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Pensiero

L’odio che verrà. L’eresia di Caino e l’Anno III dell’Era Pandemica

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A gennaio ricorre il secondo anniversario dell’inizio dell’epidemia da Coronavirus. Inizia l’Anno III dell’Era Pandemica.

 

Con un tempismo perfetto il governo cinese diede notizia quel giorno dell’esistenza e della diffusione di un nuovo virus. La sera prima – en passant – a Roma una donna cinese aveva disperatamente cercato di attirare l’attenzione di Bergoglio, in piazza, forse per cercare di comunicargli qualcosa. La risposta del pastore argentino – come noto – fu uno schiaffeggiamento della donna a muso duro, durissimo.

 

Da allora siamo entrati in un incubo distopico, fatto di paura: un terrore che ancora perdura e al quale si è poi aggiunto l’odio: un odio sordo, cattivo, per chi non si allinea al pensiero dominante, per chi non accetta gli ordini del dispotismo condiviso che governa tanti Paesi, in primo luogo l’Italia.

L’eresia di Caino è il nemico che dovremo affrontare nell’anno che verrà: la vedremo nell’odio che verrà

 

Molti hanno cercato un paragone nel passato recente con dittature basate sulla discriminazione per determinate categorie di persone, in particolare Nazismo e Comunismo. Ma questo odio che trabocca dalla Rete, dai discorsi negli uffici, tra conoscenti, l’odio irridente, sarcastico, pervicace, purtroppo sembra avere radici non politiche, ma soprannaturali.

 

Un odio che richiama quello primordiale, primigenio di Caino.

 

La storia di Caino e Abele è una delle più note della Bibbia, ed è raccontata nel primo libro, la Genesi.

 

Molti hanno cercato un paragone nel passato recente con dittature basate sulla discriminazione per determinate categorie di persone, in particolare Nazismo e Comunismo. Ma questo odio che trabocca dalla Rete, dai discorsi negli uffici, tra conoscenti, l’odio irridente, sarcastico, pervicace, purtroppo sembra avere radici non politiche, ma soprannaturali

Adamo ed Eva, i primi uomini, dopo essere stati allontanati dal giardino di Eden per il loro peccato, danno alla luce due figli, il maggiore di nome Caino e il minore di nome Abele. Quando Dio preferì l’offerta di Abele a quella di Caino, quest’ultimo si ingelosì e uccise il fratello. Allora Dio maledisse Caino ed egli fu cacciato dalla sua famiglia.

 

Ma prima, quando Dio chiese a Caino dove si trovasse Abele, la risposta dell’uccisore su terribile, irridente: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

 

Una risposta la cui eco, oggi, risuona nelle parole sprezzanti di chi non vuole prendersi cura di determinate persone, solo perché queste non hanno voluto sottoporsi a pratiche biomediche sperimentali.

 

Una risposta la cui eco si sente nell’indifferenza, nella mancanza di attenzione e di pietas verso il prossimo. «Sono forse io il custode di mio fratello?». Un sarcasmo volgare, maligno, e falso, perché Caino non solo non è stato il custode di suo fratello, ma il carnefice.

 

Perché il comportamento di Caino viene definito addirittura come eresia? Dietro il fratricidio, delitto di per sé orribile, ci sono altri mali, altri peccati. Anzitutto l’invidia

Forse l’abitudine – e un certo pressapochismo di molta predicazione ecclesiale – ci ha fatto dimenticare la tragicità di questo episodio biblico. Dovremmo invece profondamente rifletterci, come aveva fatto lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, il quale addirittura sosteneva che quello di Caino non fosse solo un peccato, ma un’eresia.

 

Caino, maledetto da Dio, continua comunque la sua vita nel mondo, il suo lavoro, e diventerà un costruttore di città.

 

Perché il comportamento di Caino viene definito addirittura come eresia? Dietro il fratricidio, delitto di per sé orribile, ci sono altri mali, altri peccati. Anzitutto l’invidia: Caino è geloso della preferenza che Dio apparentemente sembrerebbe accordare al fratello minore, accogliendo i suoi doni con una soddisfazione che a Caino sembra maggiore rispetto a quella mostrata per le sue offerte.

 

Caino dunque giudica Dio e lo ritiene ingiusto nei suoi confronti. Ma non si rivolge al Signore: non gli chiede spiegazioni, non gli chiede se è vero quello che egli teme e lo fa soffrire, cioè se Dio gradisca maggiormente il fratello. Si chiude invece in un lamento muto, rimugina in sé il suo rancore, e quando ne ha l’occasione uccide il fratello. Un’azione crudele, ingiustificabile e persino inutile. Forse crede che togliendo di mezzo ciò che si frappone come ostacolo tra lui e Dio potrà averne l’amore esclusivo? Sono dunque la gelosia, l’invidia a muovere la mano del primo omicida della storia.

 

All’omicidio fa seguito la menzogna, due prerogative del demonio, definito omicida e menzognero dall’origine. Caino si avvicina e si assimila sempre più al maligno

Ma c’è di più: dopo il delitto, come tutti i colpevoli, Caino mente. Dio gli chiede dov’è Abele e lui nega di saperlo. All’omicidio fa seguito la menzogna, due prerogative del demonio, definito omicida e menzognero dall’origine. Caino si avvicina e si assimila sempre più al maligno. Ma la sua menzogna è particolare: non si limita a negare l’evidenza di ciò che ha fatto, ma pretende, anche con una certa arroganza, di avere una ragione: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

 

Questa lapidaria affermazione fa di lui molto più che un peccatore che non ha alcun moto di pentimento per ciò che ha fatto, ma un eretico che pretende in modo assoluto di avere ragione.

 

Bisognerebbe anche riflettere attentamente sul termine «eresia», che deriva dal greco haìresis,  derivato a sua volta da un verbo che significa “prendere”, ma anche «scegliere» o «selezionare».

 

L’eresia è dunque una forma di selezione, di scelta parziale nel merito di una verità di fede.

 

In cosa consiste dunque l’eresia di Caino?

 

Oltre l’invidia, la menzogna, l’egoismo, il non volere assumersi responsabilità per gli altri, è la scelta deliberata di non corrispondere all’amore di Dio, che chiede di amare gli altri come te stesso e di considerare ogni uomo come proprio fratello, in quanto figli dello stesso Padre.

 

Una negazione radicale, una contraddizione profonda verso i Comandamenti di Dio, e pertanto una vera e propria eresia. L’eresia di Caino è il nemico che dovremo affrontare nell’anno che verrà: la vedremo nell’odio che verrà.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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Pensiero

Storia di rune e cani che abbaiano

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Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.   Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.   Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.   Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.   La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.   Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.   Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.   Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:   «Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».   «La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.   «Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.   «Come ti chiami, bel cagnone?»   «Pavlov».

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Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.   A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.   Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.   Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».   Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».   Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.   Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».   Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.   Ci si poteva arrivare, si dirà.   Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.   L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».   La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.   Massimo Zanetti

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Pensiero

Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».

 

Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.

 

Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.

 

Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.

 

Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.

 

Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?

 

Sei un fascista di merda.

 

Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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