Economia
Robert Kennedy è il primo candidato presidente americano ad accettare Bitcoin ed attaccare lo Stato di sorveglianza delle CBDC
Il candidato presidenziale democratico Robert F. Kennedy Jr. ha parlato alla Bitcoin Conference di venerdì scorso, dove ha ricevuto una standing ovation dal pubblico.
Il figlio di Bobby Kennedy ha detto alla folla che Bitcoin potrebbe essere una risposta alle tecnologie emergenti implementate dalla struttura del potere politico.
«Ora viviamo in questa era di totalitarismo chiavi in mano in cui questa tecnologia emergente che può potenziare i regimi totalitari e il nostro compito è cercare di costruire e rafforzare le istituzioni democratiche alla stessa velocità con cui questi strumenti totalitari vengono espansi in loro potere».
Kennedy ha proseguito dicendo che Bitcoin è il miglior strumento attuale per combattere contro la struttura di potere perché «non può essere manipolato».
???????? Presidential candidate Robert F. Kennedy Jr.: "I will defend the right of self-custody of #Bitcoin" pic.twitter.com/kkkIfR21wG
— The Bitcoin Conference (@TheBitcoinConf) May 23, 2023
Parlando direttamente alla folla, RFK Jr. ha detto di sapere che erano presenti perché amano l’America, la democrazia e la libertà.
«In questo senso, il vostro sostegno al Bitcoin ti colloca nella stessa categoria degli artefici della Costituzione che ci ha dato quella Carta dei diritti, che ha creato queste istituzioni democratiche, e tu sei l’attuale manifestazione di quell’impulso».
Il discorso di Kennedy, durato 25 minuti, è stato incredibilmente denso ed articolato, senza alcuna paura di alcuni tabù, come quello per cui ha promesso, se eletto presidente, di cercare di capire se casi come quello di Ross Ulbricht (il ragazzo che gestiva lo scambio illegale Silk Road) abbia avuto un giusto processo o sia stato una vittima sacrificale per iniziare l’attacco alle criptovalute. Tra gli applausi, ma anche un certo palpabile stupore di tanto pubblico attonito, Kennedy si è spinto fino al punto di dire che, in caso, è pronto a dare la grazia presidenziale.
In altri punti del discorso Kennedy ha rivendicato il Bitcoin come antidoto all’ascesa del controllo statale, garantendo che il governo non ha nessun diritto di entrare nel portafoglio fisico o virtuale dei cittadini, che non devono dare le loro password: «è una cessione di territorio… e crea un precedente pericoloso per lo Stato di sorveglianza» ha detto il candidato tra i battimani.
Nolan Bauerler, esperto di Bitcoin e conduttore di The Break Up, ha detto al pubblico subito dopo il discorso: «abbiamo appena ascoltato uno dei discorsi più incredibili che abbia mai sentito sul Bitcoin a un evento in tutta la mia vita, e ci lavoro da molti anni».
Kennedy ha fatto sapere di accettare anche Bitcoin come donazioni elettorali, una novità per qualsiasi candidato alla presidenza degli Stati Uniti.
Tale discorso intentato sulle criptovalute va di pari passo con quello sulle CBDC, cioè le monete elettroniche di Stato, di cui Kennedy è acerrimo nemico. Del tema aveva parlato convintamente già due anni fa durante il suo storico discorso davanti all’Arco della Pace a Milano, quando spiegò che il green pass era solo un’introduzione alla moneta digitale con cui si istituirà una nuova forma ultra-pervasiva di Stato di sorveglianza.
«Questo è un modo di controllare il vostro danaro. Una volta che avete il vostro green pass, e loro hanno la moneta digitale, se qualcuno vi dice di non uscire da Milano, e voi andate in gita a Bologna, il vostro danaro non funzionerà a Bologna. Se il governo vi dice «non comprate la pizza», loro possono fare in modo che il vostro green pass vi impedisca di pagare una pizza in pizzeria. Possono controllare ogni aspetto della vostra vita»
Si tratta di una «società distopica», come ha detto qualcuno, che «traccerà ogni nostra transazione», e anche di più – informerà ogni nostra attività, che potrà quindi essere inibita dal potere. Con il danaro programmabile, farete solo gli acquisti che lo Stato permette a quelli nella vostra condizione (immaginate: un redditometro che può decidere cosa comprate al supermercato), delimitarli geograficamente e temporalmente (c’è il lockdown, questo non lo puoi comprare) o, semplicemente, «spegnervi» con un click, rendendo impossibile ogni scambio, come scritto nell’Apocalisse di San Giovanni (capitolo 13, versetti 16-18).
Come scritto da Renovatio 21, è probabile che l’attuale caos nel mondo delle criptovalute (spettacolari arresti di cripto-imprenditori–frodatori, crollo di banchi di scambio, deflusso di fondi, vendita di Bitcoin sequestrati da parte del governo USA, polemiche sulla tenuta di intere criptovalute) e il collasso bancario in corso (le banche di deposito stanno per essere disintermediate) siano gli strumenti con i quali ci porteranno, obbligatoriamente, all’accettazione della CBDC, cioè del «Bitcoin di Stato», la moneta digitale da Banca Centrale.
Credendo di parlare con Zelens’kyj (ma si trattava, in realtà dei soliti burloni russi) la stessa presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha recentemente ammesso che l’euro digitale sarà utilizzato per sorvegliare la popolazione.
L’abolizione del contante – che il CEO del mega-fondo internazionale BlackRock sostiene essere accelerata dalla guerra ucraina – non può che portare che a questo: alla piattaforma che sarà la vostra schiavitù definitiva.
Economia
Il prezzo del petrolio supera i 100 dollari al barile. Dove arriverà il diesel?
Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta da luglio, dopo che gli attacchi contro impianti e navi petrolifere in Medio Oriente hanno minacciato di indebolire ulteriormente una catena di approvvigionamento già fragile. Lo riporta l’agenzia Associated Press.
Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è balzato di quasi il 3% a 100,72 dollari nelle prime ore di mercoledì.
Il prezzo del petrolio greggio di riferimento statunitense è aumentato del 2,4%, raggiungendo i 95,25 dollari al barile, mentre i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti bruscamente durante la notte.
Secondo l’AAA, il prezzo medio di un gallone di benzina normale è aumentato di 7 centesimi durante la notte, raggiungendo i 4,22 dollari, oltre un dollaro in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
I prezzi del gasolio, che possono avere un impatto sproporzionato sui consumatori poiché viene utilizzato nei trasporti e nella produzione, hanno raggiunto un massimo storico venerdì e da allora hanno continuato a salire. Il prezzo medio di un gallone ha toccato i 5,94 dollari durante la notte ed è ora 9 centesimi più alto rispetto a venerdì.
Il carburante per aerei è diventato così costoso che le compagnie aeree statunitensi e internazionali hanno ridotto i voli, aumentando al contempo tariffe e commissioni.
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I mercati hanno reagito dopo che l’esercito statunitense ha riferito di aver colpito cinque petroliere iraniane in risposta a tentativi di attacco missilistico contro una nave da guerra della Marina e dopo che attacchi da parte del gruppo ribelle Houthi, sostenuto dall’Iran, hanno provocato incendi in impianti petroliferi in Arabia Saudita.
I prezzi del petrolio greggio sono schizzati alle stelle dopo che Israele e gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra contro l’Iran, e da allora hanno subito notevoli fluttuazioni negli oltre sei mesi successivi. I combattimenti hanno bloccato la maggior parte del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuzzo, una stretta via d’acqua attraverso la quale transitava un quinto delle forniture mondiali di petrolio prima dell’inizio della guerra.
Il prezzo del Brent si è mantenuto tra i 70 e i 100 dollari al barile per gran parte di marzo, aprile e maggio. A luglio i prezzi hanno oscillato tra i 72 e i 102 dollari, riflettendo l’aumento e il calo delle speranze che Stati Uniti e Iran raggiungessero un accordo per consentire alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di trasportare il petrolio in sicurezza.
I negoziati per un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto si sono interrotti a causa della disputa sul controllo dello Stretto ormusino. L’Iran insiste di avere il diritto di stabilire le condizioni e di imporre tariffe per il transito delle navi che attraversano il canale al largo delle sue coste. Gli Stati Uniti, invece, vogliono che il passaggio rimanga libero e hanno utilizzato un blocco navale per impedire l’accesso ai porti iraniani e il transito delle petroliere.
I recenti attacchi intensificati dagli Houthi in Yemen potrebbero limitare ulteriormente le forniture globali di petrolio, poiché hanno preso di mira una rotta marittima alternativa su cui l’Arabia Saudita ha fatto affidamento per il trasporto di petrolio durante la guerra.
Quest’anno l’aumento dei costi energetici ha pesato su consumatori, imprese ed economie nazionali, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Secondo quanto riportato questa settimana da Bank of America, le interruzioni delle raffinerie in Russia, la riduzione dell’attività di raffinazione in altri Paesi e il forte calo delle scorte hanno spinto al rialzo i prezzi del diesel e della benzina a livello globale.
In Italia il 9 settembre 2026 il diesel self-service era in media a 2,176 euro al litro, con il prezzo che potrebbe peggiorare ulteriormente vista la scadenza dello sconto sulle accise prevista per il 10 settembre. Il taglio delle accise sul diesel di 0,171 euro al litro era stato prorogato fino al 10 settembre, e senza quel taglio la benzina arriverebbe oltre il record storico del 2022 – un ragionamento analogo si applica al gasolio, che rischia di superare 2,3 euro al litro se lo sconto non viene rinnovato.
La cifra paventata da molti del diesel a 3 euro il litro non è realistico, per il momento, tuttavia se il conflitto in Medio Oriente si aggrava ulteriormente e il governo smette di prorogare gli sconti sulle accise, un avvicinamento ai 2,4-2,5 euro nei prossimi mesi non è da escludere.
Per quanto le istituzioni sovranazionali come l’UE stiano facendo di tutto per distruggere il mercato delle auto diesel (accusato di inquinare…), il diesel resta insostituibile in molti settori per il suo maggior contenuto energetico, la coppia più elevata a basso regime e l’affidabilità in condizioni gravose.
In agricoltura è la fonte di energia quasi esclusiva: trattori, mietitrebbie, motocoltivatori, irroratrici semoventi e trebbiatrici funzionano tutti a diesel, perché la coppia elevata a bassi giri è essenziale per il traino e la trazione sui terreni. Nel trasporto su gomma il diesel domina soprattutto tra i mezzi pesanti, cioè camion e autoarticolati per l’autotrasporto merci, autobus e pullman (anche se qui metano ed elettrico stanno crescendo) e i furgoni commerciali di grossa cilindrata.
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Anche la cantieristica e l’edilizia dipendono quasi interamente dal gasolio, con escavatori, pale gommate e bulldozer, gru cingolate e autogru, oltre a betoniere, rulli compattatori e perforatrici. Nei trasporti su rotaia e via acqua il diesel alimenta i locomotori sulle linee non elettrificate, gran parte delle navi mercantili, delle cisterne e della flotta peschereccia, oltre ai motori marini delle imbarcazioni da lavoro e da diporto di grossa taglia.
Un altro ambito importante è quello dei generatori e dell’energia di riserva: i gruppi elettrogeni di emergenza usati in ospedali, data center e cantieri sono quasi sempre diesel, così come le pompe diesel per irrigazione o drenaggio nelle aree prive di rete elettrica. Ta gli altri mezzi pesanti vanno citati i muletti e i carrelli elevatori industriali più potenti, insieme ai mezzi militari e alle macchine da movimento terra impiegate nelle miniere.
Dove serve potenza sostenuta, autonomia lunga e capacità di traino e carico elevata, il diesel resta lo standard, perché batterie e motori elettrici non hanno ancora densità energetica e tempi di rifornimento comparabili per questi impieghi. È anche il motivo per cui i rincari del gasolio pesano così tanto sull’inflazione generale: si trasferiscono quasi automaticamente sui costi di trasporto merci e di produzione agricola.
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Economia
Stabilimento automobilistico della Volkswagen verrà convertito per la produzione di armi israeliane
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Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
Jaguar Land Rover (JLR) ha confermato l’intenzione di ridurre il personale, mentre la principale casa automobilistica britannica affronta l’aumento dei costi, il calo delle vendite e gli effetti dei dazi statunitensi. Lo riporta il Times, secondo cui potrebbero essere soppressi fino a 4.000 posti di lavoro.
JLR è sotto crescente pressione a causa dei dazi USA, che hanno reso più onerosa la vendita dei veicoli prodotti in Gran Bretagna negli Stati Uniti, nonostante Londra avesse ottenuto un’aliquota ridotta del 10%. L’effetto è stato particolarmente rilevante, poiché il Nord America è il mercato più importante per l’azienda. Le difficoltà sono state accentuate da un grave attacco informatico subito lo scorso anno, che ha costretto a interrompere la produzione per diverse settimane.
Nel trimestre chiuso a giugno il fatturato di JLR è sceso di quasi il 10%, mentre l’utile ante imposte è crollato di oltre due terzi, attestandosi a 109 milioni di sterline (126,5 milioni di euro). Secondo il Times, l’amministratore delegato PB Balaji è sotto pressione da parte di Tata Motors, la società madre indiana di JLR, perché tagli i costi.
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In una dichiarazione ai media, JLR ha detto di dover «adattarsi alle mutevoli condizioni del mercato globale», con l’obiettivo di risparmiare circa 1,7 miliardi di sterline (2,3 miliardi di dollari) nei prossimi due anni e di abbassare il punto di pareggio annuale a 300.000 veicoli.
JLR ha annunciato l’avvio di un «programma di prepensionamento volontario» per il personale con stipendio fisso e per i dirigenti. Secondo quanto riportato, i dipendenti sarebbero stati informati venerdì. Il Times ha scritto che potrebbero essere eliminati fino a 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, anche se JLR non ha confermato la cifra.
Il gruppo automotive occupa direttamente circa 34.000 persone nei suoi stabilimenti nelle West Midlands e nel Merseyside e sostiene circa 120.000 posti di lavoro nell’intera filiera automobilistica britannica.
Le case automobilistiche europee stanno riducendo il personale a causa della domanda debole, dell’aumento dei costi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi a basso costo.
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Come riportato da Renovatio 21, questa settimana Volkswagen ha approvato ulteriori 50.000 tagli di posti di lavoro entro il 2030, portando la riduzione complessiva della forza lavoro prevista a circa 100.000 unità. La sua controllata Porsche eliminerà altri 5.000 posti di lavoro entro il 2035.
La crisi del settore automobilistico tedesco è stata aggravata anche dagli elevati costi energetici, da quando il Paese ha perso l’accesso a gran parte del gas russo a basso costo, da cui la sua economia industriale dipendeva da tempo, dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha indicato separatamente i dazi statunitensi e l’intensificarsi della concorrenza cinese tra le pressioni che pesano sulla competitività dell’azienda.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso anche il colosso automobilistico tedesco BMW prevede di tagliare circa 8.000 posti di lavoro a livello globale entro la fine del 2027.
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Immagine di Anthony Parkes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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