Eutanasia
La «morte cerebrale» ancora una volta sotto i riflettori
Mentre in Europa e in Francia in particolare infuria il dibattito sull’eutanasia, un recente studio d’oltre Atlantico rivela profonde riserve riguardo al criterio della morte cerebrale utilizzato per valutare la fine della vita di un paziente.
Fino alla metà del XX secolo, il medico affermava la morte – definita dalla filosofia cristiana, con tutti i medici e i teologi, come la separazione dell’anima e del corpo – mediante l’osservazione dell’arresto cardio-respiratorio. A partire dagli anni Cinquanta, sotto la pressione del progresso tecnico nella rianimazione e dell’interesse per i trapianti di organi, è emerso un altro approccio.
Nell’agosto del 1968, un collettivo chiamato Comitato Harvard, che riuniva medici, avvocati e teologi, pubblicò un documento fondamentale e propose di mantenere la nozione di morte cerebrale come segno di coma irreversibile, di per sé un criterio medico per la morte. Una prospettiva attraente per la medicina sperimentale, ma un terreno scivoloso per le scienze morali.
Poco più di due decenni dopo, Papa Giovanni Paolo II, dopo molte esitazioni, sostenne che «il criterio adottato per dichiarare con certezza la morte, cioè la cessazione completa e irreversibile di ogni attività cerebrale, se applicato rigorosamente, non sembrano contraddire gli elementi essenziali di un’antropologia seria», in un discorso del 29 agosto 2000.
Giovanni Paolo II, visibilmente preoccupato, non è riuscito a esprimere un giudizio chiaro sulla questione e ha convocato in Vaticano almeno quattro riunioni straordinarie sull’argomento. Nel 2005, una riunione della Pontificia Accademia delle Scienze ha esaminato i concetti di morte cerebrale e trapianto e si è espressa contro la morte cerebrale. Inspiegabilmente gli Atti, pronti per la stampa, non furono pubblicati.
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Nel 2006, sotto Benedetto XVI, si tenne con maggioranza favorevole un nuovo convegno, dallo stesso titolo «I segni della morte», che concluse il contrario; gli Atti furono pubblicati nel marzo 2007. Benedetto XVI, che sotto il suo predecessore era stato molto contrario a questo concetto, lo accettò, ma con riserve. Voleva un consenso scientifico sulla determinazione dell’ora della morte:
«È auspicabile quindi che i risultati ottengano il consenso dell’intera comunità scientifica per favorire la ricerca di soluzioni che diano certezza a tutti. In un ambito come questo non può esserci il minimo sospetto di arbitrarietà, e dove non c’è ancora la certezza deve prevalere il principio di precauzione», ha spiegato in un discorso del 7 novembre 2008.
Un «sospetto di arbitrarietà» sottolineato da una pubblicazione del Centro nazionale cattolico di bioetica (NCBC), datata 11 aprile 2024. Il NCBC constata «il fallimento dei recenti sforzi volti a risolvere la questione della determinazione della morte cerebrale», fallimento che ha portato al crollo dell’attuale consenso pubblico sulla morte e sulla donazione di organi, e che dovrebbe coinvolgere gli operatori sanitari cattolici a investire ulteriormente in questo campo e a dare il loro contributo alle questioni etiche in gioco.
«La principale causa di preoccupazione negli Stati Uniti oggi è che, sebbene la legge richieda la cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali affinché una persona possa essere dichiarata morta utilizzando criteri neurologici, il protocollo primario per diagnosticare la morte cerebrale non valuta chiaramente il funzionamento neuroendocrino in il cervello del paziente», scrive il presidente della NCBC Joseph Meaney, presentando numerose prove e fatti a sostegno.
«Se l’ipotalamo funziona ancora, allora sia legalmente che eticamente – da una prospettiva cattolica – quella persona non dovrebbe essere dichiarata cerebralmente morta. (…) Da qui la necessità di esami diagnostici più approfonditi per raggiungere la certezza morale della morte prima che venga autorizzato il trapianto di organi vitali», conclude Joseph Meaney.
Una certezza paradossalmente tanto più difficile da stabilire in quanto i progressi tecnici permettono di mantenere in vita una persona in stato di «presunta morte cerebrale» per un periodo indefinito, a volte con liete sorprese in serbo.
Più che mai, la cautela – soprannaturale – rimane essenziale in queste delicate questioni.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Eutanasia
Canadese si dichiara colpevole di aver aiutato 14 persone a suicidarsi vendendo veleno online
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Eutanasia
Fine vita: il Senato francese respinge la cultura della morte
Nella notte tra l’11 e il 12 maggio 2026, il Senato ha respinto, con 151 voti contro 118, l’articolo 2 della proposta di legge sulla «morte assistita». I senatori hanno, per il momento, sospeso una deriva etica che alcuni considerano inevitabile, dato che la decisione finale spetterà all’Assemblea Nazionale, molto più permissiva su questo tema.
Il crollo di un testo senz’anima
L’articolo 2 non era un mero dettaglio tecnico; costituiva la «chiave di volta» della legge, definendo i parametri dell’azione letale. Il suo rigetto ha scatenato un terremoto parlamentare. Privata della sua struttura portante, la Commissione Affari Sociali ha tratto le logiche conclusioni da questo vuoto: ha smantellato il resto del testo attraverso una serie di emendamenti di eliminazione. Come ha sottolineato Philippe Mouiller (LR), continuare il dibattito su un testo ormai inapplicabile sarebbe stato inutile.
Bisogna ammettere che questo rifiuto è il risultato di un’alleanza fortuita. Da una parte, una destra con posizioni molto diverse sulla tutela della vita; dall’altra, una sinistra socialista frustrata da un testo giudicato troppo «timido» rispetto alle tendenze libertarie dell’Assemblea nazionale. Ma che importanza ha l’alleanza, purché si eviti il baratro: il principio del suicidio assistito è, per il momento, sospeso al Palazzo del Lussemburgo.
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Il giuramento di Ippocrate di fronte al «peso morto»
Il dibattito è stato caratterizzato dal vigoroso intervento di Bruno Retailleau. Di fronte all’ironica osservazione di Patrick Kanner (Partito Socialista) secondo cui «il dado è tratto», il presidente del Partito Repubblicano ha ribadito una verità che trascende le divisioni religiose:
«Quello che proponete è il rovesciamento del giuramento di Ippocrate, che risale a ventiquattro secoli fa , ben prima del cristianesimo».
Il rappresentante eletto della regione della Vandea ha sottolineato il pericolo per la civiltà rappresentato da questa riforma: quello di una società in cui il malato, sulla soglia dell’eternità, finisce per chiedersi se non sia un «peso» per i propri cari. Trasformare il medico, ministro della vita, in agente di morte, è una sovversione che il Senato si è rifiutato di avallare.
Cure palliative: l’unica emergenza caritatevole
In mezzo a questo clamore, e quasi all’unanimità , i senatori hanno definitivamente adottato un testo che rafforza l’accesso alle cure palliative. È qui che risiede la vera risposta alla sofferenza: non nell’eliminare la persona sofferente, ma nell’alleviare il suo dolore e nell’accompagnare la sua fine vita con una presenza umana e compassionevole. «La morte può aspettare», ha insistito la senatrice Christine Bonfanti-Dossat, ricordando a tutti che l’urgenza è di natura economica e umana, non ideologica.
La vigilanza rimane essenziale
La battaglia, tuttavia, non è ancora finita. Sebbene il Senato abbia salvato almeno in parte la propria reputazione, il governo ha già manifestato l’intenzione di riprendere il controllo. Il disegno di legge potrebbe tornare all’Assemblea Nazionale già il prossimo giugno, un’Assemblea ben più ricettiva alle teorie sulla «morte amministrata».
Dietro le quinte, sta prendendo piede l’idea di un referendum d’iniziativa popolare (RIP), promosso da Francis Szpiner e Bruno Retailleau, ufficialmente per dare voce ai francesi, pur sapendo che i vari sondaggi d’opinione mostrano che i francesi sarebbero favorevoli al principio della morte in guanti bianchi: niente di sorprendente in un paese ampiamente secolarizzato dove il diritto naturale è stato da tempo relegato nel dimenticatoio della storia.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Jackintosh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic e 1.0 Generic
Eutanasia
Fine vita: il Senato francese riscrive timidamente il testo
«Accompagnare la morte anziché darla»
Su sollecitazione dei relatori della LR, Alain Milon e Christine Bonfanti-Dossat, la commissione ha respinto il progetto di suicidio assistito auspicato dai deputati . Al suo posto, i senatori propongono un’ «assistenza medica al suicidio» drasticamente regolamentata. Mentre l’Assemblea voleva estendere questo diritto ai pazienti in «fase avanzata o terminale», il Senato limita l’accesso solo a quei pazienti la cui vita è a rischio «a breve termine». «Noi sosteniamo l’assistenza per chi sta morendo, non per chi vuole morire », ha insistito Christine Bonfanti-Dossat. Per la maggioranza di destra e di centro al Senato, il testo iniziale è stato considerato «fin troppo permissivo ». Inasprendo le restrizioni, il Senato spera di imporre la propria visione di cure mediche di fine vita, anziché un nuovo diritto individuale all’autodeterminazione.Sostieni Renovatio 21
Calendario sotto forte tensione
Sebbene la sezione sulle cure palliative abbia goduto di consenso e sia stata adottata senza emendamenti, il destino dell’assistenza medica rimane subordinato ai dibattiti che si terranno all’Assemblea Nazionale l’11, il 12 e il 13 maggio. La posta in gioco è alta: se il Senato non riuscirà a proporre un’alternativa valida, il testo dell’Assemblea – più permissivo e privo di garanzie significative – prevarrà in via definitiva. Fallito sia sul piano nazionale che su quello internazionale, il governo, dal canto suo, non nasconde la propria impazienza. L’obiettivo rimane l’attuazione del piano prima della pausa estiva. Questa ambizione è condivisa dalla Presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun -Pivet, che non ha esitato a chiedere una sessione straordinaria a luglio. «Voglio lavorare quest’estate, anche fino al 31 luglio», ha dichiarato a Europe 1/CNEWS alla vigilia del 1° maggio, ricordando agli ascoltatori che il 2026 dovrebbe essere un «anno produttivo». Come se una fine programmata potesse essere utile all’umanità…Si profila una situazione di stallo legislativo.
L’assistenza di fine vita non è, tuttavia, l’unica questione urgente sulla scrivania del Presidente della Camera bassa. Prima di chiudere questo capitolo sulle questioni sociali, i parlamentari dovranno prendere in considerazione altri due testi «fondamentali»:- La legge sulla programmazione militare dovrebbe entrare in vigore tra due settimane.
- La riforma del welfare (ASE), un tema su cui Yaël Braun -Pivet giudica la Repubblica «fallimentare».
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