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Mons. Viganò: «questo è il momento di agire» contro Deep State e Deep Church

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Renovatio 21 ripubblica la seconda parte dell’intervista concessa dal monsignor Carlo Maria Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli così come apparsa sul sito Duc in Altum. La prima parte dell’intervista era stata pubblicata da Renovatio 21 tre giorni fa con il titolo «”Bergoglio lavora per lo scisma”: Intervista di mons. Viganò». Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Eccellenza, riprendiamo il nostro dialogo dal punto in cui eravamo arrivati nella prima parte. Esiste un evidente parallelismo tra quanto sta avvenendo nella Chiesa e quanto avviene nella sfera secolare. Un’espressione che Lei spesso usa è che  «tutto si tiene». Ci vuole spiegare meglio?

L’autoritarismo delle democratiche istituzioni nazionali e sovranazionali – ieri con la pretestuosa emergenza pandemica, oggi con l’assurda emergenza ambientale – non è per nulla diverso dall’autoritarismo delle sinodali istituzioni vaticane, ieri con il pretestuoso dialogo ecumenico e oggi con il non meno pretestuoso incoraggiamento delle devianze sessuali e morali. Entrambe, d’altra parte, sono espressione corrotta della vera autorità, una con il deep state del colpo di Stato globale, l’altra con la deep church del colpo di mano della Mafia di San Gallo. In entrambe la corruzione dei loro membri è garanzia di asservimento, perché li rende facilmente ricattabili. Per questo non è possibile che chi ascende a certi livelli in queste istituzioni sia onesto, visto che l’onestà lo sottrarrebbe al controllo di chi vuole nei ruoli chiave delle marionette manovrabili, dei pupazzi nelle mani di un ventriloquo.

 

Lo scisma è dunque lo scopo ultimo di Bergoglio, perché è la via farisaica – fatta cioè di un formalismo ipocrita e falso – con cui estromettere i buoni Cattolici dalla Chiesa, lasciandola totalmente in potere dei traditori e dei rinnegati, liberi a quel punto di farne quello che vogliono.

 

La stessa cosa sta avvenendo anche in ambito civile: i governanti e l’intera classe dirigente dei Paesi occidentali sono totalmente asserviti ad un potere che nessuno ha eletto, ad esso obbediscono anche contro l’interesse della Nazione e violando i diritti fondamentali dei cittadini, senza che vi sia alcun organo o magistratura che possa e voglia processarli e condannarli per alto tradimento.

 

L’ostracismo di Bergoglio verso i conservatori è identico a quello dell’élite globalista verso i «negazionisti» del COVID e del riscaldamento globale. Poco importa che la farsa psicopandemica e quella ambientale non abbiano alcuna base scientifica e siano sconfessate da eminenti scienziati e da prove inoppugnabili: la scienza è sostituita dallo scientismo, quel che era letteratura scientifica oggi è stato rimosso, cancellato, censurato. E anche qui il parallelo con la Chiesa appare in tutta la sua evidenza, se consideriamo la palese contraddizione del «magistero» dal Vaticano II in poi rispetto al Magistero Cattolico: la dottrina è stata sostituita dall’eresia, la morale dalla soggettività del singolo, la ritualità liturgica dall’improvvisazione sacrilega. E chi mette in discussione la narrazione ufficiale – ad esempio evidenziando le morti improvvise dei soli vaccinati o la crisi delle vocazioni del postconcilio – viene criminalizzato, perché il suo dissenso è argomentato e razionale, e non può essere confutato ma solo delegittimato colpendo chi lo esprime.

 

A questo punto torna la domanda: come uscirne? In Duc in altum da alcuni giorni è in corso in proposito un ampio dibattito, con la partecipazione di molti lettori. Sembra chiaro che Bergoglio e le sue truppe non sono riuscite a cloroformizzare l’opinione pubblica cattolica.

Dobbiamo uscirne con la preghiera, suggeriscono alcuni. Ed è vero: chiedere all’Onnipotente di prendere in mano le redini della Storia è certamente uno strumento efficace. Ma non basta: alla preghiera – indispensabile – deve affiancarsi anche l’azione, come sempre hanno fatto i nostri padri, gli Apostoli, i primi Cristiani e tutti i Cattolici che nel corso di questi duemila anni si sono confrontati con tiranni e satrapi convinti di poter schiacciare l’infame – écrasez l’infame, bestemmiava Voltaire – mentre sono tutti morti e sepolti, e la Chiesa è ancora viva.

 

Questa azione deve prevedere anzitutto – come ho detto nella nostra prima intervista – una parcellizzazione strategica delle forze tradizionali, coordinate ma indipendenti, in modo che sia impossibile colpirle tutte. La frammentazione della compagine tradizionale è a mio parere l’unica possibile risposta all’attacco presente: non dobbiamo istituire alcun nuovo soggetto pseudoecclesiale, ma conservare quel minimo coordinamento tra forze diverse, che prima o poi si troveranno a riavere pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa, unico vero e legittimo luogo in cui i veri Cattolici devono stare.

 

Questo non significa ovviamente stare a guardare quel che accade come passeggeri di una nave che affonda: al contrario la nostra permanenza nella Chiesa ci deve spronare – come suoi figli – a difenderla dagli attacchi di chi, dall’interno, agisce come quinta colonna del nemico.

 

Se da un lato Bergoglio vuole chiuderci tutte le vie di fuga, dall’altro occorre che ce ne apriamo altre. Se la sua azione mira ad isolarci per intimidirci e farci desistere, noi dobbiamo denunciare le malversazioni con tutti i mezzi a disposizione.

 

E siccome prima o poi la persecuzione si allargherà necessariamente – ripeto: necessariamente – anche a coloro che si illudono di essere al riparo da possibili ritorsioni vaticane, sarà il caso che anch’essi organizzino sin d’ora forme di resistenza per garantire la Santa Messa e i Sacramenti ai fedeli, forti di uno stato di necessità sempre più pressante.

 

Che cosa suggerisce ai Suoi confratelli nell’Episcopato sotto questo profilo?

Li invito a considerare – onerata conscientia – se non sia il caso di pensare a forme di Ministero in clandestinità per i loro sacerdoti conservatori, in vista di possibili ulteriori manovre di Bergoglio o laddove le autorità civili intraprendano azioni di aperta persecuzione dei cattolici tradizionali. Le indagini del FBI sui gruppi di fedeli legati alla Messa tridentina negli Stati Uniti lasciano supporre che parti deviate dei servizi di intelligence considerino i cattolici una minaccia al loro piano eversivo, mentre hanno nella chiesa bergogliana un’alleata.

 

Le comunità religiose tradizionali – in particolare quelle femminili di Vita contemplativa – dovranno tenersi in contatto costante, in modo da darsi reciproco supporto e aiuto, tanto materiale quanto spirituale. È importante che la fronda di dissenso nei confronti di questa cupola di eretici e pervertiti che occupa i vertici della Chiesa sia sempre più presente a livello mediatico e sulle piattaforme sociali, in modo da incoraggiare chi ancora esita tra il silenzio rassegnato e la necessaria opposizione all’apostasia. Facciamo parlare questi sacerdoti: diamo loro voce, confortiamoli, facciamoli sentire accolti e benvenuti nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei nostri monasteri.

 

Non dimentichiamo che la mentalità che guida l’élite globalista – e la setta bergogliana che ne è ancella – è di matrice mercantile, tipicamente protestante e usuraia. L’idea dominante è il potere e il profitto, ottenuto mediante la mercificazione di tutto, la trasformazione di ogni aspetto della vita in commodity, in prodotto vendibile e acquistabile. Ed è proprio delle strategie commerciali seguire un ben determinato iter per conquistare il mercato.

 

Può farci un esempio?

Certamente. Immaginiamo di avere due aziende, una multinazionale straniera che produce nel Terzo Mondo un articolo di scarsa qualità a prezzi bassi e una ditta artigianale italiana che produce lo stesso articolo con materie prime di alta qualità e rigorosamente nazionali, perizia di manifattura e prezzo onesto.

 

In queste condizioni è evidente che la multinazionale non ha alcuna speranza di potersi imporre su un nuovo mercato straniero, anche perché in condizioni normali il governo prevede delle forme di tutela delle proprie eccellenze imprenditoriali e impone dei gravosi dazi sulle merci importate. Ma l’adesione all’Unione Europea vieta agli Stati membri di privilegiare le proprie aziende, impone tasse e imposte onerose, provoca l’aumento dei costi delle materie prime e della produzione, agevola il credito alle multinazionali e lo comprime drasticamente alla piccola e media impresa.

 

Dietro queste politiche economiche e fiscali, ovviamente, agiscono i lobbisti dei grandi gruppi finanziari. A questo punto la nostra azienda italiana si trova costretta ad aumentare i prezzi, mentre la multinazionale diventa immediatamente concorrenziale. La multinazionale entra dunque sul mercato italiano, con una campagna mediatica imponente, che il piccolo concorrente non può nemmeno lontanamente permettersi; dopo poco acquisisce la piccola azienda e la lascia lavorare per un po’; poi elimina il prodotto di pregio a vantaggio di quello industriale.

 

Cos’ha ottenuto? La cancellazione dell’alternativa e il livellamento della qualità del prodotto verso il basso. La concorrenza è eliminata e il prodotto industriale potrà aumentare di prezzo semplicemente perché è l’unico proposto sul mercato. In questo processo è indispensabile rimuovere il prodotto di qualità, perché costituisce un fastidioso termine di paragone per quello fabbricato in serie in un carcere cinese o in un villaggio indiano. Quale soluzione viene dunque proposta, per fronteggiare la concorrenza straniera? Dopo l’abbassamento dei costi delle materie prime, non resta che il taglio dei costi di manodopera, con la riduzione dei salari e l’immissione di forza lavoro straniera sottopagata, anche grazie alla pressione degli sbarchi di clandestini traghettati dal Nordafrica o entrati in Europa dalla Turchia.

 

Se a questo assalto coordinato aggiungiamo anche gli aumenti del costo dell’energia – tutti provocati – e l’obbligo del pareggio di bilancio per gli Stati membri (o quantomeno per alcuni), comprendiamo che anche in questo caso si sono chiuse tutte le vie di fuga, salvo l’unica voluta, che è poi quella che si rivelerà esiziale per chi la imbocca.

 

Mi perdoni, monsignore, ma quando Lei si esprime così alcuni dicono: l’arcivescovo Viganò parla di cose che non lo riguardano in quanto pastore…

Mi rendo conto che qui siamo su un terreno quantomeno «insolito» a trattarsi da un Vescovo, anche se nelle mie passate funzioni di Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ho dovuto occuparmi anche di questioni di carattere economico.

 

Se ci fate caso, la strategia commerciale che ho appena illustrato è adottata anche in ambito ecclesiastico. Il prodotto di alta qualità è rappresentato dalla dottrina, dalla morale e dalla liturgia cattolica. La concorrenza del prodotto di bassa qualità è costituita dal ciarpame ideologico modernista, principalmente il rito riformato della Messa. Siccome la clientela non è disposta a rinunciare a ciò che ha sempre avuto per qualcosa di incomparabilmente inferiore, ecco che la multinazionale conciliare acquisisce la piccola azienda artigiana e le lascia proporre il suo prodotto con Summorum Pontificum, per poi chiudere quasi tutti i punti vendita e impedire la formazione dei chierici e dei religiosi secondo la ratio studiorum tradizionale tramite Traditionis custodes. E perché non si veda che il prodotto importato è scadente, evita il confronto con quello di qualità facendolo sparire.

 

Ma queste manovre, per quanto efficaci da un punto di vista organizzativo, non possono impedire che l’abisso tra le due alternative sia evidentissimo. Se la «clientela» si rassegna a comprare ciò che le viene imposto dalla grande distribuzione, è solo perché la si è privata della possibilità di scegliere, ricorrendo alla frode e alla manipolazione del mercato.

 

So bene che nelle cose religiose questo approccio da bottegai è inappropriato e offensivo, soprattutto perché il bene della Fede è di un valore inestimabile che ci è concesso gratuitamente dalla magnificenza di Dio, mentre l’alternativa che ci viene proposta non può minimamente competere e ha come prezzo la nostra eterna dannazione. Ma credo non sfugga a nessuno di noi che il cinismo usuraio dei venditori di eresie e perversioni non è capace di andare oltre lo scambio commerciale, dando un prezzo a tutto: i trenta denari pagati dal Sinedrio per il tradimento di Giuda lo confermano, e vi sono sempre Sommi Sacerdoti pronti a versare la somma, e apostoli rinnegati che con un bacio consegnano il Signore alle guardie del tempio.

 

È questa la mentalità che muove e orienta i mercanti – il World Economic Forum è una lobby di imprenditori assetati di denaro e potere, non dimentichiamolo – quando deve forzare l’adozione di nuovi stili di vita nella società: la manipolazione sociale è parte integrante delle azioni di marketing, e se il «prodotto» da vendere è un siero sperimentale o un veicolo elettrico, le modalità di creazione della domanda e di immissione sul mercato prevederanno una campagna mediatica di allarme sociale pandemico o ambientale grazie alla cooperazione della stampa, dei singoli giornalisti, dei cosiddetti «esperti» – virologi o climatologi, ad esempio – e dei politici.

 

Tutti costoro sono infatti alle dipendenze della lobby tecnocratica del WEF, perché di proprietà dei grandi fondi d’investimento come Vanguard, BlackRock e State Street o da essi direttamente o indirettamente sponsorizzati. Se una testata giornalistica diffonde determinate notizie, è perché questa o quella multinazionale la controllano, perché vi acquistano spazi pubblicitari, ne finanziano eventi.

 

E lo stesso vale per istituti di ricerca, università, fondazioni a cui è assegnato il compito di pubblicare studi che confermino la narrazione. A ciò si affiancano le interferenze e le attività di lobbying presso le istituzioni pubbliche, i cui funzionari firmano accordi con soggetti privati che in cambio ne finanziano attività o che li assumono a fine mandato, secondo la prassi ben nota delle porte girevoli.

 

Il cerchio si chiude con l’ultimo tassello mancante: la cooperazione della Chiesa Cattolica – e delle altre religioni, ma in maniera del tutto secondaria – al colpo di stato dell’élite globalista. La deep church non ha esitato un istante a prestarsi a questa turpe alleanza, perché è totalmente occupata da personaggi legati a filo doppio con il deep state. L’ha fatto assecondando la farsa psicopandemica, poi allineandosi sulla crisi ucraina, quindi abbracciando la narrazione green in salsa amazzonica con la Pachamama e infine prostituendo il Sinodo all’ideologia woke.

 

E dove anche questa libido serviendi della setta di Santa Marta non fosse stata spontanea, sappiamo bene che la ricattabilità dei suoi esponenti li avrebbe persuasi ad allinearsi senza fiatare: gli scandali dell’ex Cardinale McCarrick e dei suoi minion tuttora al potere non sono poi così diversi da quelli del figlio di Joe Biden.

 

patetici e grotteschi tentativi di copertura e insabbiamento potranno forse rinviare il redde rationem che attende la cupola pedosatanista al potere, ma non riusciranno ad evitare che la verità emerga in tutta la sua terrificante gravità, e che si faccia giustizia di questi pervertiti votati al Maligno. Dobbiamo essere pronti, in questo frangente, ad aprire gli occhi su una rete di complicità vastissima, che renderà evidente il motivo per cui questa macchina infernale abbia funzionato così bene sinora.

 

Ma come fronteggiare efficacemente una rete tanto capillare e organizzata? Le forze di chi si oppone, per quanto siano sostenute da una grande passione e da spirito di sacrificio, appaiono di gran lunga insufficienti…

Guardi, ritengo che l’organizzazione efficientissima delle forze del Nemico sia certamente un punto di forza, rispetto alla nostra disorganizzazione e frammentazione; ma allo stesso tempo essa è anche il suo tallone d’Achille.

 

Sarà proprio la nostra disorganizzazione, la nostra capacità di muoverci autonomamente, l’imprevedibilità delle nostre mosse ad impedire alla deep church di riuscire nell’intento di estrometterci dalla Chiesa – e del deep state di estrometterci dalla società civile. E viceversa sarà proprio la loro organizzazione senz’anima e l’individuabilità della catena di comando a consentirci di sabotare i piani, denunciarne gli autori, vanificarne le azioni.

 

Iniziamo dunque a considerare i progetti a breve termine e quelli a lungo termine. Non dobbiamo limitarci a resistere o a reagire: è necessario agire, prendere l’iniziativa, come già mi pare stia avvenendo da più parti. Solo così ci renderemo conto che il pusillus grex non è poi così piccolo, e che le porte degli inferi, come il castello degli spettri dei luna park, sono solo una impressionante scenografia, allestita da chi è stato già vinto definitivamente da Nostro Signore.

 

Lasciatemi concludere con un appello a sostenere l’attività di Exsurge Domine, l’Associazione che ho fondato per dare assistenza ai sacerdoti e ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose perseguitati dalla junta bergogliana.

 

Il vostro aiuto permetterà di rispondere alle tantissime situazioni di discriminazione di queste anime buone prese di mira da mercenari senza scrupoli, senza Fede e soprattutto senza Carità.

 

Potete trovare tutte le informazioni e le modalità per inviare un contributo visitando il sito www.exsurgedomine.org

 

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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