Pensiero
Hiroshima e i papi del sacrificio umano
Tutti gli anni Renovatio 21 ripropone in questi giorni un articolo su un’ipotesi storica misconosciuta quanto gravissima: la possibile complicità di monsignor Montini, cioè del futuro papa, nella chiusura del canale diplomatico tra Giappone e USA nei primi mesi del 1945 – qualcosa che di fatto comportò che la guerra durasse, nei massacri, ancora per mesi, cioè fino all’ecatombe finale dell’atomo su Hiroshima e Nagasaki.
Per chi in questi anni non ha letto il pezzo, ripetiamo i fatti. Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede Masahide Kanayama (1909-1997), si vide con il sostituto della Segreteria di Stato vaticano Giovanni Montini (1897-1978), l’uomo che 18 anni dopo sarebbe divenuto papa con il nome di Paolo VI.
Kanayama, si badi, non era ambasciatore: quello era Ken Harada (1893-1973). Kanayama, cioè, era con ogni probabilità l’uomo che doveva portare a termine un lavoro nascosto, cioè aprire il canale segreto per fare appello al papa affinché facesse finire, come mediatore con gli USA, la guerra nel Pacifico.
Di particolare importanza, quindi le parole che il diplomatico nipponico proferì durante l’incontro con Montini.
«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.
La risposta di Montini fu una porta chiusa in faccia: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione papale».
Seguì, quell’agosto, la distruzione atomica di due intere città giapponesi. La seconda, Nagasaki, considerabile come l’unica vera città cattolica del Paese, dove il cattolicesimo romano era la maggioranza fra la popolazione, riuscendo incredibilmente, eroicamente a sopravvivere ai secoli di persecuzione dello shogunato, e offrendo a Cristo fiumi di sangue di martire.
Il fatto che gli USA del presidente massone Truman abbiano bombardato proprio Nagasaki è una strana coincidenza storica sulla quale qui, oggi, non ci soffermeremo. Né ci fermeremo a discutere di come alcuni arrivino a considerare Montini come un asset dell’OSS, il servizio segreto antesignano della CIA: il cardinale parlava con il vertice delle barbe finte USA «Wild Bill» Donovan, e soprattutto con il capo-spia italofono James Jesus Angleton, paranoico e poeta personaggio considerato «madre della CIA».
Rimane di fatto il ruolo di Montini nella continuazione del conflitto che avrebbe portato all’annientamento di circa 120 mila civili giapponesi – uomini, donne, bambini, vecchi, i più fortunati polverizzati dal fuoco nucleare, i meno fortunati costretti a portare sul proprio corpo i segni e i dolori di quelle grandi prove generali per l’arma apocalittica.
È impossibile, oggi, non pensare a questa catena di eventi. Non tanto per attaccare Montini, ma per il fatto che ci troviamo nel momento della storia in cui, più che mai, siamo a pochi centimetri dalla distruzione termonucleare globale. I falchi americani ne hanno parlato sin dal primo mese di guerra; la cosa più preoccupante, abbiamo visto su queste pagine, è che hanno cominciato a parlarne anche gli intellettuali russi, dettagliando anche sul fatto che per prima dovrebbe essere atomizzata una città europea, di uno dei Paesi che ha armato l’Ucraina. Poi ci sono stati i segni più grotteschi, come lo spot andato in onda a Nuova York dove si diceva alla popolazione che in caso di attacco atomico era meglio chiudere le finestre.
Nessuno pare rendersi davvero conto di cosa rappresenta la bomba atomica: uno strumento che oltre la devastazione, va verso la cancellazione del creato stesso, un concetto talmente immenso che nemmeno è chiaro se, ha affermato qualche psicanalista, la mente umana abbia gli strumenti per comprenderlo del tutto.
Le conseguenze, studiate durante la guerra fredda o anche recentemente, paiono non interessare più. Milioni di morti subito, miliardi poi per fame, o per una piccola glaciazione che segue alla catastrofe atomica – il cosiddetto «inverno nucleare», un cambiamento climatico vero, questa volta, e pazienza se gli stessi che parlano di climate change oggi (i verdi tedeschi, le sinistre mondiali e pure italiane) sono gli stessi che spingono la guerra in Ucraina, magari pure gli appetiti atomici di Kiev, e quindi il rischio di sconvolgere il clima del pianeta per davvero.
Montini forse non poteva saperlo, tuttavia è curioso come questa figura, dopo l’incontro con Kanayama, abbia fatto una grande carriera, rendendosi protagonista di decisioni che hanno pesato, lo sappiate no, sulle nostre stesse vite. Fatto vescovo e cardinale, fu piazzato nell’arcidiocesi più importante del mondo, Milano, dove si sarebbero accumulati dossier e voci su presunte particolarità della sua vita privata, che sarebbero poi diventata accuse pubbliche mosse da scrittori e giornalisti durante gli anni del suo papato.
Ma più che le illazioni riguardo la sua presunta omosessualità, conta nella storia di Paolo VI, un atto solo, di importanza capitale per il destino della chiesa cattolica e del gregge degli esseri umani: l’adulterazione, implementata nel 1969, della Santa Messa, trasformata in breve comizio in lingua volgare, con la Santa Eucarestia – cioè il Santissimo, cioè Nostro Signore, cioè la cosa più importante che vi sia – abbandonato in mano ai fedeli… e tutto il resto, lex orandi e lex credendi, il significato e lo stesso senso materiale della celebrazione stravolto e sterilizzato, come da dettami del Concilio Vaticano II, vera bomba atomica sganciata sulla dottrina cattolica e di conseguenza sulla chiesa stessa.
Il lettore acattolico può sbadigliare, e magari ha pure ragione. Tuttavia, per capire il discorso che stiamo per fare, basta soffermarsi su un preciso particolare materiale della Messa nuova di Montini: il sacerdote si è girato. Non è più rivolto ad orientem, ad deum, dando le spalle ai fedeli. No, ora è rivolto esclusivamente ad populum. Non guarda più Dio. Guarda gli uomini…
È possibile dire quindi che il rito è invertito. La parola tecnica, ci rendiamo conto piena di echi semantici, è proprio quella: invertito. Inversione.
Le persone religiose – di qualsiasi religione, pure – non possono che finire a chiedersi come ci si possa attendere che un cambiamento nel rito non comporti un cambiamento metafisico, trascendente. Se capovolgo un rituale, non è che l’effetto spirituale dello stesso sia, anche quello, invertito?
Ragionare sull’inversione metafisica del rito spalanca davanti alla propria anima un abisso nel quale si ha paura di guardare.
Se la Santa Messa è fondata sulla presenza reale – che è dogma – cosa è il suo contrario? È il grande niente, la vacuità della sunyata, del nirvana (nell’etimologia sanscrita: estinzione) di cui parlano i buddisti? È il nulla senza fine, l’ein sof, di cui parlano i cabalisti giudei? È la cancellazione dell’essere significata dalla bomba atomica?
Oppure il contrario della presenza reale di Cristo è la presenza reale di ciò che gli si oppone specularmente – la presenza reale dell’anticristo? Per logica, potrebbe essere. Se volete, a questo punto, spaventatevi pure, o ridacchiate, indignatevi, fate quello che volete. Vi ho detto che questo è un abisso, e non c’è giorno che la mia mente non ne venga divorata.
Mettiamola in modo più tecnico, più lineare: la Santa Messa è il sacrificio di Dio per gli uomini, come avvenuto nella Croce dove il Signore ha versato il suo sangue per i molti in remissione dei peccati.
E quindi, il contrario di ciò, cosa è, se non il sacrificio degli uomini per una divinità – e cioè il sacrificio umano? L’offerta della vita umana (di uomini, di vergini, di bambini) agli dei, come nella cruenta storia pagana del mondo?
Sì, la religione cattolica invertita porta necessariamente al sacrificio umano. Perché se non è Dio che si sacrifica per l’uomo, allora, nel senso invertito, è la vita degli uomini che diviene moneta spendibile nel contatto con gli dèi, cioè nel rito.
Se avete seguito, e compreso quello che sto dicendo, tante, tantissime cose, a cui magari non avete fatto subito caso, potrebbero divenirvi chiarissime. Tanti puntini si uniscono.
Dalla inspiegabile insistenza sul culto Pachamama e ora perfino sulla «messa maya» ai decenni di mancata vera opposizione all’aborto, dagli scandali pedofili (sempre meno scandalosi) all’accettazione degli squartamenti ospedalieri dei trapianti a cuor battente, dal degrado delle chiese alle aperture all’eutanasia, dai riti pagano-spiritisti in mondovisione al sempre più prossimo sdoganamento dei bambini fatti in provetta… tanti elementi, della nuova chiesa e del panorama mondano che essa va ad abbracciare, corrispondono.
La chiesa invertita è in sintonia con il mondo moderno, che è invertito e perverso – come promosso fra i ragazzi nelle scuole dalle educazioni al sesso gender o, piccolo segno della filosofia propalata in licei ed università, dallo straripare di personaggi come Nietzsche e della sua «trasmutazione di tutti i valori» che altro non è se non una linea di comando per caricare il sistema operativo di un eone satanico.
Abbiamo scritto un altro articolo, l’anno passato, con una tesi specifica: Montini può aver aiutato indirettamente la strage atomica, Bergoglio di fatto, potrebbe aver fatto perfino peggio, promuovendo attivamente la strage mRNA.
È un pensiero che può tormentare per sempre: questi sono i papi del sacrificio umano?
E il sacrificio umano, e l’inversione, sono fatti per servire e preparare la venuta del Cristo invertito, cioè dell’anticristo?
È probabile, anche se non certo, che potreste essere qui per vedere i tempi ultimi. E chi credete che incontrerete, dapprima, arrivati a quel punto? Credete che non gli stiano preparando la strada?
Bombe atomiche, spiriti, creazione di omuncoli umanoidi, cospirazioni, sacrifici di bambini, anticristi. In realtà, in che mondo credevate di essere capitati?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Trump e la potenza del tacchino espiatorio
Il presidente americano ha ancora una volta dimostrato la sua capacità di creare scherzi che tuttavia celano significati concreti – e talvolta enormi.
L’ultima trovata è stata la cerimonia della «grazia al tacchino», un frusto rito della Casa Bianca introdotto nel 1989 ai tempi in cui vi risiedeva Bush senior. Il tacchino, come noto, è l’alimento principe del giorno del Ringraziamento, probabilmente la più sentita ricorrenza civile degli americani, che celebra il momento in cui i Padri Pellegrini, utopisti protestanti, furono salvati dai pellerossa che indicarono ai migranti luterani come a quelli latitudini fosse meglio coltivare il granturco ed allevare i tacchini. Al ringraziamento degli indiani indigeni seguì poco dopo il massacro, però questa è un’altra storia.
Fatto sta che il tacchino, creatura visivamente ripugnante per i suoi modi sgraziati e le sue incomprensibili protuberanze carnose, diventa un simbolo nazionale americano, forse persino più importante dell’aquila della testa bianca, perché il rapace non raccoglie tutte le famiglie a cena in una magica notte d’inverno, il tacchino sì. Tant’è che ai due fortunati uccelli di quest’anno, Gobble e Waddle (nomi scelti online dal popolo statunitense, è stata fatta trascorrere una notte nel lussuosissimo albergo di Washington Willard InterContinental.
🦃 America’s annual tradition of the Presidential Turkey Pardon is ALMOST HERE!
THROWBACK to some of the most legendary presidential turkeys in POTUS & @FLOTUS history before the big moment this year. 🎬🔥 pic.twitter.com/QT2Oal12ax
— The White House (@WhiteHouse) November 24, 2025
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Da più di un quarto di secolo, quindi, eccoti che qualcuno vicino alla stanza dei bottoni si inventa che il commander in chief appaia nel giardino delle rose antistante la residenza e, a favore di fotografi, impartista una grazia al tacchino, salvandolo teoricamente dal finire sulla tavola – in realtà ci finisce comunque suo fratello, o lui stesso, ma tanto basta. Non sono mancati i momenti grotteschi, come quando il bipede piumato, dinanzi a schiere di alti funzionari dello stato e giornalisti, ha scagazzato ex abrupto e ad abundantiam lasciando puteolenti strisce bianche alla Casa Bianca.
Non si capisce cosa esattamente questo rituale rappresenti, se non la ridicolizzazione del potere del presidente di comminare grazie per i reati federali, tema, come sappiamo quanto mai importante in quest’ultimo anno alla Casa Bianca, visti le inedite «grazie preventive» date al figlio corrotto di Biden Hunter, al plenipotenziario pandemico Anthony Fauci, al generale (da alcuni ritenuto golpista de facto) Mark Milley. Sull’autenticità delle firme presidenziali bideniane non solo c’è dibattito, ma l’ipostatizzazione del problema nella galleria dei ritratti dei presidenti americani, dove la foto di Biden, considerato in istato di amenza da anni, è sostituita da un’immagine dell’auto-pen, uno strumento per automatizzare le firme forse a insaputa dello stesso presidente demente.
Ecco che Donaldo approffitta della cerimonia del pardon al tacchino per lanciare un messaggio preciso: appartentemente per ischerzo, ma con drammatico valore neanche tanto recondito.
Trump si mette a parlare di un’indagine approfondita condotta da Bondi e da una serie di dipartimenti su di « una situazione terribile causata da un uomo di nome Sleepy Joe Biden. L’anno scorso ha usato un’autopsia per concedere la grazia al tacchino».
«Ho il dovere ufficiale di stabilire, e ho stabilito, che le grazie ai tacchini dell’anno scorso sono totalmente invalide» ha proclamato il presidente. «I tacchini conosciuti come Peach and Blossom l’anno scorso sono stati localizzati e stavano per essere macellati, in altre parole, macellati. Ma ho interrotto quel viaggio e li ho ufficialmente graziati, e non saranno serviti per la cena del Ringraziamento. Li abbiamo salvati al momento giusto».
La gente ha iniziato a ridere. Testato il meccanismo, Trump ha continuato quindi ad usare i tacchini come veicoli di attacco politico.
«Quando ho visto le loro foto per la prima volta, ho pensato che avremmo dovuto mandargliele – beh, non dovrei dirlo – volevo chiamarli Chuck e Nancy», ha detto il presidente riguardo ai tacchini, facendo riferimento ai politici democratici Chuck Schumer e Nancy Pelosi. «Ma poi ho capito che non li avrei perdonati, non avrei mai perdonato quelle due persone. Non li avrei perdonati. Non mi importerebbe cosa mi dicesse Melania: ‘Tesoro, penso che sarebbe una cosa carina da fare’. Non lo farò, tesoro».
Dopo che il presidente ha annunciato che si tratta del primo tacchino MAHA (con tanto di certificazione del segretario alla Salute Robert Kennedy jr.), l’uso politico del pennuto è andato molto oltre, nell’ambito dell’immigrazione e del terrorismo: «invece di dar loro la grazia, alcuni dei miei collaboratori più entusiasti stavano già preparando le carte per spedire Gobble e Waddle direttamente al centro di detenzione per terroristi in El Salvador. E persino quegli uccelli non vogliono stare lì. Sapete cosa intendo».
Tutto bellissimo, come sempre con Trump. Il quale certamente non sa che l’uso del tacchino espiatorio non solo non è nuovo, ma ha persino una sua festa, in Alta Italia.
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Parliamo dell’antica Giostra del Pitu (vocabolo piementose per il pennuto) presso Tonco, in provincia di Asti. La ricorrenza deriverebbe da usanze apotropaiche contadine, dove, per assicurarsi il favore celeste al raccolto, il popolo scaricava tutte le colpe dei mali che affligevano la società su un tacchino, che rappresentava tacitamente il feudatario locale. Secondo la leggenda, questi era perfettamente a conoscenza della neanche tanto segreta identificazione del tacchino con il potere, e lasciava fare, consapevole dello strumento catartico che andava caricandosi.
Tale mirabile festa piemontese va vanti ancora oggi, anticipata da un corteo storico che riproduce la visita dei nobili a Gerardo da Tonco, figura reale del luogo e fondatore dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni in Gerusalemme, poi divenuto Sovrano Militare Ordine di Malta.
Subito dopo il gruppo che accompagna Gerardo avanza il carro su cui troneggia il tacchino vivo, autentico protagonista della celebrazione. Seguono quindi i giudici e i carri delle varie contrade del paese, che mettono in scena, con grande realismo, momenti di vita contadina tradizionale. Il passaggio del tacchino è tra ali di folla che non esitano ad insultare duramente il pennuto sacrificale.
Il clou dell’evento è il cosiddetto processo al Pitu, arricchito da un vivace botta-e-risposta in dialetto piemontese tra l’accusa pubblica e lo stesso Pitu, il quale tenta inutilmente di difendersi. Dopo la inevitabile condanna, il Pitu chiede come ultima volontà di fare testamento in pubblico, dando vita a un nuovo momento di ilarità.
Durante la lettura del testamento, infatti, egli si vendica della sentenza rivelando, sempre in stretto dialetto, vizi grandi e piccoli dei notabili e dei personaggi più in vista della comunità. Fino al 2009, al termine del testamento, un secondo tacchino (già macellato e acquistato regolarmente in macelleria, quindi comunque destinato alla tavola) veniva appeso a testa in giù al centro della piazza. Dal 2015, purtroppo, il tacchino è stato sostituito da un pupazzo di stoffa, così gli animalisti sono felici, ma il tacchino in zona probabilmente lo si mangia lo stesso.
Ci sarebbe qui da lanciarsi in riflessioni abissali sulla meccanica del capro espiatorio di Réné Girard, ma con evidenza siamo già oltre, siamo appunto al tacchino espiatorio.
Il tacchino espiatorio diviene il dispositivo con cui è possibile, se non purificare, esorcizzare, quantomeno dire dei mali del mondo.
Ci risulta a questo punto impossibile resistere. Renovatio 21, sperando in una qualche abreazione collettiva, procede ad accusare l’infame, idegno, malefico tacchino, che gravemente nuoce a noi, al nostro corpo, alla nostra anima, al futuro dei nostri figli.
Noi accusiamo il tacchino di rapire, o lasciare che si rapiscano, i bambini che stanno felici nelle loro famiglie.
Noi accusiamo il tacchino di aver messo il popolo a rischio di una guerra termonucleare globale.
Noi accusiamo il tacchino di praticare una fiscalità che pura rapina, che costituisce uno sfruttamento, dicevano una volta i papi, grida vendetta al cielo.
Noi accusiamo il tacchino di essere incompetente e corrotto, di favorire i potenti e schiacciare i deboli. Noi accusiamo il tacchino di essere mediocre, e per questo di non meritare alcun potere.
Noi accusiamo il tacchino di aver accettato, se non programmato, l’invasione sistematica della Nazione da parte di masse barbare e criminali, fatte entrare con il chiaro risultato della dissoluzione del tessuto sociale.
Noi accusiamo il tacchino di favorire gli invasori e perseguitare gli onesti cittadini contribuenti.
Noi accusiamo il tacchino di aver degradato la religione divina, di aver permesso la bestemmia, la dissoluzione della fede. Noi accusiamo il tacchino di essere, che esso lo sappia o meno, alleato di Satana.
Noi accusiamo il tacchino di operare per la rovina dei costumi.
Noi accusiamo il tacchino per la distruzione dell’arte e della bellezza, e la sua sostituzione con bruttezza e degrado, con la disperazione estetica come via per la disperazione interiore.
Noi accusiamo il tacchino di essere un effetto superficiale, ed inevitabilmente tossico, di un plurisecolare progetto massonico di dominio dell’umanità.
Noi accusiamo per la strage dei bambini nel grembo materno, la strage dei vecchi da eutanatizzare, la strage di chi ha avuto un incidente e si ritrova squartato vivo dal sistema dei predatori di organi.
Noi accusiamo il tacchino del programa di produzione di umanoidi in provetta, con l’eugenetica neohitlerista annessa.
Noi accusiamo il tacchino di voler alterare la biologia umana per via della siringa obbligatoria.
Noi accusiamo il tacchino di spacciare psicodroghe nelle farmacie, che non solo non colmano il vuoto creato dallo stesso tacchino nelle persone, ma pure le rendono violente e financo assassine.
Noi accusiamo il tacchino per l’introduzione della pornografia nelle scuole dei nostri bambini piccoli. Noi accusiamo il tacchino per la diffusione della pornografia tout court.
Noi accusiamo il tacchino per l’omotransessualizzazione, culto gnostico oramai annegato nello Stato, con i suoi riti mostruosi di mutilazione, castrazione, con le sue droghe steroidee sintetiche, con le sue follie onomastiche e istituzionali.
Noi accusiamo il tacchino di voler istituire un regime di biosorveglianza assoluta, rafforzato dalla follia totalitaria dell’euro digitale.
Noi accusiamo il tacchino, agente inarrestabile della Necrocultura, della devastazione inflitta al mondo che stiamo consegnando ai nostri figli.
Tacchino maledetto, i tuoi giorni sono contati. Sappi che ogni giorno della nostra vita è passato a costruire il momento in cui, tu, tacchino immondo, verrai punito.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Eutanasia
Il vero volto del suicidio Kessler
Vi è tutta una tradizione di geremiadi sulle stragi perpetrate dai tedeschi in Italia, che va dal Sacco di Roma dei Lanzichenecchi (1527) agli eccidi compiuti dai soldati nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una strage ulteriore è partita in queste ore, ma pare non ci sia nessuno a cercare di fermarla: anzi, consapevoli o no, i funzionari dell’esablishment, e di conseguenza il quivis de populo, sono impegnati ad alimentarla.
Esiste infatti un fenomeno sociologico preciso, conosciuto ormai da due secoli, chiamato «effetto Werther», che descrive l’aumento dei suicidi in seguito alla diffusione mediatica di un caso di suicidio, per imitazione o suggestione emotiva. Esso prende nome dal romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe (1774), la cui pubblicazione fu seguita da una serie di suicidi imitativi tra i giovani europei, tanto da spingere alcune nazioni a vietarne la vendita.
Quella del suicidio come contagio non è un residuo dello scorso millennio. Vogliamo ricordare, specie all’Ordine dei Giornalisti e alle autorità preposte, che le direttive per il discorso pubblico sui suicidi sono molto precise: le cronache del suicidio vanno limitate, soppesate, controllate, perché è altissima la possibilità che i lettori ne traggano un’ulteriore motivazione per farla finita. Perfino nei motori di ricerca, alla minima query sulla materia, spuntano come funghi i numeri di telefono delle linee anti-suicidio.
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«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita» scrive l’Ordine, che sull’argomento organizza pure abbondanti corsi di aggiornamento.
Tutto questo pudore civile e spirituale è stato completamente inghiottito dalla propaganda sulle nuove frontiere dell’autodeterminazione, quella che vuole convincere tutti di essere padroni incontrastati della propria vita e della propria morte, e ci sta riuscendo alla grande. La morte assistita assume pure, in quest’era grottesca, le forme delle gambe delle Kessler – che, forse temendo un cortocircuito di senso, non si sono rivolte per la pratica all’Associazione Coscioni.
Il loro è stato un bel finestrone di Overton aperto sull’autosoppressione pianificata: basta guardare come ne parlano i giornali, le TV, gli ebeti al bar, per comprendere come esso serva a sdoganare definitivamente il suicidio come valore.
E per giunta una forma di suicidio nuova, con conseguenze sul racconto pubblico ancor più insidiose: par di capire infatti che si tratti di un suicidio per «vita completa», cioè il caso in cui l’aspirante morituro sente di aver esaurito, con più o meno soddisfazione, la sua esistenza. In Olanda, dove la fattispecie trova la naturale assistenza dello Stato eutanatico fondamentalista, la chiamano voltooid leven, e si adatta agli anziani (di solito tra i 70–75 anni) che non soffrono gravemente e spesso godono di una salute relativamente buona, ma che vogliono concludere la vita dettando loro le condizioni: i tempi, il contesto, la scenografia.
Le Kessler avevano deciso di morire. La piccola autostrage omozigotica era perfettamente programmata: la disdetta dell’abbonamento al quotidiano bavarese spedita per lettera con la data esatta del suicidio (la precisione tedesca!), i regalini inviati per arrivare a destinazione post mortem, la disposizione di essere cremate (ovvio) e di mettere in un’urna unica le proprie ceneri insieme a quelle della madre e del cane Yello. Particolare, quest’ultimo che, nel finestrone, apre un altro finestrino.
Le gemelle erano, come tante persone morbosamente legate a cani e gatti, nullipare: niente figli, per scelta emancipativa (tra le cronache che le immortalavano accompagnate a questo o quel divo, dicevano di aver visto il papà picchiare la mamma i fratelli morire in guerra: come in effetti non è mai accaduto a nessuno).
Morire così, facendosi trovare in una casa vuota, è qualcosa che ripugna al pensiero di chiunque abbia una famiglia. Perché, nella scansione naturale per cui si è figlie, ragazze, fidanzate, spose, madri, nonne, la casa si riempie di consanguinei e nemmeno solo di quelli. Nella famiglia (non fateci aggiungere l’aggettivo «tradizionale») non si può morire soli: la tua mano è stretta tra quelle di tante persone di generazioni diverse. Abbiamo in mente il caso di una nonna veneta, che, attorniata da una dozzina di figli, nipoti e pronipotini, mentre moriva pronunciò due semplici e inaspettate parole: «me spiaze», mi dispiace. Del resto, si accingeva a lasciare un intero universo che non solo non era vuoto, ma che materialmente, incontrovertibilmente, le voleva bene.
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Ecco la condanna definitiva che proviene dal mondo creatosi con il dopoguerra e il boom economico: egotismo infinito e terminale che arriva ad impedire, oltre che la trascendenza, pure la discendenza. Persone narcotizzate e sterilizzate dalla TV, o per chi come loro stava dall’altra parte, catturate dal culto dell’immagine e del successo; soggetti che, programmaticamente rifiutando di procreare – e quindi di tramandare un pezzo della propria vita biologica, un pezzo di codice, un pezzo di cuore – coltivano una visione solipsista dell’esistenza suscettibile di sfociare nel nichilismo sociopatico. Si precludono così quella forma istintiva di empatia che, antivedendo il danno che un gesto estremo può provocare ad altri, tiene in conto la possibilità concreta che questo si traduca in pedagogia distorta.
Le Kessler in apparenza incarnavano il simbolo di un’era di gioia morigerata, di eleganza e di innocenza – mostravano al massimo le gambe chilometriche, mentre l’economia prosperava e il mondo costruiva una pace con il tetto di armi termonucleari – ma quell’era (che mai dobbiamo rimpiangere!) non ha fatto altro che preparare il terreno all’ambiente malato in cui ci tocca vivere nell’ora presente. Dove non c’è nulla al di fuori di me, non c’è l’al di là, ma neppure l’al di qua: no figli, no nipoti, no amici, no consorzio umano in generale. Perché, sì, l’utilitarismo edonista caricatosi nelle menti dei boomer così come nel sistema della medicina di Stato e dello Stato moderno tutto, è un orizzonte disumano e disumanizzante.
La vita svuotata di ogni dimensione che non sia il piacere, la vita che non contempla il dolore, non può non portare che al desiderio di morte quando la percezione del piacere sfuma, o quando appare il dolore, o anche quando, in assenza di dolore, c’è la paura che esso prima o poi si manifesti. La soglia che legittima la compilazione del modulo con la richiesta di morte si anticipa sempre di più, e lo Stato genocida è pronto ad assolverla sotto la maschera bugiarda della pietà anche per chi semplicemente desideri allestire il proprio teatrino funebre curando e controllando ogni dettaglio della scena, per chiudere il sipario definitivo sotto la propria esclusiva regia.
Lo scrittore francese Guy Debord, proprio negli anni in cui le Kessler allungavano i loro arti a favore di telecamere RAI, aveva pubblicato un piccolo saggio, invero un po’ sopravvalutato, intitolato La società dello spettacolo. Ebbene, ora che quella generazione è arrivata alla raccolta, potremmo aggiungerci una specificazione e parlare di società dello spettacolo della morte.
Come fosse il loro ultimo balletto, la morte procurata delle soubrette non è dipinta dai media alla stregua di un fatto tragico – anzi. Se neanche troppi anni fa di un suicidio si dava conto sulle pagine della cronaca (con relativa descrizione di particolari squallidi e disturbanti), oggi potrebbe finire tranquillamente nella rubrica degli spettacoli perché, in fondo, anche quello fa parte della carriera.
Quando una decina di anni fa, lanciandosi dalla finestra, si suicidò il regista Mario Monicelli, il cui successo fu coevo a quello delle Kessler, non fu del tutto possibile, per questioni organolettiche, esaltarne il gesto. Ora invece sì, perché non c’è la star spiaccicata sull’asfalto, non c’è nulla da pulire, il quadretto è asettico come nella brochure di un mobilificio.
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Forse, inzuppati e inflacciditi dentro il brodo avvelenato della pubblicità progresso, non ci rendiamo più nemmeno conto di cosa alligni dietro la stomachevole apologia della carriera televisiva delle ballerine e del loro gesto orrendo, impacchettati entrambi nello stesso cartoccio mediatico che vuole profumare di teutonica, himmleriana, perfezione – quando in realtà puzza di cadavere e di impostura.
Non ci rendiamo conto di cosa significhi un messaggio patinato così violento nella sua apparente dolcezza per chi ne viene investito quando magari debba ancora capire, perché nessuno glielo ha trasmesso, il senso del vivere e il senso del morire, l’ineludibilità della sofferenza e la nobiltà che risiede nella forza di farsene carico.
Ci resta, ora, la conta impossibile di quanti ci faranno un pensiero a togliersi di mezzo dopo l’esempio delle gemelle suicide. Magari persone che un tempo le guardavano ballare in TV, che hanno lavorato e penato una vita intera, alle quali il suicidio di due soubrette VIP dovrebbe suonare come uno schiaffo in faccia e invece un sistema putrescente vuole far apparire come un addio di gran classe.
Chi può contrapponga subito a loro, nella mente, l’antidoto più naturale: il ricordo della propria nonna, che ha figliato, patito, lavorato per la discendenza con infinite ore-uomo, con un’eternità di pranzi della domenica e di racconti e di ricami, la nonna saggia e piena di affetto per chi veniva dopo di lei.
Perché dopo di lei qualcosa c’è: ci siamo noi, c’è la vita e c’è un mondo da ricostruire.
Roberto Dal Bosco
Elisabetta Frezza
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine modificata
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