Connettiti con Renovato 21

Economia

Il collasso delle banche è per portarci alla moneta digitale

Pubblicato

il

Mentre scrivo pare sia partito in Europa il domino delle banche. Che il contagio si fermi a quelle piccole, o prosegua tirando giù istituti nazionali, alla fine non cambia molto.

 

La Silicon Valley Band, come è stato notato, non è una banca qualsiasi: ha in pancia tutto il danaro che il Venture Capital – concentrato quasi tutto in uffici a Sandhill Road, la via che porta a Stanford – e quindi con la Banca vanno a morire, perché impossibilitate di ritirare il proprio danaro, centinaia, migliaia di startup tecnologiche. È il collasso dell’intero settore tecnologico californiano, quello che di fatto governa il mondo. Lo avete visto anche voi: da mesi, Google, Facebook e compagnia licenziano decine di migliaia di dipendenti.

 

I venture capitalist in questi ultimi giorni twittavano impazziti: salvataggio bancario subito! Altrimenti, i loro investimenti sarebbero andati in fumo. Detto, fatto: Biden ha proceduto con il bailout. Il presidente senile si è fatto riprendere in TV con tutta l’ufficialità della Casa Bianca: il sistema bancario è al sicuro. Eccerto, detto da lui, si fidano tutti.

 

Si tratta del secondo più grande crack bancario della storia d’America. Quello della banca Signature, che è seguito di poco, è il terzo. La situazione è senza precedenti.

 

Pare chiaro che né alla SVB né alla Signature sapevano cosa stessero facendo. Con la FED che stampa danaro, in realtà, non sapevano dove metterlo. Potevano occuparsi di altro. Nel 2020 donarono a Black Lives Matter e affini 73 milioni di dollari.

 

Poco prima del crack, la SVB sui social mostrava le foto del «ritiro» per l’uguaglianza delle donne della banca, andate a sciare in una località di prestigio. La Signature ha prodotto video woke, con balletti e video musicali dei dipendenti, che vanno ben al di là del cringe. La stessa banca pochi mesi prima faceva un evento, forse ancora visibile in rete, sui pronomi gender da utilizzare tra i colleghi e con i clienti.

 

 

Tutto facevano, meno che fare le banche. Il Daily Mail ha scritto che il board della SVB era costituito da donne che come competenza avevano l’essere tutte mega-donor (cioè grandi donatrici) dei Clinton e di Obama. In rete tutti si chiedono come sia stato possibile il crack, visto che a bordo c’erano anche persone che avevano testimoniato da vicino il collasso della Lehman Brothers nel 2008.

 

La Silicon Valley Bank, del resto, non veniva da un brutto periodo. Aveva asset per 40 miliardi di dollari nel 2019. Con la pandemia, e i super affari conseguenti della Silicon Valley che serviva l’umanità rinchiusa in internet e nei propri appartamenti in lockdown, arrivò nel 2022 alla cifra di 221 miliardi. Davvero, i soldi non sapevano dove metterli, il tracollo deve essere stato repentino, ma non troppo: il CEO ed altri hanno venduto le loro azioni, ricevendo in cambio milioni, prima del patatrac. Siamo alle solite: specie se osserviamo le scene della gente che va allo sportello e, di contro, gli impiegati chiamano la polizia.

 

Lo spezzatino immediato ha visto la HSBC – la Banca di Hong Kong e Shanghai, antica istituzione britannica coinvolta nella guerra dell’oppio un secolo e mezzo fa e nel riciclo dei miliardi dei narcos di recente – comprarsi il ramo della SVB in Albione: per una sterlina. Una storia che abbiamo già sentito… e che ricorderemo tra un attimo.

 

Ora, qualcuno in America parla di una situazione, amministrativa e mediatica, che quasi chiamava questo fallimento. Lo «specialista» TV Jim Cramer, volto del canale anti-Trump MSNBC, consigliava i titoli SVB e Signature ancora poche settimane fa. Tucker Carlson ieri sera si è lasciato scappare che sembra quasi che l’amministrazione Biden invitasse questo piccolo disastro per le banche regionali, mentre le grandi banche andrebbero benissimo. Di nostro abbiamo captato qualche segnale, non sappiamo quanto credibile, che punta il dito verso Peter Thiel e i suoi fondi di investimento, che avrebbero fatto muovere capitali nella SVB di modo da generare il caos.

 

Di fatto c’è che in borsa il giorno dopo l’annuncio della fine di SVB sono crollate tutte le banche regionali. Western Alliance,  -75%; First Republic, -65%; Zions Bancorp, -43%; PacWest, -41%; Comerica, -33%; Fifth Third, -20%. Le contrattazioni sono state quindi fermate.  Ma il destino del credito regionale USA pare segnato.

 

Scusate, ma questa situazione ci ricorda qualcosa. Le piccole banche spariscono… e vengono ingollate dai grandi istituti.

 

Dov’era successo? Ah, sì, in Italia. Ricorderete: al governo c’era Renzi, che con un decreto toglie il voto capitario alle Banche Popolari e obbliga quelle con attivi superiori a 8 miliardi a diventare società per azioni nel giro di un anno e mezzo dalle disposizioni di Bankitalia. «Abbiamo un sistema bancario molto solido, la nostra operazione sulle banche popolari lo rafforzerà ancora di più», disse il premier in un’intervista al settimanale L’Espresso, testata allora posseduta da Carlo de Benedetti. Particolare non privo di significato: Renzi fu attaccato perché, durante un colloquio con il finanziere piddino svizzero già FIAT e Rothscild, avrebbe fornito informazioni privilegiate che lo avrebbero favorito.

 

Il decreto, scrive Il Fatto, fu «un terremoto: le prime 10 [Banche popolari] si devono quotare in Borsa e trasformarsi in Spa, abbandonando il voto capitario (una testa un voto a prescindere dal numero di azioni) che le rendeva non scalabili. Un pezzo del credito italiano viene consegnato al mercato, acquisendo valore da un giorno all’altro».

 

«La settimana prima del decreto, elaborato da Bankitalia, i titoli di alcune popolari già quotate hanno strani rialzi (Etruria sale del 65%)». Già: Etruria. Ricordate?

 

Non c’è solo De Benedetti. L’11 marzo 2015 l’autorità di controllo CONSOB sente Serra, capo di un hedge fund londinese e sostenitore delle Leopolde di Renzi, «nell’ambito dell’indagine sul possibile abuso di informazioni privilegiate relative all’acquisto di quote in diversi istituti popolari».

 

La fine è nota. Dopo scandali vari (come la scoperta dei prestiti «baciati») vengono disintegrati quasi tutti i banchi popolari maggiori. UBI Banca si prende Etruria. La Banca Popolare di Bari viene salvata direttamente dallo Stato. Le due venete, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza (quest’ultima, per anni, apparsa come invincibile) vengono assorbite da Intesa San Paolo. Vengono comprate per un euro – ah, ecco dove avevamo sentito quella storia.

 

Molti risparmiatori, che si erano fatti convincere ad investire nella banca invece che tenersi il conto corrente, nel processo hanno perso tutto. Tutto: un’intera vita di risparmi, senza averne una vita di riserva per rifarsi. I casi sono talvolta tremendi: non c’è solo il nonno che vuole comprare l’appartamento al nipote, c’è la madre che non ha più i soldi per curare il cancro della figlia. Storie così. Gente ingenua? No, si erano fatti persuadere perché la banca popolare, piccola ed amichevole, era una dolce certezza in un mondo sempre più instabile.

 

All’epoca avevo parlato con una persona addentro alle cose delle popolari disintegrate. Un professionista lucido e tranquillo – mille anni luce dal partigiano o dal complottista. Il suo discorso era semplice. Mi diceva che il diktat contro le popolari era nato a Francoforte, alla BCE, e da qui trasmesso a Bankitalia. C’era il fatto che alcune banche dei laender, le banche regionali tedesche, erano saltate con la catastrofe del 2008. Lo stesso anche per alcuni istituti britannici. Tutti salvati dallo Stato. Le popolari italiane, invece, avevano retto. Farle fuori faceva parte di una logica che trascendeva logiche nazionali. Si trattava, diceva, un progetto di riordino e accentramento del credito che aveva portata vastissima. Poteva anche esserci stato il caso che avessero illuso qualche pezzo grosso che la sua popolare sarebbe sopravvissuta. Invece fu il bagno di sangue generale, senza pietà alcuna.

 

Ora, rammento questa chiacchierata di un pranzo di lustri fa solo per dire che, con probabilità, stiamo assistendo allo stesso fenomeno, solo su scala americana.

 

Ho, però, un grande dubbio. In Italia, quella volta, a beneficiare della sparizione dei piccoli istituti furono le grandi banche. Mentre scrivo, in Europa le Borse sono in caduta libera.

 

Credit Suisse è collassata, mandando in fumo 355 miliardi. Commerzbank e Deutsche Bank stanno perdendo quasi l’8%. La francese Société Generale perde oltre il 10% e BNP Paribas il 9,8%. In Italia Unicredit ed Intesa Sanpaolo perdono il 7%, Unipol il 5%, Banco BPM il 5,85%.

 

È partito il contagio? Può essere. Tuttavia crediamo che, arrivati a questo punto, a beneficiarne non saranno più i pesci grossi, né in Europa, né in USA. Non vi sarà una grande banca che comprerà quella in difficoltà (come con le popolari), o anche se sarà così, si tratterà solo di un passaggio, di uno strumento temporaneo.

 

Perché appare chiaro che una nuova grande crisi finanziaria non potrà far altro che chiamare la soluzione già invocata da tutte le élite, la CBDC: Central Bank Digital Currency, la moneta elettronica emessa dalle Banche Centrali nazionali, ovvero il «Bitcoin di Stato».

 

Su Renovatio 21, ne abbiamo parlato ad nauseam, e sappiamo che, in Europa, il lancio dell’eurodigitale è definito «inevitabile» dalla stessa BCE, e correrà su piattaforme informatiche dove – sorpresa – viaggiava il green pass. Sistemi concepiti e realizzati prima della pandemia.

 

È il caso di ripetere questa enormità: le banche potrebbero essere sul punto di essere disrupted, disintermediate. Il portafoglio digitale del cittadino non avrà bisogno di istituti che gli tengano i soldi: perché quei soldi non esistono, sono puro software. Non stanno abolendo solo il contante: stanno per abolire anche le banche.

 

Ma come può il potere desiderare un mondo senza banche? Cosa ne guadagnerebbe? Qui diventa chiaro un altro tema che sfugge ai più: non lo fanno per i soldi, lo fanno per il controllo. Quello è il loro vero obbiettivo: sorvegliare e punire, sanzionare e dirigere l’intera popolazione, come si è visto benissimo durante il biennio pandemico, come e più di quello che fanno nell’incubo biototalitario digitale cinese.

 

La moneta digitale, il danaro programmabile, sarà questo: vi impedirà di comprare e di vendere, vi spegnerà con un click. Le multe saranno contestabili, forse, solo a posteriori, perché prelevate direttamente dal conto elettronico – come ovviamente le tasse. Alcuni prodotti non vi sarà possibili comprarli (la Nutella, se al database risulta che avete il diabete) altri vi saranno inibiti nello spazio e nel tempo (acquistare benzina in un periodo di fermo ecologico, in una data città).

 

La vostra vita sarà gestita da una piattaforma che realizza il potere finale del danaro: la manipolazione dell’esistenza umana. L’unico rapporto che potrete avere col sistema, a quel punto, sarà la vostra sottomissione. La vostra schiavitù.

 

Potete non credere a tutti le bandierine che Renovatio 21 ha sollevato in questi anni: l’ID digitale, propalato dalla Francia allo Sri Lanka, da Bologna all’Ucraina, stranamente sostenuto da banche come quelle del Canada, ad esempio, che citano il World Economic Forum senza bene rendersi conto di esseri tacchini entusiasti del Natale.

 

Prestate, tuttavia, un secondo di attenzione a questa notizia apparsa neanche sei giorni fa sul sito dello SWIFT, la che agisce come intermediario finanziario esecutore delle transazioni finanziarie mondiali. «Il successo dei test apre la strada all’uso transfrontaliero di CBDC» titola la pagina. «Nell’ottobre dello scorso anno, abbiamo annunciato di aver sviluppato con successo una soluzione per consentire ai CBDC di spostarsi tra i sistemi basati su DLT [cioè tecnologia Blockchain, ndr] e quelli basati su fiat [cioè il danaro comune, ndr] utilizzando l’infrastruttura finanziaria esistente».

 

La transizione, insomma, è pronta. «Ora abbiamo testato questa soluzione in un ambiente di prova con 18 banche centrali e commerciali. I partecipanti hanno espresso un forte sostegno per il continuo sviluppo della soluzione, osservando che ha consentito lo scambio continuo di CBDC, anche quelli costruiti su piattaforme diverse».

Vale la pena di ricordare cosa è successo con lo SWIFT. A inizio 2022, con l’impennata delle tensioni con la Russia per l’Ucraina, si minacciò di espellere Mosca dal circuito SWIFT. Impossibile, dissero molti – si tratta dell’equivalente di una bomba nucleare finanziaria. È solo il tintinnare delle sciabole. Non lo faranno mai, è una cosa mai vista.

 

Invece, poi, lo hanno fatto. La Russia è stata buttata fuori dallo SWIFT: prima della distruzione del Nord Stream, avevano tirato giù anche questa infrastruttura. Ora il Cremlino lavora con l’Iran e con la Cina per costruire alternative al circuito.

 

Curioso: stanno per partire con la moneta digitale, ma nel giro pare di capire che non vogliono i russi. Né, a breve, chiunque si identificherà con il blocco anti-occidentale che va creandosi nella geopolitica planetaria – quello che peraltro, diciamo en passant, è pure fuori dai confini del vaccino mRNA.

 

Qualcuno deve aver deciso che l’Occidente deve subire per primo questa trasformazione radicale, la digitalizzazione dell’economia e quindi della vita umana, divenuta un oggetto cibernetico, quindi, etimologicamente, controllabile.

 

La popolazione lo accetterà: si è visto col COVID. Gli altri Paesi, quelli che potrebbero essere renitenti (perché hanno cultura diversa, o forse perché non hanno al vertice politici venduti) verranno convinti poi, magari a suon di droni, di armi biologiche, di bombe atomiche.

 

Il disegno potrebbe essere questo. È un incubo, lo so. Ma bisogna pure cominciare a raccontarlo. E a fare qualcosa.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Economia

Musk: il danaro dei contribuenti statunitensi riciclato attraverso l’Ucraina

Pubblicato

il

Da

Il miliardario Elon Musk ha accusato i politici statunitensi di anteporre gli interessi di Kiev a quelli del proprio Paese, sostenendo che il denaro dei contribuenti americani inviato in Ucraina venga riciclato e reinvestito nelle campagne politiche. Scrivendo su X venerdì, il fondatore di SpaceX ha suggerito che gli interessi finanziari potrebbero spiegare perché alcuni legislatori americani continuano a sostenere fermamente Kiev nel suo conflitto con la Russia.

 

«Parte di quel denaro dei contribuenti statunitensi torna indietro attraverso molteplici lavanderie per finanziare campagne politiche in America, ed è per questo che alcuni politici si preoccupano più dell’Ucraina che dell’America!», ha scritto Musk, senza però identificare i beneficiari.

A marzo, il sito statunitense Just the News aveva citato un documento di intelligence declassificato che descriveva un piano per dirottare centinaia di milioni di dollari di aiuti americani destinati a progetti di energia pulita in Ucraina verso la campagna per la rielezione del presidente Joe Biden nel 2024. Trump ha condiviso il rapporto su Truth Social, mentre l’allora capo dell’Intelligence statunitense, Tulsi Gabbard, avrebbe chiesto ai funzionari dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) di indagare se il presunto piano fosse stato attuato.

 

Musk ha anche accusato le élite ucraine di trarre profitto dagli aiuti occidentali mentre i comuni cittadini ucraini ne pagano il prezzo umano. «I primi si sono arricchiti enormemente grazie alle centinaia di miliardi di dollari che affluiscono in Ucraina, mentre i figli dei secondi vengono arruolati per morire nelle trincee», ha scritto.

 

L’Ucraina è stata scossa da importanti scandali di corruzione che hanno coinvolto personaggi vicini al presidente Volodymyr Zelens’kyj. Uno di questi si è concentrato sul suo collaboratore di lunga data Timur Mindich e su una presunta operazione di corruzione e riciclaggio di denaro per un valore di 100 milioni di dollari presso la società statale per l’energia nucleare Energoatom. Lo scandalo ha costretto alle dimissioni alti funzionari, tra cui l’ex capo di gabinetto presidenziale Andrey Yermak, mentre Mindich è fuggito dall’Ucraina.

 

Gli inquirenti ucraini hanno inoltre scoperto quella che definiscono una frode per un valore di 5,6 milioni di dollari, relativa all’acquisto di droni militari a prezzi fino al 90% superiori a quelli di mercato. Persino i più convinti sostenitori europei di Kiev hanno criticato la sua incapacità di attuare le promesse riforme anticorruzione, avvertendo che miliardi di euro di aiuti potrebbero essere bloccati.

Aiuta Renovatio 21

Zelens’kyj sta cercando di ottenere almeno 70 miliardi di euro di aiuti esteri aggiuntivi per il 2027, stimando il fabbisogno totale di spesa dell’Ucraina per il prossimo anno a 155 miliardi di euro, a fronte di una spesa complessiva legata al conflitto. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha dichiarato venerdì che l’UE prevede di coprire circa due terzi dei finanziamenti aggiuntivi, ovvero circa 46,7 miliardi di euro, con una decisione che potrebbe arrivare a novembre. Tale somma si aggiungerebbe ai 45 miliardi di euro già stanziati per Kiev il prossimo anno.

 

Il rapporto di Musk con l’Ucraina è stato ambivalente. Il suo sistema satellitare Starlink, di recente nelle cronache perché sarebbe stato ancora una volta negato alle forze di Kiev, è stato protagonista della guerra ucraina sin dal principio.

 

Durante il conflitto Musk «spense» l’accesso a Starlink delle forze ucraine in vista di un attacco alla marina russa in Crimea che potrebbe aver scatenato, a suo dire, la Terza Guerra Mondiale. Kiev di contro lo apostrofò come «malvagio».

 

A marzo 2025 Musk ha dichiarato che l’esercito ucraino dipende completamente da Starlink e disattivarlo significherebbe il collasso di «tutta la linea del fronte», ha affermato Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX.

 

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

Continua a leggere

Economia

La crisi energetica si abbatte sulla Germania: benzina e diesel aumentati di quasi il 49%

Pubblicato

il

Da

I prezzi dei prodotti petroliferi in Germania sono schizzati alle stelle: benzina e diesel sono aumentati di quasi il 49%, mentre il prezzo del gasolio da riscaldamento è quasi raddoppiato nell’ultimo anno. Lo riportano i dati ufficiali diffusi dalle istituzioni del Paese.   L’impennata si verifica mentre la più grande economia europea continua a fare i conti con le conseguenze della rottura con la Russia in materia di energia, avvenuta nel 2022, ora aggravate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.   Secondo quanto riportato martedì da Destatis, l’Ufficio federale di statistica, a settembre i prezzi dei prodotti petroliferi raffinati sono aumentati del 51,3% su base annua e dell’8,2% rispetto ad agosto. Il gasolio da riscaldamento ha registrato un’impennata del 91,8%, i carburanti per autotrazione del 48,6% e la nafta, utilizzata nell’industria chimica, del 53,8%.   Le cifre riflettono i prezzi alla produzione, non quelli pagati dai consumatori alla pompa. Lo shock si è propagato in tutto il settore energetico. I prezzi dell’energia alla produzione sono aumentati del 14,9% su base annua, con i costi di distribuzione del gas naturale in crescita del 15% e quelli dell’elettricità dell’8,2%.   Nonostante un leggero calo degli acquisti, anche la spesa tedesca per le importazioni di petrolio greggio è aumentata vertiginosamente. Nei primi otto mesi del 2026, il costo è balzato del 21,7% a 30 miliardi di euro, mentre i volumi sono diminuiti dello 0,6% a 49,1 milioni di tonnellate. Destatis ha attribuito l’aumento all’incremento dei prezzi del petrolio greggio dovuto al conflitto in Medio Oriente.   La pressione si è diffusa in tutta l’industria tedesca. Nel complesso, i prezzi alla produzione sono aumentati del 6,7% su base annua a settembre, il rialzo più marcato da marzo 2023. I materiali e i componenti per la produzione sono diventati più costosi del 6,4%, mentre macchinari e attrezzature sono aumentati del 2,4%. Escludendo l’energia, i prezzi alla produzione sono cresciuti del 3,2%.   La guerra con l’Iran ha gravemente compromesso il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuzzo, una rotta vitale per le forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, facendo lievitare i prezzi dell’energia in tutto il mondo. Il petrolio Brent ha superato i 111 dollari al barile martedì, il livello più alto degli ultimi cinque mesi, mentre il benchmark statunitense WTI ha superato i 104 dollari.   Sebbene le spedizioni di petrolio greggio dal Golfo Persico si siano riprese, raggiungendo circa l’80% dei livelli prebellici, i nuovi attacchi iraniani contro le navi hanno mantenuto i mercati in uno stato di tensione. L’intensificarsi dei combattimenti tra l’Arabia Saudita e gli Houthi yemeniti ha ulteriormente aggravato la situazione, con gli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite e i rinnovati scontri vicino allo Stretto di Bab el-Mandeb che minacciano un’altra rotta marittima fondamentale che collega il Mar Rosso ai mercati globali.   I problemi energetici della Germania, tuttavia, precedono la crisi mediorientale. Il Paese ha dovuto affrontare costi elevati da quando ha abbandonato l’energia russa a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, costringendo le industrie ad alta intensità energetica a cercare alternative più costose.   Prima della rottura, la Russia forniva il 55% delle importazioni di gas naturale della Germania. Da allora, le importazioni dirette dalla Russia si sono azzerate, e la Germania, secondo quanto riportato, paga cinque volte di più per il gas. Norvegia (44%), Paesi Bassi (24%) e Belgio (21%) sono diventati i principali fornitori, mentre il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense rappresenta gran parte della quota restante.   Berlino ha speso circa 50 miliardi di euro per attutire l’impatto del crollo dei prezzi dovuto alla riduzione delle importazioni di gas russo, secondo quanto riportato dai media tedeschi il mese scorso. Ciononostante, l’economia rimane stagnante, con i fallimenti aziendali che hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 13 anni nella prima metà del 2026. Il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente collegato i problemi energetici della Germania alla perdita delle forniture russe a basso costo.   Nel frattempo, Berlino ha stanziato 96 miliardi di euro a sostegno della causa ucraina, ha avviato un programma di riarmo da 100 miliardi di euro e si è impegnata ad aumentare la spesa per la difesa al 3,5% del PIL entro il 2029.   Tra le critiche secondo cui l’aumento della spesa militare va a scapito delle esigenze interne, il gradimento di Merz è crollato al minimo storico del 10% in un sondaggio di ottobre. La sua Unione Cristiano Democratica (CDU) ha subito gravi battute d’arresto elettorali contro il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD), che ha superato il blocco guidato dalla CDU nei sondaggi nazionali. L’AfD ha chiesto il ripristino delle importazioni di gas dalla Russia.   Mosca sostiene da tempo che le sanzioni energetiche occidentali siano controproducenti, in quanto dirottano le esportazioni russe costringendo al contempo gli europei a pagare di più per le forniture alternative. La Russia si è offerta di sopperire alle carenze e di riprendere le consegne, ma afferma che le sue proposte sono rimaste senza risposta.

Sostieni Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, a luglio il cancelliere Friedrich Merz aveva riconosciuto che la crisi energetica è stata causata dalla «mancanza di gas russo».   Il settore manifatturiero è stato colpito in modo particolarmente duro, soprattutto quello automobilistico. BASF, Bosch, Volkswagen e oltre una dozzina di altri produttori tedeschi hanno chiuso stabilimenti dal 2022. A giugno, la Volkswagen, la più grande casa automobilistica del Paese, ha annunciato la chiusura di quattro impianti e il taglio di fino a 100.000 posti di lavoro.   Come riportato da Renovatio 21, Volkswagen, dichiarata vicina al collasso della liquidità, ora inizierà a produrre armi, come da comando di rimilitarizzazione di Berlino e Brusselle, come storicamente accaduto durante il III Reich nazionalsocialista. Accordi per la fornitura di armamenti tedeschi sono stati trattati con lo Stato d’Israele.   Secondo un calcolo di inizio 2026, COVID, Ucraina e dazi USA sarebbero costati alla Germania 1 trilione di dollari.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia 
 
Continua a leggere

Economia

Washington propone lo scongelamento dei beni russi in cambio della pace in Ucraina

Pubblicato

il

Da

Gli Stati Uniti hanno proposto di sbloccare miliardi di euro di beni russi detenuti nell’UE per dare impulso ai colloqui di pace con l’Ucraina. Lo riporta il Financial Times, che cita alcune fonti.

 

Mosca ha a lungo definito il congelamento dei suoi beni un «furto», avvertendo di forti ritorsioni qualora i fondi venissero sequestrati.

 

La proposta è stata avanzata la scorsa settimana durante i negoziati a Miami che hanno coinvolto l’inviato del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, suo genero Jared Kushner e funzionari di Ucraina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Unione Europea e NATO, secondo quanto riferito al giornale da quattro persone a conoscenza della questione.

 

Secondo quanto riportato, Washington avrebbe ipotizzato diversi meccanismi per lo sblocco dei fondi congelati nell’ambito di un accordo di pace globale, tra cui il trasferimento di una parte di essi in un veicolo appositamente creato e supervisionato dagli Stati Uniti. Tuttavia, gli accordi precisi non sono ancora stati definiti e sono in corso numerose discussioni su come i fondi potrebbero essere utilizzati, scrive FT.

Sostieni Renovatio 21

Durante i colloqui, Washington ha chiesto a Kiev di presentare proposte per l’utilizzo dei potenziali fondi per la ricostruzione e di collaborare con la Banca Mondiale per contrastare la dilagante corruzione e introdurre misure di trasparenza finanziaria, ha riferito un funzionario statunitense al giornale.

 

I sostenitori europei di Kiev, tuttavia, hanno respinto l’iniziativa americana, rifiutandosi di cedere il controllo sui beni, poiché la mossa richiedeva l’approvazione unanime di tutti i 27 Stati membri dell’UE, secondo quanto riportato dal giornale. La proposta avrebbe inoltre «sorpreso» le delegazioni europee e Kiev, con alcuni che si interrogavano sulle intenzioni di Washington.

 

«Gli è stato detto che semplicemente questo non sarebbe successo», ha dichiarato a FT una persona a conoscenza delle discussioni.

 

Pubblicamente, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha escluso qualsiasi compromesso sui beni russi, insistendo sul fatto che «devono rimanere congelati in Europa. Questa è una nostra questione e siamo noi a decidere». Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski è stato ancora più esplicito, affermando che qualsiasi restituzione dei fondi alla Russia sarebbe possibile solo «sul nostro cadavere».

 

Nel 2022, a seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina, i paesi occidentali hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di titoli sovrani russi, la maggior parte dei quali depositati presso Euroclear, il deposito titoli con sede a Bruxelles. Mosca ha denunciato la mossa come un vero e proprio «furto».

 

Sebbene i Paesi UE siano riusciti a concordare sull’utilizzo dei proventi dei fondi per sostenere l’Ucraina, la proposta di confiscarli completamente ha incontrato una forte resistenza, per il timore che tale mossa possa compromettere la reputazione commerciale del blocco e provocare ritorsioni legali da parte di Mosca. Il Belgio si è rivelato l’ostacolo più formidabile, temendo che l’utilizzo di fondi sovrani russi senza il consenso di Mosca avrebbe esposto Euroclear e i contribuenti belgi a enormi richieste di risarcimento.

 

Commentando l’articolo del Financial Times, il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov ha affermato che Mosca non aveva informazioni sulla presunta iniziativa americana. Tuttavia, ha sottolineato che la Russia farà tutto il possibile per recuperare i «beni rubati», intraprendendo azioni legali, procedimenti giudiziari e perseguendo i responsabili.

 

Come riportato da Renovatio 21, a dicembre 2025 Putin aveva dichiarato che l’Unione Europea dovrà prima o poi restituire i beni sovrani russi congelati a causa delle sanzioni legate al conflitto in Ucraina, avvertendo Bruxelles che qualsiasi prelievo di quei fondi danneggerebbe gravemente la sua reputazione e rischierebbe di compromettere le basi dell’attuale sistema finanziario globale.

Aiuta Renovatio 21

La notizia riportata da FT giunge dopo che la scorsa settimana Trump ha annunciato un accordo con il presidente russo Vladimir Putin per consentire ulteriori esportazioni di gasolio russo al fine di alleviare la pressione sui mercati americani e globali.

 

In settimana l’agenzia Reuters ha riferito, citando alcune fonti, che Washington sta valutando anche la possibilità di allentare le sanzioni su alcune navi appartenenti a quella che i media occidentali definiscono una «flotta ombra» russa, utilizzata per il trasporto di petrolio russo.

 

La notizia giunge inoltre nel mezzo di una crescente faida tra Trump e lo Zelens’kyj, con il presidente statunitense che attribuisce agli attacchi di Kiev contro le raffinerie di petrolio russe l’impennata dei prezzi del carburante e chiede che l’Ucraina abbia un «nuovo presidente». Lo Zelens’kyj, a sua volta, ha affermato di sentirsi tradito da Trump per l’accordo sul diesel russo e per le restrizioni all’accesso dell’Ucraina a Starlink.

 

Come riportato da Renovatio 21, il ministro degli Esteri russo Sergio Lavrov ha dichiarato che lo Zelens’kyj sta «sfidando sfacciatamente» Trump, che ha chiesto apertis verbis la rimozione di Zelens’kyj dal governo di Kiev.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Bob Marquart via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0.

 

Continua a leggere

Più popolari