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Bioetica

La Silicon Valley alla conquista dell’immortalità – e dei suoi compromessi preoccupanti

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo articolo comparso su The Conversation.

 

 

Da qualche parte nella Silicon Valley, un uomo si sveglia presto all’alba.  Si avventura in cucina, soddisfa il suo stomaco brontolante con una tazza di caffè sommersa da una grossa noce di burro biologico.  Del resto, è nel bel mezzo di un digiuno.

 

Dopo una sessione di due ore di meditazione, è pronto per spendere migliaia di dollari per il suo ultimo capriccio – le iniezioni di cellule staminali.  Il medico lo assicura che prelevando le cellule staminali dal midollo osseo e iniettandole in altri tessuti renderanno quest’ultimi più giovani e forti rispetto al loro stato affaticato.  Si fida della sua parola, così come si fida del fatto che spruzzandosi nicotina in bocca si possa trarre gli stessi benefici di una sigaretta ma senza i suoi effetti negativi.

 

Quando si ritira per la notte, imbottito di compresse di melatonina e equipaggiato con occhiali anti luce blu per assicurarsi che il suo ciclo del sonno non sia disturbato, è soddisfatto per i risultati raggiunti durante la sua giornata.  Ha compiuto un altro piccolo passo verso il suo obiettivo.  Potrebbe essere un prodotto del ventunesimo secolo, ma è anche parte del crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.

C’è un crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.

 

Gli uomini stanno covando da tanto un’ossessione verso il vivere per sempre.  Ma tutti quelli che hanno condiviso la ricerca dell’immortalità hanno qualcosa in comune: il fallimento. E ancora una volta, il sogno dell’eternità si è frantumato.  Così tanto, che molti oggi non possono fare altro che chiedersi se la chiave per la loro immortalità sia già nascosta da qualche parte nei meandri sconfinati della conoscenza umana.

 

La scienza moderna ha aperto una varietà di nuovi metodi per migliorare la vita e ora i più benestanti e tecnologici membri stanno adottando questi nuovi approcci nel tentativo di allungare le loro stesse vite. Ma quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita:  gli inevitabili compromessi psicologici che sembrano programmati a frenarci.  La natura stessa sembra fatta apposta per impedirlo.  Quindi come sarà: umano o qualcos’altro completamente?

 

Una fantasia utopica

Il testo simbolico narrativo La Nova Atlantide di Francesco Bacone era stato pubblicato nel 1627. Il romanzo incompiuto ritrae una società in cui gli esseri umani avevano usato la scienza per combattere il controllo della natura sul loro mondo. Per alcuni, questo mondo rappresenta il presagio di un’utopia scientifica verso cui siamo diretti oggi.  Ma il nostro mondo, al contrario di quello di Bacone, è pieno d’interesse personale e avidità ed è in questo contesto che s’inserisce la ricerca della sfida dell’invecchiamento.

Quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita

 

I tentativi falliti per l’immortalità hanno una lunga storia.  Nell’epopea di Gilgamesh, uno dei racconti più antichi dell’umanità che risale al ventiduesimo secolo a.C., il protagonista a cui è intitolata l’opera affronta una ricerca epica per ottenere la vita eterna.   Dopo molti tentativi e difficoltà, alla fine sente parlare di un fiore sul fondo dell’oceano che gli ridarà la gioventù.  E nonostante l’avvertimento datogli dalle uniche persone cui è mai stata concessa l’immortalità dagli dei – cioè che la conquista del fiore rovinerà le gioie della sua vita – Gilgamesh coglie comunque il fiore dalle profondità acquatiche.

 

Ma il suo successo non dura a lungo.  Gilgamesh perde inevitabilmente il fiore e alla fine, come tutti i mortali prima e dopo di lui, muore.  La sua è una storia di sfida contro le forme mortali, sul duro impegno per fare di tutto per superarle e la definitiva futilità dell’idea.  Abbraccia un tema che ha ancora un’importanza rilevante nel campo della ricerca contro l’invecchiamento.

 

 

Le spedizioni ordinate dall’imperatore cinese Qin Shi Huang alla ricerca dell’elisir di lunga vita

 

Circa 2000 anni dopo, il primo imperatore della Cina unita, Qin Shi Huang, era innamorato dell’idea di poter regnare per sempre. Chiese ai suoi sudditi di trovare per lui «l’elisir di lunga vita», ma siccome invecchiava senza alcuna risposta in vista iniziò a disperarsi.  Ci sono prove per cui lui iniziò a ingerire pozioni contenenti solfuro di mercurio, composto altamente tossico.  Quindi in un ironico scherzo del destino, la sua ricerca di vita eterna lo condusse in realtà prematuramente alla tomba.

 

Con il passare del tempo nel 19esimo secolo l’elisir di lunga vita diventò sempre più noto, con molti locali e farmacie che vendevano i loro miscugli con quel nome. Queste pozioni,  composte di acqua, erbe e una considerevole quantità di alcol, un tempo pubblicizzate per allungare la vita, si sono gradualmente trasformate nei rimedi naturali a base di erbe dei giorni nostri.  Ma ci sono voluti altri cento anni prima che la società iniziò a sostituire questi elisir con qualcosa basato su prove concrete.

 

Entro gli anni Trenta, gli scienziati facevano esperimenti su cavie per dimostrare che ridurre le calorie porta a un significativo aumento della durata della vita, una scoperta che è ancora oggi importantissima per i ricercatori d’immortalità attuali.  Nonostante questo successo, la ricerca nei processi d’invecchiamento rimasero al massimo su piccola scala.  Ma all’orizzonte vi era una rivoluzione.

 

Nel 1945 nacque la Gerontological Society  (Società Gerontologica)che fondò una rivista e coltivò notevole interesse per le ricerche in questo campo.  Il suo lavoro fu ritenuto valido, dal momento che agli inizi degli anni Ottanta la comprensione e il desiderio dell’umanità nei confronti della ricerca sull’invecchiamento erano aumentati notevolmente.

La riduzione di calorie rimane un elemento cruciale per i ricercatori di longevit

 

La riduzione di calorie non era più il solo elemento sulla lista delle strategie anti invecchiamento.  Infatti, sono state rapidamente rilevate nuove scoperte sulla comunicazione cellulare tramite segnali e sull’’impatto che questo processo ha sul comportamento cellulare.  In particolare, vi erano le ricerche basate sull’ormone dell’insulina, che si scoprì essere responsabile di molti aspetti dell’invecchiamento.

 

In seguito, nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano.  Aveva notato che la quantità di massa corporea magra (tutto nel corpo ad eccezione del grasso) si abbassava quando la quantità dell’ormone della crescita prodotto dalle cellule diminuiva. Interessante sarebbe stato vedere se fosse riuscito a invertire quest’andamento, la sua squadra iniettò a uomini più vecchi gli ormoni della crescita sintetici, rinvigorendo i loro corpi con una forma più giovanile ristorando la loro abilità di rompere le cellule grasse e costruendo nuove ossa e cellule muscolari.

Nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano. La mania dell’ormone di crescita umano è poi sparita

 

A questo punto, gli imprenditori si stupirono e presero nota.  Molti furono i passi in avanti per guadagni monetari, determinati a vendere l’ormone come una terapia anti invecchiamento.  I giornalisti erano trascinati dall’onda del successo, scrivendo dell’ «iniezione di gioventù» e si domandavano se potessimo smettere di invecchiare completamente.

 

La metamorfosi dell’industria anti-aging era cominciata. E sebbene nessuno sapesse veramente quale mondo sarebbe potuto emergere quando la loro missione di longevità sarebbe stata raggiunta, erano determinati a renderlo qualcosa di meraviglioso.

 

La mania dell’ormone della crescita umano è poi sparita, ma un mucchio di terapie supplementari alternative avevano preso facilmente il loro posto.  Nel 2003 vi fu anche il completamento del Progetto sul Genoma Umano, che si pensava potesse risolvere  diverse malattie relative all’invecchiamento identificando la chiave dei geni che le avevano causate.  Ancora una volta la risposta anti invecchiamento rimase elusiva.

 

Rapidamente, molti campi della ricerca erano stati analizzati per trovare risposte:  salute, scienza dello sport, psicologia, medicina, informatica.  L’interesse è solo aumentato e ricchi benefattori hanno mostrato un’altalenante perseveranza, con intere aziende che iniziavano a esistere nello sforzo di sbloccare l’eternità.  Una tale sicurezza solleva una domanda inevitabile a tutti noi: ma ci si può riuscire davvero?

 

Il biohacking del corpo

Ci sono tanti, tantissimi bar in California.  Ma ce ne sono alcuni, nel centro di Los Angeles e a Santa Monica, per esempio, che offrono un’esperienza unica.  Al loro interno vi sono: un’illuminazione che cambia a seconda del momento della giornata, sedie elettromagnetiche progettate per aumentare il flusso sanguigno dei clienti e un caffè infuso con olio e servito con burro.  Questi sono i Bulletproof coffee house di Dave Asprey, nel cuore del cosiddetto movimento biohacking.

 

Asprey è un tipo controverso, ben noto, che spesso dichiara pubblicamente che vivrà fino a 180 anni aumentando le sue abitudini quotidiane per alterare la sua fisiologia.  Il blog Bulletproof di Asprey è pieno zeppo di articoli e podcast che dettagliatamente descrivono i benefici che si possono ipoteticamente raggiungere mettendo in pratica determinati «trucchi».

 

David Asprey

 

Tra questi vi sono gli integratori alimentari – che i cinici noteranno essere disponibili come prodotti Bulletproof – e le attività imputate stressanti per il corpo.  Alcuni di questi principi opinabili si materializzano nei coffee shop Bulletproof, tra cui oltre all’indiscusso protagonista, il caffè Bulletproof, vi sono anche mobili magnetici, pannelli a pavimento e livelli elevati per la pratica dello yoga che forniscono un diverse tipologie di sostegno.

 

Lungi dall’essere una scienza esatta, il biohacking è un termine generico che comprende una manciata di materiali di sostegno, un pizzico di ragionamento scientifico e una spolverata di filosofia per essere sicuri.  (Le persone che utilizzano la tecnologia per modificare i loro corpi sono chiamate anche con il termine «biohacker», ma sono più comunemente chiamati transumanisti, di cui parleremo dopo).

 

Alcuni tra i biohacker più eccentrici incoraggiano addirittura l’uso regolare di farmaci e droghe illegali, come il narcotico psicoattivo MDMA, per migliorare il proprio fascino, e il modafinil nootropico creato per il trattamento della narcolessia, per aumentare le funzioni cognitive.  E, a differenza di molte aziende anti-age della Silicon Valley, che pagano una considerevole credibilità nei confronti delle variazioni genetiche giocando un ruolo cruciale nell’invecchiamento, il biohacking adotta un approccio epigenetico puro.  Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.

 

Il biohacking adotta un approccio epigenetico puro.  Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.

Quindi a quale tipo di stress fisico ci raccomandano di sottoporci i biohacker?  Ce ne sono tanti, un esempio tra tutti è la comune doccia fredda.  Teoricamente, immergere il proprio corpo in acqua ghiacciata è una manna per il sistema immunitario.  La prova scientifica che lo sostiene ha valore per lo più indicativo e sottolinea la tendenza dei biohacker di estrapolare all’occorrenza scoperte scientifiche per rinforzare la loro visione del mondo.  Ma occorre guardare appena oltre la superficie per scoprire l’altra faccia della medaglia.  

 

Il freddo potrebbe sì esercitare le nostre vene a essere reattive, mettere in atto l’eliminazione del grasso bruno e alleviare le infiammazioni, ma potrebbe essere un’arma a doppio taglio.  Le basse temperature possono anche restringere i vasi sanguigni – aumentando la pressione – e incrementando così la possibilità di sviluppare infezioni.  Questo agisce contro la presunta (e non confermata) manna di salute.

 

Detto ciò, le docce fredde e altre pratiche estreme – che per Dave Asprey lo aiuteranno a vivere fino a 180 anni – sono giochetti da giovani e potrebbero andare contro l’allungamento della vita.  Una pratica del biohacking potrebbe produrre un guadagno netto di salute quando si è giovani, ma invecchiando ci sono buone probabilità che producano l’effetto contrario.

 

Inevitabili compromessi

Il settore del biohacking considera raramente i lati negativi dell’allungamento della vita, cioè che a ogni successo corrisponda un compromesso.  La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione.  Per esempio, possiamo allungare la vita di un moscerino da frutta, Drosophila melanogaster, forzandolo a mangiare una dieta ricca di zuccheri e povera di proteine.  Questo a costo però di meno prole per ciascun individuo e un’abilità ridotta di combattere infezioni, un processo che richiede proteine.

La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione

 

Possiamo anche aumentare la loro longevità abbattendo i geni immunitari o esponendo i moscerini a un’infezione mortale.  Ma, analogamente, entrambi questi trattamenti porterebbero a una significativa riduzione della capacità di combattere infezioni.

 

Zoomando sui componenti cellulari si può notare che i dettagli rilevano molti di questi compromessi.  La storia di Cenerentola del settore anti-age è mTOR (bersaglio della rapamicina nei mammiferi), una molecola che assume una serie diversa di ruoli mandando segnali a tutto il corpo.  Il controllo di mTOR, in effetti, ci permette di monitorare una buona parte del sistema cellulare, compreso il suo invecchiamento e la sua divisione.  E c’è ora una serie di farmaci anti invecchiamento che modulano l’attività di mTOR.

 

I Biohacker, da parte loro, hanno scoperto un modo per manipolare in modo naturale mTOR in uno stato simile diminuendo l’assunzione di calorie, a volte attraverso il digiuno intermittente.  La logica dietro tutto ciò è che mTOR segnala soltanto la cellula da costruire e crescere quando ci sono abbastanza sostanze nutritive intorno a essa ritenute valide.  Quindi consumare meno cibo significa meno attività mTOR, ridurre la crescita cellulare e, a sua volta, il tasso di morte cellulare.  Ma le prove evidenziano che inibendo le funzioni di questa importante molecola non solo si rallenta l’invecchiamento ma si sopprime anche il sistema immunitario.

 

Il nostro sistema immunitario è costoso poiché utilizza i nostri preziosi mitocondri (i batteri che forniscono energia alle nostre cellule) per produrre i componenti tossici necessari e causano infiammazione quando devono combattere i germi, che danneggiano i mitocondri.  Quindi sopprimendo il sistema immunitario – come mostrato sia nel nostro lavoro che altrove – possiamo evitare questa sorta di danno e migliorare la longevità.

 

Certo, l’approccio comporta rischi considerevoli.  Questi studi sperimentali sono stati effettuati tutti in ambienti controllati con una minima esposizione ai germi.  In un ambiente reale, che compromette in modo naturale un sistema immunitario, sia attraverso integratori di farmaci che di restrizioni caloriche, possono costarci molto caro, specialmente in un mondo in cui i batteri diventano in modo sempre più costante resistenti agli antibiotici.

 

Il compromesso tra immunità e longevità è un semplice esempio di come la natura equilibra sempre tutto.  La prevenzione al danno dei mitocondri e la sospensione della morte cellulare potrebbero sembrare pratiche eccellenti per allungare la vita, a prima vista, ma la rinuncia a una risposta immunitaria completamente funzionale, è un prezzo molto alto e potenzialmente fatale da pagare.

 

Non vale nemmeno la pena che la selezione naturale abbia conservato il meccanismo equivalente all’mTOR attraverso l’evoluzione di tutti gli animali, funghi e piante, che sottolinea semplicemente quanto utile sia.  Forse non dovremmo essere così pronti a interferire con un elemento tanto essenziale per la salute delle nostre cellule.

 

Immortalità o umanità?

Ci sarà sempre una miriade di modi in cui le nostre forme mortali possono andare male.  E abbiamo visto che i vincoli fisiologici sembrano fatti per frenarci dall’estendere drasticamente la nostra vita e porre rimedio alla causa originaria dell’invecchiamento – se mai ce ne dovesse essere una.

 

Ma sul confine tra fantascienza e scienza pioneristica vi sono idee tecnologiche emozionanti che potrebbero forse sbloccare un tipo diverso di immortalità.  La tecnologia può già aiutarci a identificare precocemente i difetti correlati all’età, ma ha il potenziale per diventare ancora meglio: e se fossimo in grado di aggirare i compromessi biologici completamente?

 

Neuralink, l’azienda del miliardario Elon Musk è già in marcia per portarci su questo cammino transumano.  Prevede un futuro in cui gli umani sono molto più connessi intimamente tra di loro attraverso strumenti tecnologici rispetto a quanto lo siamo oggi.  Ci invita a lavorare verso un’interfaccia cervello-macchina che possa fondamentalmente unirci alla tecnologia, raggiungendo con essa una relazione veramente simbiotica.

 

La ricerca è ancora alle prime fasi, ma le interfacce cervello-macchina sono già in uso sotto forma di impianti auricolari od oculari che possono riabilitare i nostri sensi e impianti cerebrali che permettono alle persone disabili di controllare in modo remoto computer e robot.  Neuralink mira a compiere passi in avanti senza interruzioni connettendoci a dispositivi elettronici, a internet e anche ad altri uomini.  Essenzialmente, avremo tutti informazioni enciclopediche a portata di mano e saremo in grado di comunicare con altri telepaticamente.

Un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello.  Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità

 

Per rendere questo grandioso miglioramento possibile, un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello.  Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità.

 

Nonostante l’invasività degli impianti Neuralink, c’è già una serie di sani individui che sono ansiosi di raggiungere un tale miglioramento artificiale.  Alcuni sono arrivati al punto di sottoporsi a operazioni chirurgiche semplicemente per installare un dispositivo di scarso valore nel mondo reale.  Ma questo potrebbe essere solo l’inizio.

 

Neuralink e la tecnologia a cui aspira, potrebbero diventare la porta d’accesso verso un futuro post-umano.  Attraverso le ricerche in quest’area, saremmo forse in grado di decifrare i significati per tradurre accuratamente i nostri percorsi biologici e chimici neuronali, in dati elettronici che potrebbero incapsularli.  E quindi potremmo, alla fine, catturare i nostri animi con un computer, vivendo per sempre come memoria digitale controllata da un frammento di software.

 

Questa potrebbe essere una soluzione estrema alla domanda del come si può vivere per sempre, ma ci sono individui, come l’imprenditore Dmitry Itskov, smaniosi all’idea di unirsi a un computer.  L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.

L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.

 

Itskov e altri futuristi stanno promettendo l’immortalità, ma per raggiungerla dovremo scendere al compromesso più grande di tutti, dare via uno dei nostri doni più preziosi e che più ci caratterizzano:  la forma umana.  Il cervello è sempre stato il contenitore della nostra anima.  Una copia artificiale potrebbe portarci a catturare la nostra intera rete di  100 trilioni di connessioni, ma saremmo veramente noi?

 

È una lunga questione, ma la nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo.  Le preoccupazioni degli uomini per cui si sono sempre battuti da millenni-risorse, benessere, compagni – potrebbero smettere di essere importanti.  Piaceri fisici che sono stati fondamentali per la nostra esperienza – intimità, emozioni, musica, cibo – potrebbero essere sostituiti da segnali virtuali e stimolanti sintetici.

 

O almeno per alcuni.  Il resto di noi che non può permettersi di diventare avatar immortale sarà lasciato a vedersela con queste ora insignificanti preoccupazioni, mentre i benestanti post-umani si dirigeranno oltre, verso l’eternità.

 

La nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo

Musk ha mostrato che l’imprenditorialità può contribuire alla scienza attraverso le sue incursioni nel settore dello spazio e il suo progetto di razzo rivoluzionario.   Ma la conquista della longevità è stata sentita così tanto dalla Silicon Valley e dagli altri nel mondo degli affari che alcuni ricercatori scientifici si sono attivamente allontanati dal suo raggiungimento.  Nel campo di una ricerca biologica che dipende così tanto da una rete di aspetti globali, gli obiettivi più nobili hanno bisogno di prendere una posizione di rilievo.

 

Una difficoltà fondamentale di tutti questi impegni è che sono un esempio di scienza, presumibilmente guidati non molto da un desiderio di una più ampia conoscenza dell’universo o del miglioramento dell’umanità, ma dal guadagno personale e un ritorno individuale.

 

Se troveremo mai un modo per superare i compromessi fisiologici che ci frenano dall’immortalità o se saremo mai in grado di replicare la consapevolezza umana in un computer sono domande ancora troppo difficili cui rispondere.  Ma quelli che portano avanti il processo contro la morte almeno ci ispirano a vivere vite sane o sono semplicemente in gara contro un destino inevitabile?

 

Se lo chiedessimo ai ricchi proprietari della Silicon Valley, la risposta sarebbe la precedente.  Ci reindirizzerebbero alle statistiche  della durata della vita: hanno dimostrato che sopravviviamo ben un decennio in più rispetto alla media di circa 50 anni fa.  Enfatizzerebbero anche la prova crescente che sfida l’idea di un “limite superiore” su quanto a lungo può sopravvivere un individuo.

 

La ricerca in corso, argomenterebbero, sta già portando frutti e ci sarà soltanto un progresso esponenziale da qui in avanti.  Ma, purtroppo, forse, la nostra ricerca ha oscurato gli svantaggi considerevoli che potrebbero accadere alla nostra salute come conseguenza alle intromettenti terapie anti-age. Sembra, dunque, che l’uomo continui ad andare oltre i suoi limiti.

 

 

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Bioetica

Programma di aborti forzati condotto dall’esercito nigeriano

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L’esercito nigeriano avrebbe condotto un orribile programma di aborto forzato usando «l’inganno e la forza fisica» per porre fine alla vita dei neonati di donne incinte e ragazze in custodia dei militari, secondo uno sconvolgente reportage dell’agenzia Reuters.

 

Secondo l’articolo di giornalismo investigativo del 7 dicembre basato su testimonianze, documenti militari e registri ospedalieri, membri dell’esercito nigeriano sarebbero responsabili di aborti commessi su 10.000 o più ragazze e donne dai 12 anni in su. In alcuni casi la gestazione arrivava agli otto mesi. Non è chiaro tuttavia quanti degli aborti siano stati forzati.

 

Reuters afferma di avere resoconti di prima mano di 33 ragazze e donne che hanno raccontato come i loro bambini prematuri sono stati uccisi mentre erano sotto la custodia dell’esercito nigeriano, spesso dopo essere fuggite dalla violenza dei ribelli. In tutti i 33 casi tranne uno, le donne dichiarano che i loro bambini sono stati uccisi contro la loro volontà.

 

Secondo quanto riferito, il presunto «programma di aborto segreto, sistematico e illegale» ha avuto luogo dal 2013 o prima. Le madri che hanno reagito sono state «picchiate, tenute sotto tiro o drogate per obbedire», secondo i resoconti dei testimoni.

 

Le donne che hanno parlato con Reuters hanno detto che i soldati hanno dato loro iniezioni e pillole che secondo loro avrebbero curato malattie o altre condizioni ma che in realtà hanno causato aborti.

 

Secondo quanto riferito, i farmaci usati dai soldati includevano misoprostolo, mifepristone e ossitocina. Secondo quanto riferito, alcune donne hanno anche subito aborti chirurgici. Tra le donne che hanno subito aborti, alcune sarebbero morte.

 

«Se mi avessero lasciato con il bambino, lo avrei voluto», ha detto una delle donne, Bintu Ibrahim, spiegando che sebbene il suo bambino fosse stato concepito durante uno stupro, «quel bambino non aveva fatto nulla di male». La donna ha raccontato che sapeva che il suo bambino non ancora nato era stato ucciso quando ha avuto sanguinamento e dolore dopo che i soldati nigeriani «le hanno fatto due iniezioni senza il suo consenso». Quando lei e altre donne trattate in modo simile hanno implorato risposte, secondo quanto riferito, i militari «hanno minacciato di ucciderle».

 

Come Ibrahim, molte delle donne i cui bambini sono stati uccisi erano rimaste incinte dopo brutali aggressioni sessuali e matrimoni forzati con militanti affiliati ai terroristi islamici di Boko Haram.

 

Secondo quanto scriva l’agenzia, il programma di aborto forzato sarebbe stato sostenuto da visioni di tipo eugenetico: gli operatori sanitari nigeriani che hanno dichiarato a Reuters che il programma era un modo per «sanificare la società» eliminando la prole degli insorti. Tuttavia, alcuni dei soldati coinvolti nella realizzazione del programma avrebbero espresso rimorso per aver praticato gli aborti.

 

L’articolo ammette di non essere in grado di determinare se il numero di aborti superasse i 10.000 o a quante ragazze e donne fosse stata offerta una scelta, nonché di non essere parimenti «in grado di stabilire chi ha creato il programma di aborto o determinare chi nell’esercito o nel governo lo ha gestito».

 

I capi dell’esercito nigeriano negano le accuse. Funzionari nigeriani hanno accusato i giornalisti di fabbricare le informazioni per screditare la lotta del paese da 13 anni contro i militanti islamici.

 

In Nigeria l’aborto, se non per salvare la vita della madre, è un crimine punibile con 14 anni di carcere e una possibile multa per tutte le parti coinvolte, compresa la madre. L’aborto forzato potrebbe portare un colpevole in prigione a vita nel nord dominato dai musulmani, luogo dove si suppone abbia luogo il programma di aborto forzato dei militari.

 

Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato mercoledì che l’agenzia sta cercando di ottenere maggiori informazioni sul rapporto di Reuters.

 

Come noto, la Nigeria subì il ricatto dell’amministrazione Obama riguardo le leggi LGBT, con gli americani a dire che non avrebbero dato ai militari di Lagos le immagini satellitari per stanare Boko Haram qualora non avessero implementato nel Paese il leggi che avrebbero legalizzato l’omosessualità e la contraccezione.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Nigeria, che ha appena messo un tetto al contante e si prepara a forzare sulla popolazione una valuta elettronica, è teatro di continui rapimenti, assassinii, devastazioni e stragi di cristiani, anche sacerdoti e suore, al punto che alcuni missionari ritengono il Paese sull’orlo del collasso.

 

In settimana il presidente nigeriano Muhammadu Buhari aveva denunciato l’arrivo tra le mani dei terroristi di armi occidentali destinate all’Ucraina.

 

A inizio anno il Parlamento nigeriano aveva chiesto lo stato di emergenza per il numero oramai incontenibile di sacrifici umani praticati sul territorio.

 

 

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Medicina che «afferma il genere»: a che servono comunque le prove?

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

In un altro articolo sulla questione transgender, sul blog dell’Hastings Center, tre accademici della NYU Grossman School of Medicine (tra cui il noto Art Caplan) sostengono che «l’assenza di prove non è assenza di efficacia».

 

Essi notano che lì le prove per la medicina affermativa di genere sono molto deboli:

 

«Pertanto, oltre a mancare di rigore metodologico, i dati disponibili non sono rappresentativi della popolazione. In altre parole, ci sono nella migliore delle ipotesi dati limitati e di scarsa qualità da cui trarre conclusioni da revisioni sistematiche».

 

È vero, riconoscono, non ci sono stati studi controllati randomizzati nella cura del genere pediatrico. Ma sarebbero immorali in ogni caso. «È stato dimostrato che le politiche e la legislazione che limitano o vietano l’accesso alle cure che affermano il genere hanno conseguenze pericolose per la vita. Pertanto, potrebbe essere moralmente discutibile consentire a un gruppo di accedere alla soppressione della pubertà e a un altro gruppo solo di cure psicologiche».

 

Sì, potrebbero esserci dei danni, come l’infertilità o la perdita di massa ossea. Ma «le sfide di un genitore di un bambino disforico [sono] l’intervento medico ora o il suicidio dopo?»

 

Concludono: «Sebbene le prove siano molto desiderabili, potrebbe non essere possibile creare gli studi che le genererebbero senza danneggiare coloro che dovrebbero trarne beneficio».

 

In breve, si può fare a meno delle prove quando l’unico fatto che sappiamo, il fatto cruciale, è che i bambini si suicideranno a meno che non ricevano un trattamento che affermi il genere.

 

Ma dove sono le prove per questo?

 

Secondo la Society for Evidence Based Gender Medicine, i giovani che si identificano trans hanno un rischio leggermente elevato di suicidio, ma questo potrebbe anche essere attribuibile alla depressione o all’autismo.

 

La questione del suicidio riaffiora ripetutamente nei discorsi sull’identificazione trans dei bambini. Se questa è la questione chiave di volta, merita di essere studiata a fondo.

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di MissLunaRose12 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

 

 

 

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Attivista down sconvolta dalla sentenza eugenetica del tribunale inglese

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

La Corte d’Appello del Regno Unito ha respinto un ricorso legale presentato da una donna con sindrome di Down contro una disposizione dell’Abortion Act che consente l’aborto dei nascituri con disabilità.

 

Heidi Crowter, una donna di 27 anni che ha la sindrome di Down, si è unita a Maire Lee-Wilson, il cui figlio Aidan ha la sindrome di Down, per combattere un emendamento del 1990 che consente l’aborto fino al momento della nascita se «c’è un rischio sostanziale che se il bambino nascesse soffrirebbe di anomalie fisiche o mentali tali da essere gravemente handicappato».

 

La signora Crowter ha dichiarato in un tweet che «quando la mamma mi ha parlato della discriminazione contro i bambini come me nel grembo materno, mi sono sentito come se mi fosse stato piantato un coltello nel cuore. Mi ha fatto sentire meno apprezzato delle altre persone».

 

 

I ricorrenti hanno sostenuto che l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo conferisce il diritto al rispetto del «senso di identità e dei sentimenti di autostima e fiducia in se stessi» delle persone con gravi disabilità.

 

Una legge che consente l’aborto di un feto gravemente disabile interferisce con tale diritto perché trasmette il messaggio che la vita dei nati con una grave disabilità ha un valore minore.

 

Lord Justice Underhill ha spiegato il ragionamento della corte:

 

«Devo sottolineare che questa Corte, come la [Alta] Corte, si occupa solo di una questione di diritto. La questione se, e in caso affermativo in quali circostanze, dovrebbe essere lecito abortire un feto vitale sulla base del fatto che nascerà o potrebbe nascere con una grave disabilità è di grande delicatezza e difficoltà. Ma è una questione che spetta al Parlamento, e non ai tribunali, decidere. L’unica domanda per noi è se il modo in cui è stato deciso nel 1990 implichi una violazione dei diritti della Convenzione dei ricorrenti in quanto persone nate con tale disabilità. Per le ragioni addotte non credo che sia così».

 

Clare Murphy, del British Pregnancy Advisory Service, ha applaudito il verdetto, affermando che la causa intentata da Heidi Crowter è stata un attacco ai diritti delle donne incinte.

 

«Non c’è contraddizione tra una società che sostiene i diritti delle persone disabili e una che consente alle donne di prendere decisioni difficili in situazioni strazianti», ha detto alla BBC.

 

«In caso di successo, questo caso avrebbe potuto avere implicazioni di vasta portata. I ricorrenti hanno sostenuto in tribunale che i feti dovrebbero avere diritti umani – questo non è mai stato deciso dalla legge e andrebbe contro molti anni di precedenti legali nel Regno Unito».

 

 

Michael Cook

 

 

 

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