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Geopolitica

L’ex ministro delle finanze tedesco ammette che la corruzione in Ucraina è «dilagante»

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«L’Ucraina è ora governata da un oligarca che fa sempre più affidamento sugli aiuti esteri. Uno stato in cui la corruzione è dilagante e non ci sono vere strutture democratiche», ha detto l’ex ministro delle finanze tedesco Oskar Lafontaine al Frankfurter Allgemeine Zeitung.

 

L’ex ministro ha sottolineato che in Ucraina i partiti e i mass media indipendenti sono vietati e che l’affermazione della democrazia e dell’indipendenza richiederà molto tempo.

 

Il quotidiano ungherese Magyar Nemzet riporta di una recente indagine anti-corruzione ha identificato 30 funzionari ucraini sospettati di appropriazione indebita di fondi, tra cui dipendenti dei dipartimenti di edilizia e manutenzione, nonché rappresentanti di strutture commerciali in tutta l’Ucraina. I procuratori affermano che 15 di loro erano membri di gruppi criminali organizzati.

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La Procura generale dell’Ucraina ha annunciato la scorsa settimana di aver scoperto un piano su larga scala per sottrarre più di 3,7 milioni di dollari dal bilancio dello Stato, fondi che erano stati destinati alle Forze armate ucraine per finanziare di tutto, dal riscaldamento all’elettricità ai lavori di costruzione di infrastrutture militari.

 

I procuratori affermano che alcuni di questi beni sono stati acquistati a prezzi notevolmente più alti rispetto a quelli di mercato. Alcuni degli imputati sono anche accusati di abuso di potere e negligenza nel servizio militare. Uno degli imputati, il capo di un dipartimento regionale di edilizia e manutenzione, è sospettato di aver acquistato illegalmente attrezzature commerciali, terreni e altri beni di valore per un valore di 285.000 $ registrati a nome di un intermediario.

 

Il giornale magiaro elenca diversi scandali, tra cui quello del gennaio 2023, quando il vice ministro della Difesa aveva annunciato che il ministero della Difesa ucraino aveva rescisso i contratti con le aziende di proprietà di un imprenditore coinvolto nello scandaloso approvvigionamento di vestiario per le forze armate.

 

Nello stesso mese, il Servizio di sicurezza dell’Ucraina annunciò di aver arrestato un colonnello delle Forze armate ucraine e l’amministratore delegato di una società di forniture per la difesa con l’accusa di corruzione.

 

In Ucraina, la corruzione ad alto livello è al secondo posto tra le principali preoccupazioni degli ucraini dopo la guerra russo-ucraina, ha rivelato un sondaggio condotto dall’Agenzia nazionale per la prevenzione della corruzione. I risultati della ricerca precedentemente presentata dal portale di notizie della Transcarpazia Kárpáti Igaz Szó mostrano che il 71,6% della popolazione considera questo il secondo problema più grande del paese e il 73 percento degli imprenditori la pensa allo stesso modo.

 

Secondo l’87,9% della popolazione e l’81,3% delle aziende, il livello di appropriazione indebita nel Paese è aumentato rispetto al 2022. Molti ritengono responsabile Zelens’kyj, con il 47,5% dei cittadini e il 48,3%dei rappresentanti aziendali che affermano che la lotta alla corruzione è responsabilità del presidente e del suo ufficio, scrive Remix News.

 

Al contrario, il 36,9% degli intervistati e il 32,4%degli imprenditori affermano che l’agenzia anticorruzione, o il Consiglio supremo, è quella che dovrebbe intervenire per frenare la corruzione. Le risposte includevano anche affermazioni secondo cui il Consiglio dei ministri e i ministeri possono essere ritenuti responsabili della diffusione della corruzione.

 

La corruzione in Ucraina ha ricevuto molta attenzione ultimamente. Klay Thompson, che ha un account molto seguito su X, ha denunciato i miliardi aggiuntivi che il presidente degli Stati Uniti Biden sta inviando all’Ucraina, al che un commentatore ha affermato: «Zelens’kyj ha davvero portato a termine uno dei più grandi furti di denaro di tutti i tempi».

 

Elon Musk ha risposto, definendo lo Zelens’skyj «all-time champ», «Campione di tutti i tempi» della materia.

 


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Come riportato da Renovatio 21, lo Zelens’kyj era già stato insultato da Trump come «il più grande venditore della storia».

 

«Penso che Zelens’kyj sia il più grande venditore della storia. Ogni volta che entra nel Paese, se ne va con 60 miliardi di dollari», aveva detto Trump ai suoi sostenitori durante un comizio a settembre, prima del voto.

 

Le provocazioni contro il presidente ex comico di Kiev sono continuate anche dopo le elezioni, con il primogenito di Trump, Don jr., a parlare di fine dei tempi della «paghetta» per lo Zelens’kyj.

 

Il problema della corruzione in Ucraina, in special modo nell’esercito, è ben conosciuta all’Intelligence americana. Secondo il reporter premio Pulitzer Seymour Hersh le spie di Washington al cambio al dicastero della guerra voluto da Zelens’kyj dissero di considerare il nuovo ministro come più corrotto del precedente.

 

Viktor Medvedchuk, politico ucraino del partito Piattaforma di Opposizione – Per la Vita, ora in esilio in Russia dopo essere stato imprigionato e scambiato, ha definito Kiev come una «mangiatoia» per la corruzione del clan Biden.

 

Commenti analoghi vennero fatti dall’ex viceministro polacco Piotr Kulpa, che disse che gli ucraini avevano rubato circa la metà degli aiuti americani. L’ex presidente della Commissione Europea Juncker ebbe a dire un anno fa che l’Ucraina era troppo corrotta per aderire alla UE.

 

Prima della guerra, tutti i giornali del mondo riportavano la classifica dei Paesi più corrotti al mondo, dove ai primi posti svettava placidamente proprio l’Ucraina.

 

Come riportato da Renovatio 21sospetti di riciclaggio di immani quantità di danaro da parte dei democrati in Ucraina sono stati avanzati nel caso di FTX, il banco di criptovalute fallito, il cui CEO Sam Bankman-Fried, secondo donatore dei Democrats dopo Giorgio Soros, aveva posto in essere uno schema di donazioni internazionali in criptovalute lodato da Zelens’kyj.

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Geopolitica

Eurodeputata polacca strappa pubblicamente la bandiera degli ucronazisti

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Un’eurodeputata polacca ha strappato pubblicamente una bandiera dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), i cui combattenti massacrarono fino a 100.000 polacchi in uno dei peggiori crimini della Seconda Guerra Mondiale, durante un dibattito sulla candidatura di Kiev all’adesione all’UE.   Martedì Ewa Zajaczkowska-Hernik, europarlamentare di Konfederacja del gruppo Patrioti per l’Europa e insegnante di storia di professione, ha pronunciato un intervento molto duro contro l’esaltazione dell’UPA da parte dell’Ucraina. Il discorso si è inserito nel contesto di una disputa diplomatica in corso da settimane tra Varsavia e Kiev, provocata dalla decisione di Volodymyr Zelens’kyj di intitolare un’unità delle forze speciali «Eroi dell’UPA».   Il presidente polacco Karol Nawrocki ha definito la scelta di Zelens’kyj «scandalosa» e ha revocato al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca. Diversi alti funzionari ucraini hanno reagito restituendo le proprie onorificenze polacche.

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L’UPA, braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) di Stepan Bandera, collaborò con la Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale e perpetrò sistematici massacri di minoranze etniche, con uno degli episodi più noti avvenuto in Volinia tra il 1943 e il 1944. Mentre la Polonia riconosce questi massacri come un genocidio, l’Ucraina ha respinto il termine e Bandera viene spesso presentato da Kiev come un eroe nazionale.   La Zajaczkowska-Hernik ha incentrato il suo intervento sui crimini di guerra commessi dall’UPA, sostenendo che un Paese che venera un’organizzazione del genere non ha posto nell’UE.   «Oltre 360 ​​modi per uccidere i civili. Segare le persone vive, sventrare le donne incinte, impalare i bambini sui forconi», ha affermato, aggiungendo che i nazionalisti ucraini hanno ucciso non solo ebrei e polacchi, ma anche ucraini del posto.   «Se la Germania avesse intitolato un’unità agli eroi delle SS ed eretto monumenti a Hitler, Himmler, Goebbels o Eichmann, li invitereste nell’Unione Europea? No. Li definireste neonazisti. E giustamente. Non c’è alcuna differenza morale tra onorare le SS e onorare l’UPA.»   L’eurodeputata ha inoltre criticato la relazione dell’UE di giugno sulla candidatura dell’Ucraina all’adesione, osservando che, pur includendo capitoli sui diritti fondamentali e sulla non discriminazione, non faceva alcun cenno all’esaltazione della collaborazione in tempo di guerra o del genocidio.   «Il rapporto sull’Ucraina tace su questo argomento», ha affermato Zajaczkowska-Hernik. «È questo silenzio che, per la seconda volta, uccide la memoria delle vittime del genocidio in Volinia e nelle regioni di confine orientali».   Anche il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha avvertito la scorsa settimana che l’Ucraina non entrerà nell’UE finché continuerà a venerare Bandera e l’OUN-UPA, aggiungendo che «nessuno ci dirà come votare» sull’adesione di un altro Stato.   Nel tentativo di contenere le conseguenze, il ministro degli Esteri ucraino Sibiga si è recato a Varsavia la scorsa settimana per incontrare il suo omologo polacco Radoslaw Sikorski, proponendo un «pacchetto anticrisi» che include tavole rotonde storiche, sottolineando al contempo che Ucraina e Polonia «condividono un nemico comune, la Russia».   Il Sikorski ha risposto con cautela, affermando che «la diplomazia predilige il silenzio», mentre il suo vice Marcin Bosacki ha chiarito che Varsavia «si aspetta una rettifica» della denominazione dell’unità UPA.

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Nel 2024 la Zajaczkowska-Hernik aveva annunciato i piani per istituire una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sull’immigrazione illegale per ritenere responsabili i responsabili delle politiche migratorie dell’UE. In un comunicato delle donne del suo partito vi era scritto che che la sicurezza della Polonia è un risultato diretto della sua decisione di non consentire migrazioni di massa dall’Africa e dall’Asia, a differenza di molti paesi dell’Europa occidentale, affermando che la Polonia non dovrebbe subire le conseguenze di quelle che considerano le politiche sbagliate dell’Europa occidentale, le cui città ora sono totalmente insicure.   «Queste persone stanno arrivando in Europa in modo incontrollato. Non credo che l’Unione Europea non possa gestire la questione dell’immigrazione. L’UE semplicemente non vuole, ed è tempo di dire “stop” alle politiche che minacciano la nostra sicurezza», aveva affermato la Zajaczkowska-Hernik, notando che molti candidati di altri Paesi condividevano questa visione in vista delle elezioni europee.   Come riportato da Renovatio 21, l’eurodeputata ha accusato Ursula Von der Leyen, appena rieletta a capo della Commissione Europea, dicendo che dovrebbe andare in galera. «Lei è il volto del patto migratorio. Mi rivolgo a lei da donna a una donna, da madre a madre. Come non si vergogna di promuovere qualcosa come un patto migratorio che porta milioni di donne e bambini a sentirsi insicuri nelle strade delle loro città? Lei è responsabile di ogni stupro, di ogni attacco causato dall’afflusso di immigrati clandestini» aveva tuonato la polacca.   «È lei, signora, che li invita. Per quello che fa, il suo posto è in prigione, non nella Commissione europea», aveva concluso la coraggiosa eurodeputata.  

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Trump si dichiara il «bersaglio numero uno» dell’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha messo in guardia sulla possibilità di essere assassinato dall’Iran, sostenendo che Teheran lo considera il suo «obiettivo numero uno». Le sue affermazioni arrivano mentre il fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran è crollato, con la ripresa degli scontri intorno allo Stretto di Ormuzzo.

 

Trump ha rilasciato queste dichiarazioni mercoledì al vertice NATO di Ankara, dopo che gli Stati Uniti hanno colpito decine di obiettivi iraniani in risposta a attacchi contro petroliere nello stretto. Mentre l’esercito statunitense ha accusato Teheran di «aggressione ingiustificata», i media iraniani, citando fonti governative, hanno affermato che una delle petroliere aveva ignorato gli avvertimenti, sottolineando che l’Iran dovrebbe autorizzare tutti i passaggi.

 

In seguito agli attacchi, Trump ha definito la leadership iraniana «feccia», «malata» e «pazza», ha dichiarato concluso il cessate il fuoco e ha definito la prosecuzione dei negoziati «una perdita di tempo».

 

Al vertice, Trump ha anche accennato al ruolo svolto dagli Stati Uniti negli assassinii mirati della leadership iraniana. «Avevano dei leader. Se ne sono andati. E ne avevano un altro gruppo di leader. Se ne sono andati. Ora hanno un altro gruppo di leader. Potrebbero andarsene anche loro», ha detto.

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Il presidente degli Stati Uniti ha osservato: «Potrei andarmene anch’io, perché sono il loro obiettivo numero uno». «È così che si comportano», ha aggiunto, sostenendo di stare facendo «ciò che è giusto per il Paese».

 

Le autorità statunitensi hanno accusato l’Iran di aver complottato per uccidere Trump già prima delle elezioni presidenziali del 2024, affermando che un uomo di nome Farhad Shakeri, un cittadino afghano residente a Teheran, era stato incaricato di «elaborare un piano» per uccidere non solo il repubblicano, ma anche altri cittadini statunitensi e israeliani.

 

All’epoca, Teheran respinse le accuse definendole «completamente infondate» e le liquidò come «una cospirazione malevola orchestrata da ambienti sionisti e anti-iraniani, volta a complicare ulteriormente le relazioni tra Stati Uniti e Iran».

 

Tuttavia, l’Iran ha ripetutamente promesso «dure ritorsioni» contro Trump e altri funzionari statunitensi coinvolti nell’attacco con droni del gennaio 2020 che ha ucciso il generale Qasem Soleimani del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i pasdarani).

 

Gli iraniani hanno giurato vendetta su Trump per Soleimani anche con video in computer grafica diffusi da account legati all’ayatollah Khamenei.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni secondo l’FBI un agente dell’Intelligence iraniana sta reclutando agenti negli Stati Uniti per aiutare a uccidere gli attuali ed ex funzionari governativi coinvolti nell’assassinio del massimo generale di Teheran nel gennaio 2020.

 

Secondo rivelazioni dello scorso anno dell’ex capo dell’Intelligence israeliana, sarebbe stato lo Stato Ebraico a convincere la Casa Bianca ad uccidere il generale iraniano.

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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.   Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.   Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.   La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.   Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.   Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.   La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?   Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.   Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.   Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.   Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.   Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.   E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.   Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.   E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.   Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.   Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.   Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».   Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.   E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.   Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.   E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?   Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.   No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.   Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.   Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.   Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.   Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.   Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.   Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.   In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.   Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.   Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.   E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.   Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?   Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?   Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?   Roberto Dal Bosco

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