Pensiero
Mons. Viganò: «chiesa bergogliana complice dell’élite globalista, verificare l’esistenza di un piano deep state per l’eliminazione di Benedetto XVI»
Monsignor Carlo Maria Viganò ha rilasciato una dense intervista ad Aldo Maria Valli, il vaticanista animatore del blog Duc in Altum, in cui indica le possibili correlazioni tra i poteri occulti e il papato di Bergoglio.
L’idea di una correlazione tra Deep State e quella che il prelato chiama Deep Church è ora confortata dall’esplosione dello scandalo USAID, dove si è scoperto come l’agenzia – che è di fatto un braccio economico, con un budget di 50 miliardi di dollari l’anno (cioè, un miliardo a settimana!), per le operazioni estere e non solo di dipartimento di Stato USA e CIA – finanziasse ogni sorta di gruppo, anche in odore di estremismo, e pure quantità di grandi istituzione mediatiche in tutto il mondo, di fatto controllando il consenso della stampa del pianeta.
«Spero tanto che il nuovo direttore della CIA vorrà verificare l’esistenza di un piano del deep state per l’eliminazione di Benedetto XVI così da avere un emissario di Davos sul Soglio di Pietro» dice a Valli a fine intervista monsignor Viganò. «Realtà innegabile, per quanto tremenda e sconvolgente, è la complicità della chiesa bergogliana con il sistema criminale organizzato dall’élite globalista: dobbiamo prendere atto che il tradimento dei governanti nei confronti dei propri concittadini è speculare al tradimento dei Pastori verso il proprio gregge».
L’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America torna ad attaccare la lettera, di chiaro intento anti-trumpiano, inviata da Bergoglio alla Conferenza Episcopale USA. «Come tutto quello che esce dalla bocca di Bergoglio, anche queste sue accuse al governo Trump sono false e deliranti. Non c’è nessuna deportazione di massa. Piuttosto, c’è la precisa volontà di porre fine ai flussi migratori, che le Amministrazioni precedenti avevano programmato, favorito e incoraggiato».
Monsignor Viganò pensa, più che alla deportazione, al tema centrale di quanto sta avvenendo, cioè la sostituzione di fatto della popolazione – fenomeno vero tanto per l’America quanto per l’Europa.
«La deportazione (…) c’è stata in senso contrario, durante le Amministrazioni Clinton, Obama e Biden, escludendo a priori progetti mirati di cooperazione internazionale per aiutare le popolazioni bisognose nei rispettivi Paesi d’origine, focalizzando invece ogni sforzo – anche contro la legge – per incrementare il piano di sostituzione etnica» dice l’arcivescovo.
«Su questa migrazione forzata, resa possibile dalla complicità di organizzazioni internazionali e dalla criminalità organizzata che gestisce la tratta di esseri umani, hanno lucrato vergognosamente tutti coloro che oggi si stracciano le vesti perché il loro business è finito».
Alla base dell’inaudito testo in cui di fatto il papa dice ai vescovi americani di schierarsi contro l’amministrazione Trump vi è secondo Viganò una manipolazione della dottrina cattolica, utile a rinsaldare il business immigratorio alla cui mangiatoia vari enti cattolici partecipano ovunque nel mondo.

«La lettera di Bergoglio è un coacervo di falsità e di inganni e tradisce il panico dei mercenari e la rabbia dei loro finanziatori. Bergoglio è arrivato a inventarsi una nuova dottrina per imporre come dovere morale “l’accoglienza degli immigrati”, dalla cui gestione ottiene miliardi di finanziamenti pubblici e mediante la quale egli si accredita come principale interlocutore dell’élite globalista ed esecutore dell’agenda woke. Egli strumentalizza il magistero di Pio XII – decontestualizzando e stravolgendo le sue parole – perché citando un Papa non sospetto di contaminazioni moderniste o conciliari, spera di ottenere l’ascolto di quei fedeli che non ascoltano lui».
«Occorre comprendere l’operazione fraudolenta di Bergoglio: egli vuole portare lo scontro che oppone la deep church immigrazionista e woke all’Amministrazione Trump su un altro piano, “dogmatizzando” – per così dire – l’accoglienza dei clandestini e forzando così i Cattolici americani a vedere in Trump un nemico della Chiesa Cattolica. Cerca insomma, secondo il modus operandi che lo contraddistingue, di creare un avversario per togliere al Presidente Trump il sostegno dell’elettorato cattolico».
Tuttavia, il progetto bergogliano per il cattolicesimo americano è destinato, ancora una volta, a finire nel nulla, suggerisce il prelato lombardo.
«Questa operazione disonesta serve anche per rimettere al centro del dibattito politico e sociale americano un episcopato ampiamente screditato a causa degli scandali sessuali e finanziari che sinora lo hanno visto totalmente asservito all’establishment del partito democratico. Il vero scontro è tra il conservatorismo politico – trumpiano – in cui si identifica la maggioranza degli americani, cattolici compresi, e l’ultra-progressismo della deep church bergogliana. I cattolici americani hanno però compreso la frode!»
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Siamo ad un punto in cui un presidente degli USA opera a favore della vita umana più di un romano pontefice.
«Mentre Bergoglio per obbedire ai suoi padroni globalisti scaglia anatemi contro chi “costruisce muri”, il presidente Trump ha annunciato – tra le altre misure che salutiamo con profonda soddisfazione – il rientro degli Stati Uniti nella Geneva Consensus Declaration, che difende il diritto alla vita di tutti, ribadisce l’importanza della famiglia e afferma che non esiste alcun “diritto” internazionale all’aborto», continua Viganò.
«Suscita sgomento come gli appelli di Bergoglio sulla “dignità infinita di tutti” escludano ostinatamente i bambini indifesi massacrati con l’aborto, le vittime della predazione degli organi e delle mutilazioni per la cosiddetta transizione di genere, le madri usate come merce per la maternità surrogata, i giovani corrotti dalle perversioni woke, le masse di minori che alimentano il racket della prostituzione o finiscono in una villa di Beverly Hills per soddisfare le depravazioni esecrande dell’élite pedofila».
Si tratta di una accusa già formulata da monsignore ancora di recente, e che riprende le voci, ora sempre più consistenti, sulla quantità immane di minori che con l’immigrazione vengono trafficati dagli Stati, per poi sparire misteriosamente dai radar.
Viganò si muove quindi nel suo classico attacco a Davos e al suo pensiero globalista, con il Grande Reset invocato dal World Economic Forum definito dall’arcivescovo cattolico come uno «sterminio».
«Prelati bergogliani e vescovesse» accusa monsignore «si mostrano tra loro d’accordo su due punti: l’apostasia nelle cose della Fede e la brama di denaro e potere. Il loro ecumenismo è alla fine motivato solo dalla volontà di spartirsi il bottino, e dinanzi a questo tutti i dogmi della Fede possono essere cambiati. Ci parlano di povertà anche dai pulpiti – rielaborando in chiave pauperista il “Non avrai niente e sarai felice” di Klaus Schwab – e si rendono complici di chi ci rende poveri con speculazioni e frodi scandalose; nel frattempo lucrano spudoratamente sulla miseria e sulle crisi che provocano».
«Così, mentre i fedeli venivano terrorizzati dalla propaganda psicopandemica e non potevano andare a Messa se non erano vaccinati, la Santa Sede riceveva generose donazioni da BigPharma per ospitarne i convegni in Vaticano, e Bergoglio si improvvisava piazzista di vaccini nocivi e mortali, prodotti con feti umani abortiti, col placet dell’ex-Sant’Uffizio. Un atto d’amore, diceva (…) intanto Bergoglio parlava già di “Madre Terra” – guarda caso, la Pachamama – di “peccati contro l’ambiente”, dell’urgenza di passare alle energie rinnovabili» tuona l’arcivescovo.
Viganò ne ha anche per vaccino e pandemia, confermando le posizioni tenute ancora all’inizio della catastrofe COVID, che il prelato considera la conferma della «matrice satanica del piano globalista».
«La prostituzione morale (…) non indietreggia dinanzi a nulla, se ci sono soldi in ballo: negli Stati Uniti ci sono oltre 150 cliniche “cattoliche” che eseguono interventi di transizione di genere (mutilazioni genitali) finanziati dal governo, e Dio solo sa quanti soldi hanno preso gli ospedali cattolici durante la farsa psicopandemica, per uccidere i pazienti con terapie letali, o per inoculare un siero genico mortale o gravemente invalidante. D’altra parte, per ogni “vaccino” somministrato c’era un bonus che incoraggiava e legittimava qualsiasi aberrazione: ed è stato così ovunque, con un unico copione sotto un’unica regia».
L’arcivescovo accusa la chiesa bergogliana di aver tradito la vera Chiesa come Giuda Iscariota ha tradito Nostro Signore Gesù Cristo.
«I finanziamenti per l’attuazione dell’Agenda 2030, per la propaganda woke o per la sostituzione etnica sono i nuovi trenta denari con cui il nuovo Sinedrio globalista paga questi nuovi Giuda perché consegnino non più il Signore, ma i Suoi fedeli, i Suoi ministri, il Suo Corpo Mistico. E come l’Iscariota – che significativamente Bergoglio propone a modello – sono anch’essi apostoli, ancorché rinnegati, ma sempre in un’ideale “successione apostolica” con il mercator pessimus».
Secondo Viganò, vi sarebbe già una pista concreta da seguire sull’interferenza del Deep State americano – con il suo corollario partitico dei Democrat – nel processo che potrebbe aver portato al conclave 2013.
«Un fatto è comunque palese: tutti i punti programmatici che le mail del consigliere di Hillary Clinton, John Podesta, auspicavano come riforme di una “primavera della Chiesa” trovano pedissequa esecuzione nell’azione di Bergoglio e dei suoi accoliti. Spero tanto che il nuovo Direttore della CIA vorrà verificare l’esistenza di un piano del Deep State per l’eliminazione di Benedetto XVI per avere un emissario dell’élite di Davos sul Soglio di Pietro».
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Il prelato, nel rimirare questo panorama di disastro, ha tuttavia parole di speranza per il destino della Chiesa.
«È difficile, umanamente, pensare ad una via d’uscita pacifica e soprattutto a breve termine. Mi pare evidente che la società occidentale abbia ormai raggiunto quel livello di decadenza che solitamente prelude al tramonto di una civiltà. È già successo in passato, ad esempio con Roma, il cui impero si è dissolto a causa della corruzione e dei vizi dei suoi vertici. Si direbbe che il ruolo dell’Occidente sia esaurito, quantomeno di questo Occidente apostata e ribelle. Ma la Chiesa Cattolica non segue le dinamiche di un regno umano e ha una missione divina – e una divina assistenza – che le permettono di affrontare anche la passio Ecclesiæ già iniziata».
«Questa consapevolezza non ci deve indurre né a considerare la Chiesa come una società meramente umana, né ad attribuire alla Chiesa, che è santa, i peccati di cui si macchiano i suoi indegni ministri. Il male che vediamo intorno a noi va denunciato e combattuto, ma sempre nella persuasione che la Sposa dell’Agnello, per quanto umiliata, per quanto sfigurata dai suoi aguzzini, rimane l’unica Arca di salvezza in questo mondo».
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Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere
Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.
Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.
Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.
Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.
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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.
Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.
Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.
Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.
Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.
Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.
Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.
Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.
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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.
La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.
Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.
Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.
Patrizia Fermani
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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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