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Civiltà

«Ricostruire l’Italia», con i draghi della distruzione

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«Questo è l’orizzonte che abbiamo davanti. Dobbiamo disegnare e iniziare a costruire, in questi prossimi anni, l’Italia del dopo emergenza». È una delle frasi salienti del discorso di Mattarella per la sua rielezione, quello interrotto dal record repubblicano di applausi scroscianti.

 

C’è da dire che parla ad un Paese che la ricostruzione dopo il disastro, in qualche modo, la ricorda ancora. L’Italia subì i bombardamenti a tappeto angloamericani, i disastri militari, il tradimento dei suoi sovrani, il veleno della guerra civile, la fame, la disperazione, la sconfitta. Eppure, ce la fece. Ne uscì un Paese che rapidamente scalò le classifiche del PIL, divenendo una delle nazioni più prospere della Terra.

 

Dove erano rovine, furono fatte case. Dove erano acquitrini, sorsero industrie. Dove c’era la lacerazione, arrivò l’unità. Dov’era dolore, venne la pace. La ricostruzione post-bellica, in Italia, fu potente e indimenticabile.

 

La «ricostruzione» che abbiamo davanti non pare in nulla simile a quella del dopoguerra. Soprattutto, perché non è una vera ricostruzione. Essa è, innanzitutto, e sempre più dichiaratamente, distruzione

Ora, la «ricostruzione» che abbiamo davanti non pare in nulla simile a quella del dopoguerra. Soprattutto, perché non è una vera ricostruzione. Essa è, innanzitutto, e sempre più dichiaratamente, distruzione.

 

Non costruiranno case o industrie. Basta ricordare come, un anno fa, era ripartito il Recovery Fund: alle infrastrutture 27,7 miliardi, alla «digitalizzazione», 48,7 miliardi: il doppio. In breve, non si costruisce niente, fuori da qualche spettro digitale, immateriale e inutile a fini del benessere umano.

 

L’unità fra le genti della «ricostruzione» non ci sarà mai: perché, programmaticamente, si è scelta la lacerazione, la divisione sociale spinta sino all’apartheid, alla discriminazione biomolecolare, la meccanica del capro espiatorio per schiacciare la minoranza che può diventare – la storia dai Balcani al Ruanda ci dice: d’improvviso – pulizia etnica.

 

Cosa si può costruire, con un Paese così diviso?

 

Cosa si può costruire, se si pensa, prima che alla carne e alla materia, ai computer?

 

Come si può costruire, poi, con chi predica apertamente la distruzione?

 

L’unità fra le genti della «ricostruzione» non ci sarà mai: perché, programmaticamente, si è scelta la lacerazione, la divisione sociale spinta sino all’apartheid, alla discriminazione biomolecolare, la meccanica del capro espiatorio per schiacciare la minoranza che può diventare – la storia dai Balcani al Ruanda ci dice: d’improvviso – pulizia etnica

Poco sotto il presidente, durante il suo discorso da applausometro, c’era il vero vincitore di questa elezione presidenziale: Mario Draghi. Egli, compreso che i partiti in questo momento non riuscivano a convergere su di lui (l’attuale inutilità della democrazia rappresentativa deve pure essere posta sotto dei limiti di pudore), ha probabilmente solo saltato un giro, cioè mezzo giro. Il testimone gli sarà passato più avanti.

 

Draghi è uno che la distruzione la conosce: anzi, possiamo dire che la teorizza, la invoca. Almeno, leggendo quanto va pubblicando.

 

Draghi è membro senior del Group of Thirty, il «Gruppo dei 30», talvolta abbreviato in G30, è un organismo internazionale di finanzieri e accademici che vogliono «approfondire la comprensione delle questioni economiche e finanziarie e ad esaminare le conseguenze delle decisioni prese nel settore pubblico e privato».

 

È qualcosa di più di una lobby (anche se ha indirizzo a Washington in K Street, la celebre via dei lobbisti), di un think tank, di un club di ricconi laureati. Il G30 raccoglie il livello più alto dei decisori economici del pianeta.

 

Il consorzio elitista fu creato decenni fa dalla Rockefeller Foundation, uno dei veicoli di una delle famiglie che in questo ultimo secolo e mezzo ha fatto di più per la diffusione della Cultura della Morte. Non è il solo ente creato dalla famiglia: un altro, per esempio, è la Commissione Trilaterale, ad una riunione plenaria della quale nell’aprile 2016 Mattarella portò il suo saluto presidenziale, elogiando il ruolo di David Rockefeller (il sito del Quirinale lo riporta tuttora senza la prima «e»)

 

I Rockefeller iniziarono gli incontri dei G30 nel 1963 a Villa Serbelloni a Bellagio, tanto che battezzarono l’operazione Bellagio Group. In quegli anni, va ricordato, i Rockefeller partecipavano attivamente ad un altro consesso di potenti miliardari e potenti internazionali raccolti in Italia, il Club di Roma di Aurelio Peccei, il cui fine era (ed è) la riduzione della popolazione terrestre.

 

Draghi è uno che la distruzione la conosce: anzi, possiamo dire che la teorizza, la invoca. Almeno, leggendo quanto va pubblicando.

Dal 1978 il Bellagio Group prese il nome di Group of Thirty. Il suo primo presidente fu Johannes Witteveen, l’ex amministratore delegato del Fondo Monetario Internazionale.

 

Mario Draghi ne è parte. È segnato come membro senior. Nel gennaio 2018, l’Ombudsman («Mediatore europeo») Emily O’Reilly chiese che Draghi, allora presidente della BCE, si dimettesse dal gruppo perché la sua appartenenza all’organizzazione poteva essere interpretata come un’influenza indebita.

 

Il gruppo dei 30 è ancora pienamente attivo. Nel 2011 fece uscire uno studio sulle cause della crisi finanziaria globale del 2008. Nel dicembre 2020 stampò un altro saggio di analisi che riguardava i cambiamenti economici del mondo post-COVID. Il testo, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-COVID, segna il nome di Mario Draghi come co-presidente del comitato direttivo. Nelle prime pagine del volume Draghi scrive, con tanto di firma autografa, anche alcuni ringraziamenti «per conto del Gruppo dei Trenta».

 

È in questo scritto che compare la formula della «distruzione creativa». Si tratta di un famoso concetto elaborato nel secolo scorso dall’economista austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950). Egli nel 1919, cioè a pochi mesi dalla disfatta dell’Impero asburgico, fu nominato ministro delle finanze della Prima Repubblica d’Austria. Durò poco, passò a dirigere una banca, e poi tornò all’insegnamento, per poi emigrare oltreoceano nel 1932 ed approdare alla prestigiosa università di Harvard, dove insegnò fino alla morte.

 

Nel celebre trattato economico Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), Schumpeter scrive che la distruzione creatrice (schöpferische Zerstörung) è il «processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova».

 

La distruzione di interi comparti professionali è per l’economista austriaco la condizione ideale per l’economia e la sua necessaria evoluzione. Colpisce che questo inno alla distruzione fu scritto – negli USA – quando la distruzione era più che un concetto, era la realtà dell’Europa devastata dalla guerra. In quel momento la distruzione non era un’astrazione. La distruzione non creava: uccideva milioni di uomini. Eppure, Schumpeter, trovava consono scrivere e pubblicare l’idea della distruzione come via all’innovazione.

 

Schumpeter, nel documento 2020 del Gruppo dei 30 del dicembre 2020, è citato appena una volta. Ma tutto il testo è imperniato sul suo concetto di distruzione creatrice.

 

In sintesi, nel testo dell’ensemble di Draghi si dice che nella prima fase della crisi pandemica il problema era la liquidità, la prossima crisi sarà quella delle insolvenze. I governi non potranno salvare tutte le attività e quindi devono scegliere chi deve vivere e chi deve morire. Una sorta di dilemma del triage – i dottori che, anche in tempi COVID, decidono chi vive e chi muore – dove però si è sicuri che si deve lasciare che si compia la strage.

 

«Il settore delle imprese che emerge da questa crisi non dovrebbe apparire esattamente come quello precedente a causa degli effetti permanenti della crisi e dell’accelerazione delle tendenze esistenti come la digitalizzazione da parte della pandemia» scrive il testo.

«I governi dovrebbero incoraggiare le trasformazioni e gli adeguamenti aziendali necessari o desiderabili nell’occupazione. Ciò potrebbe richiedere una certa quantità di “distruzione creativa”»

 

«I governi dovrebbero incoraggiare le trasformazioni e gli adeguamenti aziendali necessari o desiderabili nell’occupazione. Ciò potrebbe richiedere una certa quantità di “distruzione creativa” poiché alcune aziende si restringono o chiudono e ne aprono di nuove e poiché alcuni lavoratori devono spostarsi tra aziende e settori, con un’adeguata riqualificazione e assistenza transitoria. Tuttavia, anche i governi che sostengono tale adattamento in linea di principio potrebbero dover adottare misure per gestire i tempi della distruzione creativa per tenere conto degli effetti a catena di cambiamenti eccessivamente rapidi, come i regimi di insolvenza che potrebbero essere sopraffatti».

 

In un paragrafo intitolato «Apocalisse Zombie» è scritto si parla di «zombie-firms», aziende-zombie create dalla crisi finanziaria, viene posta, per bocca di un banchiere singaporese, la domanda finale: «Continuerete (…) ad usare le finanze pubbliche per sostenere le aziende o lascerete che la distruzione creativa accada  à la Schumpeter?».

 

In pratica, stanno dicendo: volenti o nolenti, ricostruiremo l’intero sistema economico come vogliamo noi: o meglio, lo resetteremo. Gli Stati daranno una mano, ammortizzeranno il cambiamento, conterranno gli effetti spiacevoli della disoccupazione, con milioni di lavoratori che andranno «riqualificati». Le aziende che boccheggeranno stremate dai lockdown imposti, saranno definite «zombie», e come tali trattate: morti viventi, creature inutili e non più umane, buone, appunto, per dei massacri che garantiscono l’assenza del senso di colpa, come nei film e serie TV sui morti viventi.

 

Assomiglia un po’ ai discorsi sul Grande Reset, sì – del resto, Draghi e Schwab alle volte si incontrano, come pochi mesi fa.

 

Assomiglia a un grande piano che, più che ricostruire, al momento sembra interessato a distruggere. O meglio: può ricostruire solo se distrugge, e distrugge perché vuole ricostruire secondo un suo preciso disegno.

Assomiglia a un grande piano che, più che ricostruire, al momento sembra interessato a distruggere. O meglio: può ricostruire solo se distrugge, e distrugge perché vuole ricostruire secondo un suo preciso disegno. Solve et coagula

 

Solve et coagula. Il principio della trasformazione secondo l’alchimia, un’idea poi passata a certe importanti società segrete ancora ben rappresentate in Italia.

 

Siamo anni luce dalle gioie e dai sudori della ricostruzione postbellica. Siamo infinitamente lontani dall’Italia che costruisce le autostrade, dalle famiglie che risparmiano e comprano l’auto, da Enrico Mattei, dall’Inter del Mago Herrera.

 

È chiaro quale sia il motivo profondo, metafisico, metapolitico, metastorico, di tutto questo. È la grande inversione realizzata: la Civiltà, da latrice dell’Essere, è divenuta barbarie del Niente.

 

È chiaro quale sia il motivo profondo, metafisico, metapolitico, metastorico, di tutto questo. È la grande inversione realizzata: la Civiltà, da latrice dell’Essere, è divenuta barbarie del Niente. Laddove il mondo viveva secondo un concetto di espansione – cosa vero perfino nel mondo marxista-leninista – ora vi è stata innestata una contrazione

Laddove il mondo viveva secondo un concetto di espansione – cosa vero perfino nel mondo marxista-leninista – ora vi è stata innestata una contrazione.

 

Siamo troppi, dobbiamo ridurre il numero degli esseri umani sulla terra – magari non figliando, o uccidendo subito la prossima generazione di esseri umani. Inquiniamo troppo, dobbiamo ridurre i consumi, o ridurre perfino la quantità di luce solare – partendo sempre dall’idea di diminuire subito la popolazione.

 

Questi concetti dei «limiti dello sviluppo» furono di fatto escogitati da Peccei e dal suo Club di Roma emanato dai Rockefeller (famiglia dove l’antinatalismo è trasmesso geneticamente). Peccei commissionò al politecnico bostoniano MIT uno studio che dimostrasse che l’espansione della Civiltà, nell’industria e nella popolazione, era finita: gli scienziati obbedirono, e consegnarono uno studio che prevedeva l’imminente esaurirsi delle risorse, e il collasso del pianeta, tra guerre e carestie, a causa della sovrappopolazione.

 

Erano tutte previsioni false, ovviamente: tuttavia, da queste menzogne scaturì l’ecologia moderna, che, come il Gruppo dei 30, ha in mente costantemente la distruzione dell’opera dell’uomo, parassita del pianeta.

 

Tale processo di contrazione dell’universo umano possiamo chiamarlo Necrocultura, o Cultura della Morte. Essa è la forza di gravità del mondo nuovo: ogni cosa tende naturalmente verso l’uccisione o la degradazione dell’essere umano.

 

Vuoi far l’amore? Solo con la contraccezione. Sei incinta? Puoi abortire. Sei malato? Puoi chiedere di suicidarti con l’eutanasia. Hai fatto un incidente di macchina? Ti espianteranno gli organi quando il tuo cuore ancora batte.

 

La Necrocultura è più che un concetto, una lettura del reale: essa è il fondamento di intere istituzioni, politiche e – ce ne rendiamo conto soprattutto ora – sanitarie. Essa è la base ideologica, latente o patente, di interi partiti, di interi Paesi

La Necrocultura è più che un concetto, una lettura del reale: essa è il fondamento di intere istituzioni, politiche e – ce ne rendiamo conto soprattutto ora – sanitarie. Essa è la base ideologica, latente o patente, di interi partiti, di interi Paesi.

 

La Necrocultura è distruzione creatrice – anche se non crea nulla e uccide tanto, lo scopo del resto è quello. È la guerra senza pietà all’Imago Dei.

 

Pensate al legame, sempre più sincrono nel mondo moderno, tra distruzione e riproduzione. Se vuoi avere in braccio un bambino fatto in provetta, devi uccidere almeno qualche decina di embrioni.  Distruzione creativa, distruzione procreativa: devi ammazzare per far nascere un bambino. Devi fare, per quanto invisibili nei loro vetrini in laboratorio, veri sacrifici umani per portarti a casa il bebè che corona il tuo sogno di famigliuola borghese arredata a dovere.

 

Il lettore può capire ora anche il legame che esiste tra la distruzione creatrice del bambino in provetta e la pandemia COVID. I cinesi, grazie alla bioingegneria CRISPR, hanno già creato (almeno) due gemelle immuni all’HIV. Quanto ci vorrà perché proporranno bambini geneticamente programmati per l’immunità al SARS-nCoV-2? Quanto ci vorrà prima che il bambino bioingegnerizzato anti-COVID (o anti-Ebola, Marburg, etc.) divenga obbligatorio? Perché, ricordatelo, «sarà come vaccinarli»…

 

Quindi, quale ecatombe di embrioni sacrificheremo alla distruzione procreatrice?

 

Milioni.

 

Come possiamo ricostruire le nostre città, se sono liberi i draghi della distruzione?

E questo massacro non servirà a «costruire l’Italia», ma a maledire la Civiltà.

 

Accettiamo la morte di oceani di embrioni. Accettiamo la morte di migliaia di aziende. Accettiamo la morte di ogni nostro diritto, perfino di quello di respirare. Accettiamo il nostro stesso massacro.

 

Come è possibile che, quindi, crediamo ad una qualche «ricostruzione»?

 

Come possiamo ricostruire le nostre città, se sono liberi i draghi della distruzione?

 

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Immagine di LazyRemnant via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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Civiltà

George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, riguardo al sistema messo in atto dallo speculatore finanziario internazionale Giorgio Soros. Renovatio 21 ha lungamente trattato del personaggio e della sua opera devastatrice durante questi anni, raccontando anche l’attacco del finanziere di origini ebraico-magiare contro la lira italiana nel 1993 e i suoi addentellati nella politica nazionale.   Tutti parlano di Soros, di Soros. Ma come opera realmente?   La maggior parte delle organizzazioni che abbiamo descritto opera a livello elitario: l’incontro di Davos, il seminario alla Columbia, il comitato di Bruxelles. Le Open Society Foundations sono diverse. Operano simultaneamente a tutti i livelli: da quello sovranazionale a quello locale, dal think tank all’attivista di strada, dal ricorso alla Corte Suprema all’elezione del procuratore distrettuale. Rappresentano la più completa infrastruttura di finanziamento politico mai creata da un privato. E gran parte di essa è nascosta in bella vista.

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Soros ha costruito la sua fortuna speculando contro le valute nazionali, in particolare con la famigerata operazione che ha fatto crollare la sterlina britannica nel 1992. Ha utilizzato i proventi per finanziare istituzioni che si oppongono alla sovranità nazionale, aiutandolo così a realizzare tali operazioni. Non si tratta di ironia. È un modello di business. Un’operazione di arbitraggio [l’acquisto di un bene su un mercato a prezzo basso e la sua vendita immediata su un altro mercato a un prezzo più alto, ndt].   1) Il meccanismo è semplice e quasi elegante. Si crea un’organizzazione dal nome accattivante: un istituto per la società aperta, una fondazione per i media democratici, un centro per la riforma della giustizia. La si finanzia con dieci milioni di dollari di fondi privati, sufficienti per assumere personale, produrre rapporti e consolidare la sua credibilità.   Poi, attraverso la rete di collaboratori e funzionari ideologicamente allineati che decenni di finanziamenti hanno permesso di inserire all’interno di governi e organismi sovranazionali, ci si assicura che questa organizzazione privata riceva centinaia di milioni di dollari di finanziamenti pubblici: sovvenzioni dell’UE, contratti USAID, sussidi governativi. I fondi privati ​​creano la piattaforma. I centinaia di milioni di dollari pubblici ne acquistano la visibilità. Il contribuente finanzia il progetto. Il progetto serve all’agenda. Ancora una volta, un bel arbitraggio.  

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2) Le Open Society Foundations – che prendono il nome dal concetto di società aperta di Karl Popper – distribuiscono circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno in oltre cento Paesi. Il denaro circola attraverso una rete di fondazioni intermediarie, uffici regionali e organizzazioni partner locali così complessa che rintracciarlo dalla fonte alla destinazione richiede ricerche approfondite.   Questo non è casuale. L’architettura è progettata per dare l’impressione di una società civile organica – organizzazioni locali, campagne dal basso, media indipendenti – mentre i finanziamenti provengono da un’unica fonte con un programma coerente. Il villaggio Potemkin della società civile, con un budget enorme.   3) Immaginiamo che in ogni Paese esista una fondazione principale che operi come un vivace ufficio aziendale – una sede centrale – popolata da persone che conoscono a fondo l’agenda e ne comprendono il collegamento con il programma globale. Tutti si rivolgono a questa fondazione per ricevere istruzioni.   Ogni organizzazione più piccola del Paese – l’ONG per le migrazioni, il fondo per i media, il comitato per i premi artistici – sa a chi rivolgersi per ricevere orientamento, per ottenere finanziamenti, per definire la prossima campagna. Sembra un centro nevralgico della società civile. Le persone che vi lavorano potrebbero credere di fare del bene.   La struttura garantisce che fare del bene significhi promuovere l’agenda. Ogni singola sovvenzione è giustificabile. Il tutto costituisce un progetto coordinato.   4) La rete controlla l’intero ciclo. Il think tank produce il documento. Il gruppo di pressione gestisce la campagna. L’organizzazione legale porta il caso in tribunale. L’organizzazione mediatica ne parla in modo favorevole. Il fact-checker delegittima l’opposizione. Ognuno di questi elementi può sembrare indipendente; la struttura di finanziamento li collega. I rapporti annuali pubblici elencano le sovvenzioni e i beneficiari.   La struttura non è nascosta. È semplicemente troppo stratificata perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   5) Lo strato culturale è il più insidioso, perché produce l’acqua in cui le persone nuotano senza saperlo. La rete finanzia premi letterari che vanno ad autori che promuovono una determinata agenda.   Finanzia festival cinematografici che danno visibilità ai film giusti. Finanzia organizzazioni artistiche che commissionano le opere giuste. Finanzia premi giornalistici che celebrano i giornalisti giusti. Finanzia cattedre universitarie che producono la ricerca giusta. Nulla di tutto ciò richiede un controllo editoriale esplicito. Non si dice al comitato di premiazione chi selezionare.   Si finanzia il comitato di premiazione. Col tempo, la selezione riflette i valori del finanziatore, perché le persone che siedono nei comitati sono le persone che il finanziamento ha prodotto.   6) Lo strato mediatico è il più invisibile, perché ha l’aspetto del giornalismo. La rete di fondazioni ha erogato finanziamenti a centinaia di organizzazioni mediatiche in tutto il mondo: testate giornalistiche, fondi per il giornalismo investigativo, organizzazioni di fact-checking, scuole di giornalismo. Tra i beneficiari figurano alcuni dei nomi più prestigiosi del panorama mediatico internazionale. I finanziamenti non sono vincolati da esplicite condizioni editoriali, e non ce n’è bisogno.   Le organizzazioni che ricevono finanziamenti da una fonte con un’agenda ideologica coerente assumono persone che condividono tale agenda, producono contenuti in linea con essa e impostano il fact-checking di conseguenza. Il finanziamento non corrompe il giornalismo, ma seleziona un giornalismo già allineato a tale agenda.   Questa è l’intuizione di Marcuse applicata ai media: non c’è bisogno di censurare, ma di controllare il processo di formazione.

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7) Negli Stati Uniti, le elezioni dei procuratori distrettuali rappresentano l’esempio più preciso dal punto di vista operativo, nonché quello con le conseguenze più evidenti. I PAC (Political Action Committee) finanziati da Soros hanno speso centinaia di milioni di dollari per eleggere procuratori distrettuali progressisti nelle principali città: Los Angeles, San Francisco, Chicago, Philadelphia, New York, St. Louis.   Questi procuratori attuano politiche di non perseguibilità per determinate categorie di reati, riduzione della cauzione e rilascio anticipato. Le conseguenze sono visibili nelle strade di ogni città in cui queste politiche sono state implementate: i mercati della droga a cielo aperto di San Francisco, l’epidemia di furti nei negozi che ha costretto le grandi catene a chiudere i punti vendita nelle aree urbane, l’aumento della criminalità violenta che ha fatto seguito al cambiamento di politica.   I finanziamenti che hanno prodotto questi risultati sono documentati nei documenti della FEC (Federal Election Commission). Il collegamento tra i finanziamenti e le conseguenze è diretto e tracciabile.   8) In Europa, l’architettura è particolarmente complessa. Finanzia le organizzazioni di difesa dei diritti dei migranti che intentano cause contro il controllo delle frontiere.   Finanzia le organizzazioni legali che contestano i governi nazionali presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Finanzia le ONG che gestiscono navi di soccorso nel Mediterraneo, le quali, a prescindere dal loro dichiarato scopo umanitario, fungono da fattore di attrazione e supporto logistico per i flussi migratori che poi approdano sulle coste europee. Finanzia le organizzazioni politiche che fanno pressioni per le politiche dell’UE che impediscono agli Stati membri di controllare i propri confini. Finanzia i media che etichettano l’opposizione a tutto ciò come razzismo.   Il ciclo è completo: finanziare la causa, finanziare la contestazione legale di qualsiasi risposta, finanziare i media che delegittimano l’opposizione, finanziare la lobby politica che influenza la regolamentazione. Un’unica fonte. Ogni livello. Il denaro dei contribuenti amplifica il denaro privato in ogni fase.   Le fondazioni della Società Aperta sono il sistema capillare del progetto globalista: il meccanismo attraverso il quale l’agenda decisa a Davos, teorizzata nella Scuola di Francoforte e istituzionalizzata nell’UE raggiunge il livello locale.   Il think tank produce il documento. Poi i gruppi di pressione e i media lanciano la campagna. L’organizzazione legale lo trasforma in una politica. Il procuratore distrettuale decide di non perseguire le conseguenze. L’accademico finanziato fornisce la legittimità intellettuale. Ogni anello della catena appare indipendente. I finanziamenti risalgono alla stessa fonte.   Non si tratta di una cospirazione. Si tratta di un rapporto annuale pubblicato, che elenca ogni sovvenzione, ogni beneficiario, ogni area di programma. L’architettura è semplicemente troppo complessa, troppo frammentata e troppo radicata nel linguaggio della società civile perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   Segui i soldi. L’architettura si nasconde in bella vista.   Krzysztof Szczawinski  

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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