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Il green pass è la piattaforma dell’euro digitale. Cioè della vostra schiavitù

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«È legittimo dunque porsi la domanda di fondo. Il green pass serve a spingere la vaccinazione di massa o il contrario?»

 

Un articolo di importanza capitale è apparso sul quotidiano La Verità. Il pezzo, complesso e dettagliato, si intitola «La card non è un mezzo ma lo scopo: erogherà “diritti” solo agli schedati».

 

Le rivelazioni dei due giornalisti Claudio Antonelli e Giulia Aranguena, che hanno indagato sull’architettura legale e informatica del green pass, confermano quanto Renovatio 21 scriveva qualche giorno fa: il green pass è il mezzo sul quale correrà l’euro digitale promesso dalla Lagarde alla BCE. Cioè, l’installazione di una società del controllo totale, dove il cittadino è sottomesso biologicamente, economicamente, elettronicamente al potere centrale.

 

«La creazione di questa grande piattaforma di sorveglianza del cittadino – addirittura di capillarità più profonda di quella cinese – è il vero grande compito che i padroni del vapore si sono dati in questi anni» scrivevamo. «Con l’euro digitale, come con il green pass, voi dipendete dall’Istituzione: persino per le attività più basilari, perfino per i diritti «prepolitici»: mangiare, bere, muoversi…».

 

«È legittimo dunque porsi la domanda di fondo. Il green pass serve a spingere la vaccinazione di massa o il contrario?»

Ora l’identità profonda delle due cose – green pass ed euro digitale – è dimostrata dal reportage del giornale milanese, che ha scavato a fondo in documenti e

 

Il green pass, essenzialmente, è una piattaforma elettronica pensata per esistere anche senza il vaccino: «Il green pass nudo e crudo è quindi un account che mira ad attestare il possesso di determinate condizioni in base alle quali un utente può dirsi abilitato e verificato rispetto a una piattaforma che eroga diritti e libertà (vedi il semaforo verde) concessi dal gestore».

 

«In questo caso il gestore della piattaforma è lo Stato, la piattaforma è proprietaria e a totale controllo statale, i diritti e le libertà di accesso a un determinato luogo vengono restituiti sotto forma di concessione da parte del gestore stesso».

 

L’Europa, ha emesso un regolamento (2021/953 del 14 giugno 2021) attraverso cui è stato creato il DGCG – Digital green certificate gateway.

 

Tale euro-gateway è costituito da una rete di database «in ordine all’interoperabilità dei certificati verdi e alla capacità di riconoscimento reciproco tra Stati membri, definiti come semplici punti di backend della rete».

 

Si tratta di una grande operazione informatico amministrativa «essenzialmente riconducibile ai tecnocrati dell’e-Health network, il gruppo di soggetti pubblici istituito dalla Direttiva 2011/24/EU» che raggruppa enti sanitari digitali di vari stati membri. I progetti, che vertevano sull’integrazione dei sistemi di identità digitale erano stati lanciati anni prima della pandemia ma sono stati implementati da una Decisione esecutiva della Commissione  solo il 28 giugno 2021.

 

Su questa base, si è mosso con velocità e precisione impressionanti il governo dell’ex capo della BCE Mario Draghi:

 

«Il governo Draghi, già dallo scorso aprile con il decreto Sostegni, poi a maggio e giugno, rispettivamente con l’introduzione della governance per il PNRR ex decreto 31 maggio 2021 e con il decreto del 17 giugno 2021, ha tirato in piedi, non certo dal nulla, la ciclopica macchina della piattaforma nazionale Digital green certificate (Pn-Dgc) per l’emissione, il rilascio e la verifica dei certificati verdi».

 

Il tema al centro è sempre quello della comunicazione tra database.

 

Così, Draghi «ha reso interoperabili le banche dati dell’anagrafe nazionale vaccinale (ANV), quelle regionali e le ha collegate al sistema della tessera sanitaria gestita dal ministero dell’Economia e dell’EU-DGCG sopra menzionata, facendo diventare il tutto il gateway portante dell’intera infrastruttura digitale. Il compito della certificazione è stato affidato, per l’Italia, al Poligrafico della Zecca dello Stato».

 

Si tratta insomma dell’unificazione di tutte le banche dati in un unico sistema elettronico.

Si tratta insomma dell’unificazione di tutte le banche dati in un unico sistema elettronico.

 

I due giornalisti del quotidiano milanese risalgono la morfologia, criptica, opaca, del sistema e della sua genesi.

 

«In pratica, il cuore stesso del green pass si basa sulla tecnologia della blockchain, destinata a conservare e aggiornare tutte le chiavi pubbliche di firma attribuite alle autorità di certificazione designate nei singoli Stati membri per convalidare i certificati verdi, prima della loro definitiva convalida, nonché tutte le aggregazioni alle chiavi private corrispondenti all’identità di ciascun  holder abilitato dal possesso certificato di una delle tre condizioni di rilascio del pass (vaccinazione, tampone negativo o guarigione)».

 

La struttura «grazie a questa forte interoperabilità (finanche con i framework in corso di sviluppo a livello internazionale come quello dell’OMS datato agosto 2021)» si conforma quindi «come un sistema complessivamente dotato di modularità e scalabilità, costruito cioè come idoneo ad adattarsi a picchi di carico improvvisi senza diminuire il livello di servizio (…) adatto quindi anche a impieghi addizionali, usi, scenari e tipologie di certificazione diverse».

 

«Un sistema complessivamente dotato di modularità e scalabilità, costruito cioè come idoneo ad adattarsi a picchi di carico improvvisi senza diminuire il livello di servizio (…) adatto quindi anche a impieghi addizionali, usi, scenari e tipologie di certificazione diverse»

«È facile allora concludere che il GP account non è null’altro che la stessa identità digitale pubblica degli utenti, o portatori di certificazione verde, da custodire nei portafogli digitali iOS e Android istallati sui cellulari».

 

Quindi «tale ID account sembra proprio essere subordinato nel rilascio alla tenuta di una determinata condotta o al possesso di un determinato status da porre in essere sulla propria persona senza alcuna reale possibilità di libera scelta».

 

«Insomma, siamo di fronte a uno strumento di censimento anagrafico nella sua forma più evoluta. Il cittadino diventa così un Id account a cui sarà possibile collegare funzioni, servizi e diritti di varia natura».

 

Cioè: siamo sicuri che il vaccino sia il fine ultimo di tutta l’immensa architettura elettronica del green pass?

 

«Dinanzi a una siffatta potenza del lasciapassare verde e l’immensa impalcatura della blockchain si può forse dedurre che la vaccinazione non sia il suo fine ultimo o surrettizio. Ma che il green pass sia fine a sé stesso. E una volta messo a terra, non ci sarà marcia indietro».

«Dinanzi a una siffatta potenza del lasciapassare verde e l’immensa impalcatura della blockchain si può forse dedurre che la vaccinazione non sia il suo fine ultimo o surrettizio. Ma che il green pass sia fine a sé stesso. E una volta messo a terra, non ci sarà marcia indietro»

 

«È chiaro che una volta ottenuta e rilasciata a tutti gli italiani l’ID digitale pubblica, per ora condizionata a condotte sanitarie, tale identità digitale possa essere in futuro non solo condizionabile, ma anche plasmabile facilmente per altre esigenze. Controlli fiscali, pagamenti, multe. Anche se la più importante si candida a essere l’applicazione dell’euro digitale, che così come previsto dalla BCE non potrebbe mai essere introdotto senza un’autostrada blockchain come quella del green pass».

 

In pratica, dietro al green pass vaccinale c’è lo stesso software, lo stesso sistema (informatico e legale) che può stravolgere le nostre vite: con il green pass pagherete le tasse, con il green pass salderete le multe. Anzi, non farete nulla: il danaro vi sarà direttamente prelevato senza che voi facciate nulla, perché tutto sarà gestito da un potere centrale che vuole la trasparenza totale. La trasparenza delle vostre finanze, la trasparenza del vostro stato di salute: la privacy non è più un diritto e nemmeno un valore.

 

L’euro digitale mira all’abolizione totale del contante. Con esso l’Europa potrebbe portarsi persino più avanti della Cina nell’evoluzione dello Stato moderno verso il totalitarismo della sorveglianza assoluta. Con l’euro digitale, ogni vostro acquisto sarà tracciato. Quanto spendete in cibo, vestiti, servizi. I prodotti stessi che consumate: la marca dei gelati, la griffe del maglione, il titolo del film, il medicinale omeopatico per l’ansia. Dove andate in vacanza, in che albergo, quale ristorante. Tutti dati che al fisco interessano – e non solo al fisco. Interessano alla Sanità, al Ministero degli Interni, a quello degli Esteri. Interessano anche a «terze parti». I dati sono il petrolio del XXI secolo si dice. Il green pass è un’automobile che vi costringono a comprare per attaccarvi al nuovo ciclo del combustibile.

 

L’euro digitale mira all’abolizione totale del contante. Con esso l’Europa potrebbe portarsi persino più avanti della Cina nell’evoluzione dello Stato moderno verso il totalitarismo della sorveglianza assoluta

Di più: ogni vostra transazione può essere impedita. Avete il diabete? Il sistema potrebbe impedirvi di comprare la Nutella. Domenica senz’auto? Vi possono impedire di acquistare la benzina. Voglia di approfondire? Certi libri no-vax non si possono comperare – su Amazon, lo sapete, è già così: tanti autori sono spariti

 

Tutto può essere controllato in tempo reale da algoritmi talmente potenti da non poter nemmeno spiegare se stessi. Incrociano i dati in modi incomprensibili per la mente umana, e danno un responso che decide della vita di una persona: è quello che si vede in Cina, dove il sistema del pass è stato implementato immediatamente durante la pandemia, con le persone controllate all’uscita della metropolitana – se ti capitava il coloro rosso, dovevi ritornartene a casa e metterti in quarantena. Nessuna spiegazione. Lo Stato e il suo cervellone non ve ne devono alcuna.

 

Questa è la destinazione del mondo moderno: la sottomissione dell’individuo. La nuova schiavitù economica, informatica e biotica che tocca al XXI secolo.

 

Qualche lettore potrà dire: comodo, non avere più la roga di pagare più le multe, ora che te lo potranno prelevare direttamente. La realtà è che alla vostra comodità non pensano minimamente. L’idea è quella di abolire ogni passo intermedio, cioè lo spazio per la reazione ad una decisione calata dall’alto: non avrete il tempo di opporvi, subirete la sentenza e basta. È la disruption, la disintermediazione dello Stato di diritto. Lo stiamo già vedendo con i social media, che bannano e censurano, «depiattaformano» migliaia di persone senza nemmeno dire loro cosa hanno fatto che non va. Nessun processo, tantomeno un «giusto processo». È la nuova civiltà autoritaria che si nasconde dietro il mito della trasparenza.

 

L’idea è quella di abolire ogni passo intermedio, cioè lo spazio per la reazione ad una decisione calata dall’alto: non avrete il tempo di opporvi, subirete la sentenza e basta. È la disruption, la disintermediazione dello Stato di diritto

E, visto che parliamo di processi, pensiamo davvero a cosa succederà al sistema legale. Sarà più facile, sarà immediato, ottenere i danari in un decreto ingiuntivo – o vederveli sottratti. Al contempo, immaginate quando un giudice potrà bloccare o cancellare tutti i vostri beni con un clic. Non avrete più di che vivere, perché non ne avrete nemmeno di nascosti sotto il materasso, perché il contante sarà illegale, e anche l’elemosina avverrà (se sarà ancora consentita) per via digitale – quindi potranno stopparvi anche quella.

 

Ora capiamo meglio perché hanno insistito tanto con il vaccino.

 

Ora capiamo meglio perché per il green pass sono andati allo scontro totale con la società e con un numero cospicuo di lavoratori – con il rischio di innescare un autunno di lotte operaie che potrebbe paralizzare l’Italia e l’Europa.

 

I pagamenti saranno facili e rapidissimi, spariranno i bancomat e forse anche le cassiere. Tanti ebeti (quelli che hanno votato, magari, un partito il cui guru aveva promesso in effetti tutto questo) saranno felicissimi: «io non ho niente da nascondere». Con l’ID account del green pass, avremo il conto dove metteranno gli euro digitali creati dal niente della Eurotower. Magari, per aiutarci ad iniziare a usarli, potrebbero addirittura regalarcene in quantità.

 

Milioni cadranno nella trappola. Qualsiasi cosa faranno, dovrà avere il marchio elettronico.

 

Il futuro prossimo dello Stato moderno, e delle nostre vite, passa di lì. Un sistema di sorveglianza totalista che non ha precedenti nella storia.

 

Un sistema che, tuttavia, ci era stato descritto da migliaia di anni.

 

«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome» (Apocalisse 13, 16-17)

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

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Sorveglianza

Perugia ti aspetta al varco ZTL

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«Varchi ZTL, dalla primavera multe anche per chi esce». È questo il titolo che in questi giorni campeggia nella cronaca locale di Perugia de Il Messaggero. Una notizia che segna l’ennesima stretta sulla mobilità cittadina, voluta dalla giunta comunale guidata dal sindaco Vittoria Ferdinandi.

 

Dopo i timidi allentamenti introdotti dalla precedente amministrazione del primo cittadino Andrea Romizi, oggi la direzione sembra essere radicalmente cambiata. A Palazzo dei Priori si lavora infatti all’attivazione dei varchi ZTL anche in uscita, con l’obiettivo di sanzionare chi non abbandonerà la zona entro l’orario imposto. Un ulteriore giro di vite che colpisce ancora una volta gli automobilisti, trasformando il centro storico in una sorta di recinto a tempo.

 

Sempre Il Messaggero è puntuale nel descrivere le apparenti motivazioni di questa ipotetica nuova ordinanza: «il motivo è chiaro: la giunta Ferdinandi ha puntato forte alla lotta contro la sosta selvaggia e la difesa della Zona traffico limitato per tutelare i residenti del centro storico, è un passaggio chiave. Ecco perché quello che era stato confermato, dopo diverse anticipazioni, dall’assessore alla Mobilità Pierluigi Vossi durante la conferenza di fine anno, adesso è un piano di lavoro. Dovrebbero essere, da quello che filtra, sette i varchi in cui saranno attivate le telecamere che multeranno chi non lascia la Zona traffico limitato entro i limiti previsti dagli orari di apertura e chiusura. Gli uffici sono al lavoro per individuare le vie di uscita da far controllare alle telecamere in uscita».

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Se il provvedimento dovesse diventare operativo, il rischio è quello di dover consumare una cena al ristorante in fretta e furia, con l’ansia dell’orologio più che il piacere della serata. Al conto, spesso già salato, potrebbe infatti aggiungersi anche quello di una multa, per essere usciti dall’acropoli pochi minuti oltre l’orario imposto. Resta da capire se l’amministrazione si dimostrerà almeno più magnanima del celebre incantesimo di Cenerentola, con rientro obbligatorio allo scoccare della mezzanotte.

 

Questa impostazione, che per molti in città richiama scenari degni di George Orwell, non è in realtà una novità assoluta. Le sue radici risalgono a oltre dieci anni fa, quando una proposta analoga era stata già avanzata dall’amministrazione dell’ultimo sindaco di centrosinistra, Wladimiro Boccali. Un’idea successivamente accantonata con l’avvento del nuovo corso politico, che ha visto una destra moderata guidare la città per due mandati consecutivi, fino all’ultima tornata elettorale.

 

Scrivendo queste righe mi è tornato alla mente un episodio singolare. Era l’estate del 2002, quando per la prima volta vennero introdotte le telecamere per delimitare una zona a traffico limitato. I dispositivi furono installati lungo l’arteria principale che conduce a piazza Italia, nel cuore della città.

 

Il cartello di avviso di quella che, per l’epoca, rappresentava una tecnologia del tutto nuova, venne collocato diverse centinaia di metri prima rispetto alla posizione effettiva delle telecamere. Una persona a me molto cara, all’epoca ben inserita nei gangli della politica locale – allora saldamente orientata a sinistra – mi raccontò che alcuni tecnici comunali avevano proposto di far entrare in funzione le telecamere qualche minuto dopo l’orario indicato sui pannelli informativi. L’intento era quello di concedere agli automobilisti il tempo necessario per comprendere la novità e mettersi nelle condizioni di non violare il divieto, evitando così sanzioni involontarie.

 

Secondo quel racconto, tuttavia, un alto dirigente comunale, espressione del partito di maggioranza, non avrebbe approvato tale soluzione, preferendo un’applicazione immediata e rigida del sistema, che avrebbe inevitabilmente prodotto un numero maggiore di multe ai danni di cittadini ignari.

 

Oggi, negli scranni comunali, siedono in larga parte coloro che possono essere considerati i figli e i nipoti politici di quell’amministrazione di sinistra di oltre vent’anni fa. Un dettaglio che, forse, aiuta a leggere con maggiore continuità alcune scelte del presente.

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Congetture a parte, non è del tutto chiaro quali siano le motivazioni precise che spingono la politica locale ad adottare questa ulteriore restrizione, anche se secondo alcuni l’obiettivo sarebbe quello di incentivare cittadini e turisti all’uso dei mezzi pubblici, come il Minimetrò e il nuovo Metrobus attualmente in costruzione.

 

Per quanto si voglia promuovere l’utilizzo di autobus e metropolitane, la conformazione della città di Perugia consente di spostarsi in automobile da una parte all’altra del territorio urbano in pochi minuti, mentre con i mezzi pubblici il tempo di percorrenza risulta spesso maggiore.

 

Valorizzare la mobilità sostenibile è un obiettivo condivisibile, ma qui si rischia di oltrepassare una linea sottile: quella che separa l’incentivo dall’imposizione. Una cosa è offrire servizi efficienti e lasciare al cittadino la libertà di scelta, un’altra è restringere progressivamente le possibilità fino a rendere l’automobile una colpa da punire.

 

Ed è proprio la libertà di scelta il punto cruciale. La libertà di muoversi nella propria città come si ritiene più opportuno, senza vincoli sempre più stringenti decisi dall’alto. Una libertà tutt’altro che secondaria, soprattutto se si guarda ai modelli urbanistici che vengono sempre più spesso evocati, come quello delle cosiddette «città dei 15 minuti», in cui ogni cittadino dovrebbe trovare lavoro, servizi, svago e istruzione nel raggio di un quarto d’ora a piedi o in bicicletta.

 

Un’idea presentata come idilliaca e sostenibile, ma che solleva interrogativi legittimi quando diventa parte integrante dei grandi progetti globali legati alla famigerata Agenda 2030. Perché dietro il linguaggio della sostenibilità e dell’innovazione si cela spesso una progressiva riduzione delle libertà individuali, mascherata da necessità collettiva.

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Detto ciò, è lecito domandarsi quali conseguenze pratiche possa avere questo ulteriore giro di vite sul centro storico. Un centro che, soprattutto nei mesi invernali, appare già esanime: deserto, svuotato, a tratti spettrale, in particolare nelle ore serali e notturne. Il corso principale ha perso gran parte della sua anima, colonizzato da catene commerciali di basso profilo, fast food e locali anonimi, tutti uguali, privi di identità e di radicamento nel tessuto cittadino. Qualche negozio oramai storico e una manciata di ristoranti gestiti da perugini resistono stoicamente a questa desertificazione sempre più marcata.

 

A questo quadro già desolante si aggiunge, negli ultimi mesi, una recrudescenza di episodi di violenza, come puntualmente abbiamo riportato nel nostro giornale. Coincidenze? Forse. Ma è legittimo chiedersi se il cambio di maggioranza non abbia avuto anche un impatto sul livello di sicurezza percepita e reale. In ogni caso, se questa nuova normativa dovesse entrare in vigore, rischierebbe di rappresentare l’ennesima mazzata a un’economia già fragile, mettendo ulteriormente in difficoltà le attività dell’acropoli. Il centro storico potrebbe così trasformarsi in una nuova no-go zone per imposizione burocratica.

 

Già oggi, nelle nostre città, le zone di non accesso si moltiplicano. Parchi che un tempo erano luoghi di gioco e di socialità per le famiglie sono diventati spazi evitati, occupati da gruppi che bivaccano, spacciano e intimidiscono chi prova semplicemente a passeggiare in quello che dovrebbe essere uno spazio pubblico, libero e sicuro.

 

Come riportato da Renovatio 21, ci sono le stazioni ferroviarie – e quella di Perugia non fa certo eccezione – attorno alle quali gravitano, in Italia come nel resto d’Europa, personaggi e gang di ogni sorta, pronti ad avventarsi sullo studente, sul pendolare di turno o sull’inerme cittadino

 

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Eppure il treno e i mezzi pubblici li usiamo tutti: per andare a lavorare, per necessità personali o anche solo per una gita. Il pendolare medio – spesso appartenente a quella classe lavoratrice già schiacciata da tasse, balzelli e multe di ogni genere – si trova così a dover temere per la propria incolumità e per quella dei suoi cari, affrontando una sorta di percorso di guerra quotidiano. Un paradosso amaro: essere minacciati da soggetti che, in molti casi, si contribuisce anche a mantenere con i propri contributi.

 

Le stazioni diventano così i non-luoghi simbolo di una vera e propria anarco-tirannia: spazi in cui al cittadino onesto viene ricordato, ogni giorno, che la sua sicurezza non è più garantita. Non importa se si viva in una grande metropoli o in quella che per anni abbiamo definito «provincia sonnacchiosa». La stazione, porta d’ingresso di una città, il suo biglietto da visita, nel nostro caso è diventata, per qualche mese, una «zona rossa» per decisione del Governo, a causa dell’elevato numero di reati. Un luogo dove la legge è dettata da chi non avrebbe alcun diritto di farlo, secondo la logica del più prepotente.

 

E allora la domanda finale è inevitabile: se in centro rischio la multa perché è sempre più zona a traffico limitato, se il parco sotto casa non è sicuro, se la stazione è un luogo pericoloso, dove posso andare?

 

La tanto citata Costituzione afferma che «ogni cittadino può muoversi, stabilirsi o soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale» e che «è esclusa qualsiasi restrizione per motivi politici».

 

Una domanda sorge spontanea: siamo davvero ancora fedeli a questo principio, o lo stiamo sacrificando un pezzo alla volta?

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di Mariordo (Mario Roberto Durán Ortiz) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata

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Sorveglianza

I rivoltosi di Minneapolis utilizzano sistemi di riconoscimento automatico delle targhe?

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Le rivolte scoppiate a Minneapolis, aggravatesi dopo la sparatoria di sabato che ha visto la morte dell’attivista Alex Pretti, appaiono chiaramente come il frutto di una rete di estrema sinistra altamente organizzata, dotata di esperienza, risorse finanziarie consistenti e una struttura coordinata.   Un’inchiesta condotta da Fox Digital ha rivelato che «una rete coordinata di chat crittografate, avvisi stradali e tracciamento degli agenti dell’ICE in un sofisticato database esaminato da Fox News Digital mostra che gli agitatori erano già mobilitati sulla scena in cui è stato ucciso Alex Pretti, 37 anni, pochi minuti prima che venissero sparati i colpi».   «Gli agenti dell’ICE e della Border Patrol erano lì per arrestare un criminale immigrato illegale, e Pretti e altri erano lì, fuori da una ciambellaia, per incontrarli come parte di un piano strategico di interferenza organizzata nelle operazioni delle forze dell’ordine». La rete degli «agitatori» dispone quindi di «logistica, messaggistica e coordinamento disciplinati».   Un ex Berretto Verde ha paragonato queste proteste alle insurrezioni incontrate dalle forze americane e alleate in Afghanistan e Iraq.  

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Uno degli strumenti chiave utilizzati finora dai rivoltosi è il controllo in tempo reale delle targhe automobilistiche. Video diffusi sui social media mostrano gruppi che circondano veicoli identificati – a torto o a ragione – come appartenenti ad agenti dell’immigrazione. Messaggi intercettati dalle chat di gruppo su Signal evidenziano un sistema di monitoraggio attivo: le targhe sospette vengono segnalate da militanti sul campo a Minneapolis e verificate attraverso la rete.   Potrebbe essere tale sistema alla base della minaccia di morte ricevuta dall’autista del giornalista sotto copertura James O’Keefe, sfuggito al linciaggio da parte dei fondamentalisti progressisti sulle strade di Minneapolis. Una volta messosi in salvo, l’O’Keefe ha mostrato che un SMS da un numero non rintracciabile intimava al suo autista di fuggire dallo Stato entro un’ora altrimenti lui e la «banda di nazisti» di O’Keefe sarebbero stati uccisi. Secondo il giornalista, è possibile che fossero risaliti al numerio di telefono tramite la targa dell’auto, che era a noleggio. I rivoltosi dispongono quindi oltre che di tecnologie eìanche di entrature ad alto livello in database pubblico-privati.   L’area delle Twin Cities (come chiamano negli USA la’rea metropolitana di Minneapolis-Saint Paul) è densamente coperta da centinaia di telecamere per il riconoscimento automatico delle targhe (ALPR). «È plausibile che i rivoltosi stiano sfruttando questi dispositivi, magari con la collaborazione diretta di autorità locali?» si chiede Infowars.   Secondo la testata statunitense, messaggi trapelati indicano che alti funzionari governativi locali e statali sembrano coinvolti nel coordinamento delle proteste. La complicità delle forze dell’ordine locali è tale che il capo della polizia del Minnesota avrebbe dichiarato che la legittimità legale dell’uccisione di Pretti non conta, mentre le immagini dell’assalto all’Homes 2 Suites Hotel di domenica sera mostrano veicoli della polizia di Minneapolis che si allontanano dalla zona, lasciando un unico agente federale insanguinato a presidiare l’ingresso principale e a chiedere ai giornalisti perché la polizia locale non fosse presente.   Un articolo apparso sulla stampa locale nel novembre 2025 indica che nell’area delle Twin Cities operano attualmente oltre 300 telecamere ALPR, i cui dati vengono elaborati da un avanzato sistema di intelligenza artificiale per consentire il tracciamento in tempo reale degli spostamenti delle persone e delle eventuali infrazioni nel contesto urbano.   La maggior parte di questi dispositivi è fornita da una specifica azienda: ogni volta che un veicolo passa davanti a una telecamera, vengono registrati targa, posizione e caratteristiche identificative dell’auto (colore, graffi, ammaccature), inserendo tutto in un database accessibile alle forze dell’ordine.   L’articolo paragona il sistema a «un localizzatore piazzato dalla polizia sulla tua auto». Le telecamere non si limitano alla targa: «Le telecamere a schiera sono in grado di rilevare razza, genere e quante persone sono presenti nell’auto», il che potrebbe teoricamente permettere di avvisare in anticipo sul numero esatto di agenti federali in arrivo in una determinata zona, consentendo una risposta calibrata.   L’accesso al sistema è aperto anche a privati e aziende. «Nel suo annuncio del nuovo “Business Network” a giugno» l’azienda «si è vantata della possibilità per le aziende di abbonarsi alle “Hotlist”, che avvisano gli abbonati della posizione di determinate auto che passano davanti a qualsiasi lettore di targhe» dell’azienda, «indipendentemente da chi sta utilizzando la telecamera».

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Ciò implica la possibilità di inviare notifiche automatiche agli abbonati sulla presenza di veicoli specifici in aree precise della città.   L’articolo evidenzia inoltre abusi già documentati: alcuni agenti di Minneapolis sono stati sorpresi a utilizzare le telecamere per rintracciare ex partner, condurre ricerche nazionali su una donna del Texas che aveva abortito e condividere informazioni con l’ICE. La medesima azienda ha vinto una causa nello Stato della Virginia che ha garantito agli agenti l’accesso al sistema senza mandato.   Al momento non esiste prova definitiva che i rivoltosi e i loro eventuali complici stiano sfruttando questo potente apparato per monitorare il traffico nelle Twin Cities. Tuttavia, considerando il livello di organizzazione e la collusione istituzionale emersi finora, l’ipotesi appare inquietantemente plausibile.

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Internet

Google pagherà 68 milioni di dollari per lo «spionaggio» dell’assistente vocale

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Il colosso tecnologico statunitense Google ha raggiunto un accordo preliminare per versare 68 milioni di dollari al fine di risolvere una causa legale in cui il suo assistente vocale è accusato di aver spiato gli utenti di smartphone. Lo riporta l’agenzia Reuters, citando documenti giudiziari.

 

Secondo stime preliminari riportate da The Verge, gli acquirenti di dispositivi potrebbero ricevere un risarcimento compreso tra 18 e 56 dollari. Chi ha utilizzato Google Assistant o ha vissuto in una casa con un dispositivo che avrebbe registrato conversazioni potrebbe ottenere da 2 a 10 dollari.

 

Gli utenti sostengono che Google, controllata da Alphabet, abbia registrato illegalmente conversazioni private attraverso Google Assistant per poi sfruttarle nella creazione di pubblicità mirate. L’intesa preliminare di class action è stata depositata venerdì presso il tribunale federale di San Jose, in California, come visionato da Reuters, e attende l’approvazione della giudice distrettuale statunitense Beth Labson Freeman.

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L’assistente vocale è programmato per attivarsi in risposta alle «parole chiave» come «Ehi Google» o «Okay Google», analogamente a Siri di Apple e Alexa di Amazon. I querelanti contestano il fatto che l’assistente abbia riconosciuto erroneamente il linguaggio normale come comandi vocali – fenomeno noto come «false accepts» – portando alla ricezione di annunci pubblicitari non richiesti.

 

L’accordo riguarderebbe gli utenti che hanno acquistato dispositivi Google o hanno subito «false accettazioni» a partire dal 18 maggio 2016.

 

Il caso mette in luce la tensione costante tra le nuove tecnologie e la tutela della privacy. Nel novembre 2025 Google è stata nuovamente citata in giudizio per aver intercettato, tramite l’assistente di Intelligenza Artificiale Gemini, comunicazioni private su Gmail, chat e piattaforme di videoconferenza. A settembre aveva accettato un accordo da 425,7 milioni di dollari in un’altra class action per presunte violazioni della privacy.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel dicembre 2024 Apple ha patteggiato per 95 milioni di dollari in relazione alle accuse secondo cui il suo assistente Siri avrebbe registrato conversazioni private senza consenso.

 

Amazon, invece, ha affrontato una class action nazionale per presunte violazioni della privacy legate al suo assistente vocale Alexa: un giudice federale ha autorizzato gli utenti a presentare reclami sostenendo che i dispositivi abbiano registrato e conservato conversazioni private senza esplicito consenso, in violazione delle leggi sulla tutela dei consumatori.

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