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Bergoglio «nemico della Chiesa»: mons. Viganò e il «vitium consensus» del papato

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Renovatio 21 pubblica l’intervento di monsignor Carlo Maria Viganò per la Catholic Identity Conference Pittsburgh del 1 ottobre 2023. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

A fructibus eorum cognoscetis eos. 

Numquid colligunt de spinis uvas aut de tribulis ficus?

Sic omnis arbor bona fructus bonos facit; mala autem arbor fructus malos facit.

Non potest arbor bona fructus malos facere, neque arbor mala fructus bonos facere.

Omnis arbor quæ non facit fructum bonum exciditur et in ignem mittitur.

Igitur ex fructibus eorum cognoscetis eos.

Mt 7, 16-20

 

Permettetemi di rivolgere un saluto e un ringraziamento agli organizzatori della Catholic Identity Conference e a tutti coloro che vi prendono parte. In un momento di grande confusione è importante fare chiarezza su quanto accade, anche confrontandosi su posizioni differenti. Ecco perché sono grato all’amico Michael Matt per avermi dato l’opportunità di condividere con voi alcune considerazioni. 

 

In questo mio intervento non cercherò di dare risposte, ma di porre una questione ormai non più procrastinabile, affinché noi Vescovi, il Clero e i fedeli possiamo guardare alla gravissima apostasia presente come un fatto del tutto nuovo e che non può trovare soluzione, a mio parere, ricorrendo alle categorie di giudizio e di azione ordinarie. 

 

L’evidenza del «problema Bergoglio»

Il moltiplicarsi di dichiarazioni e comportamenti del tutto estranei a ciò che ci si aspetta da un Papa ed anzi in contrasto con la Fede e la Morale di cui il Papato è custode, ha portato molti fedeli e un numero sempre più cospicuo di Vescovi a prendere atto di qualcosa che fino a qualche tempo fa appariva inaudito: il Soglio di Pietro è occupato da un personaggio che abusa del proprio potere per lo scopo opposto a quello per cui Nostro Signore lo ha istituito. 

 

Alcuni ritengono Jorge Mario Bergoglio palesemente eretico nelle questioni dottrinali, altri tirannico nelle questioni di governo, altri ancora considerano la sua elezione invalida a causa delle molteplici anomalie della rinunzia di Benedetto XVI e dell’elezione di chi ha preso il suo posto.

 

Queste opinioni – più o meno suffragate da prove o frutto di speculazioni non sempre condivisibili – confermano tuttavia una realtà ormai incontestabile. Ed è questa realtà, a mio parere, che costituisce un punto di partenza comune nel cercare di porre rimedio alla sconcertante, scandalosa presenza di un Papa che si pone con ostentata arroganza come inimicus Ecclesiæ, e che come tale agisce e parla.

 

Un nemico che, proprio perché occupa il Soglio di Pietro e abusa dell’autorità papale, è in grado di infliggere un colpo terribile e disastroso, quale nessun nemico esterno in tutta la storia della Chiesa ha mai potuto arrecare. I peggiori persecutori dei Cristiani; i più feroci adepti delle Logge massoniche; i più scatenati eresiarchi non erano riusciti, in così poco tempo e con tale efficacia, a devastare la Vigna del Signore, scandalizzarne i fedeli, disgustarne i Ministri, screditarne dinanzi al mondo l’autorità e l’autorevolezza, demolirne il Magistero, la Fede, la Morale, la Liturgia, la disciplina.

 

Inimicus Ecclesiæ, non solo rispetto alle membra del Corpo Mistico – che egli disprezza, ridicolizza (contro cui non cessa di lanciare velenosi epiteti), perseguita e colpisce; ma anche rispetto al Capo del Corpo Mistico, Gesù Cristo: l’autorità del Quale è da Bergoglio esercitata non più in funzione vicaria e quindi in necessaria e doverosa coerenza con il Depositum Fidei, ma in modo autoreferenziale e quindi tirannico.

 

L’autorità del Romano Pontefice è infatti derivata dalla suprema autorità di Cristo, alla quale essa partecipa entro i confini e nell’ambito delle finalità che il divino Fondatore ha stabilito una volta per tutte, e che nessun potere umano può modificare. 

 

L’evidenza dell’alienità di Bergoglio all’ufficio che ricopre è un fatto certamente doloroso e gravissimo; ma il prendere coscienza di questa realtà è la premessa indispensabile per porre un rimedio ad una situazione insostenibile e disastrosa.

 

Agere sequitur esse

In questi dieci anni di «pontificato» abbiamo visto Bergoglio fare tutto quello che non ci si sarebbe mai aspettati da un Papa, e viceversa tutto quello che farebbe un eresiarca o un apostata. Vi sono state occasioni in cui queste azioni sono apparse palesemente provocatorie, come se con le sue esternazioni o con certi atti di governo egli volesse deliberatamente suscitare lo sdegno del corpo ecclesiale e spingere sacerdoti e fedeli a reagire dandogli il pretesto per dichiararli scismatici. Ma questa strategia tipica del peggiore gesuitismo è ormai scoperta, perché l’intera operazione è stata condotta con troppa arroganza e in ambiti su cui nemmeno i Cattolici moderati sono disposti a transigere. 

 

Gli scandali sessuali del Clero, ed in particolare la risposta della Santa Sede alla piaga della corruzione morale di Cardinali e Vescovi, hanno mostrato una vergognosa disparità di trattamento tra coloro che appartengono al cosiddetto «cerchio magico» di Bergoglio e quanti invece egli considera avversari.  (…)

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Si rompe il muro del silenzio

Il silenzio dell’Episcopato dinanzi alle enormità bergogliane conferma che l’autoritarismo autoreferenziale del gesuita Bergoglio ha trovato servile obbedienza nella quasi totalità dei Vescovi, terrorizzati dall’idea di essere fatti oggetto delle ritorsioni del vendicativo e dispotico satrapo di Santa Marta. Alcuni Vescovi diocesani iniziano a non sopportare più la sua azione devastatrice, che mina l’autorità e l’autorevolezza della Chiesa intera. Il Vescovo Joseph Strickland, ad esempio, ha lodevolmente ribadito verità dottrinali immutabili che il Sinodo sulla Sinodalità dei prossimi mesi si appresta a demolire. E il cardinal Gerhard Ludwig Müller ha giustamente ricordato che il Signore non ha conferito potere al Papa per «bullizzare» i buoni Vescovi. 

 

Qualcosa quindi inizia a cambiare: gli schieramenti vanno delineandosi e vediamo da una parte la «chiesa sinodale» di Bergoglio – che chiama emblematicamente «nostra» – e dall’altra quel che resta della Chiesa Cattolica, verso la quale egli non manca di ribadire la propria assoluta estraneità. 

 

La sanatio in radice delle irregolarità al Conclave

Mons. Athanasius Schneider sostiene che le eventuali irregolarità verificatesi nel Conclave del 2013 sarebbero comunque sanate in radice dal fatto che l’eletto Jorge Mario Bergoglio è stato riconosciuto come Papa dai Cardinali elettori, dall’Episcopato e dalla maggioranza dei fedeli. In pratica, a prescindere dalle vicende che possono aver portato all’elezione di un Papa – con o senza interventi esterni – la Chiesa si dà un lasso di tempo oltre il quale non sarebbe possibile impugnare un’elezione, se il nome dell’eletto è accettato dal popolo cristiano. Ma questa tesi è messa in discussione da un precedente storico. 

 

All’epoca di Urbano VI – siamo nel 1378 – la maggioranza dei Cardinali, dei Prelati, dei Sovrani cattolici e del popolo riconobbe come Papa Clemente VII, in realtà antipapa. Tredici Cardinali su un totale di sedici mise in discussione la validità dell’elezione di papa Urbano, in ragione della minaccia di violenze del popolo romano al Sacro Collegio, e anche i pochi sostenitori di Urbano ben presto si pentirono di averlo eletto, convocando un Conclave a Fondi da cui uscì eletto l’antipapa Clemente VII.

 

Anche San Vincenzo Ferrer era convinto che il vero papa fosse Clemente, mentre Santa Caterina da Siena era schierata con Urbano. Se il consenso universale fosse stato un argomento indefettibilmente valido, si sarebbe dovuto considerare Papa Clemente e non Urbano. L’Antipapa Clemente, sconfitto dall’esercito di Urbano VI nella battaglia di Marino del 1379, trasferì la Sede ad Avignone, dando luogo allo Scisma d’Occidente che durò trentanove anni.

 

Vediamo quindi che il consenso universale è un argomento che non regge alla prova della Storia.

 

La via tutior di mons. Schneider

Mons. Athanasius Schneider ci ricorda che la via tutior consiste nel non obbedire a un Papa eretico, senza doverlo necessariamente considerare decaduto ipso facto dal suo ufficio in quanto separato dalla Chiesa e quindi non più capace di esservi a capo, come invece ritiene San Roberto Bellarmino. Ma anche questa soluzione – che se non altro riconosce che Bergoglio è eretico – non mi sembra risolutiva, dal momento che l’obbedienza che i fedeli possono negargli è solo marginale rispetto a tutti gli atti di governo e di magistero che costui ha compiuto e continua a compiere senza che i suoi sudditi possano fare alcunché.

 

Certo, ci si può organizzare per la celebrazione clandestina della Messa cattolica, ma cosa possono fare un sacerdote o un laico quando una cupola eversiva di Vescovi manovrati da Bergoglio si appresta a introdurre con il Sinodo sulla Sinodalità cambiamenti dottrinali inaccettabili? E cosa potranno fare quando nelle loro parrocchie una diaconessa benedirà le «nozze» di due sodomiti? 

 

Certamente la disobbedienza a ordini illegittimi di un Superiore eretico o apostata è doverosa sub gravi, poiché l’obbedienza a Dio viene prima dell’obbedienza agli uomini, e perché la virtù dell’Obbedienza è gerarchicamente subordinata alla virtù teologale della Fede. Ma il danno che ne deriva per il corpo ecclesiale non è impedito con un’azione di semplice resistenza: occorre risolvere la questione alla radice. 

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Il vizio di consenso nell’assunzione del Papato

Preso dunque atto che Bergoglio è eretico – e basterebbero Amoris Lætitia o la dichiarazione dell’immoralità intrinseca della pena capitale per averne la prova – dobbiamo chiederci se l’elezione del 2013 sia stata in qualche modo inficiata da un vizio di consenso; se cioè l’eletto abbia voluto diventare Papa della Chiesa Cattolica o piuttosto capo di quella che egli chiama la «nostra chiesa sinodale», che nulla ha a che vedere con la Chiesa di Cristo proprio perché si pone come altra rispetto ad essa.

 

Questo vizio di consenso si rileva a mio parere anche dal comportamento di Bergoglio, ostentatamente anticattolico ed eterogeneo rispetto all’essenza stessa del Papato. Non vi è azione di costui che non suoni palesemente di rottura rispetto alla prassi e al Magistero della Chiesa, e a ciò si aggiungono le prese di posizione tutt’altro che inclusive verso i fedeli che non intendono accettare arbitrarie innovazioni o peggio eresie conclamate. 

 

La questione fondamentale verte sulla comprensione del piano eversivo della deep church, che con i metodi denunciati a suo tempo da San Pio X nei riguardi dei Modernisti si è organizzata per compiere un colpo di stato in seno alla Chiesa e portare sul Soglio di Pietro il profeta dell’Anticristo.

 

La mens rea nell’infiltrarsi nella Gerarchia e ascenderne i gradi è evidente, così come è evidente che i piani della fazione ultra-progressista non potevano arrestarsi dinanzi a Benedetto XVI, da essi considerato troppo conservatore e soprattutto odiatissimo per aver osato promulgare il Motu Proprio Summorum Pontificum.

 

E così ecco spinto Benedetto XVI a dimettersi, e subito pronto quello sconosciuto Arcivescovo di Buenos Aires che l’11 Ottobre 2013, in una conferenza alla Villanova University (qui), l’allora Card. McCarrick, suo amico di lunga data, rivelò essere stato fortemente voluto da un «very influential Italian gentleman», emissario del deep state presso la deep church.

 

Chi lavora nella Curia Romana sa bene chi è chiamato «il gentiluomo» per antonomasia e quali siano i suoi legami con il potere di qua e di là del Tevere, e ne conosce pure gli imbarazzanti penchant che spiegano la contiguità con la lobby omosessuale vaticana.

 

È altresì significativo che McCarrick si dica convinto che Bergoglio «cambierà il Papato nell’arco di quattro anni», confermando l’intenzione dolosa di manomettere l’istituzione divina e irriformabile della Chiesa.

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Vedere Bergoglio partecipare a un evento della Clinton Foundation, dopo altri non meno scandalosi endorsement dell’élite globalista, conferma il suo ruolo di liquidatore fallimentare della Chiesa, in vista della costituzione di quella Religione dell’Umanità che dovrà servire da ancella della sinarchia del Nuovo Ordine Mondiale. Ecumenismo, ecologismo, vaccinismo, immigrazionismo, ideologia LGBTQ+, gender e altre istanze della religione globalista sono fatti propri da Bergoglio non solo tramite un’azione di ostentato e orgoglioso sostegno ai fautori dell’Agenda 2030, ma anche con un’opera di sistematica demolizione di tutto ciò che nel Magistero vi si oppone e di spietata persecuzione di chi esprime anche prudenti perplessità.

 

Quindi: Bergoglio è eretico e palesemente ostile alla Chiesa di Cristo. Per svolgere il compito assegnatogli dalla deep church ha dissimulato le proprie posizioni più estreme, in modo da trovare un numero sufficiente di voti al Conclave.

 

Per garantirsi obbedienza totale, chi ha ordito il piano si è assicurato che fosse ampiamente ricattabile, come sempre avviene. E una volta eletto, Bergoglio ha potuto mostrarsi per quello che è e dare inizio alla demolizione della Chiesa e del Papato. 

 

Ma può un Papa distruggere il Papato che egli incarna e rappresenta?

 

Può un Papa devastare la Chiesa che il Signore gli ha affidato per difenderla?

 

E ancora: se la partecipazione al Conclave di un Cardinale ha come scopo un’azione dolosa, un atto eversivo ai danni della Chiesa, se lo scopo è compiere un crimine, anche se si rispettano apparentemente le procedure e le norme dell’elezione, vi è incontestabilmente una mens rea. E questa intenzione criminale emerge dall’astuzia con cui è stato consumato un inganno degli Elettori in buona fede, con la collaborazione di quelli complici.

 

Mi chiedo allora: non siamo in presenza di un vizio di consenso che inficia la validità dell’elezione?

 

Senza dire che la stessa compresenza di un Papa rinunciatario e di un Papa regnante è già di per sé un elemento che induce a credere che costoro avessero un falso concetto dell’essenza del Papato, considerato come un ruolo condivisibile con altri. Non dimentichiamo che la distinzione tra munus e ministerium è arbitraria e che non può esserci un Papa che si dedica al «ministero orante» e uno che governa.

 

Cristo è uno, una la Chiesa, uno solo il Successore di Pietro: un corpo con due teste è un monstrum che ripugna alla natura ancor prima che alla costituzione divina della Chiesa. 

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Possibili obiezioni

Qualcuno potrà obiettare: Ma anche se Bergoglio ha agito con il dolo, ha comunque accettato ciò che i Cardinali gli offrivano: l’elezione a Vescovo di Roma e quindi a Pontefice Romano. Quindi ha assunto l’ufficio e va considerato Papa.

 

Io credo invece che l’accettazione del Papato sia viziata perché egli considera il Papato altra cosa rispetto a ciò che è, come il coniuge che si sposa in chiesa escludendo i fini specifici del Matrimonio e rendendo quindi nullo il Matrimonio per vizio di consenso, appunto.

 

Non solo: quale congiurato che agisce dolosamente per ascendere a una carica sarebbe così sprovveduto da spiegare a chi deve eleggerlo di avere intenzione di diventare Papa per dare esecuzione agli ordini dei nemici di Dio e della Chiesa? Buongiorno. Sono Jorge Mario Bergoglio e ho intenzione di distruggere la Chiesa facendomi eleggere Papa. Mi date il vostro voto?

 

La mens rea sta proprio nel ricorso all’inganno, alla dissimulazione, alla menzogna, alla delegittimazione degli avversari fastidiosi e all’eliminazione di quelli pericolosi. E che volesse compiere il piano criminale dell’élite globalista l’abbiamo sotto gli occhi: tutti i desiderata delle mail di John Podesta, braccio destro di Hillary Clinton, hanno trovato o stanno trovando esecuzione, dall’adozione della parità di genere come premessa al sacerdozio femminile all’inclusione LGBTQ+, dall’accettazione della teoria gender alla partecipazione all’Agenda 2030 in materia di cambiamento climatico, dalla colpevolizzazione del «proselitismo» all’esaltazione dell’immigrazionismo come metodo di sostituzione etnica.

 

E parallelamente, vi è la rimozione e la condanna dell’altra Chiesa, quella «preconciliare», fatta di rigidi intolleranti, a partire da Nostro Signore, come ha blasfemamente scritto Antonio Spadaro. E con la cancel culture applicata a Fede e Morale, anche l’eliminazione della Messa che a quella Chiesa appartiene intrinsecamente, e che Bergoglio considera in conflitto con la «nuova ecclesiologia» al punto da proibirla come incompatibile con la «chiesa sinodale». 

 

Ecco dunque lanciato il sasso nello stagno. Vorrei che prendessimo in seria, serissima considerazione l’eventualità che Bergoglio abbia voluto ottenere l’elezione con il dolo, e che si prefiggesse di abusare dell’autorità di Romano Pontefice per fare l’esatto contrario di ciò che Gesù Cristo ha dato mandato a San Pietro e ai suoi Successori di fare: confermare i fedeli nella Fede cattolica, pascere e governare il Gregge del Signore, predicare il Vangelo a tutte le genti.

 

Tutta l’azione di governo e di magistero di Bergoglio – sin dalla sua prima apparizione alla Loggia vaticana presentandosi con quell’inquietante «Buonasera» – si è dipanata in senso diametralmente opposto al mandato petrino: ha adulterato e continua ad adulterare il Depositum Fidei, ha creato confusione e indotto in errore i fedeli, ha disperso il Gregge, ha dichiarato di ritenere l’evangelizzazione dei popoli «una solenne sciocchezza» e abusa sistematicamente del potere delle Sante Chiavi per sciogliere quel che non può essere sciolto e legare ciò che non può essere legato. 

 

Questa situazione è umanamente insanabile, perché le forze in gioco sono immani e perché la corruzione dell’Autorità non può essere sanata da chi ad essa è sottoposto. Dobbiamo prendere atto che la metastasi di questo “pontificato” origina dal cancro conciliare, da quel Vaticano II che ha creato le basi ideologiche, dottrinali e disciplinari che dovevano condurre inevitabilmente a questo punto.

 

Ma quanti dei miei Confratelli, che pure riconoscono la gravità della crisi attuale, hanno la capacità di riconoscere questo legame di causalità tra la rivoluzione conciliare e le sue estreme conseguenze con Bergoglio? 

 

Conclusione

Se questa passio Ecclesiæ prelude alla fine dei tempi, è nostro dovere prepararci spiritualmente a momenti di grande tribolazione e di vera e propria persecuzione. Ma sarà proprio ripercorrendo la via dolorosa della Croce che il corpo ecclesiale potrà purificarsi dalle sozzure che lo deturpano e meritare gli aiuti soprannaturali che la Provvidenza riserva alla Chiesa nei tempi della prova: dove abbonda il peccato, sovrabbonda la Grazia.

 

Permettetemi infine di ricordarvi che l’Associazione Exsurge Domine da me fondata ha come scopo dare un aiuto spirituale e materiale ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose perseguitati dalla chiesa bergogliana a causa della loro fedeltà alla Tradizione.

 

Se volete contribuire con una donazione alla realizzazione dei nostri progetti, potete farlo dal sito dell’Associazione.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

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Renovatio 21 offre questo testo di Monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Spirito

«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in occasione della Professione Perpetua di Suor Maria Consolata      

Christo confixus sum cruci:

vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.

Gal 2, 19-20

Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,

quam tibi Dominus præparavit in æternum.

Ant. Profess.

 

Sia lodato Gesù Cristo

+

 

Cari fratelli nel sacerdozio

e fedeli tutti nel Signore,

 
Anzitutto mi rivolgo a voi, diletta figlia, Suor Maria Consolata di Gesù Bambino e di San Giuseppe, che l’infinita degnazione divina chiama oggi a ratificare sull’altare – come Figlia della Regina Crucis – quel legame sponsale che né il tempo né la morte potranno mai più disciogliere.
 
Con la celebrazione odierna della Professione Solenne di Sr Maria Consolata non ci troviamo dinanzi ad un mero rito di devozione, né ad un commovente cerimoniale d’altri tempi sopravvissuto alla secolarizzazione universale. Essa è piuttosto un atto ontologico, tremendo e glorioso: la consegna irrevocabile di tutta la vostra esistenza nelle mani dello Sposo divino, l’immolazione incruenta ma reale della vostra libertà, della vostra giovinezza, del vostro cuore, per essere consumata quale vittima sacrificale nel fuoco della Carità divina.
 
Nel pronunciare i voti perpetui di Povertà, Castità e Obbedienza secondo la Regola approvata dalla Chiesa dei secoli, voi non rinunciate ad amare, ma scegliete l’unico Amore che non delude, non tradisce e non muore. Voi scegliete di salire sul Golgota, perché il vostro Sposo non è un sovrano secondo la carne, adorno delle effimere vanità del secolo presente, ma il Rex tremendæ majestatis il Cui trono è il duro legno del Calvario, il Cui scettro è la canna del ludibrio, la Cui corona è un serto di spine stillante Sangue divinissimo.

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La dottrina della Regina Crucis

La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.
 
Nello stesso giorno, l’11 ottobre del 1962, si apriva il Concilio Vaticano II con l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia: «Gioisce la Madre Chiesa». Ma la Madre di Dio, ai piedi della Croce, non gioiva: compativa; e da quella scuola di dolore, non dalle illusioni della Modernità, la Chiesa riceve la sua fecondità.
 
La Santa Madre di Dio è Regina per via della sua divina Maternità, ma è Regina in senso singolarissimo e cooperativo perché ha condiviso, come nessun’altra creatura, l’intima essenza del trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo. E dove Nostro Signore ha trionfato? Non sui palazzi dei Cesari, non tra gli applausi ingannatori delle turbe, ma sull’ignominia della Croce: Regnavit a ligno Deus. Dalla Croce Nostro Signore ha proclamato al mondo la propria divina Regalità, espugnando l’impero di satana e redimendo il genere umano a prezzo del Suo Sangue.
 
E chi stava ai piedi di quel patibolo divino? Stabat Mater dolorosa juxta crucem lacrimosa. La Vergine Maria non vi si trovava come spettatrice inerte o vinta dal dolore: vi stava in piedi (stabat), ritta nella sua intemerata maestà, rivestita del manto regale del più perfetto e straziante patimento. Quella spada predetta dal vecchio Simeone Le ha trapassato l’Anima immacolata. In quel martirio spirituale, la Vergine Corredentrice ha unito la propria Compassione al Sacrificio del Figlio. Ella non ha revocato il proprio Fiat, ma lo ha reiterato nell’oscurità che avvolgeva la terra, impugnando con Cristo lo scettro della sofferenza e meritando, per decreto della Santissima Trinità, il titolo di Regina Crucis.
 
Sotto i Suoi piedi verginali, la Donna vestita di Sole dell’Apocalisse calpesta la luna: l’antico simbolo della mutabilità, della caducità delle cose umane, delle illusioni della terra. Ella è Regina perché con la Croce ha vinto il mondo; Regina perché dalla Croce ha generato, nei dolori del parto spirituale, la Chiesa e ciascuno dei redenti.

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La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue

Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione.   Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.
 
Non lasciatevi sedurre: il mondo vi considera perdute perché non conosce il vostro Sposo. Il mondo non comprende che il valore di un’anima si misura dal grado della sua conformazione al Crocifisso. Salendo oggi i gradini dell’altare per pronunciare i vostri Voti perpetui, voi vi ponete accanto a Maria, Regina Crucis. Vi rivestite per sempre dell’abito della rinuncia alle cose della carne, che già portate e che annunzia al mondo la vostra morte spirituale alle cose della terra, per vivere unicamente nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).
 
La vostra cella diventa la rocca della vera libertà; il coro, il vestibolo del Paradiso; il vostro silenzio, il baluardo in cui l’anima ascolta la voce dell’Eterno Sacerdote, dello Sposo divino. Voi siete chiamata a fare della vostra intera persona un’ostia vivente d’espiazione. Quante anime saranno salvate dal baratro della perdizione eterna grazie alle vostre veglie solitarie, ai vostri digiuni, alle lacrime nascoste versate dinanzi al Tabernacolo! Quanto sollievo recherete al Cuore trafitto di Gesù e al Cuore Immacolato e Addolorato di Maria, oltraggiati dalle bestemmie, dai sacrilegi, dai tradimenti di tanti falsi pastori che conducono il gregge verso l’apostasia!
 
E se la rinuncia alla maternità nell’ordine di natura discende direttamente dall’oblazione totale della vostra vita allo Sposo divino, Egli nondimeno vi ripaga consentendovi di esercitare una maternità spirituale nei riguardi di quanti sono rivestiti dell’autorità di Nostro Signore: nella carità verso seminaristi, sacerdoti e quanti sarete chiamata ad assistere nelle loro quotidiane necessità.
 
Lungi dall’essere una fuga dalla battaglia, questa vostra libera scelta costituisce una discesa in prima linea, nel punto più avanzato e decisivo del combattimento escatologico contro il Dragone infernale. Le vostre preghiere, elevate all’unisono con il Sacrificio Eucaristico perenne della Chiesa, sono il fulmine che sbaraglia le schiere nemiche e placano la giusta collera di Dio che sovrasta le nazioni ribelli.

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L’eredità della Croce e la speranza della gloria

Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.
 
In quegli istanti, alzate gli occhi alla vostra Sovrana: alla Regina della Croce. Ricordate che la Croce non rappresenta un transito amaro verso una gloria estranea ad essa, ma è già l’anticipo del Regno, la sostanza stessa della regalità cristiana. Chi non regna con Cristo sulla Croce, non regnerà con Lui nello splendore della Sua Maestà.
 
Chiedete alla Madonna di insegnarvi a custodire il silenzio del Golgota, di donarvi la sua fortezza regale, la sua purezza incontaminata, la sua fede incrollabile che non vacillò nemmeno quando gli Apostoli fuggirono e il Sole della Giustizia parve oscurato per sempre. Lasciatevi trafiggere il cuore dal dolore per i peccati del mondo, perché solo un cuore trafitto è capace di riversare su di sé e sulla Chiesa torrenti di grazia redentrice.
 
Diletta sorella, oggi la Chiesa fedele esulta per il vostro olocausto. Ricevete con trepido gaudio l’anello nuziale, suggello di eterna alleanza col Re dei re. Ricevete la corona di spine che sola precede la corona della vita immortale.
 
Ponetevi sotto il manto della Vergine santissima, Regina Crucis e Mater Misericordiæ. Sia Ella la custode delle vostre ore di adorazione, il rifugio sicuro nelle tempeste che minacciano la Barca di Pietro, la consolazione dolcissima al termine del vostro pellegrinaggio terreno; affinché, dopo aver consumato con generosità la vostra immolazione quotidiana ai piedi del Calvario, possiate un giorno udire la voce del vostro Sposo divino chiamarvi all’eterno convito delle Nozze dell’Agnello Surge, propera, amica mea, columba mea, formosa mea, et veni: jam enim hiems transiit, imber abiit et recessit… Veni, coronaberis.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò,

Arcivescovo

Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris

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Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni

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Una nota romana volta a escludere il titolo di Correndentrice provoca l’effetto opposto: induce uno dei suoi antichi oppositori a difenderne pubblicamente la verità dottrinale.

 

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è intervenuto al convegno mariano internazionale organizzato il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto patristico Augustinianum, a Roma. L’incontro, intitolato De Maria numquam satis, ha riunito più di 400 partecipanti, tra cui teologi, religiosi e laici provenienti da diversi Paesi, attorno ai fondamenti dottrinali del culto reso alla Madre di Dio.

 

L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede vi ha tenuto una conferenza intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione, nella quale ha sviluppato un’argomentazione teologica che segna un’evoluzione notevole rispetto alle sue precedenti prese di posizione.

 

Questo intervento assume un significato particolare alla luce della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata il 4 novembre 2025 dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di Leone XIV. Il documento giudica «sempre inopportuno» designare la Vergine Maria come Corredentrice, con la motivazione che tale titolo, pur impiegato da diversi papi, rischierebbe di offuscare l’unica mediazione salvifica di Cristo.

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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto

In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime.

 

Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato Il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre.

 

Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni».

 

Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.

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«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»

Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione».

 

Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina.

 

La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina.

 

Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità.

 

Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.

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Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario

Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre.

 

Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione.

 

Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio.

 

Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.

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Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis

L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo.

 

La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore.

 

Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio.

 

Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime.

 

Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.

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Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese

Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio.

 

La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis.

 

Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato.

 

Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici.

 

Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata.

 

Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?

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De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato

Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata.

 

Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà.

 

Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo.

 

Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum.

 

Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Vergine in preghiera (1640-1650), National Gallery, Londra, dettaglio.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Spirito

Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»

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Renovatio 21 pubblica risposta dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò ad una lettera apparsa sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli  
Gentile Dott. Valli,   Ho letto il commento di Mons. Viganò (1) sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.   Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe «aprire ad ogni culto» ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.   Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.

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Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.   Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.   Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.   È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.  

Con stima,

 

Pietro Piciocchi

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Hanno riconosciuto l’ingiustizia

e le hanno dato cittadinanza.

2 Ts 2, 11-12

  Caro Avvocato Piciocchi,   ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.   La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo.   Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.   La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.   Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.   Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.   Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.

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Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.   Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo   Quella stessa matrice rivoluzionaria dei «diritti» — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare «diritto» l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.   La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).   Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.   Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.   Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.   Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.   La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.   Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’errore, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).   Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.

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Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un papa che finalmente parla da papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.   Un pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico.   Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.   Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.   Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9,10).   Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.   I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.   Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.   Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,  

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 1 Ottobre 2026

S.Remigii Episcopi et Confessoris

NOTE  

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