Maternità
Riduzione del seno: se amputarsi le tette diventa una questione femminista
Molti conoscono il caso di Angeline Jolie, che si fece asportare il seno preventivamente: disponendo della mutazione famoso gene BRCA1, quella che teoricamente porterebbe a maggiori possibilità di cancro alle mammelle, la diva anni nel 2013 diede ampia pubblicità alla doppia mastectomia preventiva.
Il trend è ora in aumento. Secondo le cronache, tantissime giovani sotto i 30 anni con casi di tumori al seno in famiglia si rivolgono al chirurgo per tagliare via le mammelle.
Tuttavia, questa molto discutibile pratica medica di amputazione non è l’unico motivo per cui la chirurgia sta mutilando a tante donne l’organo dell’allattamento e della femminilità.
Il New York Times lo scorso mese ha mandato in stampa un lungo articolo intitolato «La questione femminista della riduzione del seno».
L’autrice è una giovane che si fa raffigurare in canotta, con un seno piuttosto prosperoso e nessun reggiseno ad occultare i capezzoli che premono sul tessuto tra tatuaggi a caso. La didascalia ci informa tuttavia che la foto è scattata dopo l’operazione di riduzione del seno.
Perché l’articolista ha optato per intervenire chirurgicamente per diminuirsi le tette? Beh, viene raccontata una storia piuttosto triste.
«Ero una ragazza sicura di sé e atletica (…) Poi è arrivato il mio seno: enorme, pesante e primo tra i miei coetanei. Hanno segnato il prima e il dopo del mio corpo, cosa significava nel mondo delle persone e cosa significava per me».
«La mia trasformazione mi ha inibito sia fisicamente che socialmente. Non potevo più correre, in parte perché era scomodo (…) ma anche perché non potevo essere visto correre. Ho smesso di fare sport, ho smesso del tutto di giocare all’aperto. Peggio ancora, sono stata perseguitata dai ragazzi e detestato dalle ragazze e presto ho sviluppato la reputazione di puttana. All’inizio, ciò era dovuto esclusivamente al mio seno, ma è peggiorato quando ho ceduto con riluttanza ai ragazzi che volevano toccarli. L’attenzione sessuale poteva essere allettante, ma lo spettro del piacere era un miraggio (…) ho acconsentito ad atti che mi hanno sopraffatto e sono stata incessantemente molestata a scuola».
Un seno enorme e desiderato da tutti, una vera maledizione. Al contempo, un grimaldello infallibile per il focus altrui.
«Nei successivi 25 anni, il mio seno ha attirato attenzioni che altrimenti non avrei ricevuto. Come un faro sessuale, segnalavano agli uomini ovunque».
Purtroppo però, l’autrice confessa di aver «sempre saputo di essere queer e ho iniziato a frequentare donne da adolescente». Queer non abbiamo mai capito bene cosa significhi, dovrebbe essere la Q in LGBTQ. Arrotondiamo, per nostra ignoranza, nel dire che in questo caso si tratta di qualcosa di vicino al lesbismo (ma non ne siamo sicuri).
L’autrice, confessando di preferire partner femminili, aggiunge però un commento oscuro: «mentre trovavo rifugio in queste relazioni intime, vivevo ancora nel mondo degli uomini e le dimensioni del mio seno significavano che il mio corpo era loro per lo sguardo, il commento, l’afferramento e il feticismo».
Insomma, la maledizione continua. Anche perché, pare di capire, il «mondo degli uomini», notoriamente e misteriosamente attratti dalle tette, non era stato ancora abbandonato.
Ecco quindi che scatta il primo cortocircuito femminista: «per la maggior parte della mia vita, ho voluto disperatamente che il mio corpo fosse diverso, e ho anche inteso l’ossessione come un difetto, come un fallimento per essere una vera femminista».
Se hai le tette grosse, non puoi davvero essere una vera femminista. Ma in realtà bisogna cercare comprensione anche lì.
«Ho pensato che dovevo accettare il mio corpo, amare il mio corpo e trovarlo bello, per respingere con successo il messaggio interiorizzato della cultura patriarcale».
Eccoci: le tette come «messaggio interiorizzato della cultura patriarcale». Le tette, oscene Quisling del corpo femminile, sono chiaramente complici del patriarcato. Perché i patriarchi, notoriamente e misteriosamente, per lo più adorano le tette (non tutti, per qualche oscuro motivo).
È stato duro, per la femminista, cercare la via del bisturi.« La più importante teorica femminista contemporanea sull’argomento, in un articolo del 1991 sulla rivista Hypatia, che la chirurgia estetica fosse “considerata come una forma estrema di misoginia medica, che produce e riproduce i temi culturali perniciosi e pervasivi della femminilità carente”».
La chirurgia estetica è patriarcale, in sé. «La donna che ha ceduto al desiderio di commettere una tale violenza sul proprio corpo era una “droga culturale”, afflitta da falsa coscienza, credendo di aver fatto una scelta personale mentre in realtà si arrendeva a un sistema che controlla e opprime le donne».
Quelle che si aumentano il seno o si botoxano lo fronte, insomma, sono delle tossiche schiave dei maschi.
L’autrice maggiorata quindi parla del tentennamento nei confronti del chirurgo estetico: « quando avevo vent’anni, le uniche persone che sapevo che l’avevano fatto erano amiche che lavoravano nell’industria del sesso, per i quali sembrava un investimento professionale piuttosto che personale».
Un attimo… cosa significa «amiche che lavoravano nell’industria del sesso»? Prostitute? Attrici porno? In che senso «amiche»?
Dopo discussione con la «moglie», l’autrice si decide infine per l’intervento.
L’esperienza è descritta con toni mistici: «nella sala operatoria il corpo è sacro solo al suo abitante. Mi è venuta addosso di soppiatto, la strana sensazione di sacralità, mentre il mio chirurgo mi ha stretto, misurato e scarabocchiato sul seno con un pennarello la mattina del mio intervento».
Strana «sacralità del corpo», che si esprime nella sua mutilazione. Tuttavia, sul versante tecnico-organolettico dell’esperienza, «La mattina del mio intervento chirurgico al seno, ero felice di non dover vedere le mie parti scartate gettate nella spazzatura».
La questione femminista rimane:
«Nonostante la considerazione dell’esperienza vissuta dalle donne con la chirurgia estetica, la teoria femminista la considera ancora in gran parte problematica, un modo per scambiare una sofferenza terribile con una sofferenza meno terribile: la scelta è quella di continuare a vivere in un corpo che si sente insopportabile o di subire un aborrente violenza. Il presupposto è che nessuno sceglierebbe la violenza fisica se non per alleviare sofferenze insopportabili».
«Questo semplicemente non è vero» realizza la fanciulla ex-gigantomastica, rivelando d’improvviso cose inaspettate. «Lo dico non solo come ex dominatrix professionista, ma come persona che ha capito da tempo che la maggior parte delle forme di guarigione include il dolore e molte includono la violenza».
Piano, piano, scusate, un secondo.
Cosa è una dominatrix professionista? Apprendiamo dall’enciclopedia online che una «dominatrice», detta anche «padrona», è una donna che nelle pratiche sadomasochiste interpreta il ruolo dominante.
Cioè: quella con il corpetto nero, il frustino che schiocca, magari una maschera di lattice i tacchi a spillo con cui eseguire crudeltà indicibili.
«Riveste invece una certa diffusione il fenomeno delle Prodomme» scrive Wikipedia, «ovvero di donne che esercitano professionalmente il ruolo di padrona, spesso all’interno di un dungeon [sotterraneo, ndr] ben attrezzato, percependo denaro come profitto della propria attività. Tali rapporti, quando consistono in uno scambio tra prestazione sessuale e denaro, vengono inquadrati nell’ambito della prostituzione».
Quindi, una dominatrice professionista è…
Ma quindi, con quel seno pazzescamente problematico, è possibile dire che l’autrice del pezzo ci abbia «lavorato»? Che abbia in qualche modo contribuito ai suoi guadagni?
Insomma, seguite la linea: palpamenti e pentimenti, femminismo, omosessualismo, sadomasochismo «professionale», amputazione delle mammelle. Il quadro è questo.
E noi, in tutto questo, cosa cosa ci vediamo?
La mortificazione assoluta dell’essere femmina, dell’essere donna. La mutilazione di organi della maternità: alla fine finiamo sempre là, all’attacco alla donna generatrice della vita, custode del genere umano.
Fateci caso: i cristiani, di solito non sempre comprensivi riguardo alle nudità, per millenni non hanno avuto problemi a raffigurare l’allattamento di Gesù dal seno di Maria. Ciò rimane, anche se sempre più in difficoltà, anche nella vita reale: se una madre si mette a bordo della strada ad allattare, nessuno si scandalizzava, fino a poco tempo fa. Si scandalizzava se qualcuno le urlava che stava facendo una cosa indecente.
Ma quale indecenza? La funzione del seno è, per la continuazione dell’umanità, per la legge naturale, davvero sacra.
Qui invece, per blasfema perversione nosocomiale, diviene «sacra» la sua riduzione chirurgica. Perché l’ora presente santifica cioè che distrugge i sessi biologici e la riproduzione naturale.
Ecco, in tutta questa storia ci vediamo un paragrafo poco considerato dell’azione della Necrocultura: la guerra del mondo moderno contro le tette.
Alimentazione
Le donne in gravidanza esposte ai pesticidi presentano un rischio maggiore di diabete gestazionale
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
I ricercatori dell’Università dell’Arizona e dell’Università di Harvard hanno scoperto che livelli elevati di insetticidi piretroidi e organofosfati entro 500 metri dalle abitazioni sono associati al diabete mellito gestazionale (rischio, sia nelle finestre di esposizione preconcezionale che in quelle del terzo trimestre).
Uno studio pubblicato su Environment International dimostra l’importanza di abbandonare i pesticidi collegati a conseguenze per la salute non solo per coloro che li spruzzano o lavorano nelle loro vicinanze, ma anche per le comunità residenziali esposte a causa della dispersione accidentale dovuta alla deriva.
I ricercatori hanno scoperto che un’elevata esposizione a insetticidi piretroidi e organofosfati entro 500 metri dalle abitazioni è associata al rischio di diabete mellito gestazionale (GDM), sia nel periodo preconcezionale che durante il terzo trimestre di gravidanza.
Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) «il diabete gestazionale si verifica quando il corpo non riesce a produrre abbastanza insulina durante la gravidanza. L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas. Agisce come una chiave che permette allo zucchero nel sangue di entrare nelle cellule del corpo per essere utilizzato come energia».
Questa ricerca è possibile solo perché l’Arizona è uno dei pochi stati degli Stati Uniti a richiedere agli utilizzatori di pesticidi, sia commerciali che agricoli, di segnalare la quantità, il tipo e la posizione (entro un’area di un miglio quadrato) dei trattamenti effettuati.
Gli attivisti per la salute pubblica e l’ambiente citano ricerche come questa quando chiedono ai loro rappresentanti eletti di rendere obbligatorio il finanziamento permanente dei programmi federali che monitorano i residui di pesticidi attraverso diverse vie di esposizione, per non parlare della necessità di promuovere la gestione biologica del territorio in contesti agricoli e non agricoli.
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Metodologia e principali risultati
I ricercatori dell’Università dell’Arizona e dell’Università di Harvard hanno utilizzato un solido set di dati proveniente dall’Arizona Prenatal Environment and Reproductive Outcomes Study, isolando i dati dei partecipanti idonei a coloro che avevano avuto parti singoli (un solo bambino durante il parto) tra il 2014 e il 2020 da madri che non avevano una storia clinica di diabete.
I dati sull’uso di pesticidi, su una base di un miglio quadrato, sono stati mappati utilizzando il sistema Public Land Survey Section dell’US Geological Survey. I ricercatori hanno confrontato le «colture bersaglio» segnalate con il database CropScape del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti per attribuire applicazioni specifiche su campi delimitati e valutare quelle entro 500 metri dalle abitazioni.
Sono stati analizzati diciotto principi attivi, suddivisi in tre classi principali, «sulla base delle loro applicazioni commerciali più comuni in Arizona, di un numero adeguato di casi di esposizione e delle evidenze provenienti da studi tossicologici che li collegano all’alterazione del metabolismo del glucosio».
Gli autori hanno proseguito: «Abbiamo escluso dalla nostra analisi cinque principi attivi (ovvero diazinone, forato, formetanato dicloridrato, oxamil e propamocarb dicloridrato) a causa del numero insufficiente di casi esposti (meno di 5)».
Detto questo, i composti pesticidi includono:
- Organofosfati: Acefato, bensulide, clorpirifos, dimetoato, etefon, malathion, tribufos
- Piretroidi: beta-ciflutrina, bifentrina, ciflutrina, cipermetrina, esfenvalerato, fenpropatrina, lambda-cialotrina, permetrina, zeta-cipermetrina
- Carbammati: Carbaryl e methomil
I ricercatori hanno valutato le associazioni tra l’esposizione ai pesticidi e il diabete gestazionale in quattro periodi chiave: preconcezionale (T0), primo trimestre (T1), secondo trimestre (T2) e terzo trimestre (T3).
I principali risultati includono:
- L’esposizione agli organofosfati (acefato ed etefon) nel terzo trimestre è associata a un rischio maggiore di diabete gestazionale rispettivamente del 34% e dell’89% tra le madri esposte.
- I ricercatori hanno osservato rapporti di rischio più elevati, compresi tra 1,17 e 2,13, per diversi piretroidi (beta-ciflutrina, bifentrin, cipermetrina e permetrina) nel periodo preconcezionale o nel primo trimestre di gravidanza.
- L’esposizione al clorpirifos nelle donne in gravidanza è stata associata a un «aumento del rischio di diabete gestazionale del 35% rispetto alle donne che non sono mai state esposte».
- Sebbene specifiche classi di pesticidi e principi attivi siano correlati a un aumento del rischio di diabete gestazionale, l’esposizione complessiva ai pesticidi non ha prodotto risultati statisticamente significativi tra il gruppo esposto (8,1%) e quello non esposto (7,8%).
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Copertura precedente
Le implicazioni dell’esposizione ai pesticidi in ambito residenziale, attraverso molteplici vie di somministrazione (ingestione, contatto cutaneo, ecc.), non possono essere sottovalutate, data la preponderanza di prove scientifiche che dimostrano effetti negativi sulla salute (acuti e cronici).
Nella Repubblica Ceca, alcuni ricercatori hanno analizzato la polvere presente negli ambienti interni di 116 abitazioni, scoprendo che il 93% di esse, sia in aree urbane che rurali, conteneva residui di almeno un pesticida attualmente in uso (CUP).
Lo studio ha inoltre rilevato residui di esaclorobenzene e pentaclorobenzene, prodotti di degradazione o sottoprodotti di alcuni pesticidi organoclorurati vietati.
Questi composti, così come i metaboliti del DDT DDE e DDD, sono stati rilevati in più della metà delle abitazioni esaminate.
I risultati di questo studio e di ricerche precedenti confermano che i pesticidi utilizzati all’aperto finiscono negli ambienti interni, determinando un livello di esposizione che non viene calcolato al momento della registrazione e dell’immissione sul mercato dei pesticidi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Indoor Environments. (Vedi Daily News qui)
Un altro esempio significativo è rappresentato da uno studio sulla popolazione condotto in California e pubblicato su BMC Public Health, secondo il quale «il 7,5% di tutte le donne incinte in California che hanno partorito nel 2021 viveva entro 1 km da campi agricoli in cui erano stati utilizzati pesticidi organofosfati durante la gravidanza».
Nonostante una diminuzione del 54% nell’uso complessivo dell’insetticida neurotossico clorpirifos nello stato tra il 2016 e il 2021, dopo il divieto a livello statale dell’insetticida organofosforico nel 2016, i ricercatori hanno scoperto che in una contea della California, «oltre il 50% delle donne incinte viveva entro 1 km da un’area in cui veniva utilizzato il pesticida organofosforico».
Sono state riscontrate significative disparità in termini di elevata esposizione ai pesticidi, «con le persone di origine ispanica/latina, i giovani e i residenti della regione della Costa Centrale, prevalentemente dedita alla coltivazione di frutta e verdura, che hanno maggiori probabilità di vivere in prossimità di aree in cui vengono utilizzati pesticidi organofosforici durante la gravidanza».
Gli autori hanno suggerito che «modifiche normative volte a limitare l’uso o a restringere le applicazioni in prossimità delle aree residenziali potrebbero avere un notevole beneficio per la salute pubblica, in particolare per lo sviluppo cerebrale dei bambini». (Vedi Daily News qui)
Un’analisi dell’esposizione ai pesticidi di un membro della famiglia che lavora in agricoltura (residui «portati a casa») ha rilevato che i livelli di pesticidi nell’abitazione sono superiori di 2,6-3,7 volte rispetto al normale.
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Questi e altri dati sull’esposizione non professionale nelle abitazioni provengono dall’Agricultural Health Study (AHS), uno studio prospettico del National Cancer Institute e del National Institute of Environmental Health Sciences sugli esiti oncologici e altri problemi di salute in una coorte di applicatori di pesticidi autorizzati e dai loro coniugi provenienti dall’Iowa e dalla Carolina del Nord.
Tra il 1993 e il 1997, con un periodo di follow-up tra il 1999 e il 2021, l’AHS ha monitorato l’esposizione professionale e non professionale ai pesticidi e i conseguenti effetti sulla salute.
Questo studio, pubblicato su Environmental Advances, riesamina un’analisi quantitativa dell’esposizione non mirata e «specifica per principio attivo» ai pesticidi attraverso molteplici vie di somministrazione, applicando nuovi criteri all’esposizione dei coniugi dei soggetti affetti da AHS all’insetticida clorpirifos e all’erbicida atrazina.
Le tre vie di esposizione ai pesticidi includono l’assunzione a domicilio, la deriva agricola e l’uso domestico. Basandosi su uno studio del 2019 , i ricercatori hanno preso in considerazione i dati di ulteriori studi pubblicati tra il 2019 e il 2024, «confermando che tutte e tre le vie contribuiscono all’esposizione ai pesticidi».
Ancora più importante, le stime aggiornate dell’esposizione non intenzionale al clorpirifos e all’atrazina sono complessivamente rafforzate dall’integrazione di nuovi dati, evidenziando la natura pervasiva dei pesticidi nell’ambiente. (Vedi Daily News qui)
Una revisione pubblicata sull’International Journal of Cancer collega l’esposizione ai pesticidi, in particolare nelle aree con un’elevata densità di colture agricole, a un aumento del rischio di tumori infantili.
Il team di ricercatori dell’Università del Nebraska-Lincoln e dell’University of Nebraska Medical Center, analizzando studi epidemiologici pubblicati tra gennaio 1980 e settembre 2022, afferma che «questa revisione esplorativa conferma che un solido corpus di letteratura epidemiologica ha già fornito informazioni su come l’esposizione dei genitori e dei bambini a sostanze chimiche ambientali possa essere associata all’incidenza di leucemia pediatrica e tumori cerebrali nei bambini».
«Considerato il breve periodo di latenza (tempo che intercorre tra l’esposizione e la comparsa dei sintomi della malattia) tipico dei tumori pediatrici, la cancerogenesi potrebbe essere legata in modo univoco a un’esposizione ambientale ad alta intensità e/o a genotipi individuali altamente predisposti», hanno osservato gli autori.
Hanno proseguito: «L’uso di pesticidi in ambito residenziale o agricolo, negli spazi frequentati dai bambini, rappresenta un rischio significativo per il loro benessere e sviluppo fisico. I diversi tipi di tumori pediatrici hanno periodi di latenza variabili, con i tumori ossei che tendono a manifestarsi nei bambini più grandi».
«Al contrario, i tumori del sangue e del cervello si manifestano tipicamente nei bambini di età inferiore ai 10 anni. Si ritiene che l’ereditarietà giochi un ruolo, ma le disparità geografiche suggeriscono che il cancro pediatrico potrebbe essere influenzato da fattori diversi dalla genetica ereditaria, e che qualcosa sta colpendo in modo sproporzionato la popolazione più giovane». (Vedi Daily News qui)
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Sempre in quest’ottica, un nuovo studio è il primo a valutare l’effetto dell’esposizione ai pesticidi sulla sopravvivenza dei bambini affetti da leucemia.
Lo studio ha rilevato un legame statisticamente significativo tra l’esposizione domestica ai rodenticidi e un rischio maggiore di morte per leucemia linfoblastica acuta (LLA) nei bambini, con circa il 10% dei bambini esposti che muore entro cinque anni dalla diagnosi.
È fondamentale sottolineare che i periodi pre e post-natale rappresentano le finestre di esposizione più critiche, ovvero gli intervalli in cui i residenti sono più propensi a utilizzare rodenticidi.
Con un trattamento adeguato, circa l’80% dei bambini a cui viene diagnosticata la leucemia linfoblastica acuta (LLA) dopo l’anno di età può sopravvivere. (Vedi Daily News qui.)
Originariamente pubblicato da Beyond Pesticides.
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Gravidanza
Il paracetamolo in gravidanza può causare alterazioni agli organi riproduttivi nelle bambine: studio.
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Alimentazione
Nuovo studio collega il glifosato al parto prematuro
Secondo un nuovo studio, le donne in gravidanza esposte all’erbicida glifosato corrono un rischio maggiore di parto prematuro.
La nascita pretermine rappresenta una delle principali cause di malattia e decesso nei neonati e può comportare una serie di problemi permanenti per i bambini che sopravvivono, tra cui una maggiore suscettibilità alle infezioni e difficoltà nello sviluppo.
Il nuovo studio, tra i più ampi realizzati finora, si basa su ricerche precedenti che avevano evidenziato un legame tra l’erbicida e la riduzione della durata della gravidanza.
«Questo studio conferma che l’esposizione al glifosato durante la gravidanza è diffusa e potrebbe essere collegata al rischio di parto pretermine. Anche associazioni modeste sono importanti perché la gravidanza è un periodo delicato e piccoli rischi possono tradursi in un impatto significativo sulla popolazione», ha affermato Jessie Buckley, professoressa di epidemiologia all’Università del North Carolina a Chapel Hill.
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Sono stati prelevati campioni di urina da quasi 1.500 donne che hanno partorito tra il 2016 e il 2019. Le donne con livelli più elevati di glifosato nelle urine a metà gravidanza avevano maggiori probabilità di entrare in travaglio naturalmente prima della 37ª settimana.
Il glifosato, il pesticida più utilizzato negli Stati Uniti, è stato collegato a forme aggressive di cancro, oltre che a una vasta gamma di altri danni. In uno studio su larga scala sulla presenza di glifosato nei campioni di urina, l’80,2% degli americani di età superiore ai sei anni presentava livelli rilevabili della sostanza chimica nei propri campioni.
Uno studio condotto su donne incinte del Midwest americano, dove il glifosato è ampiamente utilizzato in agricoltura, ha dimostrato che il 99% delle donne intervistate presentava tracce di questa sostanza nel proprio organismo.
È stato dimostrato che il glifosato attraversa la barriera placentare durante la gravidanza e si ritrova nel sangue del cordone ombelicale dopo la nascita. Il glifosato è stato inoltre rilevato nel liquido seminale di uomini francesi a concentrazioni quattro volte superiori rispetto a quelle riscontrate nel sangue. Settantatré dei 128 uomini esaminati nell’ambito dello studio presentavano la sostanza chimica nel liquido seminale.
L’amministrazione Trump è stata duramente criticata per un ordine esecutivo emanato a febbraio che proteggeva i produttori dalla responsabilità per i danni causati da tale sostanza chimica.
Bayer, produttrice del Roundup, l’erbicida a base di glifosato più diffuso, ha versato miliardi di dollari in risarcimenti e deve affrontare migliaia di cause legali per i danni causati dall’esposizione a questa sostanza chimica.
Alla fine del mese scorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti si è schierata dalla parte di Bayer, riducendo significativamente l’esposizione dell’azienda a tali cause legali. Con una decisione di 7 voti contro 2, la Corte Suprema ha stabilito che la legge federale sugli erbicidi impedisce che le cause intentate a livello statale sostengano che l’azienda non abbia avvertito i consumatori che il Roundup potrebbe causare il cancro.
Il giudice Brett Kavanaugh, scrivendo per la maggioranza, ha affermato che il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act (Legge federale sugli insetticidi, fungicidi e rodenticidi) prevale sulle rivendicazioni basate sulla legge statale, secondo le quali l’azienda non avrebbe avvertito i consumatori dei potenziali effetti nocivi dell’erbicida.
L’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) ha stabilito che è improbabile che il glifosato causi il cancro. «Come dimostrato da questo regime normativo completo, l’EPA possiede una varietà di strumenti per venire a conoscenza di nuove informazioni sulla sicurezza e per affrontarle», ha scritto Kavanaugh, aggiungendo che la legge statale non può imporre ulteriori requisiti di etichettatura.
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L’amministrazione Trump ha appoggiato la posizione di Bayer, sostenendo che gli stati non dovrebbero poter indebolire le normative federali sui pesticidi.
La sentenza della Corte Suprema ribalta una sentenza storica emessa in Missouri, che aveva riconosciuto un risarcimento di 1,25 milioni di dollari a un uomo il quale sosteneva di aver sviluppato un linfoma non Hodgkin in seguito all’esposizione al Roundup.
Come riportato da Renovatio 21, in aprile il segretario alla Salute americano Robert F. Kennedy jr. aveva dichiarato al al Senato USA che il glifosato causa il cancro.
Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa durante il podcasto di Joe Rogan Kennedy aveva dichiarato che gli agricoltori erano portati ad essere «dipendenti» dal glifosato.
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Immagine di Global Justice Now via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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