Pensiero
Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio
L’anno scorso abbiamo pubblicato un panegirico della mangiata domenicale, indicando quanto sia sublime, e giusto – perché, spiegavamo, in linea con la Legge naturale – riempirsi di cibo al pranzo della domenica con la famiglia sino a stordirsi ed addormirsi.
È quella sensazione di sazietà che molti, come me, provano nel momento in cui scrivo, reduci dal pranzo di Natale 2025: si è sazi, satolli, olfi, secondo un termine della lingua veneta che indica l’essere rimpinzato sino a non poterne più.
Di fatto, non è solo di cibarie che ci si sente colmi. Il periodo che viene prima del Natale è di per sé un lungo pasto rituale, con tutte le sue preparazioni, da eseguirsi trattenendo il fiato tra le gioie (sempre) e le fatiche della programmazione. Suppongo che questo sia il raggiungimento di un modo adulto di sentire il Natale, quel sentimento che avevamo tutti da piccoli, e che chissà dove si è perso.
Perché mi sono oramai abituato, al piccolo calendario di metà dicembre, con la sua accelerazione di eventi. Non parlo delle cene aziendali e dei club sportivi: quelle pure ci sono, ma, no, non fanno sentire il Natale, anzi: spesso mi sembrano tentativi falliti di tornare a quel sentimento perduto, a quella bontà che le aziende e le associazioni sanno di non poter praticare.
Parlo, invece, di ciò che concerne il Natale dei bambini. Il Natale in purezza, vissuto attraverso tante microtradizioni acquisite.
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La sequela è fittissima: c’è il saggio di danza della bambina. C’è l’ultima partita di basket del bambino. C’è la festa di fine anno della scuola. C’è la corsa per i regali (con pianificazioni vertiginose, calcoli logistici, code chilometriche).
C’è la visione dei film natalizi: Mamma ho perso l’aereo anche quest’anno ha esercitato la sua potenza magnetica al limite dell’inspiegabile.
C’è la tradizioncina stabilita di mandare mamma e figlia, o anche tutta la famiglia, a teatro per il balletto: vedere lo Schiaccianoci prima di Natale è usanza diffussissima in tanta parte di Europa come in America. Quest’anno, per qualche ragione, è toccato un altro Tchaikovsky, La bella addormentata, ma va bene lo stesso.
C’è la cena della vigilia, che si consuma solo con un pezzo di salmone, del pancarré tostato e riccioli di burro – un lascito di quando vivevo a Milano e prima di Natale sgomitavo dal Peck (antica e prestigiosissima gastronomia vicino al Duomo) nel mezzo di una selva dei clienti inferociti per portarmi a casa una fetta di salmone a 66 euro, e consumare solo quella con i miei cari, in un unico atto di lusso poverissimo ma tanto appagante.
C’è la Messa di mezzanotte, che oramai facciamo da anni, con tutte le fatiche della sua organizzazione. Poi eccoti una massa di bambini che dorme abbracciata ai genitori o nascosti sotto i legni del coro. Si torna tardissimo, i bambini sono già crollati in auto, il genitore deve star sveglio ancora per posizionare i regali sotto l’albero e piazzare il Bambin Gesù nella sua culla nel presepe.
C’è il mattino del 25, dove si viene per forza destati dai bambini che vogliono aprire i regali, e inizia tutto questo rituale della felicità, i nomi sui pacchetti, la sorpresa, l’irrazionalità di quello preferito rispetto a quello che si immaginava il regalo principale (il più gradito quest’anno: un paradenti, prontamente attivato con tutta la procedura di acqua bollente, acqua fredda, morsi, etc.)
Allegria, soddisfazione, amore. Innocenza. Voi capite che uno è già sazio così, uno non ha bisogno di nient’altro. Specie se ci si ritiene proletari nel vero senso della parola: io ho solo la prole, io vivo per essa, in essa trovo la mia ragione, la mia pienezza. Non ho bisogno di altro: né cene costose, né belle automobili, né abiti firmati, né viaggi nel mondo – non ho bisogno, soprattutto, del giudizio degli altri, perché quanto vivo con la mia famiglia non lascia posto ad altro, è la plenitudine definitiva, e ci dispiace per gli altri.
Tante cose. Tanta abbondanza. Non si può non essere grati di tutto questo.
Al contempo, dentro di me, e fuori di me, c’è una certezza altrettanto enorme: che tutto questo può esserci tolto.
Non parleremo, ora, della questione dello Stato distruttore delle famiglie: stiamo vedendo in questi giorni cose agghiaccianti, bambini sottratti con una violenza istituzionale persino maggiore di quella di cui si occupò Renovatio 21, i primissimi fans se lo ricorderanno, oramai più di un lustro fa…
No, parliamo di qualcosa di più radicale. Parliamo della fine della felicità natalizia, la fine della piccola grande abbondanza delle nostre famiglie, la fine dell’innocenza dei bambini che una guerra può portare.
La guerra potrebbe partire ed arrivarci in casa d’improvviso. Ci dispiace per coloro che non lo comprendono – e sappiamo pure che costoro costituiscono un problema reale, perché sono, o alimentano, coloro che in guerra ci vogliono portare.
Un uomo vero, una donna vera, un padre di famiglia, una madre non possono non pensarci più volte al giorno: viviamo la situazione di tensione bellica più grave della storia umana. I vertici non eletti dell’Europa, ma spesso pure quelli eletti, ci hanno portato ad un duello con la più grande potenza termonucleare del pianeta, la Nazione immensa che ha sconfitto Napoleone e Hitler (due che volevano l’Europa unita…) e pagato l’ultima guerra mondiale con 26 milioni di morti.
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Ci vogliono portare allo scontro con un Paese che ha mostrato in TV che i suoi missili ipersonici – non intercettabili da nessuna tecnologia contraerea esistente – possono raggiungere qualsiasi capitale europea in meno di quindici minuti dal lancio. E, come ricordiamo spesso su Renovatio 21, ci sono armi ancora più allucinanti, come il drone Poseidon, in grado di creare tsunami radioattivi in grado di sommergere l’intero arcipelago britannico, e per la penisola italiana ci pensiamo anche.
Ci vogliono mandare in guerra con la Russia che, tra droni e battaglie urbane e boschive, in Ucraina ha ridefinito la guerra moderna.
Ci vogliono in conflitto con una potenza militare immensa pure quando i nostri protettori, gli Stati Uniti, si sono chiamati fuori – e le ragioni di questa ostinazione suicida non sono sufficientemente chiare, si può scomodare l’odio massonico, Nostra Signora di Fatima o pure la sola demenza ideologica dei nostri corrotti funzionari di vertice.
Ci vogliono far combattere contro un colosso, e magari anche col suo alleato cinese, quando – questo è chiaro a tutti – i russi non ci odiavano, anzi. E non parliamo solo degli affari del gas e dell’import-export: alzi la mano chi non ha testimoniato, nell’ultimo quarto di secolo, il ritorno dei russi nella scena europea, che sia la cultura o il turismo, che sia la danza classica o il matrimonio.
La mia non è un geremiade che parte solo da un ragionamento razionale, storico, geopolitico. È la somma di sensazioni che ho, in continuazione.
Oggi, durante il pranzo di Natale dai suoceri, è mancata la luce due volte. Niente di che, è tornata, chissà cos’era, forse riguardava solo la casa. Tuttavia, se avete letto fin qui capite quanto l’immagine calzi a pennello: l’abbondanza familiare delle nostre vite interrotta improvvisamente al suo apice, perché quale credete sarà uno dei primi segni del conflitto iniziato?
Ieri un momento ancora più preoccupante. Un boato fuori dalla finestra, mentre stavo lavorando al sito. C’è un caccia che vola bassissimo. Dove va? C’è una grande base militare americana qui vicino (diverse, in realtà), ma è raro vedere un aereo da combattimento che vola da solo a quest’altezza.
Pensi: perché lo fa? Lo sa che decine, centinaia di migliaia di persone sotto, nella serie infinita di case e condomini della città che sorvola, lo stanno vedendo, allertati dal suono del suo passaggio? Questa mancanza di riguardo per i civili indica qualcosa? È iniziato il momento in cui i riguardi dei militari nei confronti della popolazione sono finiti?
Anche questo, statene certi, sarà un segno: vedrete aerei armati che improvvisamente traversano il cielo vicino a voi. I primi saranno quelli vostri, o dei «Paesi alleati», che si spostano in fretta, perché sta succedendo qualcosa in direzione del nemico. Se non lo avete visto in qualche film di Hollywood, consiglio un titolo cinéphile che di questo segno degli aerei che sfrecciano in cielo come uccelli dell’apocalisse aveva fatto una poesia insuperabile. Offret del maestro Andrej Tarkovskij, che in italiano si chiama Sacrificio (1986).
Ambientato in Isvezia – dove credo il regista sovietico aveva trovato i fondi per il suo ultimo film, dopo essere stato in esilio in Italia – il film racconta, con lo stile opaco e suggestivo tipico tarkovskiano – di un vecchio intellettuale che presagisce la fine del mondo nella sua casa nel bosco, dove incontra una strega, recita il pater noster e infine decide che il sacrificio della sua stessa esistenza è quello che può dare per scongiurare l’apocalissi, qui fatta solo intuire dal geniale cineasta solo con il rombo degli aerei che scuote la terra e il cielo.
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Nel film il protagonista, dinanzi all’immane enigma della distruzione, si risolve a dar fuoco alla propria casa: quella che sembra una psicosi è in realtà una reazione che potremmo vedere nella gamma dei nostri politici, che ci vogliono portare a morire.
Noi, con le nostre famiglie, siamo molto più vicini alla devastazione atomica di quanto non lo siano stati i protagonisti di tanti film. E lo siamo ora.
È una realtà spaventosa, che non credevamo che ci sarebbe toccato di vivere, non dopo la fine della Guerra Fredda, non dopo decadi di pace – e ci rendiamo conto che in molti non lo hanno ancora capito, così come non hanno capito che la guerra questi la vogliono far sul serio, perché non solo possono, senza poesia né mistica, dar fuoco alla propria casa, ma perché vogliono, soprattutto, incenerire gli esseri umani e tutto il loro mondo.
Sì: chi vuole la guerra oggi lo fa perché odia il genere umano. Lo fa perché vuole lo sterminio. È questo che non entra in testa a tantissimi: non ci sono più, al comando, persone che hanno a cuore il prossimo, e temono l’inferno. Ci sono, in cima alla piramide, uomini e donne che lavorano per la morte, e all’Inferno non credono (pur essendone gli agenti diretti).
Non si è compreso che a comandare in questo momento c’è, in una parola, la Necrocultura. Che il fine del sistema, adesso, è la morte, è il genocidio, è la prospettiva pantoclastica, la distruzione ulteriore, la devastazione apocalittica in odio dell’Imago Dei. È il dolore e la cancellazione della dignità umana.
Il sistema che promuove l’aborto, l’eutanasia, la predazione degli organi, gli psicofarmaci, le mutilazioni pediatriche, i vaccini e la nuova guerra i vostri alberi di Natale li vuole bruciare con il fuoco atomico. E con essi, voi e i vostri bambini.
Provate a pensarci: non potrebbe essere altrimenti.
Resto, al termine di questa riflessione, con un pensiero tremendo: la nostra abbondanza non vale nulla, perché non è al sicuro. La nostra prole è in pericolo, e nel momento in cui la vediamo felice dobbiamo esserne più consapevoli che mai.
Quale sia il sacrificio che ci è chiesto per riportare l’equilibrio del mondo ora non lo dirò. Ma, statene certi, prima o poi ci verrà richiesto, e dobbiamo pregare perché non sia troppo tardi.
Buon Natale a tutti.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.
La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.
Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.
Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.
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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.
Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.
La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».
«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».
L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
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