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Geopolitica

FAFO Maduro, dottrina Donroe e grandi giochi di prestigio – Europa compresa

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«Fuck Around and Find Out» (FAFO) è una delle espressioni internet più gettonate dell’anno. L’acronimo viene usato dappertutto su Tiktok, X, YouTube e sta a significare qualcosa come «Fai lo stupido e scopri le conseguenze», «Prova a fare il furbo e vedi cosa succede» o «Gioca col fuoco e ti bruci». Del resto lo aveva annunziato tra gli alberi di Natale una settimana fa: «Maduro deve fare attenzione al suo culo». Detto, fatto.

 

Siccome i meme sono ora al potere, la versione più chiara di quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela l’ha data proprio Washington: «Maduro effed around and found out» ha detto il segretario alla Difesa, pardon, segretario alla guerra Pete Hegseth.

 

Prima di cercare di enucleare lo sconvolgimento generale – storico, metastorico, politico, geopolitico, metapolitico – vorremmo spendere qualche secondo per apprezzare il presidente venezuelano, quantomeno per la bellezza della foto in cui, in manette circondato da agenti DEA, tira su i pollici, o la perp walk rimbalzata dai canali social della Casa Bianca in cui Maduro dice «Felice Anno Nuovo» davanti ai fotografi mentre gli operativi dell’antidroga lo portano via in catene. Torneremo a dirlo: c’è una bella differenza, e da ambo le parti, con i casi tragici di Noriega, Saddam, etc. (E adesso per favore non si dica che è perché Maduro è di origine ebraico-sefardita).

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Il mondo con Trump è divenuto un teatro che non solo ha colpi di scena pazzeschi (ricordate l’attentato di Butler?) ma pure si riempi di personaggi irresistibili.

 

È così: l’ho già detto, lo ripeto, viviamo tutti in una fantasia di Trump, in una fantasia che lui stesso ci ha fatto generare, e che ora manovra e popola come vuole.

 

E quindi: chi dice di averci capito qualcosa di quanto sta accadendo è un bugiardo, o un pallone gonfiato, o un ebete, o tutte e tre le cose insieme. Chi pontifica ora non può avere contezza di quello che dice – perché una manovra del genere non si era mai vista.

 

Perché chiariamoci: Trump non ha condotto un regime change. Ha solo decapitato il vertice colombiano, e la moglie (interessante dettaglio), con le accuse di narcoterrorismo – il lettore di Renovatio 21 sa che la mossa immediata di Trump arrivato al potere è stato quello di piazzare i narcocartelli nella lista FTO, le organizzazioni straniere terroriste. Su questa testata abbiamo scritto decine di articoli sulle ramificazioni concrete di questo atto.

 

Cioè, la catena di comando del Venezuela è rimasta, da quello che capiamo, intatta: il potere passa alla numero due, la Dulcy Rodriguez. Dettaglio non da poco, il fatto che l’oppositrice più popolare all’estero, quella Machado che aveva «soffiato» il Nobel per la Pace a Trump, è stata scagata immantinente da Trump, che ha detto che «non ha sostegno né rispetto».

 

A complicare le cose la dichiarazione di Trump secondo cui «gestiremo il Venezuela sino alla transizione». Transizione… verso cosa?

 

La realtà è che il mondo intero ha visto un gioco di prestigio condotto su scala emisferica: avete presente, quello per cui togli la tovaglia e tutti i piatti, i bicchieri, le posate apparecchiati restano al loro posto? Trump parrebbe aver fatto una cosa del genere. Tanto per far capire che 1) la tavola è la sua; 2) le cose si possono fare anche senza fare danni; 3) l’operazione potrebbe essere replicata ovunque.

 

Quest’ultimo punto potrebbe terrorizzare chiunque, ad ogni latitudine: meglio non scherzare col Donaldo. Vediamo ora come continuerà Gustavo Petro, il presidente della Colombia che poche settimane fa aveva fatto uno strano gesto che sembrava alludere all’eliminazione di Trump («sacale a Trump»), e Lula abbiamo visto che subito è salito sulle barricate, anche se a rischiare, viste le sanzioni già applicate, potrebbe essere il vero padrone del Brasile, il giudice De Moraes. E ancora, in Medio Oriente… ?

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Non sbaglia chi vede nell’operazione – eseguita con una precisione spaventosa dai ragazzi della Delta Force, che guadagnano definitivamente punti sui colleghi Navy Seal (è il dualismo simile a quello di «papà, ma se una tigre si scontra con un leone…») – una riedizione dell’assassinio per opera di missili americani del generale Pasdaran Qassem Soleimani: un atto brutale e contrario alla legge internazionale, ma allo stesso tempo un gesto di deterrenza assoluta, forse perfino, ha osato dire qualcuno, un gesto di pace – uccidere il generale per evitare una guerra in piena regola.

 

Anche qui: chi sa la verità? Chi sa leggere davvero ciò che fa Trump?

 

Non l’esperto geopolitico lugubre e pelato, che alza il ditino blaterando uno spiegone che tratta The Donald come un idiota avventato. Non chi vede «solo» un atto imperiale, senza considerare come la filosofia politica è qui profondamente cambiata rispetto all’era Bush, Clinton, Bush, Obama. (E stendiamo un velo pietoso sul politico democristo-berlusconian-piddino Pierferdi Casini che si preoccupa per qualche ragione, dopo averlo fatto per l’oligarca russo Khodorkovkij, per i cittadini della Groenlandia minacciati da Trump… pensavamo che la storia del più amato dai vescovi italiani con una giovane donna colombiana, dopo due mogli, fosse finita)

 

Ora, non è facile capire quanto Mosca e Pechino sapessero – mentre metteteci una pietra sopra, Bruxelles cade dal pero, perché non conta un fico secco.

 

Secondo una teoria possibile, Putin sapeva, forse giù dall’Alaska, e quindi tutti i pat-pat a Caracas, gli ultimi anche recentissimi, erano una mezza sceneggiata. In cambio, cosa potrebbe aver ricevuto? Il Donbass? Oppure, teme qualcuno ora, un’operazione identica con il vertice di Kiev?

 

E Pechino? Non è privo di rilievo il fatto che poche ore prima del raid, Maduro stesse incontrando alti dignitari del Dragone. Qualcuno dice persino che gli attacchi diversivi, dove sarebbe stato colpito pure il mausoleo con la salma del Chavez, sarebbero partiti quando ancora gli emissari della Repubblica Popolare erano sul posto. E quindi, cosa farà ora Xi? Cercherà di fare lo stesso con Formosa?

 

Chi vorrà provare a fare il gioco di prestigio della tovaglia, e al contempo incorrere nel paradigma del FAFO?

 

Non sappiamo quando lo sapremo, e se lo sapremo mai.

 

Sappiamo tuttavia che la dottrina Monroe, o dottrina emisferica, è ora incontrovertibilmente riavviata, potenziata, elevata a potenza. Lo ha detto lo stesso Trump nel briefing di ieri: la potete chiamare dottrina Donroe, perché The Donald ha superato di molto il presidente Monroe e la sua idea di tenersi per sé tutto l’emisfero occidentale, che è egemonizzato dagli USA e dove potenze altre non possono sorgere.

 

I lettori di Renovatio 21 sanno che ne abbiamo già parlato: da qui si arriva al discorso del «destino manifesto» degli USA nel bicontinente americano, già ampiamente udibile a inizio anno con i discorsi di annessione del canale di Panama, della Groenlandia, del Canada e perfino del Messico.

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Già il Messico: non è difficile vedere che è quello il premio più ambito, al momento, per la Washington del biondo del Queens. Il quale ha detto, nelle scorse ore, che la presidente messicana Claudia Sheinbaum è una brava ragazza, ma il Paese è in realtà gestito dai narcocartelli… Fate voi i conti: ripetiamo che Maduro lo hanno esfiltrato proprio per la faccenda narcos, a farlo fotografare in manette non è l’FBI o la CIA o l’esercito ma la DEA, l’agenzia federale antidroga.

 

E allora, Donaldo decapiterà anche il Messico? Abbiamo visto le risse al Senado di Città del Messico: vi è una fazione politica che se lo augura, e quindi non pensiamo che nessuno, da dentro, darà una mano, né che non ci saranno certe festicciole in piazza che stiamo vedendo con i venezuelani in tutto il mondo.

 

Lo avevo visto in Cile in un café con piernas («caffè con gambe»), bar caratteristici di Santiago dove vieni servito da ragazze in abiti succinti (o presunti tali): una grande quantità di queste sono immigrate venezuelane, e una mi disse, irradiando come per un momento una tragica, consapevole saggezza, che non sarebbe tornata nel suo Paese forse per venti anni, per la crisi lì era talmente spaventosa che tutti sanno che dieci anni non bastano a mettere le cose a posto – e parliamo di un Paese con immani giacimenti di petrolio, di cui l’amminstrazione Trump ora parla apertis verbis.

 

Ribadiamo: mente chi vi dice cosa accadrà ora. Potrebbe non aver visto ancora nulla.

 

Pensate: Trump che va a trovare in cella Maduro, come Wojtyla con Ali Agca. Capacissimo. O ancora: Trump che grazia Maduro. Anzi no: Trump chiede la sedia elettrica, che è stata inventata proprio a Nuova York (dove Maduro sarà processato) ma dove non è più usata, causa incauta abolizione della pena di morte, da una ventina di anni. Mentre il caos e la miseria si scatenano sulle strade delle città venezuelane… oppure no.

 

Abbiamo, tuttavia, un’idea già più chiara di quello che succederà all’Europa nell’epoca della dottrina Donroe realizzata: abbandonata, derisa, lasciata sola nella tempesta che essa stessa ha invocato, provato. L’Europa non conta più nulla, l’Europa è pronta ad essere predata e smembrata da chiunque – ben oltre il processo kalergista di invasione programmata afroislamica e anarco-tirannia conseguente.

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Guardando quanto accaduto a Caracas, dobbiamo trovare la forza di dirci: no, non possiamo permetterci di aver quei rappresentati a Bruxelles.

 

No: nessuna Von der Leyen, nessuna Kallas possono stare dove stanno, perché a questo punto abbiamo capito che i tempi sono «interessanti», come nella famosa maledizione cinese.

 

Bruxelles a questo punto, dovrebbe averci un po’ di fifa, perché il FAFO potrebbe arrivare, oltre che da Washington, anche da Mosca. E se il gioco di prestigio della tovaglia venisse fatto a Bruxelles, e pure tutti quei vetri andassero in frantumo… chi se ne accorgerebbe?

 

Non è forse il momento di fare noi stessi la magia di far sparire l’UE e la sua burocrazia apocalittica, prima che essa non faccia sparire noi?

 

Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

Lavrov: Zelens’kyj sta «sfidando sfacciatamente» Trump

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Volodymyr Zelens’kyj sta sfidando apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rifiutandosi categoricamente di riconoscere o accettare un accordo volto ad alleviare la carenza globale di gasolio, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.   Lo scorso venerdì Trump ha raggiunto l’accordo con il presidente russo Vladimir Putin, dopo giorni di ripetute richieste statunitensi di interrompere gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe, ignorate da Zelens’kyj . Washington ha quindi allentato le sanzioni sulle esportazioni di gasolio russo fino all’aprile 2027, mentre Mosca si è impegnata a fornire ingenti quantitativi di carburante per contribuire ad alleviare la carenza globale.   Parlando con i giornalisti dopo un vertice regionale a Baku, in Azerbaigian, giovedì, Lavrov ha affermato che Mosca ha appoggiato l’accordo proposto da Trump, mentre Zelensky continua a cercare armi statunitensi per effettuare attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie di petrolio.   «L’accordo è stato proposto e noi lo abbiamo appoggiato», ha detto Lavrov, accusando Zelensky di aver invece richiesto più missili per i sistemi Patriot di fabbricazione statunitense al fine di continuare a colpire le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie di petrolio.   «Questa è una sfida diretta e sfacciata al presidente Trump», ha affermato Lavrov.

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Zelens’kyj ha criticato l’accordo definendolo una «decisione debole», lamentando che avrebbe fornito alla Russia ulteriori entrate. Ha inoltre accusato Trump di «tradimento», ha attribuito la carenza energetica globale alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e ha condannato il ritiro del supporto dell’intelligence americana come «pericoloso».   Trump ha replicato, accusando il leader ucraino di creare problemi all’economia globale e suggerendo che l’Ucraina avesse bisogno di un nuovo presidente.   Secondo il Financial Times, le critiche sempre più dure di Zelens’kyj nei confronti di Trump hanno allarmato i leader europei, che intendono esortarlo a moderare i toni durante i colloqui a porte chiuse del vertice di Bruxelles di venerdì.   Domenica, Trump ha annunciato un cessate il fuoco immediato che includesse gli attacchi alle infrastrutture energetiche, sebbene né Mosca né Kiev abbiano confermato il raggiungimento di un accordo. Zelens’kyj ha affermato che l’annuncio «era una novità per me», ma ha aggiunto che l’Ucraina avrebbe osservato una pausa di tre giorni negli attacchi contro gli impianti energetici russi.   Tuttavia, il vice primo ministro russo Aleksandr Novak ha dichiarato mercoledì che i droni ucraini hanno preso di mira due raffinerie di petrolio: una nella regione di Rjazan e l’altra in quella di Saratov.   Nella notte, un attacco di un drone ha provocato un incendio in una raffineria di petrolio nella regione di Rjazan, secondo quanto riferito dalle autorità locali.   Mosca ha denunciato gli attacchi come atti di terrorismo e ha promesso di intensificare i raid contro le installazioni militari ucraine, compresi i depositi di droni e missili, pur ribadendo di non prendere mai di mira i civili.   Il Cremlino ha affermato che i rinnovati attacchi contrastano con gli sforzi di Washington per mediare la pace. Mosca ha ripetutamente ribadito di voler raggiungere una soluzione duratura al conflitto in Ucraina, piuttosto che una tregua temporanea che permetterebbe a Kiev di riorganizzarsi e riarmarsi.

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Geopolitica

Zelens’kyj ignora Trump: attacco di droni ucraini contro raffineria russa

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Un incendio è scoppiato in una raffineria di petrolio nella regione russa di Rjazan a seguito di un grave attacco di droni ucraini avvenuto durante la notte, come ha scritto su Telegram il governatore locale Pavel Malkov.

 

Negli ultimi giorni, Kiev ha continuato i suoi attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, nonostante i tentativi del presidente statunitense Donald Trump di mediare una «tregua energetica».

 

Malkov ha aggiunto che durante il raid sono stati danneggiati anche un magazzino e diversi veicoli appartenenti a un’altra azienda locale. Tuttavia, secondo le prime informazioni, non ci sono state vittime, ha sottolineato il governatore. L’entità dei danni è attualmente in fase di valutazione e i servizi di emergenza stanno operando nelle zone colpite, ha aggiunto.

 

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Il ministero della Difesa russo ha dichiarato in un comunicato successivo che l’attacco ucraino a una raffineria di petrolio nella regione di Rjazan è avvenuto tra le 4:00 e le 7:00 del mattino, ora locale. Secondo il comunicato, un totale di quattro missili da crociera a lungo raggio Flamingo e 69 droni ad ala fissa, lanciati da Kiev, sono stati abbattuti dalla difesa aerea e da velivoli militari. Il ministero ha dichiarato che l’incendio nella struttura è stato causato dai detriti di un drone intercettato.

 

La scorsa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto all’Ucraina di interrompere gli attacchi alle raffinerie petrolifere in Russia, affermando che questi erano la causa dell’impennata dei prezzi dell’energia. Domenica, il presidente statunitense ha dichiarato che Mosca e Kiev avevano concordato un cessate il fuoco immediato nel settore energetico.

 

Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha reagito dicendo che l’annuncio «era una novità» per lui, ma ha espresso la disponibilità a fermare gli attacchi se la Russia farà lo stesso. Zelens’kyj aveva anche affermato che Kiev avrebbe introdotto una pausa di tre giorni negli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe.

 

Tuttavia, la promessa è stata violata mercoledì, quando il vice primo ministro russo Aleksandr Novak ha dichiarato che due raffinerie di petrolio, nelle regioni di Rjazan e Saratov, sono state prese di mira da droni ucraini.

 

Per alleviare la situazione, Trump ha allentato le restrizioni sulle esportazioni di gasolio dalla Russia in seguito a una telefonata con il suo omologo russo, Vladimir Putin, la scorsa settimana. Il presidente statunitense ha accusato Zelens’kyj di voler «creare problemi» agli Stati Uniti e al mondo intero attaccando le raffinerie petrolifere russe e ha suggerito che l’Ucraina avesse bisogno di un «nuovo presidente».

 

«Va e si mette a usare il gasolio. Può fare quello che vuole, ma non può farlo. Farebbe meglio a smetterla, dannazione», ha detto il presidente degli Stati Uniti.

 

Martedì lo Zelens’kyj  ha confermato le indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti avrebbero minacciato di interrompere la condivisione di informazioni di Intelligence con Kiev se quest’ultima avesse continuato a ignorare le richieste di Trump. Questa settimana, i funzionari ucraini si sono lamentati anche di non aver ricevuto alcun preavviso dagli americani prima degli attacchi missilistici russi, nonché dei problemi con Starlink, il servizio internet satellitare utilizzato dalle truppe di Kiev per le comunicazioni e il controllo dei droni.

 

Lo Zelens’kyj ha accusato Trump di «tradimento» nei confronti dell’Ucraina e ha suggerito che la vera causa della carenza energetica globale sia la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.

 

Come riportato da Renovatio 21, anche vari senatori americani hanno accusato Trump di aver tradito Kiev. La stampa statunitense rietiene che Trump sia «davvero furioso» con Zelens’kyj.

 

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato giovedì che «in realtà non c’è stata alcuna moratoria da parte dell’Ucraina. Gli attacchi alle nostre raffinerie petrolifere e agli impianti energetici sono continuati per tutto questo periodo. Pertanto, non c’è nulla di nuovo».

 

I «tentativi attivi» dell’amministrazione Trump di risolvere il conflitto in Ucraina «vengono vanificati dalla riluttanza del regime di Kiev e di Zelensky, in particolare, ad accettare la pace», ha aggiunto Peskov.

 

I funzionari russi hanno ripetutamente affermato che Mosca cerca una soluzione a lungo termine del conflitto in Ucraina, piuttosto che una tregua temporanea, che verrebbe utilizzata dal governo di Zelens’kyj per riarmare e riorganizzare le proprie forze.

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Geopolitica

Zelensk’yj va a piangere dal premier britannico dopo la richiesta di dimissioni lanciata da Trump

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Il premier  britannico Andy Burnham si è affrettato a rassicurare il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj dopo che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto pubblicamente la sua sostituzione. Il presidente statunitense ha accusato Zelens’kyj di rifiutarsi di raggiungere un accordo di pace con Mosca e di aggravare la crisi globale del carburante con i continui attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe.   Sabato Burnham ha telefonato a Zelens’kyj, lo stesso giorno in cui Trump aveva suggerito la sostituzione del leader ucraino per il suo rifiuto di raggiungere un accordo con Mosca. Secondo Downing Street, il primo ministro britannico ha descritto le 24 ore precedenti come «difficili per l’Ucraina» e ha «ribadito la sua completa solidarietà».   Burnham e Zelens’kyj hanno inoltre discusso «dell’importanza di mantenere la pressione sulla Russia», con Londra che ha promesso di imporre ulteriori sanzioni a Mosca.   In precedenza, sabato, Trump aveva accusato Zelens’kyj di voler «creare problemi al mondo» attraverso i continui attacchi alle infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie. «Suggerisco loro di trovare un nuovo leader che sappia negoziare», ha affermato.   Secondo il giornalista tedesco Paul Ronzheimer, le dichiarazioni di Trump hanno scioccato Kiev. «Non ce lo saremmo mai aspettati», ha detto al giornalista uno stretto collaboratore di Zelens’kyj, aggiungendo che Kiev teme che Washington possa sospendere la condivisione di informazioni di Intelligence.

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Come riportato da Renovatio 21, lo scorso venerdì Trump e il presidente russo Vladimiro Putin hanno raggiunto un accordo volto a contenere l’impennata dei prezzi globali del carburante. Washington ha temporaneamente sospeso le sanzioni sul diesel russo, mentre Mosca ha accettato di rilasciare immediatamente 300.000 tonnellate di diesel e altre 500.000 a novembre. Zelens’kyj ha definito la decisione di Trump «debole».   I sostenitori europei di Kiev si sono ripetutamente schierati in difesa di Zelens’kyj  in seguito alle critiche pubbliche di Trump.   Come riportato da Renovatio 21, nel febbraio 2025, dopo che Trump aveva definito Zelens’kyj un «dittatore senza elezioni» e lo aveva criticato aspramente per la sua riluttanza a raggiungere un accordo con Mosca, l’allora primo ministro britannico Keir Starmer e diversi leader europei, tra cui ilcCancelliere tedesco Olaf Scholz e il Presidente francese Emmanuel Macron, difesero pubblicamente il leader ucraino e criticarono la scelta delle parole di Trump.   Più tardi, quello stesso mese, un incontro alla Casa Bianca tra Trump e Zelens’kyj   si trasformò in un acceso scambio di insulti, con il presidente americano che accusò il suo ospite di mettere a repentaglio milioni di vite e di rischiare la Terza Guerra Mondiale. I leader europei, tra cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas, Macron e Starmer, si schierarono immediatamente a sostegno di Zelensky, riaffermando il loro appoggio a Kiev.   Nonostante le ripetute promesse di solidarietà, il blocco sta incontrando sempre maggiori difficoltà nel soddisfare le continue richieste di assistenza finanziaria da parte di Kiev. Alla fine di settembre, l’UE ha respinto la richiesta di Kiev di un sussidio di 220 milioni di europer gli agricoltori, al fine di compensare le conseguenze delle interruzioni del commercio marittimo ucraino nel Mar Nero, legate agli attacchi russi contro la logistica ucraina, in risposta alla campagna di pressione di 40 giorni lanciata da Zelens’kyj contro il territorio russo.   A inizio ottobre, l’euroblocco ha respinto la richiesta dell’Ucraina di accelerare il sostegno finanziario necessario a coprire un inatteso deficit di 27 miliardi di dollari nel settore della difesa, spingendo Zelens’kyj  a scagliarsi contro i sostenitori di Kiev, accusandoli di non fare abbastanza per l’Ucraina.   La Russia ha affermato che la posizione dei sostenitori europei di Kiev è uno dei principali ostacoli alla risoluzione del conflitto. L’UE continua ad aggrapparsi all’idea di «sconfiggere strategicamente la Russia», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov il mese scorso.   Commentando la situazione la scorsa settimana, Peskov ha affermato che né l’Ucraina né i suoi sostenitori europei hanno fatto passi avanti verso i colloqui, e che le nazioni europee continuano a «ostacolare» il processo di pace.

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Immagine di Number 10 via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0
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