Pensiero
Hiroshima e i papi del sacrificio umano
Tutti gli anni Renovatio 21 ripropone in questi giorni un articolo su un’ipotesi storica misconosciuta quanto gravissima: la possibile complicità di monsignor Montini, cioè del futuro papa, nella chiusura del canale diplomatico tra Giappone e USA nei primi mesi del 1945 – qualcosa che di fatto comportò che la guerra durasse, nei massacri, ancora per mesi, cioè fino all’ecatombe finale dell’atomo su Hiroshima e Nagasaki.
Per chi in questi anni non ha letto il pezzo, ripetiamo i fatti. Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede Masahide Kanayama (1909-1997), si vide con il sostituto della Segreteria di Stato vaticano Giovanni Montini (1897-1978), l’uomo che 18 anni dopo sarebbe divenuto papa con il nome di Paolo VI.
Kanayama, si badi, non era ambasciatore: quello era Ken Harada (1893-1973). Kanayama, cioè, era con ogni probabilità l’uomo che doveva portare a termine un lavoro nascosto, cioè aprire il canale segreto per fare appello al papa affinché facesse finire, come mediatore con gli USA, la guerra nel Pacifico.
Di particolare importanza, quindi le parole che il diplomatico nipponico proferì durante l’incontro con Montini.
«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.
La risposta di Montini fu una porta chiusa in faccia: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione papale».
Seguì, quell’agosto, la distruzione atomica di due intere città giapponesi. La seconda, Nagasaki, considerabile come l’unica vera città cattolica del Paese, dove il cattolicesimo romano era la maggioranza fra la popolazione, riuscendo incredibilmente, eroicamente a sopravvivere ai secoli di persecuzione dello shogunato, e offrendo a Cristo fiumi di sangue di martire.
Il fatto che gli USA del presidente massone Truman abbiano bombardato proprio Nagasaki è una strana coincidenza storica sulla quale qui, oggi, non ci soffermeremo. Né ci fermeremo a discutere di come alcuni arrivino a considerare Montini come un asset dell’OSS, il servizio segreto antesignano della CIA: il cardinale parlava con il vertice delle barbe finte USA «Wild Bill» Donovan, e soprattutto con il capo-spia italofono James Jesus Angleton, paranoico e poeta personaggio considerato «madre della CIA».
Rimane di fatto il ruolo di Montini nella continuazione del conflitto che avrebbe portato all’annientamento di circa 120 mila civili giapponesi – uomini, donne, bambini, vecchi, i più fortunati polverizzati dal fuoco nucleare, i meno fortunati costretti a portare sul proprio corpo i segni e i dolori di quelle grandi prove generali per l’arma apocalittica.
È impossibile, oggi, non pensare a questa catena di eventi. Non tanto per attaccare Montini, ma per il fatto che ci troviamo nel momento della storia in cui, più che mai, siamo a pochi centimetri dalla distruzione termonucleare globale. I falchi americani ne hanno parlato sin dal primo mese di guerra; la cosa più preoccupante, abbiamo visto su queste pagine, è che hanno cominciato a parlarne anche gli intellettuali russi, dettagliando anche sul fatto che per prima dovrebbe essere atomizzata una città europea, di uno dei Paesi che ha armato l’Ucraina. Poi ci sono stati i segni più grotteschi, come lo spot andato in onda a Nuova York dove si diceva alla popolazione che in caso di attacco atomico era meglio chiudere le finestre.
Nessuno pare rendersi davvero conto di cosa rappresenta la bomba atomica: uno strumento che oltre la devastazione, va verso la cancellazione del creato stesso, un concetto talmente immenso che nemmeno è chiaro se, ha affermato qualche psicanalista, la mente umana abbia gli strumenti per comprenderlo del tutto.
Le conseguenze, studiate durante la guerra fredda o anche recentemente, paiono non interessare più. Milioni di morti subito, miliardi poi per fame, o per una piccola glaciazione che segue alla catastrofe atomica – il cosiddetto «inverno nucleare», un cambiamento climatico vero, questa volta, e pazienza se gli stessi che parlano di climate change oggi (i verdi tedeschi, le sinistre mondiali e pure italiane) sono gli stessi che spingono la guerra in Ucraina, magari pure gli appetiti atomici di Kiev, e quindi il rischio di sconvolgere il clima del pianeta per davvero.
Montini forse non poteva saperlo, tuttavia è curioso come questa figura, dopo l’incontro con Kanayama, abbia fatto una grande carriera, rendendosi protagonista di decisioni che hanno pesato, lo sappiate no, sulle nostre stesse vite. Fatto vescovo e cardinale, fu piazzato nell’arcidiocesi più importante del mondo, Milano, dove si sarebbero accumulati dossier e voci su presunte particolarità della sua vita privata, che sarebbero poi diventata accuse pubbliche mosse da scrittori e giornalisti durante gli anni del suo papato.
Ma più che le illazioni riguardo la sua presunta omosessualità, conta nella storia di Paolo VI, un atto solo, di importanza capitale per il destino della chiesa cattolica e del gregge degli esseri umani: l’adulterazione, implementata nel 1969, della Santa Messa, trasformata in breve comizio in lingua volgare, con la Santa Eucarestia – cioè il Santissimo, cioè Nostro Signore, cioè la cosa più importante che vi sia – abbandonato in mano ai fedeli… e tutto il resto, lex orandi e lex credendi, il significato e lo stesso senso materiale della celebrazione stravolto e sterilizzato, come da dettami del Concilio Vaticano II, vera bomba atomica sganciata sulla dottrina cattolica e di conseguenza sulla chiesa stessa.
Il lettore acattolico può sbadigliare, e magari ha pure ragione. Tuttavia, per capire il discorso che stiamo per fare, basta soffermarsi su un preciso particolare materiale della Messa nuova di Montini: il sacerdote si è girato. Non è più rivolto ad orientem, ad deum, dando le spalle ai fedeli. No, ora è rivolto esclusivamente ad populum. Non guarda più Dio. Guarda gli uomini…
È possibile dire quindi che il rito è invertito. La parola tecnica, ci rendiamo conto piena di echi semantici, è proprio quella: invertito. Inversione.
Le persone religiose – di qualsiasi religione, pure – non possono che finire a chiedersi come ci si possa attendere che un cambiamento nel rito non comporti un cambiamento metafisico, trascendente. Se capovolgo un rituale, non è che l’effetto spirituale dello stesso sia, anche quello, invertito?
Ragionare sull’inversione metafisica del rito spalanca davanti alla propria anima un abisso nel quale si ha paura di guardare.
Se la Santa Messa è fondata sulla presenza reale – che è dogma – cosa è il suo contrario? È il grande niente, la vacuità della sunyata, del nirvana (nell’etimologia sanscrita: estinzione) di cui parlano i buddisti? È il nulla senza fine, l’ein sof, di cui parlano i cabalisti giudei? È la cancellazione dell’essere significata dalla bomba atomica?
Oppure il contrario della presenza reale di Cristo è la presenza reale di ciò che gli si oppone specularmente – la presenza reale dell’anticristo? Per logica, potrebbe essere. Se volete, a questo punto, spaventatevi pure, o ridacchiate, indignatevi, fate quello che volete. Vi ho detto che questo è un abisso, e non c’è giorno che la mia mente non ne venga divorata.
Mettiamola in modo più tecnico, più lineare: la Santa Messa è il sacrificio di Dio per gli uomini, come avvenuto nella Croce dove il Signore ha versato il suo sangue per i molti in remissione dei peccati.
E quindi, il contrario di ciò, cosa è, se non il sacrificio degli uomini per una divinità – e cioè il sacrificio umano? L’offerta della vita umana (di uomini, di vergini, di bambini) agli dei, come nella cruenta storia pagana del mondo?
Sì, la religione cattolica invertita porta necessariamente al sacrificio umano. Perché se non è Dio che si sacrifica per l’uomo, allora, nel senso invertito, è la vita degli uomini che diviene moneta spendibile nel contatto con gli dèi, cioè nel rito.
Se avete seguito, e compreso quello che sto dicendo, tante, tantissime cose, a cui magari non avete fatto subito caso, potrebbero divenirvi chiarissime. Tanti puntini si uniscono.
Dalla inspiegabile insistenza sul culto Pachamama e ora perfino sulla «messa maya» ai decenni di mancata vera opposizione all’aborto, dagli scandali pedofili (sempre meno scandalosi) all’accettazione degli squartamenti ospedalieri dei trapianti a cuor battente, dal degrado delle chiese alle aperture all’eutanasia, dai riti pagano-spiritisti in mondovisione al sempre più prossimo sdoganamento dei bambini fatti in provetta… tanti elementi, della nuova chiesa e del panorama mondano che essa va ad abbracciare, corrispondono.
La chiesa invertita è in sintonia con il mondo moderno, che è invertito e perverso – come promosso fra i ragazzi nelle scuole dalle educazioni al sesso gender o, piccolo segno della filosofia propalata in licei ed università, dallo straripare di personaggi come Nietzsche e della sua «trasmutazione di tutti i valori» che altro non è se non una linea di comando per caricare il sistema operativo di un eone satanico.
Abbiamo scritto un altro articolo, l’anno passato, con una tesi specifica: Montini può aver aiutato indirettamente la strage atomica, Bergoglio di fatto, potrebbe aver fatto perfino peggio, promuovendo attivamente la strage mRNA.
È un pensiero che può tormentare per sempre: questi sono i papi del sacrificio umano?
E il sacrificio umano, e l’inversione, sono fatti per servire e preparare la venuta del Cristo invertito, cioè dell’anticristo?
È probabile, anche se non certo, che potreste essere qui per vedere i tempi ultimi. E chi credete che incontrerete, dapprima, arrivati a quel punto? Credete che non gli stiano preparando la strada?
Bombe atomiche, spiriti, creazione di omuncoli umanoidi, cospirazioni, sacrifici di bambini, anticristi. In realtà, in che mondo credevate di essere capitati?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
La scuola dell’amicizia
Due sabati fa ho vissuto un’esperienza magica. Sono tornata nella città natale della mia defunta madre per partecipare al funerale di una delle sue più care amiche. Lì, ho condiviso ricordi, prima al cimitero e poi in un ristorante vicino, con le due superstiti del gruppo di quattro donne – tra cui mia madre – che avevano stretto un legame di amicizia indissolubile e sempre caloroso nel corso di otto decenni.
Conoscere i propri genitori è un percorso che dura tutta la vita. Crescendo, mescoliamo e rielaboriamo continuamente i ricordi che abbiamo di loro, nella speranza di ricostruire un ritratto più o meno completo di chi rappresentavano per noi e per il mondo.
Per me, fare ciò non è una semplice e occasionale incursione nella nostalgia. Si tratta, piuttosto, di una ricerca costante, alimentata da un desiderio forse vano di accrescere continuamente la mia consapevolezza mentre mi avvicino al mio ultimo giorno. E questo per una semplice ragione. Sarò sempre il figlio dei miei genitori, e ciò che erano, o non erano, è profondamente radicato in me.
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È risaputo che la nostra memoria è inaffidabile. Ma è altrettanto risaputo che, per impedire che una persona si dissolva in un groviglio di sensazioni fugaci e frammentate (obiettivo che sembra essere perseguito da molti educatori e promotori della cultura popolare contemporanea), dobbiamo impegnarci a costruire un’identità funzionale a partire dai numerosi frammenti di memoria che portiamo dentro di noi.
Esiste un metodo per farlo? Non ne sono sicuro.
Credo però che ci siano alcune abitudini che possono essere d’aiuto, come tenere un registro dettagliato dei ricordi – o, nel mio caso, essendo una persona con una grande sensibilità uditiva e visiva, registrazioni di voci piacevoli e immagini di luoghi – a cui possiamo tornare più e più volte nel corso della nostra vita.
Rivivendo questi momenti di calore e appagamento spirituale, non solo troviamo conforto nei momenti difficili, ma ricordiamo anche a noi stessi, in mezzo alla falsa cornucopia della cultura consumistica, ciò che il nostro essere interiore desidera veramente mentre andiamo avanti nel tempo.
Ascoltandomi in questo modo, negli ultimi anni mi sono stupito di come i ricordi della mia infanzia nella città natale di mia madre, dove trascorrevo solo i fine settimana e le vacanze estive con i miei nonni, mio zio e mia zia, siano arrivati a oscurare quelli del luogo in cui sono cresciuto giorno dopo giorno, dove andavo felicemente a scuola e giocavo a hockey su ghiaccio, dove ho avuto i miei primi amori e ho bevuto di nascosto le prime birre con i miei amici.
Strano, vero? Beh, l’altro giorno credo di aver trovato una spiegazione. Leominster, la città post-industriale di mia madre, a 20 minuti dalla mia, era un luogo dove tutti contavano qualcosa e dove, quando camminavo per la via principale tenendo per mano mio nonno, o compravo il giornale con mio zio dopo aver assistito alla messa delle sei del mattino, c’era sempre tempo per scambiare due parole o raccontare qualche aneddoto. Così ho imparato che ogni incontro apparentemente banale e pratico con gli altri è un’opportunità per cercare di comprenderli e di capire un po’ meglio il loro mondo.
Ma ancora più importante era il modo in cui la famiglia di mia madre concepiva l’amicizia. Partivano tutti dal presupposto che praticamente chiunque si incontrasse regolarmente ne fosse degno e che, salvo casi di menzogne grottesche o ostilità, quel legame sarebbe durato, in un modo o nell’altro, per sempre.
Inutile dire che questa prospettiva dava enorme importanza alla tolleranza. Quando, durante i cocktail party del sabato pomeriggio a volte organizzati dai miei nonni – quest’ultimo membro del comitato scolastico da 25 anni e leader locale del Partito Democratico – Jimmy Foster si presentava ubriaco fradicio, o Doc McHugh si lasciava un po’ trasportare dalla propria genialità, il loro comportamento non ortodosso veniva considerato, come tante altre cose simili, una dimensione normale, seppur un po’ pittoresca, della vita.
E qui risiede un paradosso meraviglioso e forse rivelatore. Gli Smith di Leominster erano ben lungi dall’essere ciò che oggi definiremmo relativisti morali. Nutrivano profonde convinzioni, radicate sia nella loro fede cattolica sia nell’odio irlandese per le bugie, la falsità, le molestie e l’ingiustizia. E se qualcuno oltrepassava uno qualsiasi di questi limiti, esprimevano senza mezzi termini il loro disappunto.
Ma fino a «quel momento», che in realtà arrivava in pochissimi casi, eri un amico fidato con tutte le tue peculiarità, le tue stranezze o le tue preoccupazioni esagerate.
Per mia madre, così come per mio zio e mia zia, questo connubio di profonda convinzione e grande tolleranza ha permesso loro di stringere amicizie straordinariamente durature con persone molto diverse tra loro.
Quando mio zio, politicamente convinto conservatore, morì, il suo amico ultraliberale, che conosceva da 70 anni e che era stato in passato nella lista dei nemici di Nixon, venne da Washington per pronunciare l’elogio funebre. Negli ultimi decenni della sua vita, le amiche più care di mia zia – il cui cattolicesimo si potrebbe definire tridentino – erano una coppia di lesbiche.
E per quanto riguarda mia madre – il cui gruppo di quattro amiche più intime comprendeva un’ambiziosa donna d’affari divorziata che aveva trascorso molti anni in Australia; una moglie, madre e imprenditrice che aveva sconfitto il cancro per ben quattro volte; e una donna elegante e atletica felicemente sposata con lo stesso uomo da 70 anni – quel momento per porre fine o anche solo mettere in discussione le fondamenta della sua amicizia non arrivò mai. E così fu per quasi tutte le altre amicizie che coltivò e di cui godette nel corso della sua vita.
E due sabati fa, io e mia sorella ci siamo rallegrati non solo dei racconti che i due sopravvissuti ci hanno fatto su otto decenni di amicizia condivisa, ma anche della certezza di aver frequentato, grazie alla straordinaria capacità di mia madre e della sua famiglia di creare e coltivare amicizie, una scuola ben più importante di quelle in cui abbiamo conseguito le nostre prestigiose lauree universitarie.
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Possibile che, in questi tempi di divisione, caratterizzati dalla pressione di schierarsi rapidamente da una parte o dall’altra di una particolare posizione sociale o ideologica, gli Smith di Leominster avessero ragione nelle loro idee sull’amicizia?
È possibile che quelle che oggi, nel nostro Paese apparentemente irrimediabilmente diviso, vengono considerate convinzioni ideologiche, non siano in realtà vere e proprie convinzioni, ma piuttosto etichette a cui molti aderiscono in modo rapido e superficiale proprio perché non hanno riflettuto a fondo su ciò in cui credono o perché non vogliono apparire antiquati o disinformati?
Forse è giunto il momento di ricordare loro ciò che i membri della famiglia di mia madre sapevano e trasmettevano quotidianamente: che ogni persona è un’opportunità di apprendimento e che le persone con convinzioni veramente salde non temono le opinioni contrarie, né sentono il minimo bisogno di mettere a tacere o censurare coloro che non sono d’accordo con un aspetto o l’altro della loro visione della realtà.
Thomas Harrington
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana
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Immagine screenshot di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
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Pensiero
Quando la nightlife universitaria è un lontano ricordo
Il tempo della sfrenata vita notturna universitaria perugina è un lontano ricordo, non solo per i miei sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto perché quello che vi era una volta oggi non c’è più. Un centro storico vivo, carico, pieno di studenti provenienti da tutta Italia che potevano tirar tardi – fino alle prime luci dell’alba – in più di un disco pub.
Oggi quella nightlife è svanita. Ce n’è un’altra, diversa, sicuramente bella per chi la vive, ma un dato oggettivo e incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: mancano i locali per ballare, per incontrarsi, per socializzare.
L’unico luogo rimasto deputato ai balli notturni (e si badi bene, solo nel fine settimana) è un caffè situato nei pressi della facoltà di Economia che, ahinoi, è stato chiuso l’anno passato a causa di una rissa violenta e della tragica morte di un giovane studente che voleva solo passare una serata tra amici. Pare, e dico pare, che nella prossima stagione forse riaprirà per dare spazio alla musica e ai giovani. Vedremo.
Le ragioni di questa desertificazione non sono di facile analisi e credo risiedano in profondità. Due decenni non possono non segnare un cambiamento a livello sociale, ma è altresì vero che lo svuotamento lento e inesorabile dell’acropoli ha portato a una situazione che oggi dovrebbe farci riflettere, e non poco. La nuova amministrazione di sinistra ha sempre proclamato di essere dalla parte della musica, ma a tutt’oggi non si sono ancora viste piazze e vie piene di gente che balla sulle note di qualche band o artista.
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Nel mio ultimo iter universitario, risalente all’inizio del decennio precedente, ricordo un docente di economia che spiegava come le pay-tv e le varie piattaforme, come Netflix e affini, investissero consistenti cifre di denaro in pubblicità indicizzandola nella fascia di età che va dai diciotto ai quasi cinquant’anni. Perché? Perché in quel periodo della vita si è più portati a uscire e abbandonare il divano, per poi reimpossessarsene dopo i cinquanta. Quindi il marketing spinge per convincere quella clientela a restare a casa e godere dei piaceri del vecchio tubo catodico – o meglio, del mega schermo – con la copertina di pile e lo scaldotto.
Era un’impresa non facile accaparrarsi quei telespettatori vogliosi di socialità, di uscite serali per un aperitivo lungo, per una pizza e financo per andare a ballare non solo nel weekend. Ci ha pensato l’avvento della «psico-pandemia» e il conseguente isolamento forzato a fare il lavoro sporco per le grandi multinazionali del networking; d’un tratto ci siamo ritrovati col pigiamone e le ciabatte di pelo a vagare da una stanza all’altra e a ingozzarci di serie televisive e di talk-show contornati da saltimbanchi che urlano sproloqui, con una sottaciuta felicità perché al sicuro da possibili rischi di contagio.
Quando il mondo è tornato come prima (più o meno…), quell’apatia indotta credo sia rimasta in molti, aggravata da un uso sempre più smodato dei social, sia tra i giovani che nelle generazioni a salire fino ai boomer.
I centri urbani sembrano isolarsi progressivamente, vedendo scomparire quei pub e discopub che in tempi recenti sono stati il motore dell’economia notturna e luoghi deputati all’aggregazione. Con loro muore una socialità vera, sincera e reale, che ci permetteva di intessere relazioni con persone improbabili incontrate al bancone del bar o, meglio ancora, di interagire con l’altro sesso. Oggi queste regole d’ingaggio sono profondamente cambiate: il filtro che si frappone tra noi e l’altro è uno smartphone che ci descrive già l’interlocutore in toto. Sappiamo come la pensa, quello che gli piace, il suo orientamento politico, dove lavora, che abitudini ha, e le foto ci mostrano la sua fisicità da diverse prospettive.
A causa della tecnologia sparisce la curiosità, il gusto di incontrare una persona in un locale, avvicinarla, parlarle e cercare di conoscersi e scoprirsi assieme, magari anche dopo il primo incontro. Oggi filtriamo prima; lo facciamo dal divano, senza avere la voglia e il desiderio di alzarci e farci un giro per la città. La pigrizia della socialità reale ha preso il sopravvento, ha fagocitato i nostri desideri e quel sapore della scoperta e dell’incognito che ci permetteva di sentirci vivi ogni qual volta interagivamo con qualcuno.
Il mondo universitario di oggi è, e sempre lo sarà, divertente per le generazioni che lo stanno vivendo. Il boomer che si arroga la saccenza di dire «ai tempi miei…» è irritante, supponente e infelice. Però abbiamo un dato incontestabile: molte città avevano un’offerta maggiore di luoghi deputati alla movida. Prendiamo ad esempio la mia Perugia: è un polo universitario riconosciuto per la sua importanza, non fosse altro per l’Università per Stranieri, dove da decenni studenti da tutto il mondo arrivano e studiano ammirando il nostro Arco Etrusco, adiacente alla facoltà.
L’integrazione e il sano divertimento sono stati un caposaldo nel corso degli anni passati. Mi preme rimembrare un vecchio articolo scritto da due studenti di allora, nonché amici: Jacopo Cossater e Mimmo Arena. Quest’ultimo, il vocalist più simpatico e coinvolgente che abbia avuto Perugia in quel periodo, insieme al DJ Alex Menichetti ha fatto saltare e ballare generazioni di ragazzi. I due baldanzosi studenti, al tempo, hanno tratteggiato con veritiera ironia la settimana notturna perfetta dello studente, sottolineando che «il vero clubber non riesce a stare a casa la sera». Un programma serrato, ricco, succulento, pieno di divertimento, colmo di scambio di allegria e socialità, di molteplici opportunità di svago per tutti i gusti e per tutte le tasche. Una vita universitaria a gas spalancato, vissuta al massimo e piena di gioia.
Parte la settimana e «il lunedì c’è gente che riesce comunque a tirar le sei», chiudendo la serata in un angusto disco club di fronte allo storico Teatro Morlacchi.
Il martedì, oltre al solito aperitivo e cena, si andava allo Zoologico fino a dopo le due di notte, dove la fila per entrare era un serpente che si snodava lungo la discesa che portava a questo luogo magico, in cui l’interazione tra i ragazzi e le ragazze raggiungeva una sublimazione quasi mistica. Ma il martedì c’era pure la discoteca fino alle prime luci dell’alba per gli studenti più temerari, per poi fare lo spuntino al forno del «Sanfra», ossia a ridosso della chiesa di San Francesco al Prato, trasformata da tempo in un auditorium dove tutti gli amanti del jazz e della musica non possono non ricordare le notti infinite di Umbria Jazz, dove la Gil Evans Orchestra incantava la città con le sue note. Il mercoledì è la notte del rock ed è vietato mancare.
Il giovedì universitario è un appuntamento fisso in una delle discoteche a ridosso della città. Il venerdì sono pieni tutti i locali e il sabato le discoteche della provincia (almeno cinque) erano tutte quasi sempre sold out. La domenica notte si ballavano gli anni Ottanta in uno dei locali più cool del centro.
Raccontare ciò sembra di narrare qualcosa vissuto in un’altra vita, in un’altra dimensione. Oggi c’è lo scenario del deserto, dello street bar che ha preso il sopravvento e vede decine di ragazzi tracannare alcol di pessima qualità a basso costo. Ma se vogliamo essere ancor più chirurgici e veritieri, anche questa moda – durata pure troppo a lungo per il sottoscritto – è bella che decotta. Di cinque discopub all’interno delle mura storiche non vi è più traccia; i pub, con le loro tavolate di giovani a bere birra e a chiacchierare, sono scomparsi. A girare in centro nelle ore notturne a volte si ha una sensazione di insicurezza, perché quell’anarco-tirannia che ha azzannato le periferie si sposta, piano piano, anche in città, deformando in parte una ciclicità di lifestyle sempre più appassita.
Solo per citare uno degli ultimi incresciosi avvenimenti in ordine di tempo, come riportato dall’edizione locale de Il Messaggero, qualche settimana fa una delle principali piazze del centro storico è diventata lo scenario di un brutale scontro tra nordafricani, costringendo gli esercenti ad abbassare le serrande in anticipo per paura. Questo episodio non rappresenta un alterco isolato, ma è l’ulteriore conferma di una situazione alquanto compromessa dal punto di vista dell’ordine pubblico all’interno della città vecchia.
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La volontà di proporre offerte di entertaiment nuove nel centro storico è latitante e aleatoria, anche alla luce di una palpabile insicurezza percepita oramai da tutti i cittadini.
La solitudine ha preso possesso delle nostre vite già assai svuotate da ogni principio etico e morale, ma riempite quantomeno di spensierato divertimento con il nostro prossimo. La coda lunga del sano e rimpianto edonismo degli anni Ottanta ce la siamo portata dietro fino all’inizio del nuovo millennio. Dopo lo shock economico del 2007/2008 qualcosa è cambiato, qualcosa che già sotto la cenere ardeva da tempo e in ispecie a Perugia il famigerato omicidio Meredith ha scoperchiato un vaso di pandora che è deflagrato dopo quell’efferato evento che ha avuto una cassa di risonanza mediatica mondiale.
In definitiva, la desertificazione notturna dell’acropoli perugina non è un fenomeno isolato, né la semplice conseguenza di un ricambio generazionale. È il sintomo tangibile di una mutazione antropologica più profonda, dove lo spazio pubblico ha smesso di essere il palcoscenico dell’incontro e dell’imprevisto per trasformarsi in un vuoto di passaggio.
Davanti a questo scenario, l’immobilismo delle istituzioni e la mancanza di una visione strategica volta, non solo al domani, ma al dopodomani, rischiano di cronicizzare il problema del centro storico. Non basta sventolare slogan a favore della cultura se poi si permette alla delinquenza di prendere sempre più piede e allo sballo low-cost dei pochi «street bar» rimasti di ridefinire l’identità della città, scacciando la vitalità sana che per decenni ha reso Perugia un punto di riferimento internazionale.
Per invertire la rotta non serve la nostalgia fine a sé stessa del «si stava meglio prima», ma un atto di coraggio politico e sociale: restituire ai giovani dei luoghi fisici in cui potersi guardare in faccia, ballare e riscoprire la bellezza di viversi, finalmente, fuori da uno schermo.
Francesco Rondolini
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Immagine di Demincob via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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