Cervello
Il marketing sta cercando di inserire pubblicità nei vostri sogni
Ricercatori ed esperti del sonno stanno suonando i campanelli d’allarme su una nascente tattica di marketing: iniettare pubblicità nei tuoi sogni. Lo riporta Futurism.
Un trio di ricercatori di Harvard, del MIT e dell’Università di Montreal ha pubblicato un saggio sull’hacking dei sogni su Aeon avvertendo che, secondo un recente sondaggio, il 77% dei marketer prevede di utilizzare tale tecnologia pubblicitaria nei prossimi tre anni.
«Molti studi di marketing stanno testando apertamente nuovi modi per alterare e guidare il comportamento di acquisto attraverso il sonno e l’hacking dei sogni»
«Molti studi di marketing stanno testando apertamente nuovi modi per alterare e guidare il comportamento di acquisto attraverso il sonno e l’hacking dei sogni», scrive il gruppo di ricercatori.
«L’uso commerciale e a scopo di lucro dell’incubazione dei sogni – la presentazione di stimoli prima o durante il sonno per influenzare il contenuto dei sogni – sta rapidamente diventando una realtà».
Due degli autori del saggio hanno precedentemente lavorato su un dispositivo del MIT progettato per comunicare con soggetti addormentati e persino «hackerare» i loro sogni, conferendo loro credibilità sull’argomento.
Gli autori hanno anche affermato che la Federal Trade Commission, che regola la pubblicità negli Stati Uniti, dovrebbe aggiornare le regole contro i messaggi subliminali nella pubblicità per vietare l’hacking dei sogni
Di particolare preoccupazione, hanno scritto, era una campagna pubblicitaria di Molson Coors prima del Super Bowl di quest’anno, che prometteva birra gratis in cambio della partecipazione a uno studio sull’«incubazione dei sogni» che coinvolgeva un video con lattine di birra che ballavano e pesce parlante e la pop star Zayn Malik.
Solo questione di tempo prima che le aziende tecnologiche che producono orologi, dispositivi indossabili, app e altre tecnologie monitoranti il nostro sonno inizino a vendere quei dati a scopo di lucro o usa quegli strumenti per hackerare i nostri sogni mentre dormiamo
Gli scienziati hanno sottolineato come la marca di birra abbia usato la frase «incubazione mirata dei sogni», un termine coniato da due dei tre in un documento del 2020 , il che significa che i pubblicitari stanno davvero tenendo d’occhio il lavoro accademico sull’hacking dei sogni.
Tutti e tre hanno scritto una lettera aperta all’inizio di quest’anno che ha criticato gli inserzionisti che cercano di hackerare i sogni. Quaranta altri scienziati hanno firmato il documento. Gli autori hanno anche affermato che la Federal Trade Commission, che regola la pubblicità negli Stati Uniti, dovrebbe aggiornare le regole contro i messaggi subliminali nella pubblicità per vietare l’hacking dei sogni.
È importante agire prima che sia troppo tardi, affermano gli autori, perché mentre l’incubazione dei sogni ha usi pratici – il trattamento del disturbo da stress post-traumatico, per esempio – è solo questione di tempo prima che le aziende tecnologiche che producono orologi, dispositivi indossabili, app e altre tecnologie monitoranti il nostro sonno inizino a vendere quei dati a scopo di lucro o usa quegli strumenti per hackerare i nostri sogni mentre dormiamo.
«La pubblicità dei sogni di Coors non era semplicemente una campagna di marketing ingannevole; era un segnale che quella che una volta era roba da fantascienza sarebbe diventata rapidamente la nostra realtà»
I ricercatori hanno quindi fatto riferimento a uno studio che ha scoperto che mescolare i cattivi odori con il fumo di sigaretta mentre i fumatori giornalieri dormivano riduceva il loro fumo il giorno successivo, ma non riuscivano a ricordare di aver annusato nulla.
«La pubblicità dei sogni di Coors non era semplicemente una campagna di marketing ingannevole; era un segnale che quella che una volta era roba da fantascienza sarebbe diventata rapidamente la nostra realtà», hanno scritto i ricercatori su Aeon .
«Ora ci troviamo su un pendio molto scivoloso. Dove scivoliamo e con quale velocità dipende dalle azioni che scegliamo di intraprendere per proteggere i nostri sogni».
Una nuova frontiera della manipolazione della mente umana si sta dischiudendo dinanzi a noi
Una nuova frontiera della manipolazione della mente umana si sta dischiudendo dinanzi a noi.
Si tratta di un impudico movimento di invasione progressiva che la Necrocultura porta sin dentro l’essere umano: al mondo moderno non basta la sottomissione esteriore, vuole anche (vuole soprattutto) la capitolazione dell’anima dell’uomo.
Tutta la tecnologia di interfaccia uomo-macchina di cui spesso scrive Renovatio 21 va esattamente in questa direzione. Tutte le più grande società Tech, come ad esempio Facebook, hanno iniziato progetti per entrare nella mente umana, magari passando, al momento, da microchip innestati nel cervello di scimmie e suini.
La Cultura della Morte procede alla demolizione del foro interiore dell’essere umano – persino quando dorme.
La schiavitù è arrivata fin dentro le vostre cellule, e continuerà fino a prendersi le più intime fibre spirituali del vostro essere. Nemmeno i vostri sogni saranno vostri
In un futuro prossimo, «non avrete nulla e sarete felici», dice uno spot Forum di Davos – il cui guru, Klaus Schwab, preconizza «una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica».
La schiavitù è arrivata fin dentro le vostre cellule, e continuerà fino a prendersi le più intime fibre spirituali del vostro essere.
Nemmeno i vostri sogni saranno vostri.
Cervello
Inaugurato il primo data center al mondo alimentato da cellule cerebrali umane
Singapore ha inaugurato il primo centro dati al mondo gestito in modo indipendente che impiega cellule cerebrali umane viventi per alcune attività di calcolo, secondo quanto annunciato dalla facoltà di medicina dell’Università Nazionale di Singapore (NUS Medicine). Il sistema consuma una frazione dell’energia elettrica richiesta dalle tradizionali apparecchiature informatiche. I neuroni vengono nutriti ogni tre giorni e mantenuti in vita da apposite apparecchiature di supporto vitale.
All’inizio di questo mese, NUS Medicine ha presentato il prototipo in collaborazione con DayOne, operatore di data center con sede a Singapore, e con Cortical Labs, azienda biotecnologica australiana. Ospitato presso l’università, il sistema è descritto dai suoi sviluppatori come il primo rack di server biologicamente integrato e gestito in modo indipendente al mondo.
La struttura comprende 20 computer biologici CL1, ognuno dei quali contiene almeno 200.000 neuroni umani coltivati in laboratorio su un chip di silicio dotato di elettrodi. Derivati da cellule del sangue riprogrammate in cellule staminali, i neuroni scambiano segnali elettrici con hardware convenzionale, trasformando la loro attività in potenza di calcolo.
Hon Weng Chong, fondatore e CEO di Cortical Labs, ha dichiarato che il prototipo sposta l’informatica biologica «dalla ricerca all’applicazione commerciale», sostenendo che potrebbe integrare l’intelligenza artificiale laddove «i dati sono scarsi» e le condizioni cambiano. Ha indicato potenziali applicazioni nella scoperta di farmaci, nella robotica umanoide, nella sicurezza informatica e nel rilevamento delle frodi.
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A differenza dei data center convenzionali, pieni di server e sistemi di raffreddamento ad alto consumo energetico, i computer biologici potrebbero funzionare con una frazione dell’elettricità, sfruttando le naturali capacità di elaborazione delle reti neurali viventi.
Mantenere in funzione questi «computer» assomiglia più alla gestione di un laboratorio che a quella di una sala server. I tecnici alimentano le cellule ogni tre giorni con una miscela di zucchero, micronutrienti e tamponi di pH, mentre un sistema di gas fornisce anidride carbonica, ossigeno e azoto.
Secondo Chong, ogni CL1 consuma circa 30 watt, comprese le apparecchiature di supporto. Il processore AI H100 SXM di Nvidia può consumare fino a 700 watt sotto carichi di lavoro intensi, mentre un server dotato di otto di questi chip può arrivare a consumare circa 10.200 watt, compreso l’hardware di supporto.
La differenza di consumo energetico è particolarmente rilevante per Singapore, che nel 2019 ha temporaneamente sospeso la costruzione di nuovi data center a causa delle preoccupazioni relative al loro consumo di elettricità e acqua. Nel 2020, i data center rappresentavano circa il 7% del consumo di elettricità del Paese.
Come riportato da Renovatio 21, un tentativo simile viene portato avanti dalla startup elvetica FinalSpark che due anni fa ha iniziato a vendere l’accesso a biocomputer che utilizzano una serie di piccoli cervelli umani coltivati in laboratorio per l’alimentazione che sarebbe «una frazione dell’energia richiesta per alimentare un computer tradizionale».
Questa tecnologia non è destinata a sostituire il silicio, che secondo Chong rimane «di gran lunga superiore» per i calcoli rapidi e ripetibili alla base di modelli linguistici complessi come ChatGPT. I sistemi biologici, tuttavia, possono apprendere da un numero inferiore di esempi e adattarsi alle condizioni mutevoli.
Non vi è traccia, nei resoconti della stampa internazionale, della precipua domanda bioetica da porsi: di chi sono quei neuroni? Sono «coltivati in laboratorio», ci viene detto, ma a partire da quali neuroni? I neuroni di un morto? I neuroni di un feto abortito?
Si ripropone qui il tema, tanto caro a Renovatio 21, delle linee cellulari usate per la ricerca scientifica e, notoriamente ma neanche troppo, per la produzione dei vaccini.
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Cervello
La Cina batte Neuralink di Musk nella commercializzazione di impianti cerebrali
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Bioetica
Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale
Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.
Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.
La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.
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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.
Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.
«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.
Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.
Come riportato da Renovatio 21, otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.
Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.
In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).
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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.
Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.
Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
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