Stato
Il privilegio israeliano di sparare sugli italiani. Più qualche domanda abissale
Le implicazioni di quanto sta succedendo in Libano non pare siano state percepite appieno dai tanti commentatori lanciatisi nella materia. L’attacco israeliano alla missione di pace internazionale UNIFIL a guida italiana – cioè, l’aggressione pura e semplice di nostri soldati – ha, come tante slatentizzazioni che testimoniamo nell’ora presente, ramificazioni immani: e mica solo dal punto di vista politico, geopolitico, militare, storico – no, ci sono questioni che emergono in superficie che pertengono a piani superiori, all’empireo del metapolitico, del metastorico. Dello spirituale. Del divino.
Innanzitutto, lode al ministro della Difesa italiano, che ancora una volta dimostra di sapersi svegliare dalla parte giusta dell’universo. Chiamare quanto stanno facendo le Forze di difesa israeliane (oramai chiamate da tutti non più con il vecchio nome ebraico, Tsahal, ma con l’acronimo english IDF, un rebrand pronunziato ridicolmente dai corrispondenti TV proprio «ai-di-ef») contro i nostri soldati con il loro nome – «crimini di guerra», ha detto in conferenza stampa videografata, poco dopo aver incontrato l’ambasciatore dello Stato degli ebrei a Roma – non è cosa da poco.
Il Crosetto, ricordiamo, è quello che si è opposto pubblicamente a Macron quando quest’ultimo ha cominciato bizzarramente (per motivi che possiamo solo intuire) a parlare di guerra diretta alla Russia in Ucraina da parte di soldati occidentali.
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Il lettore sa pure che il ministro, sia pur timidamente, ha ammesso di aver ricevuto nocumento dall’iniezione di siero genico sperimentale COVID. Se per cominciare a comprendere qualcosa di Ucraina e Israele bisogna seguire il percorso, c’è da augurarsi il danno vaccinale a tutta la classe dirigente euro-americana: un sacrificio accettabile per impedire la guerra termonucleare mondiale, scoppiata via Kiev o Beirut non importa.
Ora, torniamo un secondo a capire cosa sta accadendo: l’esercito di Israele spara sui nostri soldati in missione di pace. E non una volta: dopo lo scandalo, e le parole del ministro, pare ci sia stata, una ventina di ore fa, un’ulteriore ondata di danni alla base italiana in Libano.
Secondo quanto hanno ricostruito i giornali – controvoglia, certo – italiani, i miliziani ebraici avrebbero avuto la cortesia di chiamare prima gli italiani, probabilmente l’unico contingente con cui mai vi erano stati problemi, anzi: provate a vedere i rapporti con i soldati irlandesi, che vengono da un Paese per decadi filo-OLP, e che ora non sembra aver tanto cambiato rotta.
Cioè, i soldati israeliani chiamano gli italiani in missione ONU, e dicono loro: attenti, vi bombardiamo, andate nel bunker. I nostri connazionali – come topi! – corrono a nascondersi, obbedendo. Poi, a quanto si legge, avrebbero colpito proprio l’ingresso del bunker. Una scena stile Tom & Jerry, con il gatto che danneggia il buco in cui si è rifugiato il muride in fuga.
Ora, per quanto riguarda la politica e la geopolitica, facciamo presente che non è niente di personale: gli italiani si trovano solo a capo di una cosa con l’etichetta UN (cioè, da noi, ONU) davanti – forse abbiamo dimenticato i bombardamenti sui rifugi delle Nazioni Unite a Gaza neanche un anno fa.
E chi ci segue, sa che Renovatio 21 ha provato in questo anno a registrare tutta l’estenuazione dei rapporti tra Stato Ebraico e Palazzo di Vetro, il cui ultimo capitolo è il bando del segretario Guterres da Israele come persona non grata, ma che prima aveva visto vette altissime grazie all’ambasciatore Israel Katz (lui), ma anche alle continue dichiarazioni di personale ONU che parlano di Gaza come «inferno» «non adatto alla vita umana».
In pratica, Israele non vuole l’ONU tra le scatole mentre deve far pulizia nel Paese limitrofo, così da assicurare il ritorno a casa dei 70 mila israeliani che vivono nel Nord e che ora sono sfollati. Tecnicamente, non un piano difficile da capire.
Il procedimento è ancora più interessante se si guarda invece alla teoria: Israele sta dicendo, in maniera anche convicente, che del diritto internazionale non se ne fa nulla, che esso non vale niente: a questo punto, c’è da dire pure con ragione. Cosa vale, a questo punto, l’intero impianto legale tra le Nazioni, se davanti pure a questo caso non si fa nulla?
E ancora: cosa vale l’ONU? Cosa vale l’UE? Cosa vale la NATO? Perché, uno si chiede, a quanti strati diplomatico-militari siamo qui dall’articolo 5 del Trattato?
Domanda ancora più profonda: cosa vale lo Stato italiano, se non reagisce davvero?
Si tratta di una dichiarazione di coraggio estremo, di importanza storica, metastorica, politica, metapolitica. Lo Stato Ebraico – il Paese messianico del Popolo Eletto – non si cura delle leggi, e, ancora più rilevante, delle relazioni internazionali: sparare sugli italiani? Perché no? Perché preoccuparsi? Cosa possono farci?
Si tratta di un privilegio non da poco: pensiamo che poche ore fa la nostra intera classe politica era in sinagoga con la kippah a ricordare la nuova ricorrenza «olocaustica», il 7 ottobre. C’era la Meloni, cui è risparmiato il copricapo sinagogale in quanto donna. C’era, zucchetto in testa, il ministro con l’aquila fascista tatuata sul petto. C’era l’ex deputato antigender papillonato. C’erano tutti, post-mussolinici o meno, incuranti che – visto che c’è perfino un caso aperto all’Aia dove la parola «genocidio» ha perso il copyright, con tanti Paesi dietro – in un futuro prossimo la data potrebbe essere ricordata, più che come la tragedia tremenda del rave (stranamente fatto al confine…) e dei rapiti, come l’inizio di un programma di massacro che fa impallidire i racconti del nonno partigiano sulla legge del taglione: di qua 1.200 ammazzati, di là, solo a Gaza, almeno 40.000…
È la chuzpah, la hybris ebraica, la tracotanza sionista al suo meglio – quella che già il teorizzatore dello Stato di Israele Teodoro Herzl aveva mostrato durante l’udienza concessagli da Papa San Pio X 120 anni fa. Abbiamo immaginato, ma non abbiamo prova alcuna, che forse sia lo stesso fenomeno che ha irritato Crosetto, arrivato incazzato nero davanti alle telecamere l’altro giorno.
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Il governo italiano sperimenta così un grande problema dell’ora presente: l’impotenza di chiunque rispetto alla questione israeliana. Potete chiedere all’uomo più potente della Terra, sulla carta, Joe Biden, ma non è detto che vi risponda. Potete chiedere pure a Donald Trump, che nelle ultime ore della presidenza arrivò a graziare e liberare e spedire in Israele Jonathan Pollard, una spia israeliana che ha danneggiato gli USA in mondo insuperabile, per poi trovarsi senza tante sponde da parte di Netanyahu quando si era sul fotofinish della contestata competizione elettorale con Biden. (Va detto, qua e là Donald ha lasciato qualche briciola interessante, come quando mesi fa ha rivelato che a fargli uccidere Soleimani sono stati gli israeliani, salvo poi sfilarsi all’ultimo… qualcuno dice che qui il biondo stia giocando un gioco a lungo termine, vedremo).
Ebbene, all’Italia e agli italiani, di tutte le religioni, vogliamo qui porre una ulteriore domanda da capogiro: ci sono cittadini italiani che in questo momento stanno combattendo con Israele?
Perché sapete, secondo il Codice Penale un cittadino italiano non può entrare in un esercito straniero. L’art. 244 C.P. scrive che «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo». Tale articolo pone problemi a chi ha una doppia cittadinanza con un Paese che prevede la naja obbligatoria.
Lo Stato Ebraico prevede un servizio militare obbligatorio per tutti i propri cittadini quando compiono 18 anni: 2 anni e otto mesi per i maschi e solo 2 anni per le femmine.
Quindi, ci si chiede come possano quegli ebrei italiani che hanno anche passaporto israeliano – fenomeno non raro presso le comunità ebraiche italiane, immaginiamo – a fare quando vanno a farsi i tre tremendi anni di leva in Terra Santa, dai quali molti ragazzini escono con la passione per la musica techno-trance e conseguentemente per le droghe sintetiche.
Un disegno di legge a firma Francesco Cossiga (chi, sennò) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia … – prevedeva che «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunita Ebraiche Italiane, ancorche non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorita italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Non che abbiamo capito bene come funzioni questa cosa, soprattutto perché ci chiediamo: prima, nessun giudice si è mosso? In Italia non c’era per le toghe l’obbligo di azione penale? È un altro privilegio opaco, su cui è meglio tacere?
Sui numeri, un articolo de Il Giornale di un anno fa – all’altezza dello scoppio del patatracco – ci viene incontro. «Gli italiani residenti in Israele sono oltre 18mila tra cui numerosi cittadini con doppia cittadinanza. Di questi, circa mille ragazzi con doppio passaporto sono arruolati nell’esercito israeliano (IDF) per il servizio di leva secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nelle comunicazioni al governo sulla situazione in Medio Oriente».
Quindi, gli italiani che combattono con Israele sarebbero almeno un migliaio…
A questo punto, non è che possiamo evitare di domandarci: e se fossero degli italiani che hanno sparato contro gli italiani?
Ammettiamolo, è una bella domanda, ma per motivi su cui urge riflettere davvero. Così come ci sarebbe da fare un’ulteriore domanda birichina: nei nostri servizi c’è qualcuno che ha la doppia cittadinanza? Quanto la nostra Intelligence è legata a quella dello Stato Ebraico? Domande che ci siamo posti non solo vedendo che uomini che primi ministri volevano piazzare da qualche parte nei servizi nazionali sono diventati consoli israeliani, ma soprattutto quando è emerso che sul Lago Maggiore era scuffiata, con morti e feriti, una barca con sopra un incontro con una ventina di 007 italiani e israeliani (Cosa sia accaduto, cioè, la tromba d’aria che rovescia solo quella barchetta, non lo sappiamo, ma ad una certa, giuriamo, non avremo più paura delle ipotesi fantascientifiche).
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Ma anche qui, sono cose politiche, geopolitiche. Cose mondane. Robetta.
La domanda più profonda è: se un italiano israeliano spara su una base italiana, perché lo fa? Attenzione: non stiamo dicendo che sia accaduto, anche se non farebbe differenza. Dobbiamo solo tratteggiare uno scenario per far comprendere il ragionamento.
Se un israeliano italiano (cresciuto a Roma ar ghetto, tra le botteghe transgenerazionali, la Sinagoga, il tifo allo stadio, i romanzi celebrativi degli scrittori da premio letterario, il romanesco parlato come chiunque altro) spara su una base italiana, è perché, forse, la sua lealtà ultima non va verso uno Stato moderno, una «Repubblica laica», ma verso un’entità che rappresenta la sua identità ancestrale. Cosa viene prima? La cittadinanza, o la religione? Il tuo passaporto, o il tuo spirito? La carta o l’origine? L’anagrafe o Dio?
Cosa ti può far risuonare il sangue, sino a spingerti a volerlo versare? La tua nazionalità o la tradizione divina che investe il tuo essere, la tua famiglia, da generazioni, e per generazioni nel futuro?
Capite che non stiamo accusando nessuno: anzi. Stiamo dicendo, semplicemente, che siamo davanti ad una scelta obbligata, un nodo che prima o poi doveva venire al pettine. E, questo è il punto, non solo per gli ebrei.
Perché, parlo ai cristiani europei, a cosa andrebbe la vostra lealtà? Al Paese delle carte bollate, o ad una dimensione spirituale realizzata, ad uno Stato Cristiano, che difende i cristiani, che rappresenta spiritualmente – e, sì, messianicamente, apocalitticamente – il vostro credo, le vostre radici?
Non siamo a noi che dobbiamo rispondere a questa domanda: perché chi rispondesse mettendo la crocetta sul secondo caso finirebbe, non godendo di privilegi, per essere accusato di tradimento. Lo Stato moderno è così, inutile girarci intorno: lo Stato «laico» non può tollerare qualcosa di diverso da esso, e questo forse perché è stata concepita dai massoni nell’Ottocento, e il codice sorgente non è stato mai cambiato, né da Mussolini, né dai democristiani – con il risultato che abbiamo sotto gli occhi.
Lo Stato moderno è fondamentalista: certo, con le eccezioni che abbiamo davanti, ma anche lì ci sarà una spiegazione sulla quale ora non ci soffermeremo.
Qui, comunque, sta la vera domanda abissale di queste ore: la differenza tra uno Stato che si basa sulla politica e uno che si basa sulla metafisica. La differenza tra le nazioni moderne, e quelle metastoriche – quelle fondate sulla religione, cioè sulle cose ultime, cioè sull’eterno.
Questo per dire mai sarà possibile parlare la stessa lingua dello Stato Ebraico fino a che non vi sarà qualcuno che proverrà materialmente da uno Stato Cristiano.
E aggiungiamo pure che un vero Stato Cristiano non sarà possibile fino a che Gerusalemme sarà lasciata ai non-cristiani, che l’anno resa un luogo di desolazione, di degradazione, di violenza e di orrore, oltre che di blasfemo scherno contro Nostro Signore.
La posizione del Vaticano era stata, fino a Wojtyla con le sue scuse e i muri del pianto, che nella città Santa dovesse starci una forza internazionale – ma lasciamo pure perdere il Sacro Palazzo, il cui rappresentante principale ora finisce pure a cartone animato negli spot del ministero del Turismo israeliano.
Pensiamo, piuttosto, alla logica. Renovatio 21 lo aveva già scritto tempo fa: ad un certo punto, Stato Ebraico e Stato Islamico, qualche anno fa, confinavano. Nell’area mancava solo uno Stato espressione della prima religione mondiale: no, lo Stato Cristiano in Medio Oriente non si trova, in realtà non lo si vede da nessuna parte, e sappiamo pure il perché. Lo Stato moderno è stato creato per distruggere lo Stato Cristiano ed impedirne la resurrezione.
Di fatto, crediamo, a questo punto, sia in realtà il tassello che manca: senza lo Stato Cristiano non si avrà mai l’equilibrio in Medio Oriente. Né nel resto della Terra. Né – certo non parlo per tutti, ma in fondo anche sì – nella nostra anima.
Ecco perché la rabbia verso Israele, adesso, ci lascia indifferenti. Per i cristiani, non è più il tempo della lagna, e da un pezzo. Forse non è neppure il tempo di combattere: ma è, decisamente, il tempo di costruire. Costruire qualcosa di immenso – qualcosa di eterno. Qualcosa che – chiudete gli occhi, ascoltate dentro di voi – di fatto esiste già.
Quanti sono pronti a comprenderlo?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Israel Defense Forces via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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