambini con microchip.

 

Secondo un articolo pubblicato questo mese sul sito web del WEF, «le tecnologie implantari potrebbero diventare la norma in futuro» e «fanno parte di una naturale evoluzione subita dai dispositivi wearable [indossabili, ndt]».

 

L’autrice dell’articolo, Kathleen Philips, ha affermato che ci sono argomenti «avvincenti» a favore del microchippaggio degli esseri umani.

 

Ad esempio, le tecnologie implantari potrebbero soppiantare il ruolo attualmente svolto dai prodotti farmaceutici ingeribili, potrebbero aiutare i bambini dislessici o potrebbero «annusare» allergeni alimentari o malattie come il COVID-19, ha affermato la Philips.

 

I potenziali vantaggi di queste «tecnologie straordinarie», ha affermato Philips, sono infiniti, limitati solo da «argomenti etici» piuttosto che da «capacità scientifiche».

 

La Philips è vicepresidente della ricerca e sviluppo di IMEC, una società belga che si definisce «l’hub di ricerca e sviluppo e innovazione leader a livello mondiale nella nanoelettronica e nell’elettronica digitale».

 

Secondo il WEF, l’articolo di Philips è stato «intenzionalmente travisato su siti che diffondono informazioni false», aggiungendo che «il travisamento dei contenuti riduce le conversazioni aperte».

 

 

Le tecnologie impiantabili forniscono «superpoteri» ai bambini

Secondo Philips, mentre «i supereroi hanno dominato i grandi e piccoli schermi per un po’», al giorno d’oggi, «molti bambini si aspettano di sviluppare loro stessi i superpoteri».

 

Suggerendo che la tecnologia implantare ha il potenziale per fornire tali «superpoteri», ha affermato, «la tecnologia ha sempre avuto il potenziale per trasformare la società e migliorare la nostra vita quotidiana e professionale» – e la tecnologia di aumento non fa eccezione.

 

Respingendo le argomentazioni secondo cui tali aspettative sono «irraggiungibili», la Philips ha affermato: «stiamo già facendo i primi passi verso una “società aumentata”», citando le app di monitoraggio del fitness sugli smartphone come parte di un’evoluzione «dall’assistenza sanitaria alla cura del bene [in originale «from health care to “well care”», ndt]».

 

Tale «cura del bene», secondo Philips, «non riguarda più solo la risoluzione di un danno», ma «riguarda la tecnologia che ti supporta e migliora la qualità generale della tua vita».

 

L’argomentazione di Philips rispecchia da vicino le affermazioni fatte di recente da società Big Tech come Apple nel descrivere i presunti vantaggi dei propri prodotti e app sanitari, come riportato di recente da The Defender.

 

In che modo la Philips definisce questo «aumento»?

 

Secondo Philips:

 

«L’aumento può essere definito come l’estensione della riabilitazione dove ausili tecnologici come occhiali, impianti cocleari o protesi sono progettati per ripristinare una funzione persa o compromessa».

 

«Aggiungilo a individui completamente sani e tale tecnologia può dare un aumento. Occhiali da notte, esoscheletri e interfacce cervello-computer fanno il quadro».

 

La tecnologia «aumentata» «aiuterà in tutte le fasi della vita: bambini in un ambiente di apprendimento, professionisti al lavoro e anziani ambiziosi», ha affermato la Philips. «Ci sono molte possibilità».

 

Non solo la tecnologia «diventerà più intrecciata con il corpo sotto forma di impianti», ha affermato Philips. «Si integrerà anche perfettamente con l’ambiente», ha affermato, citando esempi come «sensori su una sedia».

 

La tecnologia fa semplicemente parte di una «naturale evoluzione che i dispositivi indossabili hanno già subito», ha affermato la Philips, sostenendo che «gli apparecchi acustici o gli occhiali non portano più uno stigma» ma sono «accessori e sono persino considerati un articolo di moda».

 

«Allo stesso modo», afferma Philips, «gli impianti si evolveranno in una merce».

 

Ottenere un impianto è più invasivo che prendere un paio di occhiali, ha ammesso Philips, aggiungendo: «In genere, gli impianti saranno collegati a condizioni mediche» – suggerendo che gli impianti diventeranno inizialmente comuni negli esseri umani che soffrono di particolari disturbi.

 

In seguito, Philips ha affermato: «La misura in cui un particolare dispositivo diventa comune dipenderà dalla funzionalità della tecnologia e da quanto è integrata nel tuo corpo e nella vita quotidiana».

 

Ad esempio, le tecnologie implantari possono includere collane che «annusano COVID-19 o allergeni alimentari», per le quali «non c’è motivo immediato per impiantare questo senso in più nel tuo corpo», mentre «un’allergia mortale alle arachidi può giustificare una soluzione più permanente».

 

Ha anche suggerito che «gli impianti cerebrali ci portano un passo avanti» consentendoci di «attingere direttamente al “sistema operativo” del corpo», sostenendo che tale tecnologia è già utilizzata per «attenuare i sintomi dell’epilessia, del morbo di Parkinson o della depressione».

 

«La maggior parte [sebbene in particolare non tutte] le applicazioni rimarranno basate su necessità mediche piuttosto che su uno strumento di lettura del pensiero», ha affermato, e «gli impianti cerebrali potrebbero [enfasi aggiunta] non essere la prima scelta nella nostra società aumentata».

 

Come esempio di «necessità medica», la Philips ha osservato che «si dice che la stimolazione elettrica del nervo vago, la superstrada che ha origine nel cervello, sia una terapia miracolosa per la depressione resistente al trattamento».

 

 

«Ragioni solide e razionali» per «impiantare un chip di tracciamento nel tuo bambino»

Per la Philips, solo «argomenti etici» possono limitare l’invasione delle tecnologie impiantabili nella nostra vita quotidiana e nel nostro corpo.

 

Ponendo la domanda: «vuoi andare in giro con un chip in testa?» la Philips ha affermato che i chip non sono diversi da «apparecchi acustici o cardiofrequenzimetri» o «occhiali intelligenti, telefoni, braccialetti e simili».

 

È «plausibile», ha detto, che gli impianti seguiranno una «evoluzione simile» nel regno della salute e che questo «potenzialmente» potrebbe essere il caso anche nel mondo dell’istruzione e del lavoro.

 

Ponendo un’altra domanda ipotetica, ha chiesto: «Dovresti impiantare un chip di tracciamento nel tuo bambino?» «Ci sono ragioni solide e razionali per questo, come la sicurezza», ha detto.

 

Rispondendo alle preoccupazioni che questo potrebbe essere «un ponte troppo lontano», Philips ha sollevato la questione della sicurezza, citando l’esempio del pacemaker indossato dall’ex vicepresidente Dick Cheney, che è stato apparentemente modificato per prevenire l’hacking.

 

Philips ha anche chiesto ai lettori del suo articolo di «considerare tutti i prodotti farmaceutici che assumi senza fare domande», sostenendo: «Spesso dimentichiamo che questi farmaci sono correlati alle anfetamine» che già «hanno un impatto sul nostro cervello».

 

Riferendosi specificamente ai bambini, Philips ha affermato che ai bambini dislessici potrebbero essere fornite «nuove opportunità attraverso impianti che si traducono in tempo reale», pur riconoscendo che «la dislessia è un tratto personale» che noi, come società, dobbiamo determinare se desideriamo cambiare o no.

 

L’esempio di Philips di utilizzare potenzialmente i chip per curare la dislessia nei bambini ha una certa somiglianza con le affermazioni fatte in un video prodotto nel 2018 dal WEF, che promuoveva la tecnologia di riconoscimento facciale utilizzata in alcune classi cinesi per «controllare che gli studenti [sic] stiano prestando attenzione».


Questa tecnologia è stata anche oggetto di un articolo di Mashable del 2018 , che la descriveva come in grado di «misurare le espressioni degli studenti, inclusi rabbia, fastidio, sorpresa e, naturalmente, felicità», aggiungendo che può avvisare gli insegnanti «quando un il comportamento disattento dello studente raggiunge un certo valore».

 

Un funzionario dell’istruzione cinese è stato citato nella storia di Mashable affermando che «il sistema è abbastanza avanzato da catturare le sottili espressioni facciali in classe», aggiungendo che «questo è un modo molto efficiente per controllare la frequenza delle lezioni».

 

I commenti sulla pagina Facebook del WEF , dove è stato pubblicato il video, sono stati estremamente negativi.

 

Ad esempio, un commento diceva: «sembra più una prigione per me… Il Grande Fratello ti guarda sempre in ogni dettaglio, sembra più come avere prove per punizione o rimprovero».

 

È stato segnalato nel 2019 come l’uso della tecnologia di riconoscimento facciale nelle aule sia stato «frenato» dalle autorità cinesi. Tuttavia, sembra essere ancora in uso a un certo livello, come l’ esecuzione di pagamenti, provocando recentemente una reazione da parte di alcuni genitori per problemi di privacy.

 

La Philips ha riconosciuto che la tecnologia solleva alcune preoccupazioni etiche. Tuttavia, ha affermato, il ruolo di guardia etica può e deve essere svolto da «istituzioni globali o indipendenti», che possono «guidare i responsabili politici e i ricercatori nella società aumentata sulle cose da fare e da non fare e aiutare a costruire il quadro etico sugli aspetti sociali della tecnologia della realtà aumentata».

 

Le recenti iniziative del Consiglio d’Europa e del Rathenau Institute del governo olandese sono state citate come esempi di tali «istituzioni globali o indipendenti».

 

 

Le tecnologie impiantabili fanno parte della più ampia promozione del WEF delle tecnologie artificiali

L’articolo della Philips è un altro di una recente serie di articoli apparsi sul sito Web del WEF che promuovono l’uso della realtà aumentata, della realtà virtuale (VR) e dell’intelligenza artificiale (AI) in molti aspetti della società, inclusa l’istruzione dei bambini.

 

Come riportato da The Defender a maggio, il WEF, dopo il suo vertice annuale a Davos, in Svizzera, quel mese, ha propagandato i vantaggi della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale in classe, arrivando a suggerire con entusiasmo che alla fine potrebbe soppiantare i mattoni e i scuole di mortaio del tutto.

 

Altri articoli recenti presenti sul sito web del WEF hanno promosso il metaverso come una sorta di fusione tra il proprio corpo fisico e «digitale», e il ruolo che l’IA potrebbe svolgere nell’arginare la diffusione della cosiddetta «disinformazione» e «teorie del complotto» sul Internet.

 

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

 

© 25 agosto 2022, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

 

 

 

 

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I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.

 

In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.

 

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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)

 

E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».

 

Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.

 

Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.

 

Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…

 

Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.

 

La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.

 

Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.

 

Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.

 

Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.

 

Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?

 

E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?

 

In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.

 

Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.

 

In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…

 

Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?

 

Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.

 

Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.

 

Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.

 

Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.

 

 

Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.

 

Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».

 

 

Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.

C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?

 

Roberto Dal Bosco

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Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

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Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.   La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.   Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.   I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.   «Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.   «Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.   Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».   Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».   I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.   «I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.   «Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».   Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.   La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

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Essere genitori

Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori

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Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.

 

L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.

 

Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.

 

Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.

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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.

 

Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.

 

«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».

 

In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.

 

Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:

 

Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.

 

Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».

 

Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.

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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».

 

Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.

 

Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.

 

Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».

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