Connettiti con Renovato 21

Pensiero

La canzone della madrepatria interiore

Pubblicato

il

Capitò sull’autostrada Kiev-Odessa.

 

Venivamo da due giornate in auto sperduti per le strade di campagna dell’Ucraina occidentale. Chiamarle «strade» è altamente inesatto. Anche se sono segnate dalle mappe come vie principali, sono piuttosto «piste», appena buone per i carretti con l’asino e sopra le babushke con il velo – una di esse con probabilità ci maledì, e di fatto avevamo perso uno pneumatico, nel mezzo del nulla ucraino.

 

Le strade non esistevano perché, nonostante l’Ucraina fosse partita non troppi anni prima (1992) con zero debito – 100 miliardi se li era accollati Mosca! – nessuno sviluppo sembrava essere arrivato, probabilmente a causa dell’idrovora oligarchica: i fondi internazionali, i danari del e per il popolo ucraino se li erano pappati quegli stessi oligarchi di merda di cui ora Zelens’kyj è il pupazzo di morte.

 

Eravamo stanchi, stremati – sfiniti soprattutto dal pensiero che non sapevamo dove eravamo, e se mai fossimo usciti da quel dedalo stupendo di campagne dorate infinite. Noi volevamo andare ad Odessa, ma era chiaro che avevamo miscalcolato tante cose.

 

L’apparizione di un’autostrada quasi di livello europeo, quella che collega la capitale alla prima città del Mar Nero, fu una sorta di momento celestiale. Corrado, il mio compagno di viaggio, decise di addormirsi immantinente, guidavo io.

 

Sentivo con ogni membra la meraviglia della strada dritta, la mente che non deve prepararsi alle buche… ricordo quel senso di conforto, come se stessimo percorrendo, senza sforzo, a velocità costante, una discesa distesa dolcemente su centinaia di chilometri.

 

Ricordo il senso di pace. Ricordo la dolcezza di quegli attimi. E anche, il senso di introversione che mi prese.

 

Quello era stato per me un anno tremendo, con alcuni mesi passati a rovistare dentro me stesso. Shiftare la mente in una modalità di introspezione allora veniva automatico, perché la mia psiche era ancora magnetizzata dai giorni bui.

 

Decisi allora di ascoltare musica. Abbandonato dal mio primo iPod, da dei cinesi di Paolo Sarpi a Milano avevo comperato il lettore mp3 più osceno mai visto, era a forma di croce, con un microschermo sul braccio orizzontale. Lo avevo riempito, come sempre, di musica che non conosco, lanciata in shuffle, in riproduzione casuale. Mi infilai le cuffiette.

 

Capitò quindi di incappare in questa canzone mai sentita, di cui lessi fugacemente il titolo: Motherland. Cioè, «madrepatria».

 

 

«Tanto, tanto tempo fa /ho raccolto fiori e cantato su una collina lontana / Sto ancora cantando / Tanto, tanto tempo fa / ho sentito l’amore per la prima volta / è ancora con me adesso»

 

Il gruppo si chiama Single Gun Theory, faceva elettronica a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta. Australiani, forse il nome è un riferimento all’omicidio di Kennedy. Erano noti nella cerchia degli appassionati del genere perché, oltre ai pezzi di dance elettronica dura, mischiavano il sound del genere downtempo con la voce eterea della cantante Jacqui Hunt.

 

Tutto questo lo avrei appreso dopo, e non ha nessuna importanza. Conta solo il paesaggio interiore in cui quella canzone mi stava sprofondando.

 

«Attraverso gli anni, attraverso gli anni / ho portato con me dolore e perdita assieme al mio amore»

 

La musica mi stava gettando in uno stato in cui affioravano memorie profonde. Antiche. Enormi. Importanti. Cose dalle quali la mente si tiene ad una certa distanza: essa sa che esistono, ma la loro contemplazione richiede sforzo, e rischio – il rischio di dover aprire il cuore, il rischio di dover riconsiderare segmenti immensi dell’esistenza.

 

Il rischio di dover sconvolgere la propria configurazione intima: è il costo dell’illuminazione, quando arriva.

 

Pensavo a tante cose che avevo passato. A cose orribili. A cose meravigliose. A cose irrisolte. A cose finite. Al dolore. Alla gioia. Alla tenebra. Alla voglia di vivere.

 

(Avevo nella mente anche una persona, ma quello che vorrei dire qui non è personale: è una funzione cosmica, oggettiva, e di vitale importanza in questo momento)

 

Compresi che tutte quelle cose, piccole e grandi, ridicole e grandiose, buie e luminose, erano mie. Ne sentivo il possesso totale, pacifico – anche se in verità esse non mi appartenevano davvero, perché riguardavano altre anime.

 

Eppure, sentivo, ciò che era irrisolto si era già rovesciato in qualcosa di risolto, senza per questo cambiare natura. Cioè che era irrisolto, cioè, pareva non irradiare più afflizione, pur rimanendo tale. È difficile spiegarlo.

 

Stavo accettando, nella pace del cuore, quello che mi aveva servito l’esistenza: la sofferenza come la felicità, che avevo avuto in abbondanza. Perché esse erano ciò che mi legavano ad altri, e definivano l’intero mio mondo – restando per sempre mie, destinate alla fibra più profonda del mio essere.

 

Sentii immediatamente dentro di me un bisogno: quelle cose andavano conservate, andavano non solo custodite, ma protette con ogni mia forza. Non c’ero solo io, in quei ricordi. In essi esistevano le storie di altre persone: e anche a questi segmenti del creato andava offerta protezione, perché erano anche quelli miei, erano nostri. Erano quello che erano: immutabilmente giusti e necessari. Più di così, non riesco a descrivere.

 

Quella cosa tirata fuori da una canzone nel mezzo di un’autostrada ucraina era un pezzo intero della vita, e nemmeno solo della mia.

 

Era l’importanza di essere vivi, di esserlo stati, non importa in che condizioni – e non rimpiangerlo mai.

 

Era la vittoria sul Niente e sulla sua seduzione.

 

Era il primato dell’Essere.

 

Motherland si traduce come «patria», o forse meglio con «madrepatria». È strana questa parola italiana, madrepatria: un termine androgino, per significare… che cosa? Un territorio? Un Paese? Uno Stato con la sua burocrazia e i suoi soldati? Un’idea geografica? Storica? Linguistica? Un drappo con colori decisi da qualche assassino secoli fa?

 

La madrepatria, forse, è invece questa cosa qui che sto cercando di descrivere. Un blocco di esistenza, un intreccio di anime, di dolore e di gioia, iscritto dentro di noi, legato a noi come il nostro stesso destino.

 

La madrepatria, come un padre e una madre, ci genera, attraverso gli anni, attraverso il ricordo e il destino, in ogni istante.

 

La madrepatria è l’insieme delle storie umane, delle persone dove siamo capitati – e che vanno protette ad ogni costo.

 

La madrepatria è l’accettazione dell’immensità e dell’unicità dell’esistenza umana.

 

La madrepatria è la continuazione dell’Essere.

 

La madrepatria è la vita.

 

È con questo pensiero che voglio ricordarmi da chi è necessario difenderla oggi.

 

Se mi seguite, sapete perfettamente che, da secoli, vi sono forze che desiderano distruggere la vita umana. Tuttavia, è bene pensare che esse quindi vogliono cancellare anche la vostra madrepatria interiore. Vogliono resettarla.

 

Il padrone del mondo sposta ogni giorno sempre di più il suo desiderio di controllo sul foro interno dell’umanità. Su questo sito ne abbiamo dato tanti esempi.

 

Alla fine, non sarà nemmeno la sovranità biologica l’ultimo fronte che il Male vorrà infrangere. Vi hanno tolto la sovranità politica, economica, famigliare, e poi – da prima dell’era mRNA – la biologica.

 

Vorranno togliervi i ricordi, vorranno riformularveli – o meglio, vorranno fare in modo che non vi ci affezionate, perché sono blocchi di marmo bianco che riluce nella notte in un mondo che vogliono liquefatto, perché potrebbe servire al potere di uccidere i protagonisti delle vostre memorie (magari, con l’eutanasia, o con un bell’omicidio del consenziente legalizzato, o con una guerra, che è la Cultura della Morte portata a livello nazionale) e magari anche i loro figli, con i metodi che conosciamo, più quelli nuovi.

 

Ebbene, tutto questo non è la fine. Perché l’obbiettivo finale è oltre le vostre cellule e le vostre molecole: è la vostra anima immortale.

 

«Prendi un pezzo di bellezza / e moltiplicalo / prendi un po’ di dolore/ e sommergilo finché non muore/ cavalca un’anima irrequieta fino alla pace del rifugio / e moltiplica l’amore»

 

Dobbiamo combattere chiunque voglia impedirci di moltiplicare la bellezza, e affogare il nostro dolore più intimo per correre con l’anima fino alla pace.

 

Dobbiamo combattere i signori della guerra moderna, la guerra contro le nostre anime – e i nostri corpi.

 

Quanto alla nostra madrepatria interiore, essa è l’unica patria per cui oggi abbia senso combattere. So con certezza che milioni di persone in tutto il mondo, guardando alle fiamme della guerra attuale, concordano con me.

 

Possiamo solo dire ai nemici della nostra madrepatria interiore, a coloro che la vogliono rubare, rovinare, interrompere: provate a venire a prenderla.

 

Non avete idea di cosa possiamo fare per difenderla. Non avete idea.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Pensiero

Ecco l’Holodomor dell’Occidente

Pubblicato

il

Da

Questo sito ha scritto tanto del prossimo ritorno della fame.

 

In realtà, noi ne abbiamo parlato perché negli ultimi mesi ce lo hanno ripetuto tutti: brasiliani, russi, cinesi, la Banca Mondiale, ogni possibile sigla ONU, Biden, Putin – chiunque.

 

Questo sito ha scritto tanto del collasso economico imminente.

 

Anche qui, lo abbiamo fatto perché di un crollo finanziario – il meltdown dell’economia mondiale – parlano banche di investimento ed economisti, politici e analisti. Abbiamo ministri e gestori di Hedge Fund miliardari che ci ripetono: ci saranno disordini, ci saranno guerre civili…

 

La catastrofe è alle porte. Possiamo far finta di nulla, ma non troveremo nessuno disposto a dibattere, magari dicendoci che va tutto benissimo, è solo colpa dei disfattisti, dei complottisti, degli ignoranti, etc. Il cataclisma è solo una percezione: davvero, conoscete qualcuno disposto a sostenerlo?

 

Cerchiamo di capire l’effetto di ciò sulle nostre vite. Piano piano – memento Overton –  ci hanno portato a rendere accettabili i razionamenti. Si raziona già l’acqua: se volete lavarvi l’auto a casa, non potete farlo.

 

In autunno si razionalizzerà il riscaldamento: rammenterete il profetico spot tedesco dell’anno scorso su condomini che stanno insieme per sopravvivere al termosifone reso inservibile.

 

Si razionalizzerà il gas per le industrie – cioè, per quelle che sono ancora aperte. Qui raccogliamo le confidenze, non verificabile, di qualche imprenditore, che se lo aspetta con certezza.

 

Si razionalizzerà la corrente elettrica, con blackout (un altro tema su cui Renovatio 21 vi ha disturbato in continuazione) organizzati, e magari qualche puntatina anche di blackout «selvaggi», tanto per spaventare ancora di più la popolazione e farla sentire in colpa.

 

«L’uomo che accetta il razionamento, così come quello che ha accettato il confinamento, è un uomo morto» mi dice lo scrittore Camillo Langone.  In effetti, il mistero più grande è come sia possibile che milioni di uomini accettino tutto questo.

 

Nulla è così diverso rispetto a prima: se ci penso, la Russia è ancora lì con il suo gas e le sue risorse, siamo noi che abbiamo deciso di non parlarle più. Per millenni generazioni di europei hanno vissuto siccità e inondazioni, e con tecnologia abissalmente inferiori. E i crolli finanziari: si sono susseguiti per un secolo, pare incredibile che non vi siano mezzi per prevenire e contrastare simili evenienze (nel 1929, l’Italia non fu così danneggiata…)

 

Il sospetto che sale a chiunque è che questa sia una fame artificiale, una carestia programmata, una demolizione controllata.

 

«Il potere si nutre di emergenze» mi dice Camillo. «Quindi ne crea in continuazione».

 

«Non so, ma quello che stiamo vivendo mi sembra ogni giorno di più l’Holodomor dell’Occidente».

 

Ho passato un giorno a meditare sulle parole di Langone. Holodomor. È un termine impegnativo.

 

La grande carestia ucraina 1933-1934, uccise milioni e milioni di persone: gli ucraini dicono 7, uno in più della cifra del massacro degli ebrei. La parola viene dalla crasi di holod (fame) e moryty, che significa affamare, uccidere. L’Ucraina, assieme a vari Paesi occidentali (tranne, buffamente, gli USA) lo considera un crimine contro l’umanità, con tanto di risoluzione al Parlamento Europeo (2008) e dichiarazione congiunta dell’ONU (2003).

 

Si è trattato di un genocidio per fame, il programma di Stalin per piegare le campagne esaurendo l’umanità contadina. Per anni e anni non se ne è parlato. Anche perché la spirale del silenzio era iniziata subito: prendete il caso di Walter Duranty, capo del bureau moscovita del New York Times dal 1922 al 1936, che dell’URSS e dell’Ucraina in particolare scrisse che «non c’è carestia o fame effettiva né è probabile che ci sia».

 

Sì, anche allora, i grandi media propalavano fake news assassine. Già, ricorda, in parallelo qualcosa…

 

Nonostante tutto, l’Holodomor è molto presente nella memoria degli ucraini.

 

A Kiev, davanti a un bicchiere di kvas, una anziana signora mi raccontò di cosa aveva subito la sua famiglia durante la carestia, con racconti agghiaccianti. Sentivo che la sua avversione per i russi veniva da lì. Non escludevo, mentre ascoltavo orrore dopo orrore, che qualcuno stesse soffiando su quell’odio. Tuttavia, il sentimento c’era tutto, ed era incontrovertibile.

 

Dell’Holodomor mi aveva parlato pochi giorni fa un’amica ucraina, ma filorussa, mentre suo figlio giocava con il mio sull’erba. Raccontava degli effetti psicologici della fame in Ucraina. Diceva che c’è come una scala graduale, e forse chi ti affama lo sa, perché la volontà forse è, oltre che ucciderti, farti impazzire. Spiegava che dopo tot tempo i bambini cominciano a rischiare. «Cannibalismo. Ci arrivi quando sei alla denutrizione a lungo termine. Nei villaggi ci sono stati casi di genitori che hanno ucciso i figli per cibarsene».

 

È raccapricciante. Tuttavia, se dobbiamo parlare della fame, dobbiamo trattare anche di questo.

 

Chi è al governo, dovrebbe saperlo – dovrebbe esistere per il solo compito di evitarlo. E invece qui siamo all’esatto opposto: l’Holodomor occidentale in arrivo è studiato, voluto, preparato e lanciato dalle nostre élite.

 

È la distruzione del popolo occidentale stesso per mezzo della sua classe dirigente tossica. L’Holodomor dell’Ovest è voluto dai suoi stessi rappresentati democratici, dai signori del danaro, dai leader istituzionali e dai saltimbanco usati per narcotizzarci.

 

È uno strumento politico efficace: si eliminano attività umane, ed esseri umani, considerati in eccesso. Tutti gli altri poi, traumatizzati, obbediscono. È andata così con Stalin. Ma non dimentichiamo che i maestri della carestia come arma sono stati i britannici: in Irlanda (1845-1849) è andata così, e pure in India nel corso di tre secoli. Pragmaticamente: un milione di morti in Irlanda e 29 milioni in India.

 

Sappiamo che gli inglesi non si fanno problemi: liberatisi del senso di comunione dell’Europa cattolica, hanno aperto le porte ad ogni possibile male elitista (del resto, se il capo della tua religione è il tuo re, cosa ti aspetti), cioè, di fatto, massonico. L’élite, più o meno segreta, comanda – e gode. Tutto il resto è sacrificabile. La dottrina filosofico-politica dell’utilitarismo, che segretamente è stata installata oramai in ogni società avanzata, deriva da qui.

 

Possiamo dire che mondo moderno stesso è fondato su questo principio: puoi uccidere feti, bambini, malati, vecchi, se è nell’interesse di chi ti comanda. Puoi sottoporre chiunque a cure sperimentali obbligatorie, che non sai se, nel giro di qualche tempo, possano uccidere. Il genocidio come politica naturale: è innegabile che la maggior parte degli Stati vive con questo sistema operativo. I padroni del mondo ordinano e uccidono, e chi sopravvive viene drogato e turlupinato con il concetto di libertà.

 

Ora, il signore del vapore chiede ancora uno sforzo. Una purga, una catarsi, una «pulizia» del sistema, perché le cose continuino secondo il suo disegno.

 

Quindi, solve et coagula. Per rifare il mondo come vorranno, ci faranno transitare per un’era buia. Deindustrializzazione. Povertà. Fame. Malattie. Caos. Stragi indiscriminate, sacrifici di vagonate di esseri umani nell’indifferenza assoluta.

 

Il Grande Reset della Civiltà, altro non può essere che un regno di barbarie. Sulla quale, al massimo, qualcuno praticherà la gestione della ferocia, come da titolo del livre de chevet dell’ISIS.

 

Non è un nemico esterno ad attaccarci: come per l’arma immigratoria, anche la fame sarà uno strumento di morte che l’Europa e l’America rivolgono contro se stesse, o meglio, contro la loro popolazione.

 

L’Holodomor occidentale è oramai qui. E, per cominciare, la cosa che dobbiamo fare è non accettarlo.

 

È curioso che a far da perno a questa cosa ci sia, cento anni dopo, sempre l’Ucraina.

 

Una spiegazione però ce la abbiamo: è qui che, per qualche motivo, demoni sanguinari sono stati liberati dal sottosuolo. Sappiamo cosa vogliono. Sappiamo come andrà a finire se non ci opporremo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Leonid Denysenko via Wikimedia pubblicata su licenza Copyleft Free Art License.

 

 

Continua a leggere

Pensiero

Lasciateci vivere. Almeno a Messa

Pubblicato

il

Da

 

La realtà di quanto è accaduto  in questi ultimi due anni è ben riflessa nella chiesa, che ha assorbito tutte le norme anti-COVID possibili.

 

Le gerarchie vaticane fin da subito si son piegate alla volontà e ai diktat dei padroni del mondo, chiudendo tempestivamente tutte le chiese e proibendo formalmente qualsiasi sacra celebrazione: chiese serrate a chiave, Messe sospese, nessun Rosario o qualsivoglia preghiera, nessuna benedizione per le case, nulla di nulla.

 

Vescovi rinchiusi nei sacri palazzi e preti segregati nelle canoniche. Fedeli invitati a seguire la Messa via streaming. Già da lì abbiamo potuto intuire che non avremmo trovato appoggio nella sacra istituzione nel contrastare i divieti covidioti

 

Il grande senso di vuoto ce lo ha ben mostrato Bergoglio quando, in pieno lockdown, si presentò sotto una balaustra posticcia di fronte a una piazza San Pietro desolatamente vuota. Il distacco, il senso di smarrimento, la solitudine dei poveri fedeli confinati forzatamente nelle loro abitazioni nei confronti di quella chiesa vissuta quotidianamente o festivamente, era tremendamente evidente e disarmante.

 

Alcuni preti, che io sappia, hanno celebrato comunque la Santa Messa trasgredendo ai famigerati DPCM emanati dal Churchill pandemico de’noantri , il Giuseppi Conte.

 

Ricordiamo Don Lino Viola che fu interrotto proprio al momento della consacrazione da  un giovane carabiniere che invitava il povero parroco a interrompere la funzione. Il prete resistette e terminò giustamente la funzione, come documentato da un poi video postato su YouTube.

 

La cosa sconcertante fu che nessuna alta carica dello stato e nessun porporato ne prese le difese né nelle sedi opportune, né in TV. Solo la pirotecnica ribelle di Vittorio Sgarbi si espresse con veemenza e sdegno nei confronti di uno Stato che, per mano dell’Arma dei Carabinieri, si era macchiato di un fatto di tale gravità.

 

 

Quando, sempre secondo i DPCM , ci fu gentilmente concesso di assistere nuovamente alle funzioni, siamo stati spettatori di un altro teatrino stucchevole e invadente.

 

Ve li ricordate i «civici»? Quei soggetti vestiti con tute fluorescenti che giravano per le strade invitando la gente a tenere su la mascherina?

 

Bene, le chiese non potevano essere da meno rispetto al resto del mondo, ci mancherebbe, e quindi ci siamo ritrovati questi personaggi variopinti a dirigere il traffico dei fedeli durante la comunione e, cosa ancor più sconcertante, andare dai fedeli nel momento di preghiera più intenso e profondo, mentre si è inginocchiati al cospetto di Nostro Signore, a dirgli: «Scusi, può tirarsi su la mascherina?».

 

Ad un certo punto, finalmente, i civici sono spariti, ma non di certo le pezze sul grugno. Quelle che ci dovrebbero preservare dall’infezione quando stiamo troppo vicini a un altra persona.

 

Ebbene, chi scrive frequenta quotidianamente la Santa Messa e spesso mi capita di non andare sempre nella stessa parrocchia. Ne vedo di ogni. Parroci che celebrano la messa feriale pomeridiana in una cattedrale semi deserta con la FFP2 sempre addosso. Cambio di microfoni tra una lettura e un’altra. Organisti che suonano in solitudine muniti rigorosamente di maschera. Fedeli che per prendere la comunione brandiscono le ostie intrecciandole con le loro mascherine. Acquasantiere ancora vuote. Distanziamenti siderali in chiese con cinque o sei fedeli presenti. Ci manca che per entrare nel luogo sacro ci chiedano il lasciapassare verde, ma non faccio fatica a credere che qualcuno con manie di protagonismo l’abbia quantomeno pensato.

 

Ecco, ciò detto, vediamo con disarmante sconforto che oramai la chiesa segue pedissequamente gli ordini deliranti di uno stato che appare completamente allo sbando sulla questione vairus.

 

Anche oggi che l’obbligo di indossare la mascherina in luoghi chiusi è quasi sparito (chissà per quanto), ci sono fedeli e parroci ancora ancorati a questa usanza che, dati alla mano, pare arginare ben poco le innumerevoli sottovarianti COVID, ma che oramai per molti di noi questo dispositivo di protezione individuale è alla stregua di un amuleto portafortuna: strofinandolo di tanto in tanto tengo lontana la sfiga così come tirandosi su la mascherina ogni qualvolta si incontra un’altra persona si tiene alla larga il virus.

 

Lasciateci vivere, lasciateci respirare, lasciateci il nostro volto esprimere i nostri sorrisi e le nostre preoccupazioni al cospetto del prossimo, ma soprattutto lasciateci pregare in pace con la consapevolezza che solo Nostro Signore ci salverà da questo sfacelo etico e morale.

 

 

Francesco Rondolini

 

 

 

Continua a leggere

Pensiero

L’ideologia del battaglione Azov: uno Stato nello Stato che disprezza Russia e Occidente

Pubblicato

il

Da

Nonostante la resa del Battaglione Azov presso l’acciaieria Azovstal durante i combattimenti a Mariupol’ il mese scorso, il comando ucraino ha già annunciato la creazione di nuove forze per le operazioni speciali Azov a Kharkov e Kiev.

 

Un articolo apparso sul sito governativo russo RT a firma del giornalista politico esperto di storia degli stati ex sovietici Dmitry Plotnikov cerca di comprendere la radici ideologiche dell’Azov.

 

Come noto, di recente è stato effettuato un parziale rebranding:  lo stemma ucraino – il simbolo araldico medievale del tridente composto da tre spade – ha sostituito nel logo e nelle mostrine la runa Wolfsangel («uncino del lupo») al centro di tante critiche che lo davano come evidente simbolo della matrice nazista del gruppo.

 

Come noto, il Wolfsangel è stato utilizzato sui risvolti delle divisioni Das Reich e Landstorm Nederland delle SS, nonché sul logo del Partito nazista olandese.

 

Gli azoviti hanno respinto tutte queste accuse, sostenendo che il loro simbolo del reggimento non era un Wolfsangel, ma piuttosto le prime lettere dell’espressione «Ideja Natsii», «Idea Nazionale», presumibilmente scritta in un antico alfabeto ucraino, mistura di lettere cirilliche e latine.

 

Non si tratta, spiega Pltonikov, del primo rebranding di Azov: a sua volta, il Wolfsangel sui loro galloni aveva sostituito il più occulto ancora simbolo del «sole nero», quel Sonnenrad che era usato nei rituali delle SS e decorava il pavimento del castello dell’ordine a Wewelsburg, tana prediletta dello spietato gerarca nazista capo delle SS Heinrich Himmler. Va notato come all’epoca, gli azoviti non si preoccupassero di spiegare come quel «sole nero» avesse una qualche radice fittizia.

 

Lo studioso russo spiega che anche questo ultimo rebranding (inteso principalmente per dare a giornalisti, politici e popolazioni occidentali un argomento del tipo: «prima eravamo di estrema destra, ma ora è tutto passato») non segna in alcun modo un cambiamento dell’ideologia di Azov, anzi, potrebbe significarne un rafforzamento.

 

«Per capirlo basta guardare ad Azov non solo come un movimento militare, ma anche come un progetto politico» scrive Plotnikov.

 

Azov è stata fondata da radicali provenienti dai Patrioti dell’Ucraina. Questa organizzazione aveva sede a Kharkov, una città nel nord-est del paese, che ha sempre avuto una popolazione prevalentemente di lingua russa. Pertanto, il tipo di nazionalismo di Azov era diverso.

 

A differenza dei nazionalisti ucraini, non si sono concentrati su questioni relative alla lingua, all’etnia o alla religione dell’Ucraina. Percepivano la nazione come un progetto statalista nello spirito del fascismo italiano.

 

In realtà, il principale ideologo dei Patrioti dell’Ucraina, il pubblicista ucraino del XX secolo Dmitry Dontsov (le cui idee hanno avuto anche una grande influenza sui collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, l’OUN di Stepan Bandera), ha definito la sua ideologia del «nazionalismo integrale» la versione ucraina del nazionalismo sviluppata negli anni ’20,

 

Allo stesso tempo, Dontsov ha equiparato i concetti di nazione e razza. Quest’ultima si divide in razze padrone e di schiavi.

 

«Secondo Dontsov, gli ucraini sono una razza di padroni, mentre i russi sono una razza di schiavi che cercano di rendere schiavi gli ucraini» scrive Plotnikov. «Lo scontro tra ucraini e russi è di natura assoluta, esistenziale e può finire solo con la distruzione di una delle parti, credeva Dontsov».

 

«Il romanticismo gioca un ruolo chiave in questa lotta, che definisce come la volontà di sacrificio, la coerenza della volontà di più individui di raggiungere il potere e dirigere tutti gli sforzi verso un obiettivo: la costruzione di una nazione ucraina. È questo romanticismo che assicura che l’individuo appartenga all’insieme collettivo e dirige la nazione sulla via dell’espansione».

 

Il romanticismo di Dontsov si basa sul mito della «battaglia finale» del paganesimo tedesco-scandinavo, il cosiddetto Ragnarok, l’apocalisse odinista, quel Crepuscolo degli Dei cantato da Richard Wagner. La rinascita del mondo, quindi, è legata ad una sua previa distruzione.

 

«Il culto dell’idea sposata in questo mito deve assumere la forma del fanatismo religioso. Questo è l’unico modo in cui un’idea può penetrare nell’intimo santuario del carattere di una persona e realizzare quella che Dontsov chiama una rivoluzione radicale nella psiche umana».

 

«L’aggressività verso i portatori di altre opinioni dovrebbe essere generata negli aderenti a questa idea, consentendo loro di rifiutare la moralità universale e le idee sul bene e sul male» scrive lo studioso russo. «La nuova morale dovrebbe essere antiumanista, basata solo sulla volontà di prendere il potere. Gli interessi personali devono sottomettersi al bene comune, tutto ciò che rende più forte la nazione deve essere considerato etico e tutto ciò che lo impedisce deve essere dichiarato immorale».

 

Non sfugge all’occhio dell’osservatore il fatto che la filosofia del Dontsov sia intimamente elitista. Per egli il popolo è solo una massa inerte senza volontà indipendente. Le masse sono private della capacità di sviluppare le proprie idee; possono solo assorbirli passivamente. Il ruolo principale è riservato alla minoranza attiva, cioè un gruppo capace di formulare un’idea per le masse inconsce di facile comprensione e di motivarle a impegnarsi nella lotta. Secondo il pensatore ucrainista, la minoranza attiva dovrebbe sempre essere a capo della nazione.

 

Ciò che gli azoviti hanno preso dai nazisti tedeschi è stata la loro strategia per raggiungere il potere.

Essi «hanno cercato di creare uno “stato nello stato” ombra che avrebbe dovuto prendere il controllo di tutte le istituzioni governative in un momento di acuta crisi politica. Una vasta rete di organizzazioni civili è cresciuta attorno al reggimento Azov negli otto anni della sua esistenza. Questi includono editori di libri, progetti educativi, club di scouting, palestre e altre associazioni».

 

L’Azov «ha pure il suo partito politico, il Corpo Nazionale, con un’ala paramilitare soprannominata Milizia Nazionale. I veterani del reggimento qui giocano un ruolo chiave ».

 

«Con l’aiuto di queste organizzazioni, sono state arruolate reclute sia per il reggimento stesso che per il movimento civile di Azov. I veterani di Azov si sono anche uniti attivamente alle forze armate ucraine e alle forze dell’ordine, tra cui la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza, dove hanno continuato a diffondere l’ideologia del nazionalismo integrale di Azov» racconta Plotnikov.

 

Una seria componente rituale permea tutti gli aspetti della vita all’interno del reggimento Azov stesso e del suo movimento civile. La prova sono alcuni riti notturni, con fiamme e scudi, ancora visibili in rete.

 

Ecco che quindi torniamo a prestare attenzione al nuovo simbolo del reggimento: le tre spade ora raffigurate sui galloni dell’Azov rebrandizzato sarebbero in realtà il riflesso, scrive Plotnikov, di complesso cerimoniale con tre spade di legno fu costruito presso la base principale di Azov nella città di Urzuf vicino a Mariupol’, dove si svolgevano quasi tutti i rituali del reggimento.

 

La più significativa di queste è la commemorazione dei compagni caduti. Durante il rituale, gli Azoviti reggono scudi di legno e torce. Gli scudi portano i simboli principali del reggimento: il «sole nero”»e il Wolfsangel, nonché i nomi dei membri caduti. Il maestro della cerimonia chiama ciascuno dei loro nomi, dopodiché un soldato con lo scudo corrispondente accende una luce commemorativa e dice « Ricordiamo!» al che gli altri rispondono: «Ci vendicheremo!» Questo e altri rituali sarebbero stati sviluppati da un’unità ideologica speciale all’interno di Azov.

 

L’autore passa ad esaminare la scelta del tridente, che potrebbe essere stata dettata da una sorta di marketing generazionale.

 

«Una nuova generazione sta entrando nelle prime posizioni di Azov. Questi non sono più i turbolenti tifosi di calcio che un tempo crearono il battaglione e per i quali sfoggiare i simboli delle SS e sputare ideologia nazista era una forma di protesta. Ora, lo spettacolo è condotto da persone che sono state educate all’interno del sistema Azov con l’ideologia di Azov del nazionalismo integrale».

 

«I legami con l’estrema destra europea, il cosiddetto movimento “nazionalista bianco”, non sono più così importanti per loro. Il centro della loro visione del mondo è lo stato ucraino e la nazione ucraina, condannata a combattere sia contro la Russia che contro i valori liberali dell’Occidente. Naturalmente, per gli azoviti, la parte migliore della nazione ucraina sono loro stessi».

 

La resa della parte principale del reggimento ad Azovstal ha solo cristallizzato l’ideologia Azov, spiega l’articolo di RT. Per gli azoviti, l’attuale conflitto russo-ucraino è diventato la vera «battaglia finale» escatologica rappresentata nell’opera di Wagner. Va combattuta contro i russi e l’Occidente liberale, che non vuole fornire sufficiente assistenza militare o entrare in uno scontro aperto con Mosca.

 

E «se necessario, sarà anche combattuta contro il proprio governo, che ha promesso di evacuare i difensori dell’Azovstal ma non ha mantenuto la parola data».

 

«L’ultima battaglia deve essere combattuta fino alla fine, e agli azoviti non potrebbe importare di meno quanti cittadini ucraini bruceranno nel suo fuoco in nome dell’imposizione della loro “Idea Nazionale”».

 

È la conclusione amara dell’articolo di Plotnikov su un gruppo sostenuto fortemente dai Paesi occidentali (compresa l’Italia, ma senza dimenticare gli sforzi di addestramento di USA e Canada e Regno Unito), ma che i nostri giornalisti ci hanno assicurato non essere in alcun modo nazista, anzi, sono raffinati, romantici lettori di Kant, amorevoli con tutti, e bisogna creder loro perché quando mai i media ci hanno propinato frottole.

 

Della componente neopagana di Azov Renovatio 21 ha parlato subito allo scoppio della guerra, quando, con l’attenzione su Mariupol’, ci si ricordò del tempio al dio paleoslavo del tuono Perun eretto dai militanti di Azov.

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

Continua a leggere

Più popolari