Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Consacrazione a mano armata

Pubblicato

il


«Venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza che presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco consacrerà all’Immacolato Cuore di Maria la Russia e l’Ucraina. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato dal Santo Padre». La dichiarazione ufficiale è di qualche giorno fa.

 

Entusiasmo corale, anzi ecumenico. Tutti in estasi per l’iniziativa, lungo l’intero arco costituzionale ecclesiastico, dai progressisti ai conservatori passando per le varie sfumature delle contrapposte tifoserie. In effetti la mossa è astuta: intenerisce gli animi dei fedeli, ricompatta le fila, rilancia l’immagine «spirituale» di una struttura che ormai appare ai più come dedita alla fredda gestione del potere.

 

Insomma, un’occasione d’oro, per la chiesa, di rifarsi il trucco. Difficile mettersi contro un (presunto) gesto di fede.

 

E tuttavia bisogna guardarci un po’ oltre, e intorno.

 

Intanto una curiosità: l’elemosiniere spedito a Fatima è lo stesso cardinale salito agli onori delle cronache per avere ridato la corrente al palazzo occupato dai centri sociali, poi divenuto sede di un bel rave party gay per il capodanno.

 

Ma, a parte questa nota di costume, l’importante è il riferimento (tacito) alla Madonna di Fatima, magicamente mai nominata.

 

I cosiddetti tradizionalisti vanno in solluchero. E pazienza se Maria parlò ai pastorelli della conversione della Russia e basta (tanto che i piccoli veggenti credettero si trattasse di una tizia), visto che al tempo l’Ucraina come la conosciamo ora era solo un’idea nella mente di Lenin.

 

Per la cronaca, consacrazioni e affidamenti fatimiti della Russia sono stati celebrati varie volte nel corso del secolo. E ogni volta qualcosa non andava, sostengono gli esegeti. Per qualche motivo, Roma proprio non ce la fa: Pio XII e Paolo VI avevano celebrato riti non corrispondenti alle richieste della Madonna, secondo Suor Lucia, la veggente superstite che lamentava l’assenza dei vescovi e, in particolare, della Russia protagonista.

 

«Verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace».

 

L’aggiunta dell’Ucraina suona davvero un po’ problematica: perché infatti non la Bielorussia? Il Tajikistan? Il Turkmenistan? L’Azerbaigian? Kaliningrad la contiamo dentro? La Siberia è Russia? L’Uzbekistan? Il Kazakistan? E il Kirghizistan?

 

Non sono domande peregrine: basta leggere i libri di Monsignor Athanasius Schneider per conoscere le storie di vero martirio che la sua famiglia e le comunità cattoliche prigioniere dell’URSS hanno subito in epoche non molto lontane.

 

In quelle epoche non molto lontane il papato inviava segretamente sacerdoti oltre cortina per distribuire la comunione ai cristiani della catacomba sovietica. Venivano formati in un istituto di Roma che si chiamava Collegium Russicum, Russicum in breve, com’è ancora scritto nel palazzo di via Carlo Alberto a Roma. Oggi, secondo il vaticano inclusivo filo-Azov, sarebbe una cosa come Russicum Ucrainumque.

 

Ma, al di là della libera interpretazione del messaggio fatimita, il fatto davvero incredibile è che, contestualmente al lancio di questa iniziativa dalla connotazione mistica, il Vaticano benedice la spedizione di armi al regime tirannico di Zelen’skyj.

 

Sulla questione è intervenuto il Segretario di Stato, il cardinale Parolin: «il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi. Allo stesso tempo, entrambe le parti devono astenersi dall’uso di armi proibite e rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale per proteggere i civili e le persone fuori dal combattimento».

 

Bergoglio avrebbe poi parzialmente corretto il suo responsabile agli Esteri. Ma nella sostanza il fatto resta: resta, cioè, la benedizione del traffico internazionale di armi a beneficio dei massacratori neonazisti del Donbass.

 

La cosa, di per sé, va oltre ogni immaginazione. Ancor più se si considera come i fucili distribuiti tra la popolazione siano già filtrati verso la criminalità – cui sappiamo che il «democratico» presidente-comico ucraino in perenne stato di alterazione ha promesso, da subito, amnistia. 

 

Non solo: da testimonianze dirette, si sa che voleva mandare a combattere a Kiev foreign fighters privi di armi. Un americano poi fuggito in Polonia racconta che i soli a cui veniva elargito un fucile ricevevano la grazia di un caricatore con 10 colpi in dotazione.

 

Quindi, cardinale Parolin, ha un’idea di dove stiano andando le armi che l’Occidente, Italia compresa (magari camuffate da aiuti umanitari, come denuncia un sindacato) umanitariamente spedisce ad orientem?

 

Non le viene il sospetto che stiano finendo ai signori della guerra, o a milizie neonaziste, con le loro belle storie di crudeltà e paganesimo sanguinario?

 

Cardinale, esclude che tornino magari proprio nel nostro già martoriato Paese, ad alimentare nuove mafie e altre stagioni di assalti alle villette?

 

Ora, ci rendiamo ben conto che una chiesa che non si occupa più dell’eterno, non credendoci, faccia fatica ad occuparsi del futuro. Essa vive nel presente senza fine dell’8 per mille e delle orge gay del lunedì sera dietro le mura leonine.

 

Ma quello che davvero conta, in questa strana storia, e inquietante, è la tempistica della narrativa vaticana: consacrazione dei belligeranti e benedizione delle armi. Letteralmente: consacrazione a mano armata.

 

Senza entrare troppo nel sacro enigma, c’è poi l’altra parte dei misteri di Fatima. Quella in cui «un vescovo vestito di bianco» viene ucciso da un gruppo di soldati che lo colpiscono con frecce e colpi di arma da fuoco, e allo stesso modo muoiono vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli.

 

Che anche questa profezia sia la prova dell’autodistruzione della chiesa, spinta oggi fino a benedire le armi degli assassini?

 

Cardinale Parolino, se l’è fatta una domanda?

 

In ogni caso, considerato tutto il suo contorno, la faccenda assume materialmente la tinta dei suoi indumenti di principe della chiesa: la porpora, che simboleggia il colore del sangue.

 

E qualcuno dovrà pur farlo notare.  

 

Qualcuno dovrà pure, ad un certo punto, ritenervi responsabili di quello che state facendo.

 

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

Geopolitica

La Russia effettua testa missili vicino alle isole Curili fra le proteste giapponesi

Pubblicato

il

Da

La Marina russa ha effettuato con successo un test missilistico nei pressi delle isole Curili, ha dichiarato la Flotta del Pacifico.

 

Il test arriva una settimana dopo che il Giappone ha protestato energicamente contro la prima visita in assoluto del presidente russo Vladimir Putin nell’arcipelago, parzialmente rivendicato da Tokyo.

 

Il test missilistico, avvenuto vicino alle isole Curili meridionali, ha coinvolto l’incrociatore lanciamissili Varyag, il sottomarino a propulsione nucleare Omsk e un sistema missilistico superficie-nave Bastion a base terrestre, ha dichiarato giovedì la Flotta russa del Pacifico in un comunicato.

 

Secondo quanto riferito dalla flotta, sono stati sparati diversi tipi di munizioni contro un bersaglio che simulava navi nemiche a una distanza di circa 300 km (186 miglia), utilizzando i dati di puntamento forniti dall’aviazione navale. I dati oggettivi di controllo hanno confermato la distruzione di tutti gli obiettivi, è stato sottolineato.

Aiuta Renovatio 21

Il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi ha reagito alle esercitazioni dichiarando ai giornalisti che Tokyo «non può tollerare mosse [della Russia] volte a rafforzare la potenza militare sulle quattro isole settentrionali, perché contrastano con la posizione del nostro Paese» sui territori contesi.

 

In precedenza, l’agenzia di stampa Kyodo aveva riferito che il Giappone aveva presentato una protesta alla Russia dopo che Mosca lo aveva informato del prossimo test missilistico la scorsa settimana.

 

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore di Tokyo a Mosca per esprimere una ferma protesta contro le «dichiarazioni anti-russe» della leadership giapponese.

 

Dopo la visita di Putin a Iturup, la più grande delle isole Curili, il 13 agosto, il primo ministro giapponese Sanae Takaichi ha definito il viaggio «assolutamente inaccettabile» e ha affermato che «ferisce i sentimenti del popolo giapponese». Anche Motegi ha rilasciato una dichiarazione, sostenendo che le quattro isole più meridionali dell’arcipelago «sono parte integrante del territorio giapponese sia storicamente che secondo il diritto internazionale».

 

Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di aver informato l’inviato giapponese che «la sovranità e la giurisdizione della Russia sulle isole Curili meridionali sono inviolabili. Questi territori sono stati trasferiti al nostro Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale, come sancito dai relativi accordi delle Potenze Alleate e dalla Carta delle Nazioni Unite».

 

«Qualsiasi tentativo da parte giapponese di mettere in discussione, direttamente o indirettamente, questa ovvia realtà è categoricamente inaccettabile e illegittimo», ha aggiunto.

 

Il ministero ha avvertito che Mosca «si riserva il diritto di adottare contromisure appropriate» in risposta all’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro la Russia e al suo sostegno all’Ucraina.

 

Le isole Curili, che si estendono dalla Kamchatka all’Hokkaido in Giappone, passarono sotto il controllo sovietico dopo la sconfitta di Tokyo nella seconda guerra mondiale e furono successivamente incorporate nell’URSS. Le autorità giapponesi, tuttavia, continuano a rivendicare le isole di Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, che chiamano «Territori del Nord».

 

Questa disputa è stata il principale ostacolo alla firma di un trattato di pace formale tra Mosca e Tokyo negli ottant’anni trascorsi dal conflitto.

Iscriviti al canale Telegram

Le Isole Curili formano un arcipelago vulcanico di oltre 50 isole tra Hokkaido (Giappone) e la penisola della Kamchatka (Russia), separando il mare di Ochotsk dal Pacifico. Originariamente abitate dall’antica popolazione degli Ainu, furono oggetto di contesa tra Russia e Giappone già nel XIX secolo.

 

Nel 1855 il Trattato di Shimoda assegnò al Giappone le quattro isole meridionali (Iturup/Etorofu, Kunashir/Kunashiri, Shikotan e Habomai), mentre le settentrionali andarono alla Russia. Nel 1875, con il Trattato di San Pietroburgo, il Giappone ottenne l’intero arcipelago in cambio di Sachalin. Dopo la guerra russo-giapponese (1905) le Curili rimasero giapponesi.

 

Nel 1945, in base agli accordi di Yalta, l’URSS entrò in guerra contro il Giappone e occupò tutte le isole, deportando circa 17.000 abitanti nipponici. Il Trattato di San Francisco (1951) vide il Giappone rinunciare alle Curili, ma senza specificare i confini e senza la firma sovietica. Da allora Mosca controlla l’arcipelago (parte dell’oblast’ di Sachalin), mentre Tokyo rivendica le quattro isole meridionali come «Territori del Nord», impedendo la firma di un trattato di pace formale.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine di pubblico domio CCo via Wikimedia; immagine tagliata

 


 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Trump dichiara Ormuzzo «nuovo territorio USA»

Pubblicato

il

Da

L’Iran ha definito il presidente americano Donald Trump «delirante» dopo che questi ha proclamato lo Stretto di Ormuzzo «nuovo territorio statunitense».   Trump ha avanzato la rivendicazione sulla strategica via navigabile, che resta fortemente interrotta a causa della situazione di stallo in corso, in un post su Truth Social martedì. Il presidente degli Stati Uniti ha condiviso una mappa dello stretto e delle aree circostanti con una zona cerchiata e etichettata come «Nuovo territorio degli Stati Uniti».   Il post ha immediatamente suscitato una reazione a Teheran, con il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che ha condannato i «deliri» di Trump e ha avvertito che l’Iran li avrebbe «corrette». Allo stesso tempo, ha elogiato Trump per essere riuscito a «scrivere correttamente il nome dell’eterno Golfo Persico», riferendosi apparentemente alle presunte intenzioni del presidente statunitense di ribattezzare il corso d’acqua «Golfo Arabo».   Come riportato da Renovatio 21, l’idea dello Stretto ermisino come territorio USA era stata dichiarata già pochi giorni fa ad un evento a Garden City, nello Stato di Nuova York.

Aiuta Renovatio 21

L’affermazione era stata derisa dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che aveva parlato di «fantasiose illusioni».   «Una volta per tutte, accettate la realtà: fino ad ora avete subito pesanti sconfitte strategiche; lo Stretto di Ormuzzo è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano», ha dichiarato il viceministro Gharibabadi in un post su X sabato, aggiungendo che il canale «sarà chiuso e aperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta e non cesserete le vostre illusioni, l’Iran continuerà a far rispettare il blocco». Ormuzzo «non può essere conquistata con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale» ha dichiarato il funzionario diplomatico di Teheran, sottolineando che l’Iran«non teme le minacce né si lascia intimidire dalle dimostrazioni di potere».   Lo scambio avviene mentre i negoziati tra Washington e Teheran restano in una fase di stallo, e la finestra di due mesi per raggiungere la pace è scaduta lunedì. Poco dopo aver rivendicato lo Stretto ermisino, Trump ha confermato che «non sono in corso né programmati colloqui o conversazioni» con l’Iran. «Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto di Ormuzzo è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare», ha affermato il presidente statunitense in un successivo post su Truth Social.   Lunedì Trump ha minacciato di attaccare l’Oman, alleato degli Stati Uniti, e di «bombardarlo senza pietà» qualora questo «ostacolasse» il suo presunto tentativo di porre fine al conflitto con l’Iran. Mentre Mascate ha svolto un ruolo di primo piano nella mediazione dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, ha condotto negoziati paralleli con Teheran per la creazione di un meccanismo congiunto di gestione dello Stretto ormusino.   L’Iran sta cercando di imporre pedaggi permanenti per il transito sicuro attraverso lo stretto e ha raggiunto un’intesa con l’Oman in merito, ha dichiarato lunedì il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Gli Stati Uniti si sono pronunciati a favore dell’imposizione di pedaggi all’Iran per il transito attraverso lo stretto, segnalando che continueranno a bloccare i porti iraniani a tempo indeterminato finché l’Iran non rinuncerà a tale richiesta.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr  
Continua a leggere

Geopolitica

Gli Emirati Arabi dicono di essere stati colpiti da missili iraniani: rapporti economici interrotti

Pubblicato

il

Da

Gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver lanciato due missili balistici nella loro direzione martedì, mentre il periodo di due mesi destinato ai colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran si è concluso senza progressi rilevanti. In seguito all’episodio, Abu Dhabi ha annunciato la sospensione di tutte le transazioni commerciali e finanziarie con Teheran.

 

Il presunto incidente è stato segnalato dal ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti e dall’Autorità nazionale per la gestione delle emergenze, delle crisi e dei disastri (NCEMA). Le agenzie non hanno precisato se i missili in arrivo siano stati abbattuti. I militari hanno dichiarato che uno di essi è caduto all’interno delle acque territoriali del Paese, mentre il secondo è atterrato al di fuori di esse.

 

Nel corso della giornata il ministero della Difesa ha affermato che i proiettili sembravano aver colpito «navi marittime». Il ministero non ha specificato se le imbarcazioni presumibilmente prese di mira si trovassero nelle acque territoriali o internazionali del Paese.

 

Poco dopo che l’esercito degli Emirati Arabi Uniti ha fornito un aggiornamento sulla sua valutazione del presunto attacco, il Ministero degli Esteri ha annunciato la sospensione di tutti gli scambi commerciali e le transazioni con l’Iran a seguito dell’incidente.

 

«Alla luce dell’escalation regionale che ha minato la pace e la sicurezza regionali e internazionali, tutte le attività, gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso», ha dichiarato il ministero in un comunicato.

 

L’Iran non ha commentato pubblicamente le accuse. Al culmine della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Teheran ha ripetutamente preso di mira la nazione del Golfo, accusandola di aver consentito alle forze statunitensi di utilizzare il suo territorio per lanciare attacchi.

 

L’emittente statale iraniana Press TV ha sostenuto che il bombardamento presentava tutte le caratteristiche di un’operazione israeliana sotto falsa bandiera.

Sostieni Renovatio 21

Il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo di pace è scaduto lunedì senza che si sia registrata alcuna svolta. Le due parti si sono scambiate ripetutamente attacchi durante il periodo di negoziazione, mentre la navigazione attraverso lo strategico Stretto ormusino è rimasta in gran parte interrotta.

 

Ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato che «non erano in corso né programmati colloqui o conversazioni» con l’Iran. «Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto ermisino è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare», ha scritto su Truth Social.

 

L’Iran sostiene di controllare il traffico marittimo attraverso quel corso d’acqua e ha ripetutamente segnalato l’intenzione di imporre pedaggi permanenti per garantirne il transito sicuro.

 

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano (SNSC), ha ribadito la posizione, affermando che il mancato intervento di Washington per la riapertura dello stretto segnala «l’avvento di un nuovo ordine post-americano nel Golfo Persico».

 

«Il divario tra l’incapacità degli Stati Uniti di riaprire lo Stretto di Ormuzzo e la loro pretesa di possederlo è maggiore delle 7.000 miglia di distanza che separano Washington dallo Stretto stesso», ha scritto Rezaei su X.

 

L’escalation si verifica in un contesto di notizie riguardanti una carenza di missili negli Stati Uniti, mentre la portaerei USS Abraham Lincoln, che opera vicino all’Iran, è afflitta da problemi di manutenzione e approvvigionamento. Trump ha sospeso la campagna di bombardamenti contro obiettivi iraniani vicino allo Stretto di Ormuzzo alla fine di luglio, dichiarando di voler lasciare spazio ai negoziati.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Continua a leggere

Più popolari