Stato
Il privilegio israeliano di sparare sugli italiani. Più qualche domanda abissale
Le implicazioni di quanto sta succedendo in Libano non pare siano state percepite appieno dai tanti commentatori lanciatisi nella materia. L’attacco israeliano alla missione di pace internazionale UNIFIL a guida italiana – cioè, l’aggressione pura e semplice di nostri soldati – ha, come tante slatentizzazioni che testimoniamo nell’ora presente, ramificazioni immani: e mica solo dal punto di vista politico, geopolitico, militare, storico – no, ci sono questioni che emergono in superficie che pertengono a piani superiori, all’empireo del metapolitico, del metastorico. Dello spirituale. Del divino.
Innanzitutto, lode al ministro della Difesa italiano, che ancora una volta dimostra di sapersi svegliare dalla parte giusta dell’universo. Chiamare quanto stanno facendo le Forze di difesa israeliane (oramai chiamate da tutti non più con il vecchio nome ebraico, Tsahal, ma con l’acronimo english IDF, un rebrand pronunziato ridicolmente dai corrispondenti TV proprio «ai-di-ef») contro i nostri soldati con il loro nome – «crimini di guerra», ha detto in conferenza stampa videografata, poco dopo aver incontrato l’ambasciatore dello Stato degli ebrei a Roma – non è cosa da poco.
Il Crosetto, ricordiamo, è quello che si è opposto pubblicamente a Macron quando quest’ultimo ha cominciato bizzarramente (per motivi che possiamo solo intuire) a parlare di guerra diretta alla Russia in Ucraina da parte di soldati occidentali.
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Il lettore sa pure che il ministro, sia pur timidamente, ha ammesso di aver ricevuto nocumento dall’iniezione di siero genico sperimentale COVID. Se per cominciare a comprendere qualcosa di Ucraina e Israele bisogna seguire il percorso, c’è da augurarsi il danno vaccinale a tutta la classe dirigente euro-americana: un sacrificio accettabile per impedire la guerra termonucleare mondiale, scoppiata via Kiev o Beirut non importa.
Ora, torniamo un secondo a capire cosa sta accadendo: l’esercito di Israele spara sui nostri soldati in missione di pace. E non una volta: dopo lo scandalo, e le parole del ministro, pare ci sia stata, una ventina di ore fa, un’ulteriore ondata di danni alla base italiana in Libano.
Secondo quanto hanno ricostruito i giornali – controvoglia, certo – italiani, i miliziani ebraici avrebbero avuto la cortesia di chiamare prima gli italiani, probabilmente l’unico contingente con cui mai vi erano stati problemi, anzi: provate a vedere i rapporti con i soldati irlandesi, che vengono da un Paese per decadi filo-OLP, e che ora non sembra aver tanto cambiato rotta.
Cioè, i soldati israeliani chiamano gli italiani in missione ONU, e dicono loro: attenti, vi bombardiamo, andate nel bunker. I nostri connazionali – come topi! – corrono a nascondersi, obbedendo. Poi, a quanto si legge, avrebbero colpito proprio l’ingresso del bunker. Una scena stile Tom & Jerry, con il gatto che danneggia il buco in cui si è rifugiato il muride in fuga.
Ora, per quanto riguarda la politica e la geopolitica, facciamo presente che non è niente di personale: gli italiani si trovano solo a capo di una cosa con l’etichetta UN (cioè, da noi, ONU) davanti – forse abbiamo dimenticato i bombardamenti sui rifugi delle Nazioni Unite a Gaza neanche un anno fa.
E chi ci segue, sa che Renovatio 21 ha provato in questo anno a registrare tutta l’estenuazione dei rapporti tra Stato Ebraico e Palazzo di Vetro, il cui ultimo capitolo è il bando del segretario Guterres da Israele come persona non grata, ma che prima aveva visto vette altissime grazie all’ambasciatore Israel Katz (lui), ma anche alle continue dichiarazioni di personale ONU che parlano di Gaza come «inferno» «non adatto alla vita umana».
In pratica, Israele non vuole l’ONU tra le scatole mentre deve far pulizia nel Paese limitrofo, così da assicurare il ritorno a casa dei 70 mila israeliani che vivono nel Nord e che ora sono sfollati. Tecnicamente, non un piano difficile da capire.
Il procedimento è ancora più interessante se si guarda invece alla teoria: Israele sta dicendo, in maniera anche convicente, che del diritto internazionale non se ne fa nulla, che esso non vale niente: a questo punto, c’è da dire pure con ragione. Cosa vale, a questo punto, l’intero impianto legale tra le Nazioni, se davanti pure a questo caso non si fa nulla?
E ancora: cosa vale l’ONU? Cosa vale l’UE? Cosa vale la NATO? Perché, uno si chiede, a quanti strati diplomatico-militari siamo qui dall’articolo 5 del Trattato?
Domanda ancora più profonda: cosa vale lo Stato italiano, se non reagisce davvero?
Si tratta di una dichiarazione di coraggio estremo, di importanza storica, metastorica, politica, metapolitica. Lo Stato Ebraico – il Paese messianico del Popolo Eletto – non si cura delle leggi, e, ancora più rilevante, delle relazioni internazionali: sparare sugli italiani? Perché no? Perché preoccuparsi? Cosa possono farci?
Si tratta di un privilegio non da poco: pensiamo che poche ore fa la nostra intera classe politica era in sinagoga con la kippah a ricordare la nuova ricorrenza «olocaustica», il 7 ottobre. C’era la Meloni, cui è risparmiato il copricapo sinagogale in quanto donna. C’era, zucchetto in testa, il ministro con l’aquila fascista tatuata sul petto. C’era l’ex deputato antigender papillonato. C’erano tutti, post-mussolinici o meno, incuranti che – visto che c’è perfino un caso aperto all’Aia dove la parola «genocidio» ha perso il copyright, con tanti Paesi dietro – in un futuro prossimo la data potrebbe essere ricordata, più che come la tragedia tremenda del rave (stranamente fatto al confine…) e dei rapiti, come l’inizio di un programma di massacro che fa impallidire i racconti del nonno partigiano sulla legge del taglione: di qua 1.200 ammazzati, di là, solo a Gaza, almeno 40.000…
È la chuzpah, la hybris ebraica, la tracotanza sionista al suo meglio – quella che già il teorizzatore dello Stato di Israele Teodoro Herzl aveva mostrato durante l’udienza concessagli da Papa San Pio X 120 anni fa. Abbiamo immaginato, ma non abbiamo prova alcuna, che forse sia lo stesso fenomeno che ha irritato Crosetto, arrivato incazzato nero davanti alle telecamere l’altro giorno.
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Il governo italiano sperimenta così un grande problema dell’ora presente: l’impotenza di chiunque rispetto alla questione israeliana. Potete chiedere all’uomo più potente della Terra, sulla carta, Joe Biden, ma non è detto che vi risponda. Potete chiedere pure a Donald Trump, che nelle ultime ore della presidenza arrivò a graziare e liberare e spedire in Israele Jonathan Pollard, una spia israeliana che ha danneggiato gli USA in mondo insuperabile, per poi trovarsi senza tante sponde da parte di Netanyahu quando si era sul fotofinish della contestata competizione elettorale con Biden. (Va detto, qua e là Donald ha lasciato qualche briciola interessante, come quando mesi fa ha rivelato che a fargli uccidere Soleimani sono stati gli israeliani, salvo poi sfilarsi all’ultimo… qualcuno dice che qui il biondo stia giocando un gioco a lungo termine, vedremo).
Ebbene, all’Italia e agli italiani, di tutte le religioni, vogliamo qui porre una ulteriore domanda da capogiro: ci sono cittadini italiani che in questo momento stanno combattendo con Israele?
Perché sapete, secondo il Codice Penale un cittadino italiano non può entrare in un esercito straniero. L’art. 244 C.P. scrive che «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo». Tale articolo pone problemi a chi ha una doppia cittadinanza con un Paese che prevede la naja obbligatoria.
Lo Stato Ebraico prevede un servizio militare obbligatorio per tutti i propri cittadini quando compiono 18 anni: 2 anni e otto mesi per i maschi e solo 2 anni per le femmine.
Quindi, ci si chiede come possano quegli ebrei italiani che hanno anche passaporto israeliano – fenomeno non raro presso le comunità ebraiche italiane, immaginiamo – a fare quando vanno a farsi i tre tremendi anni di leva in Terra Santa, dai quali molti ragazzini escono con la passione per la musica techno-trance e conseguentemente per le droghe sintetiche.
Un disegno di legge a firma Francesco Cossiga (chi, sennò) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia … – prevedeva che «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunita Ebraiche Italiane, ancorche non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorita italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Non che abbiamo capito bene come funzioni questa cosa, soprattutto perché ci chiediamo: prima, nessun giudice si è mosso? In Italia non c’era per le toghe l’obbligo di azione penale? È un altro privilegio opaco, su cui è meglio tacere?
Sui numeri, un articolo de Il Giornale di un anno fa – all’altezza dello scoppio del patatracco – ci viene incontro. «Gli italiani residenti in Israele sono oltre 18mila tra cui numerosi cittadini con doppia cittadinanza. Di questi, circa mille ragazzi con doppio passaporto sono arruolati nell’esercito israeliano (IDF) per il servizio di leva secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nelle comunicazioni al governo sulla situazione in Medio Oriente».
Quindi, gli italiani che combattono con Israele sarebbero almeno un migliaio…
A questo punto, non è che possiamo evitare di domandarci: e se fossero degli italiani che hanno sparato contro gli italiani?
Ammettiamolo, è una bella domanda, ma per motivi su cui urge riflettere davvero. Così come ci sarebbe da fare un’ulteriore domanda birichina: nei nostri servizi c’è qualcuno che ha la doppia cittadinanza? Quanto la nostra Intelligence è legata a quella dello Stato Ebraico? Domande che ci siamo posti non solo vedendo che uomini che primi ministri volevano piazzare da qualche parte nei servizi nazionali sono diventati consoli israeliani, ma soprattutto quando è emerso che sul Lago Maggiore era scuffiata, con morti e feriti, una barca con sopra un incontro con una ventina di 007 italiani e israeliani (Cosa sia accaduto, cioè, la tromba d’aria che rovescia solo quella barchetta, non lo sappiamo, ma ad una certa, giuriamo, non avremo più paura delle ipotesi fantascientifiche).
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Ma anche qui, sono cose politiche, geopolitiche. Cose mondane. Robetta.
La domanda più profonda è: se un italiano israeliano spara su una base italiana, perché lo fa? Attenzione: non stiamo dicendo che sia accaduto, anche se non farebbe differenza. Dobbiamo solo tratteggiare uno scenario per far comprendere il ragionamento.
Se un israeliano italiano (cresciuto a Roma ar ghetto, tra le botteghe transgenerazionali, la Sinagoga, il tifo allo stadio, i romanzi celebrativi degli scrittori da premio letterario, il romanesco parlato come chiunque altro) spara su una base italiana, è perché, forse, la sua lealtà ultima non va verso uno Stato moderno, una «Repubblica laica», ma verso un’entità che rappresenta la sua identità ancestrale. Cosa viene prima? La cittadinanza, o la religione? Il tuo passaporto, o il tuo spirito? La carta o l’origine? L’anagrafe o Dio?
Cosa ti può far risuonare il sangue, sino a spingerti a volerlo versare? La tua nazionalità o la tradizione divina che investe il tuo essere, la tua famiglia, da generazioni, e per generazioni nel futuro?
Capite che non stiamo accusando nessuno: anzi. Stiamo dicendo, semplicemente, che siamo davanti ad una scelta obbligata, un nodo che prima o poi doveva venire al pettine. E, questo è il punto, non solo per gli ebrei.
Perché, parlo ai cristiani europei, a cosa andrebbe la vostra lealtà? Al Paese delle carte bollate, o ad una dimensione spirituale realizzata, ad uno Stato Cristiano, che difende i cristiani, che rappresenta spiritualmente – e, sì, messianicamente, apocalitticamente – il vostro credo, le vostre radici?
Non siamo a noi che dobbiamo rispondere a questa domanda: perché chi rispondesse mettendo la crocetta sul secondo caso finirebbe, non godendo di privilegi, per essere accusato di tradimento. Lo Stato moderno è così, inutile girarci intorno: lo Stato «laico» non può tollerare qualcosa di diverso da esso, e questo forse perché è stata concepita dai massoni nell’Ottocento, e il codice sorgente non è stato mai cambiato, né da Mussolini, né dai democristiani – con il risultato che abbiamo sotto gli occhi.
Lo Stato moderno è fondamentalista: certo, con le eccezioni che abbiamo davanti, ma anche lì ci sarà una spiegazione sulla quale ora non ci soffermeremo.
Qui, comunque, sta la vera domanda abissale di queste ore: la differenza tra uno Stato che si basa sulla politica e uno che si basa sulla metafisica. La differenza tra le nazioni moderne, e quelle metastoriche – quelle fondate sulla religione, cioè sulle cose ultime, cioè sull’eterno.
Questo per dire mai sarà possibile parlare la stessa lingua dello Stato Ebraico fino a che non vi sarà qualcuno che proverrà materialmente da uno Stato Cristiano.
E aggiungiamo pure che un vero Stato Cristiano non sarà possibile fino a che Gerusalemme sarà lasciata ai non-cristiani, che l’anno resa un luogo di desolazione, di degradazione, di violenza e di orrore, oltre che di blasfemo scherno contro Nostro Signore.
La posizione del Vaticano era stata, fino a Wojtyla con le sue scuse e i muri del pianto, che nella città Santa dovesse starci una forza internazionale – ma lasciamo pure perdere il Sacro Palazzo, il cui rappresentante principale ora finisce pure a cartone animato negli spot del ministero del Turismo israeliano.
Pensiamo, piuttosto, alla logica. Renovatio 21 lo aveva già scritto tempo fa: ad un certo punto, Stato Ebraico e Stato Islamico, qualche anno fa, confinavano. Nell’area mancava solo uno Stato espressione della prima religione mondiale: no, lo Stato Cristiano in Medio Oriente non si trova, in realtà non lo si vede da nessuna parte, e sappiamo pure il perché. Lo Stato moderno è stato creato per distruggere lo Stato Cristiano ed impedirne la resurrezione.
Di fatto, crediamo, a questo punto, sia in realtà il tassello che manca: senza lo Stato Cristiano non si avrà mai l’equilibrio in Medio Oriente. Né nel resto della Terra. Né – certo non parlo per tutti, ma in fondo anche sì – nella nostra anima.
Ecco perché la rabbia verso Israele, adesso, ci lascia indifferenti. Per i cristiani, non è più il tempo della lagna, e da un pezzo. Forse non è neppure il tempo di combattere: ma è, decisamente, il tempo di costruire. Costruire qualcosa di immenso – qualcosa di eterno. Qualcosa che – chiudete gli occhi, ascoltate dentro di voi – di fatto esiste già.
Quanti sono pronti a comprenderlo?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Israel Defense Forces via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic
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Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore
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Famiglia
Mons. Viganò sta con la famiglia nel bosco. Ma perché lo Stato si sta accanendo in questo modo?
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X in merito al tema della famiglia Trevallion, con i figli separati dai genitori da assistenti sociali e magistratura.
«Nell’esprimere il mio pieno sostegno alla Famiglia del Bosco, ricordo le immortali parole di Pio XI, che dovrebbero suonare di condanna per tutti coloro che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei più elementari principi della civiltà e dell’umanità» scrive Viganò, che prosegue citando l’enciclica Divini illius Magistri pubblicata da Pio XI il 31 dicembre 1929.
«La famiglia (…) detiene direttamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole, diritto inalienabile perché inseparabilmente congiunto all’obbligo stretto, diritto anteriore a qualunque diritto della società civile e dello Stato, e perciò inviolabile da parte di qualunque potere terreno».
Nell’esprimere il mio pieno sostegno alla Famiglia del Bosco, ricordo le immortali parole di Pio XI, che dovrebbero suonare di condanna per tutti coloro che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei più elementari principi della civiltà e dell’umanità:
“La famiglia… pic.twitter.com/JkNALcXvVJ
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) March 12, 2026
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La lettera enciclica di Pio XI «sull’educazione cristiana e la gioventù» scriveva che «tre sono le società necessarie, distinte e pur armonicamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l’uomo; due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale. Dapprima la famiglia, istituita immediatamente da Dio al fine Suo proprio, che è la procreazione ed educazione della prole, la quale perciò ha priorità di natura, e quindi una priorità di diritti, rispetto alla società civile» scriveva papa Ratti.
«Con la missione educativa della Chiesa concorda mirabilmente la missione educativa della famiglia, poiché entrambe procedono da Dio, in modo assai somigliante. Infatti alla famiglia, nell’ordine naturale, Iddio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine».
«La storia è testimone come, segnatamente nei tempi moderni, sì sia data e si dia da parte dello Stato violazione dei diritti conferiti dal Creatore alla famiglia, laddove essa dimostra splendidamente come la Chiesa li ha sempre tutelati e difesi» prosegue l’enciclica.
Il caso della famiglia Trevallion sta sconvolgendo l’Italia, che pare spaccarsi su nette linee politiche: da una parte la sinistra che assicura la preminenza dello Stato e dall’altra parte la destra che invece pare avere adottato il caso dei Trevallioni, con il primo ministro Giorgia Meloni che si è detta «senza parole» per le ultime notizie che giungono dalla triste vicenda.
Le dichiarazioni della Meloni costituiscono, amaramente, una proclamazione di impotenza: laddove ci sono la magistratura e la filiera di affidi e compagnia, nemmeno il presidente del Consiglio del Ministri della Repubblica Italiana può nulla. Già questo dovrebbe fornire all’osservatore le proporzioni del problema attuale dello Stato italiano.
In molti accusano le autorità di accanimento nei confronti della famiglia nel bosco, ignorando invece i problemi e i reati che con evidenza vi possono essere nelle situazioni famigliari di tanti campi nomadi. Per farsene un’idea, il lettore può guardare un vecchio film di Emir Kusturica, Tempo di gitani (1988), con la storia ambientata tra la Jugoslavia e un campo nomadi fuori Milano. Il film vinse il premio per la miglio regia al Festival di Cannes, ma non ha per qualche ragione avuto troppi passaggi sulla TV italiana.
C’è da ricordare che i Trevallion, nome che pare uscito dalla lingua elfica del glossoteta J.R.R. Tolkien, non sono l’unica famiglia nel bosco in Italia. Esistono da decadi sugli appennini comunità di sedicenti «elfi», appunto. Lo chiamano «Popolo degli Elfi», è sorto negli anni Ottanta nell’Appennino Pistoiese, tra Treppio e Sambuca. Composta da oltre 150 persone, la comunità degli elfi appenninici vive in case coloniche abbandonate, puntando su uno stile di vita autarchico, sostenibile, in profonda connessione con la natura e privo di comodità moderne.
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Sarebbe d’uopo notare che negli anni la comunità degli elfi, che pare non distante nemmeno visivamente dalla storia dei Trevallioni, abbia avuto gli immani problemi con lo Stato che sta affrontando invece la famiglia nel bosco. I tempi sono cambiati: con l’avanzamento dello Stato-partito piddino, una tacita primazia dello Stato sulla famiglia, in teoria contraria alla Costituzione, si è installata sempre più in profondità, mentre le strutture pubbliche per gli affidi (cooperative, uffici pubblici, etc.) aumentavano dai primi anni 2000, divenendo quella forza invincibile che abbiamo visto anche nei noti casi visti in Emilia.
I Trevallion sono essenzialmente vittime dello zeitgeist antifamiglia che si è caricato silenziosamente come programma politico dello Stato Italiano. Delle origini di tale fenomeno, che passa per il PCI e per i suoi psichiatri, Renovatio 21 aveva scritto anni fa.
«Se non si distrugge la famiglia, dicono gli psichiatri di sinistra, avremo una società di psicotici, oppure, ancora, peggio di “cittadini conformisti” e “mediocri”» scrivevamo nella nostra analisi, che toccava anche l’intoccabile idolo della psichiatria italiana Franco Basaglia. «Basaglia era il fronte italiano di una «scuola» internazionale di medici dell’epoca che prese il nome di “antipsichiatria” per la quale la famiglia era una istituzione di violenza, vera responsabile delle malattie mentali»
Un ulteriore papavero dell’antipsichiatria italiana, Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria, dove alle pagine 84-85 scrive: «la famiglia nucleare è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere; e anche nuovi individui condizionati in modo tale da ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo».
Distruggendo la famiglia, si apre l’abisso della perversione, che vediamo oggi istituzionalizzata con sempre maggio prepotenza. «Con il 1968 e l’avvento della cosiddetta «liberazione sessuale», cioè quando la promiscuità e la devianza divennero parte integranti delle lotte della sinistra».
«Gratta la superficie di una cultura che rifiuta Dio e la morale, il sacrificio e il Logos, e ci trovi una storia oscura, una volontà di ribaltare completamente l’ordine del creato, e ci trovi, sempre, alla fine, un abisso mostruoso, furioso, dove la morale può capovolgersi» scrivevamo nel lontano 2019.
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I cittadini dell’UE credono che la democrazia sia morta e sono pessimisti su tutto
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