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Bioetica

La Silicon Valley alla conquista dell’immortalità – e dei suoi compromessi preoccupanti

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo articolo comparso su The Conversation.

 

 

Da qualche parte nella Silicon Valley, un uomo si sveglia presto all’alba.  Si avventura in cucina, soddisfa il suo stomaco brontolante con una tazza di caffè sommersa da una grossa noce di burro biologico.  Del resto, è nel bel mezzo di un digiuno.

 

Dopo una sessione di due ore di meditazione, è pronto per spendere migliaia di dollari per il suo ultimo capriccio – le iniezioni di cellule staminali.  Il medico lo assicura che prelevando le cellule staminali dal midollo osseo e iniettandole in altri tessuti renderanno quest’ultimi più giovani e forti rispetto al loro stato affaticato.  Si fida della sua parola, così come si fida del fatto che spruzzandosi nicotina in bocca si possa trarre gli stessi benefici di una sigaretta ma senza i suoi effetti negativi.

 

Quando si ritira per la notte, imbottito di compresse di melatonina e equipaggiato con occhiali anti luce blu per assicurarsi che il suo ciclo del sonno non sia disturbato, è soddisfatto per i risultati raggiunti durante la sua giornata.  Ha compiuto un altro piccolo passo verso il suo obiettivo.  Potrebbe essere un prodotto del ventunesimo secolo, ma è anche parte del crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.

C’è un crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.

 

Gli uomini stanno covando da tanto un’ossessione verso il vivere per sempre.  Ma tutti quelli che hanno condiviso la ricerca dell’immortalità hanno qualcosa in comune: il fallimento. E ancora una volta, il sogno dell’eternità si è frantumato.  Così tanto, che molti oggi non possono fare altro che chiedersi se la chiave per la loro immortalità sia già nascosta da qualche parte nei meandri sconfinati della conoscenza umana.

 

La scienza moderna ha aperto una varietà di nuovi metodi per migliorare la vita e ora i più benestanti e tecnologici membri stanno adottando questi nuovi approcci nel tentativo di allungare le loro stesse vite. Ma quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita:  gli inevitabili compromessi psicologici che sembrano programmati a frenarci.  La natura stessa sembra fatta apposta per impedirlo.  Quindi come sarà: umano o qualcos’altro completamente?

 

Una fantasia utopica

Il testo simbolico narrativo La Nova Atlantide di Francesco Bacone era stato pubblicato nel 1627. Il romanzo incompiuto ritrae una società in cui gli esseri umani avevano usato la scienza per combattere il controllo della natura sul loro mondo. Per alcuni, questo mondo rappresenta il presagio di un’utopia scientifica verso cui siamo diretti oggi.  Ma il nostro mondo, al contrario di quello di Bacone, è pieno d’interesse personale e avidità ed è in questo contesto che s’inserisce la ricerca della sfida dell’invecchiamento.

Quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita

 

I tentativi falliti per l’immortalità hanno una lunga storia.  Nell’epopea di Gilgamesh, uno dei racconti più antichi dell’umanità che risale al ventiduesimo secolo a.C., il protagonista a cui è intitolata l’opera affronta una ricerca epica per ottenere la vita eterna.   Dopo molti tentativi e difficoltà, alla fine sente parlare di un fiore sul fondo dell’oceano che gli ridarà la gioventù.  E nonostante l’avvertimento datogli dalle uniche persone cui è mai stata concessa l’immortalità dagli dei – cioè che la conquista del fiore rovinerà le gioie della sua vita – Gilgamesh coglie comunque il fiore dalle profondità acquatiche.

 

Ma il suo successo non dura a lungo.  Gilgamesh perde inevitabilmente il fiore e alla fine, come tutti i mortali prima e dopo di lui, muore.  La sua è una storia di sfida contro le forme mortali, sul duro impegno per fare di tutto per superarle e la definitiva futilità dell’idea.  Abbraccia un tema che ha ancora un’importanza rilevante nel campo della ricerca contro l’invecchiamento.

 

 

Le spedizioni ordinate dall’imperatore cinese Qin Shi Huang alla ricerca dell’elisir di lunga vita

 

Circa 2000 anni dopo, il primo imperatore della Cina unita, Qin Shi Huang, era innamorato dell’idea di poter regnare per sempre. Chiese ai suoi sudditi di trovare per lui «l’elisir di lunga vita», ma siccome invecchiava senza alcuna risposta in vista iniziò a disperarsi.  Ci sono prove per cui lui iniziò a ingerire pozioni contenenti solfuro di mercurio, composto altamente tossico.  Quindi in un ironico scherzo del destino, la sua ricerca di vita eterna lo condusse in realtà prematuramente alla tomba.

 

Con il passare del tempo nel 19esimo secolo l’elisir di lunga vita diventò sempre più noto, con molti locali e farmacie che vendevano i loro miscugli con quel nome. Queste pozioni,  composte di acqua, erbe e una considerevole quantità di alcol, un tempo pubblicizzate per allungare la vita, si sono gradualmente trasformate nei rimedi naturali a base di erbe dei giorni nostri.  Ma ci sono voluti altri cento anni prima che la società iniziò a sostituire questi elisir con qualcosa basato su prove concrete.

 

Entro gli anni Trenta, gli scienziati facevano esperimenti su cavie per dimostrare che ridurre le calorie porta a un significativo aumento della durata della vita, una scoperta che è ancora oggi importantissima per i ricercatori d’immortalità attuali.  Nonostante questo successo, la ricerca nei processi d’invecchiamento rimasero al massimo su piccola scala.  Ma all’orizzonte vi era una rivoluzione.

 

Nel 1945 nacque la Gerontological Society  (Società Gerontologica)che fondò una rivista e coltivò notevole interesse per le ricerche in questo campo.  Il suo lavoro fu ritenuto valido, dal momento che agli inizi degli anni Ottanta la comprensione e il desiderio dell’umanità nei confronti della ricerca sull’invecchiamento erano aumentati notevolmente.

La riduzione di calorie rimane un elemento cruciale per i ricercatori di longevit

 

La riduzione di calorie non era più il solo elemento sulla lista delle strategie anti invecchiamento.  Infatti, sono state rapidamente rilevate nuove scoperte sulla comunicazione cellulare tramite segnali e sull’’impatto che questo processo ha sul comportamento cellulare.  In particolare, vi erano le ricerche basate sull’ormone dell’insulina, che si scoprì essere responsabile di molti aspetti dell’invecchiamento.

 

In seguito, nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano.  Aveva notato che la quantità di massa corporea magra (tutto nel corpo ad eccezione del grasso) si abbassava quando la quantità dell’ormone della crescita prodotto dalle cellule diminuiva. Interessante sarebbe stato vedere se fosse riuscito a invertire quest’andamento, la sua squadra iniettò a uomini più vecchi gli ormoni della crescita sintetici, rinvigorendo i loro corpi con una forma più giovanile ristorando la loro abilità di rompere le cellule grasse e costruendo nuove ossa e cellule muscolari.

Nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano. La mania dell’ormone di crescita umano è poi sparita

 

A questo punto, gli imprenditori si stupirono e presero nota.  Molti furono i passi in avanti per guadagni monetari, determinati a vendere l’ormone come una terapia anti invecchiamento.  I giornalisti erano trascinati dall’onda del successo, scrivendo dell’ «iniezione di gioventù» e si domandavano se potessimo smettere di invecchiare completamente.

 

La metamorfosi dell’industria anti-aging era cominciata. E sebbene nessuno sapesse veramente quale mondo sarebbe potuto emergere quando la loro missione di longevità sarebbe stata raggiunta, erano determinati a renderlo qualcosa di meraviglioso.

 

La mania dell’ormone della crescita umano è poi sparita, ma un mucchio di terapie supplementari alternative avevano preso facilmente il loro posto.  Nel 2003 vi fu anche il completamento del Progetto sul Genoma Umano, che si pensava potesse risolvere  diverse malattie relative all’invecchiamento identificando la chiave dei geni che le avevano causate.  Ancora una volta la risposta anti invecchiamento rimase elusiva.

 

Rapidamente, molti campi della ricerca erano stati analizzati per trovare risposte:  salute, scienza dello sport, psicologia, medicina, informatica.  L’interesse è solo aumentato e ricchi benefattori hanno mostrato un’altalenante perseveranza, con intere aziende che iniziavano a esistere nello sforzo di sbloccare l’eternità.  Una tale sicurezza solleva una domanda inevitabile a tutti noi: ma ci si può riuscire davvero?

 

Il biohacking del corpo

Ci sono tanti, tantissimi bar in California.  Ma ce ne sono alcuni, nel centro di Los Angeles e a Santa Monica, per esempio, che offrono un’esperienza unica.  Al loro interno vi sono: un’illuminazione che cambia a seconda del momento della giornata, sedie elettromagnetiche progettate per aumentare il flusso sanguigno dei clienti e un caffè infuso con olio e servito con burro.  Questi sono i Bulletproof coffee house di Dave Asprey, nel cuore del cosiddetto movimento biohacking.

 

Asprey è un tipo controverso, ben noto, che spesso dichiara pubblicamente che vivrà fino a 180 anni aumentando le sue abitudini quotidiane per alterare la sua fisiologia.  Il blog Bulletproof di Asprey è pieno zeppo di articoli e podcast che dettagliatamente descrivono i benefici che si possono ipoteticamente raggiungere mettendo in pratica determinati «trucchi».

 

David Asprey

 

Tra questi vi sono gli integratori alimentari – che i cinici noteranno essere disponibili come prodotti Bulletproof – e le attività imputate stressanti per il corpo.  Alcuni di questi principi opinabili si materializzano nei coffee shop Bulletproof, tra cui oltre all’indiscusso protagonista, il caffè Bulletproof, vi sono anche mobili magnetici, pannelli a pavimento e livelli elevati per la pratica dello yoga che forniscono un diverse tipologie di sostegno.

 

Lungi dall’essere una scienza esatta, il biohacking è un termine generico che comprende una manciata di materiali di sostegno, un pizzico di ragionamento scientifico e una spolverata di filosofia per essere sicuri.  (Le persone che utilizzano la tecnologia per modificare i loro corpi sono chiamate anche con il termine «biohacker», ma sono più comunemente chiamati transumanisti, di cui parleremo dopo).

 

Alcuni tra i biohacker più eccentrici incoraggiano addirittura l’uso regolare di farmaci e droghe illegali, come il narcotico psicoattivo MDMA, per migliorare il proprio fascino, e il modafinil nootropico creato per il trattamento della narcolessia, per aumentare le funzioni cognitive.  E, a differenza di molte aziende anti-age della Silicon Valley, che pagano una considerevole credibilità nei confronti delle variazioni genetiche giocando un ruolo cruciale nell’invecchiamento, il biohacking adotta un approccio epigenetico puro.  Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.

 

Il biohacking adotta un approccio epigenetico puro.  Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.

Quindi a quale tipo di stress fisico ci raccomandano di sottoporci i biohacker?  Ce ne sono tanti, un esempio tra tutti è la comune doccia fredda.  Teoricamente, immergere il proprio corpo in acqua ghiacciata è una manna per il sistema immunitario.  La prova scientifica che lo sostiene ha valore per lo più indicativo e sottolinea la tendenza dei biohacker di estrapolare all’occorrenza scoperte scientifiche per rinforzare la loro visione del mondo.  Ma occorre guardare appena oltre la superficie per scoprire l’altra faccia della medaglia.  

 

Il freddo potrebbe sì esercitare le nostre vene a essere reattive, mettere in atto l’eliminazione del grasso bruno e alleviare le infiammazioni, ma potrebbe essere un’arma a doppio taglio.  Le basse temperature possono anche restringere i vasi sanguigni – aumentando la pressione – e incrementando così la possibilità di sviluppare infezioni.  Questo agisce contro la presunta (e non confermata) manna di salute.

 

Detto ciò, le docce fredde e altre pratiche estreme – che per Dave Asprey lo aiuteranno a vivere fino a 180 anni – sono giochetti da giovani e potrebbero andare contro l’allungamento della vita.  Una pratica del biohacking potrebbe produrre un guadagno netto di salute quando si è giovani, ma invecchiando ci sono buone probabilità che producano l’effetto contrario.

 

Inevitabili compromessi

Il settore del biohacking considera raramente i lati negativi dell’allungamento della vita, cioè che a ogni successo corrisponda un compromesso.  La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione.  Per esempio, possiamo allungare la vita di un moscerino da frutta, Drosophila melanogaster, forzandolo a mangiare una dieta ricca di zuccheri e povera di proteine.  Questo a costo però di meno prole per ciascun individuo e un’abilità ridotta di combattere infezioni, un processo che richiede proteine.

La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione

 

Possiamo anche aumentare la loro longevità abbattendo i geni immunitari o esponendo i moscerini a un’infezione mortale.  Ma, analogamente, entrambi questi trattamenti porterebbero a una significativa riduzione della capacità di combattere infezioni.

 

Zoomando sui componenti cellulari si può notare che i dettagli rilevano molti di questi compromessi.  La storia di Cenerentola del settore anti-age è mTOR (bersaglio della rapamicina nei mammiferi), una molecola che assume una serie diversa di ruoli mandando segnali a tutto il corpo.  Il controllo di mTOR, in effetti, ci permette di monitorare una buona parte del sistema cellulare, compreso il suo invecchiamento e la sua divisione.  E c’è ora una serie di farmaci anti invecchiamento che modulano l’attività di mTOR.

 

I Biohacker, da parte loro, hanno scoperto un modo per manipolare in modo naturale mTOR in uno stato simile diminuendo l’assunzione di calorie, a volte attraverso il digiuno intermittente.  La logica dietro tutto ciò è che mTOR segnala soltanto la cellula da costruire e crescere quando ci sono abbastanza sostanze nutritive intorno a essa ritenute valide.  Quindi consumare meno cibo significa meno attività mTOR, ridurre la crescita cellulare e, a sua volta, il tasso di morte cellulare.  Ma le prove evidenziano che inibendo le funzioni di questa importante molecola non solo si rallenta l’invecchiamento ma si sopprime anche il sistema immunitario.

 

Il nostro sistema immunitario è costoso poiché utilizza i nostri preziosi mitocondri (i batteri che forniscono energia alle nostre cellule) per produrre i componenti tossici necessari e causano infiammazione quando devono combattere i germi, che danneggiano i mitocondri.  Quindi sopprimendo il sistema immunitario – come mostrato sia nel nostro lavoro che altrove – possiamo evitare questa sorta di danno e migliorare la longevità.

 

Certo, l’approccio comporta rischi considerevoli.  Questi studi sperimentali sono stati effettuati tutti in ambienti controllati con una minima esposizione ai germi.  In un ambiente reale, che compromette in modo naturale un sistema immunitario, sia attraverso integratori di farmaci che di restrizioni caloriche, possono costarci molto caro, specialmente in un mondo in cui i batteri diventano in modo sempre più costante resistenti agli antibiotici.

 

Il compromesso tra immunità e longevità è un semplice esempio di come la natura equilibra sempre tutto.  La prevenzione al danno dei mitocondri e la sospensione della morte cellulare potrebbero sembrare pratiche eccellenti per allungare la vita, a prima vista, ma la rinuncia a una risposta immunitaria completamente funzionale, è un prezzo molto alto e potenzialmente fatale da pagare.

 

Non vale nemmeno la pena che la selezione naturale abbia conservato il meccanismo equivalente all’mTOR attraverso l’evoluzione di tutti gli animali, funghi e piante, che sottolinea semplicemente quanto utile sia.  Forse non dovremmo essere così pronti a interferire con un elemento tanto essenziale per la salute delle nostre cellule.

 

Immortalità o umanità?

Ci sarà sempre una miriade di modi in cui le nostre forme mortali possono andare male.  E abbiamo visto che i vincoli fisiologici sembrano fatti per frenarci dall’estendere drasticamente la nostra vita e porre rimedio alla causa originaria dell’invecchiamento – se mai ce ne dovesse essere una.

 

Ma sul confine tra fantascienza e scienza pioneristica vi sono idee tecnologiche emozionanti che potrebbero forse sbloccare un tipo diverso di immortalità.  La tecnologia può già aiutarci a identificare precocemente i difetti correlati all’età, ma ha il potenziale per diventare ancora meglio: e se fossimo in grado di aggirare i compromessi biologici completamente?

 

Neuralink, l’azienda del miliardario Elon Musk è già in marcia per portarci su questo cammino transumano.  Prevede un futuro in cui gli umani sono molto più connessi intimamente tra di loro attraverso strumenti tecnologici rispetto a quanto lo siamo oggi.  Ci invita a lavorare verso un’interfaccia cervello-macchina che possa fondamentalmente unirci alla tecnologia, raggiungendo con essa una relazione veramente simbiotica.

 

La ricerca è ancora alle prime fasi, ma le interfacce cervello-macchina sono già in uso sotto forma di impianti auricolari od oculari che possono riabilitare i nostri sensi e impianti cerebrali che permettono alle persone disabili di controllare in modo remoto computer e robot.  Neuralink mira a compiere passi in avanti senza interruzioni connettendoci a dispositivi elettronici, a internet e anche ad altri uomini.  Essenzialmente, avremo tutti informazioni enciclopediche a portata di mano e saremo in grado di comunicare con altri telepaticamente.

Un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello.  Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità

 

Per rendere questo grandioso miglioramento possibile, un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello.  Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità.

 

Nonostante l’invasività degli impianti Neuralink, c’è già una serie di sani individui che sono ansiosi di raggiungere un tale miglioramento artificiale.  Alcuni sono arrivati al punto di sottoporsi a operazioni chirurgiche semplicemente per installare un dispositivo di scarso valore nel mondo reale.  Ma questo potrebbe essere solo l’inizio.

 

Neuralink e la tecnologia a cui aspira, potrebbero diventare la porta d’accesso verso un futuro post-umano.  Attraverso le ricerche in quest’area, saremmo forse in grado di decifrare i significati per tradurre accuratamente i nostri percorsi biologici e chimici neuronali, in dati elettronici che potrebbero incapsularli.  E quindi potremmo, alla fine, catturare i nostri animi con un computer, vivendo per sempre come memoria digitale controllata da un frammento di software.

 

Questa potrebbe essere una soluzione estrema alla domanda del come si può vivere per sempre, ma ci sono individui, come l’imprenditore Dmitry Itskov, smaniosi all’idea di unirsi a un computer.  L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.

L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.

 

Itskov e altri futuristi stanno promettendo l’immortalità, ma per raggiungerla dovremo scendere al compromesso più grande di tutti, dare via uno dei nostri doni più preziosi e che più ci caratterizzano:  la forma umana.  Il cervello è sempre stato il contenitore della nostra anima.  Una copia artificiale potrebbe portarci a catturare la nostra intera rete di  100 trilioni di connessioni, ma saremmo veramente noi?

 

È una lunga questione, ma la nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo.  Le preoccupazioni degli uomini per cui si sono sempre battuti da millenni-risorse, benessere, compagni – potrebbero smettere di essere importanti.  Piaceri fisici che sono stati fondamentali per la nostra esperienza – intimità, emozioni, musica, cibo – potrebbero essere sostituiti da segnali virtuali e stimolanti sintetici.

 

O almeno per alcuni.  Il resto di noi che non può permettersi di diventare avatar immortale sarà lasciato a vedersela con queste ora insignificanti preoccupazioni, mentre i benestanti post-umani si dirigeranno oltre, verso l’eternità.

 

La nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo

Musk ha mostrato che l’imprenditorialità può contribuire alla scienza attraverso le sue incursioni nel settore dello spazio e il suo progetto di razzo rivoluzionario.   Ma la conquista della longevità è stata sentita così tanto dalla Silicon Valley e dagli altri nel mondo degli affari che alcuni ricercatori scientifici si sono attivamente allontanati dal suo raggiungimento.  Nel campo di una ricerca biologica che dipende così tanto da una rete di aspetti globali, gli obiettivi più nobili hanno bisogno di prendere una posizione di rilievo.

 

Una difficoltà fondamentale di tutti questi impegni è che sono un esempio di scienza, presumibilmente guidati non molto da un desiderio di una più ampia conoscenza dell’universo o del miglioramento dell’umanità, ma dal guadagno personale e un ritorno individuale.

 

Se troveremo mai un modo per superare i compromessi fisiologici che ci frenano dall’immortalità o se saremo mai in grado di replicare la consapevolezza umana in un computer sono domande ancora troppo difficili cui rispondere.  Ma quelli che portano avanti il processo contro la morte almeno ci ispirano a vivere vite sane o sono semplicemente in gara contro un destino inevitabile?

 

Se lo chiedessimo ai ricchi proprietari della Silicon Valley, la risposta sarebbe la precedente.  Ci reindirizzerebbero alle statistiche  della durata della vita: hanno dimostrato che sopravviviamo ben un decennio in più rispetto alla media di circa 50 anni fa.  Enfatizzerebbero anche la prova crescente che sfida l’idea di un “limite superiore” su quanto a lungo può sopravvivere un individuo.

 

La ricerca in corso, argomenterebbero, sta già portando frutti e ci sarà soltanto un progresso esponenziale da qui in avanti.  Ma, purtroppo, forse, la nostra ricerca ha oscurato gli svantaggi considerevoli che potrebbero accadere alla nostra salute come conseguenza alle intromettenti terapie anti-age. Sembra, dunque, che l’uomo continui ad andare oltre i suoi limiti.

 

 

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Bioetica

Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?

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Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente – Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).

 

Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.

 

«Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».

 

Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.

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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.

 

Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine

 

L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.

 

Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).

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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.

 

Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.

 

Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.

 

Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.

 

E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.

 

Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.

 

Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.

 

Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.

 

Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.

 

Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.

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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento. Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.

 

Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.

 

Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.

 

Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.

 

Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.

 

Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio – atto ad allentare le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:

 

«La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».

 


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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.

 

Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.

 

Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.

 

Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.

 

Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.

 

E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.

 

Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.

 

L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.

 

La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.

 

Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.

 

La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.

 

Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.

 

E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.

 

Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.

 

E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.

 

L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.

 

Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.

 

Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.

 

Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.

 

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 Immmagine screenshot da Twitter

 

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Bioetica

Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.   Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.   Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.   Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?   Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.   Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.    La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.   Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.    È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.   Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.   È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.   Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.   Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.    Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.   Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?   Alfredo De Matteo  

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Bioetica

Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto

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Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.

 

Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.

 

I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.

 

Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.

 

Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.

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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.

 

A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.

 

Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.

 

Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.

 

Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.

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 Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata

 


 

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