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Essere genitori

Nilde Iotti, Cicciolina, la famiglia. Da Togliatti al “caso Bibbiano”

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Ho letto che sulla TV nazionale è andato in onda in settimana un tele-santino su Nilde Iotti. Che il PD avesse voglia di fare una bella fiction agiografica sulla giunonica, eterna dama del PCI, lo capiamo; che l’alleato a 5 stelle sentisse l’esigenza di spendere qualche milione per ricordare eroicamente una che in parlamento ci è stata 53 anni filati – altro che casta! – lo capiamo meno.

 

La Iotti fu lungamente Presidente della Camera: l’hanno seguita Scalfaro, la Pivetti, Pierferdi Casini, Fico. Insomma, sulla terza carica dello Stato forse c’è da fare qualche riflessione.

Palmiro Togliatti e la sua compagna Nilde Iotti

 

I commentatori di destra si sono scaldati. Hanno ricordato che per far posto alla Iotti il Migliore mandò a Mosca la vera moglie Rita «Marisa» Montagnana e il figlio schizofrenico e a tratti autistico – e capite che Mosca, specie all’epoca, non aveva i manicomi migliori del mondo, anzi vi ci mettevano, oltre che gli psicotici, i dissidenti – per piegarne la psiche con l’orrore dell’internamento. La Montagnana era una combattente vera, che aveva partecipato anche alla Guerra Civile spagnuola. Mentre fino agli ultimi anni della guerra Nilde aveva la tessera del Partito Nazionale Fascista.

 

Qualcuno ha ricordato che Nilde aveva quasi trent’anni (27 per l’esattezza) meno di Palmiro. Mutatis mutandis, una situazione che oggi, quando vediamo il vecchio imprenditore abbiente con la ragazza molto più giovane, porterebbe a sussurri malevoli sulla cosiddetta «moglie-trofeo».

 

Francobollo sovietico che celebra il compagno Tol’jatti

Si è rammentato che i due amanti brindarono quando i carri armati sovietici entrarono a Budapest nel 1956 per schiacciare quella che Togliatti chiamava «reazione clerico-fascista». E poi: gli elogi sperticati a Stalin (del resto, ben premiati: sul Volga ancora oggi vi è una città che si chiama come l’amante della Iotti, Tolyatti che qualcuno da noi chiama erroneamente «Togliattigrad»), il rifiuto di aiutare i soldati italiani prigionieri nei campi di concentramento sovietici («il sacrificio dei soldati dell’ ARMIR nei lager di Stalin è un antidoto al fascismo», scriveva in una lettera, aggiungendo beffardo che «sono umanitario quanto può esserlo una dama della Croce rossa»). E via dicendo: il catalogo delle mostruosità politiche del Migliore è denso assai.

 

Tuttavia non è la cifra di politica, gossip e geopolitica (il gossip spesso è sia politica che geopolitica) che mi interessa qui discutere. Vorrei qui abbozzare una riflessione diversa, che riguarda la famiglia.

 

 

Togliatti ed Engels contro la famiglia

Perché se Togliatti è stato il padre del moderno PCI, cioè la radice del PD, è importante cercare di capire come egli intendesse la famiglia.

 

Qui il discorso si fa ambiguo: perché tutti sapevano della situazione scabrosa che viveva il fiduciario di Stalin in Italia – che consumava con l’onorevole concubina addirittura in una garçonniere all’ultimo piano della sede del partito in via Botteghe Oscure; per lo più, da quel che mi par di capire, la linea del partito era però opposta. Il cittadino comunista doveva esprimere morigeratezza, avere una vita famigliare lineare, persino sposandosi, quando possibile, in Chiesa.

Un tempo il cittadino comunista doveva esprimere morigeratezza, avere una vita famigliare lineare, persino sposandosi, quando possibile, in Chiesa

 

La devianza, all’epoca non era ammessa. Di qui l’ostracismo riservato a Pier Paolo Pasolini, che oltre che omosessuale era sospettato di pedofilia, visto che già nel 1949 subì in Friuli un processo con l’imputazione di atti osceni in luogo pubblico e di corruzione di minore.

 

L’ideale famigliare comunista, quantomeno agli inizi, era, insomma, borghese: sicuramente, era una tattica del tipo Invasione degli Ultracorpi: conquisteremo il mondo avanzando impercettibilmente nella normalità.

 

Tuttavia, oltre che negli amori nel sottotetto di Botteghe Oscure, qualcos’altro di poco famigliare era innestato nei gangli più interiori del partito.

 

Perché il Comunismo, e quindi anche il Comunismo italiano, deriva dal Manifesto del Partito Comunista. Il quale non è stato solo scritto da Carlo Marx, ma anche da Federico Engels. È naturale quindi che in ambito PCI militanti ed elettori forse qualche pagina del dimenticato Engels se la siano letta.

 Federico Engels

 

Per esempio potrebbero essersi imbattuti ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1984). Dove l’amore per l’istituto della famiglia, quello previsto dalla «Costituzione più bella del mondo» non era esattamente percettibile.

 

«La moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata, e la società moderna è una massa composta nella sua struttura molecolare da un complesso di famiglie singole» scrive Engels.

«La moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata, e la società moderna è una massa composta nella sua struttura molecolare da un complesso di famiglie singole» scrive Engels.

 

«L’emancipazione della donna ha come prima condizione preliminare la reintroduzione dell’intero sesso femminile nella pubblica industria, e che ciò richiede a sua volta l’eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica della società».

 

In nuce, c’è moltissimo di quello che poi sarebbe accaduto nel XX e nel XXI secolo: il gender come lotta contro la struttura dei sessi, la propulsione verso la promiscuità, la rivolta contro il patriarcato (quella di cui parlano certi indagati nel «caso di Bibbiano»), il femminismo vero e proprio.

 

Sopra ogni cosa: è ben visibile il programma di distruzione della famiglia.

Aldo Togliatti, figlio di Palmiro, schizofrenia con spunti autistici, mandato a Mosca e poi morto in una casa di cura

 

Togliatti, più che marxista, era engelsiano: le sue donne lavoravano (come agenti comuniste o come deputate); la monogamia l’aveva sepolta da mo’; aveva scomposto la molecola della sua famiglia al punto da abbandonare suo figlio pazzo in un altro continente. (Per la cronaca, Aldo Togliatti è morto a Modena 8 anni fa a Villa Igea, un manicomio di Modena, nella regione dove le «via Togliatti» abbondano, nel Paese la cui TV di Stato dedica uno sceneggiato all’amante del padre).

 

«L’emancipazione della donna ha come prima condizione preliminare la reintroduzione dell’intero sesso femminile nella pubblica industria, e che ciò richiede a sua volta l’eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica della società» Friedrich Engels

Palmiro Togliatti emancipò così tanto la donna da far abortire Nilde, che qualcuno dice invece volesse tenere il bambino. Il piccolo fu invece  sacrificato all’altare della ragion politica.

 

Ad eseguire il feticidio fu il medico personale di Togliatti, Mario Spallone, dentro alla sua Villa Gina, dove prima della legge 194 già aveva praticato centinaia di aborti «come missione politica… Era un servizio sociale».

 

Feticidi di massa nello Stato parallelo comunista. Non che gli avversari democristiani prendessero sul serio questi omicidi seriali, all’epoca illegali: Alberto Sordi, si dice, ispirerà il suo Dottor Guido Tersilli proprio a Spallone.

 

Famiglia, psichiatria e PCI

Dinanzi allo scandalo di Bibbiano, in attesa di processo e sentenze che acclarino i fatti, mi sono chiesto ripetutamente se vi fosse, all’interno della linea ideologica che va dal PCI al PD, non solo un pensiero definito riguardo l’istituto familiare, ma, più materialmente, una vera e propria linea psichiatrica che la definisse concettualmente.

Esiste, all’interno della linea ideologica che va dal PCI al PD,  un pensiero definito riguardo l’istituto familiare e una sua tradizione psichiatrica?

 

È stato immerso nella politica, tramite la moglie Franca Ongaro eletta senatrice tra le fila del PCI con Sinistra Indipendente, il celebratissimo Franco Basaglia, lo psichiatra che dovremmo ringraziare per la legge sua omonima che prevedeva la chiusura dei manicomi. Lo psichiatra, ça va sans dire, ha avuto anche lui qualche anno addietro la sua mini-serie agiografica a spese del contribuente, C’era una volta la città dei matti, con protagonista  Fabrizio Gifuni, cioè il figlio dell’ex ministro ed ex Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Gaetano Gifuni. È proprio il caso di dire: sono fiction di Stato.

 

Basaglia era il fronte italiano di una «scuola» internazionale di medici dell’epoca che prese il nome di «antipsichiatria» per la quale la famiglia era una istituzione di violenza, vera responsabile delle malattie mentali

Il dottor Basaglia era il fronte italiano di una «scuola» internazionale di medici dell’epoca che prese il nome di «antipsichiatria». Per gli antipsichiatri (Ronald Laing, David Cooper, Thomas Szasz) la famiglia era una istituzione di violenza, vera responsabile delle malattie mentali: i testi dell’Antipsichiatria sono talvolta chiari già dal titolo, come nel caso di Normalità e follia nella famiglia di Laing e La famiglia che uccide di Morton Schatzman. La famiglia era, per usare i loro termini, «schizogena»: la schizofrenia veniva dalla vita con mamma e papà e fratelli.

 

Scriveva Basaglia mostrando tutto il fondo marxista (lotta di classe, vittime della sopraffazione, etc.) del suo sentire: «l’unica possibilità che ci resti è di conservare il legame del malato con la sua storia – che è sempre storia di sopraffazioni e di violenze – mantenendo chiaro da dove provenga la sopraffazione e la violenza».

Franco Basaglia. Sua moglie fu eletta in Parlamento nelle liste di Sinistra Indipendente

 

Completa il suo pensiero un ulteriore papavero dell’antipsichiatria italiana, Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria, dove alle pagine 84-85 è proclamato:  

«La famiglia nucleare è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere; e anche nuovi individui condizionati in modo tale da ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo».

 

«La famiglia nucleare è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere; e anche nuovi individui condizionati in modo tale da ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo» Giovanni Jervis

Jervis, che aveva letto assiduamente la triade Marx-Lenin-Mao Zedong, era figlio di un direttore all’Olivetti, un partigiano decorato: vera aristocrazia goscista. Ma la famiglia non gli piaceva lo stesso:

 

«Gran parte dei disturbi mentali nascono proprio da queste contraddizioni; la famiglia contemporanea, nel momento stesso in cui comincia a non funzionare più, continua a fabbricare e condizionare dei bambini che le si rivolteranno contro, o che non riuscendo a rivoltarsi diventeranno nevrotici o psicotici; oppure cittadini conformisti, soddisfatti della loro mortale ubbidienza, mediocrità e normalità».

 

Se non si distrugge la famiglia, dicono gli psichiatri di sinistra, avremo una società di psicotici, oppure, ancora, peggio di lettori di Repubblica – anzi no, scusate, di «cittadini conformisti» e mediocri, si diceva.

 

Questa cosa della famiglia violenta è rimasta negli anni. Chi scrive ricorda gli annunci ripetuti all’altoparlante ad una Festa di Rifondazione Comunista nei primi anni 2000, dove l’imbonitrice megafonata raccomandava al pubblico di sciamare verso la conferenza che stava per iniziare la conferenza «Da Cogne a Novi Ligure: la famiglia è posto pericoloso». Chiaro, due casi ravvicinati, tremendi, offrivano il destro alla teoria della famiglia come «istituto di violenza».

Se non si distrugge la famiglia, dicono gli psichiatri di sinistra, avremo una società di psicotici, oppure, ancora, peggio di «cittadini conformisti» e mediocri

 

Dal 2006-2008 viene eletto in parlamento per il Partito dei Comunisti Italiani il professor Luigi Cancrini. In una intervista di qualche mese fa, riporta una lettera di un avvocato a Il Foglio, «il professor Cancrini difende [Claudio] Foti “che ha grandi meriti” e a cui secondo lui può semmai essere addebitato “un entusiasmo da lavoro” e un eccesso di sensibilità agli “accenni del bambino”».

 

Abbiamo appreso dal reportage di La7 sul «caso Bibbiano» che Cancrini starebbe scrivendo ora un libro con Foti.

 

Cicciolina trova Togliatti

Il boccaccesco peccato di adulterio Togliatti-Iotti, segreto di Pulcinella della Repubblica semicomunista italiana, divenne acqua fresca con il 1968 e l’avvento della cosiddetta «liberazione sessuale», cioè quando la promiscuità e la devianza divennero parte integranti delle lotte della sinistra.

 

Con il 1968 e l’avvento della cosiddetta «liberazione sessuale», cioè quando la promiscuità e la devianza divennero parte integranti delle lotte della sinistra

Tuttavia nemmeno quei ragazzi che nel PCI si erano spesi per il «libero amore» e per i poveri «compagni omosessuali oppressi» riuscirono nel capolavoro di Pannella, cui va riconosciuto un primato mondiale: aver lanciato materialmente il seme della pornocrazia.

 

Tra le fila del Partito Radicale, Giacinto detto Marco Pannella riesce nell’impresa di far eleggere Elena Anna detta Ilona Staller, meglio conosciuta con il nome d’arte di Cicciolina.

 

Si tratterebbe altresì di un bingo anche per i servizi dell’Ungheria comunista (quella dei tank applauditi da Togliatti, sì), che sarebbero quindi riusciti ad inserire un loro asset a rivelarlo è stata da subito proprio lei – sin dentro ad una carica elettiva.

Ilona Staller in Parlamento

 

L’elezione di una attrice pornografica in Parlamento irritò non poche le sue stesse compagne di partito: i radicali erano pieni di femministe oltranziste, come Emma Bonino, che andavano in cortocircuito a vedere, e a sentire, quello che la Staller aveva da offrire. Ricordandoci, inoltre, che la pornoattrice deputata ebbe come presidente della camera proprio Nilde Iotti

 

Cicciolina rappresentò il superamento definitivo dell’«immoralismo comunista». I comunisti, che credevano di aver il monopolio del progresso sociale (e quindi: del suo lancio verso la promiscuità, come per esempio con il divorzio) erano stati surclassati, e il progetto di «liberazione» dei costumi cominciavi a rivelarsi per quel che era: dissoluzione, decadenza. Cosa borghesissima.

 

Cicciolina rappresentò il superamento definitivo dell’«immoralismo comunista». I comunisti, che credevano di aver il monopolio del progresso sociale  erano stati surclassati, e il progetto di «liberazione» dei costumi cominciavi a rivelarsi per quel che era: dissoluzione, decadenza

La vita della Staller continuò anche dopo la politica. Ilona conobbe uno degli artisti più pagati della Terra, l’americano Jeff Koons. Questi impazzì per lei, al punto che alla Biennale di Venezia di inizio anni Novanta consegno gigantesche riproduzioni pornografiche dei due che copulavano nel modo più volgare possibile («Made In Heaven», «Illona’s Asshole», «Illona’s House Ejaculation»; a ispirare gli scatti pare fosse Riccardo Schicchi, il noto pigmalione di Cicciolina, ora deceduto). Qualcuno entrò alla Biennale e sfigurò con un taglierino l’«opera»: Koons ne fu contento. Si sposarono, le immagini dei due sposini che si baciavano avidamente con la lingua finirono perfino in un video degli U2, Even better than the real thing.

 

Il rapporto tra Koons e Cicciolina andò in crisi. «Quella donna è una prostituta incapace di educare nostro figlio»; «Quell’uomo è disonesto, è diventato miliardario vendendo i nostri amplessi». Il problema fu che nel frattempo i due avevano avuto un figlio, Ludwig. Il bambino fu oggetto di una asperrima contesa tra USA, patria del padre, e Italia, patria della madre.

 

È qui che, stranamente, salta fuori di nuovo il nome Togliatti.

 

Nel 1996 Il tribunale affida una consulenza tecnico-psichiatrica per stabilire chi tra Ilona Staller ed il suo ex marito Jeff Lynn Koons è il genitore più idoneo per ottenere l’affidamento definitivo del figlio nato tre anni prima. La scelta ricade su una docente di psicologia della Sapienza, Marisa Malagoli Togliatti: si tratta della figlia di Nilde Iotti e Palmiro Togliatti, adottata dalla coppia dopo che il padre operaio era morto nell’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena, quando la polizia sparò contro i lavoratori in sciopero (1950).

 

Il primo round Cicciolina lo perde malamente.

Scrisse Repubblica: «La “bocciatura” al suo modo di essere madre era stata decisa da due donne, il giudice istruttore Aida Campolongo e la neuropsichiatra infantile Marisa Malagoli Togliatti, figlia adottiva di Palmiro Togliatti e dell’ex presidente della Camera Nilde Iotti. Nella sua relazione al tribunale, la dottoressa Togliatti aveva scritto che Ilona Staller era una madre incapace di esercitare la dovuta funzione educativa: troppo permissiva, con un rapporto con il bambino “ribaltato” e basato su elementi “simbiotici e regressivi”».

 

«Inoltre Ludwig, secondo il Tribunale, aveva molte difficoltà linguistiche: poco inglese, pochissimo italiano, “visto che in due anni aveva avuto otto baby sitter, tutte ungheresi”».

 

«Come ultimo punto il Tribunale aveva anche accennato alle “continue assenze” della madre, e la sentenza aveva completamente ignorato sia l’ex professione di porno star della Staller sia il contenuto delle opere di Koons, nemmeno quelle che hanno per soggetto Cicciolina».

Pannella e Cicciolina nel 1987

 

Sono giudizi che colpiscono: si può togliere un bambino ad una madre perché troppo permissiva? Forse sì, ce lo chiediamo perché non conosciamo i dettagli, ma la memoria torna a quando l’ex ministro Fontana, sull’onda dell’emozione del «caso Bibbiano», accennò in TV di un caso in Veneto in cui madre e figlio furono separati per il troppo amore di lei.

 

La questione delle difficoltà linguistiche lascia pure perplessi: quanti sono i bambini stranieri in questo Paese, specie appartenenti a stranieri di classe agiata o a militari (i soldati USA…) che non sanno dire una parola di italiano? Una retata ad una qualsiasi scuola statunitense– dove usualmente vengono iscritti i figli della world class di passaggio anche da noi – sul nostro territorio porterebbe quanti casi di allontanamento? E poi ancora, se una madre vuole insegnare la propria madrelingua al figlio, non ne ha il diritto?

 

Le vicende descritte nel «caso Bibbiano» pure talvolta abbonderebbero, secondo le carte degli inquirenti, di motivazioni futili o, come ha scritto Panorama, «strani pretesti».

 

Restiamo ancora più basiti,  ma non sappiamo se abbiamo capito bene, dinanzi al fatto che la sentenza non teneva in conto il particolare «lavoro della madre».

La pornografia è compatibile con il crescere un bambino? A fine giugno qualche giornale battè la notizia per cui i bambini sarebbero stati dati anche a titolari di sexy shop

 

Dobbiamo dire che in molti possono avere una certa curiosità sociologica sul tema: come cresce il figlio di una pornoattrice? Freud insegnava il trauma, la «scena primaria», del vedere i propri genitori accoppiarsi. Come può crescere una psiche bombardata da immagini pornografiche della propria mamma? Molte persone usano questa immagini per far scendere l’eccitazione. Perché si tratta di uno sfiorare l’ultimo tabù, e in rapporto ad una cosa simile, sono molti, anche tra i più accaniti difensori della sovranità famigliare massima che vacillerebbero: forse agli attori porno la patria potestà va tolta… specie ora che la pornografia pare, appunto, evolvere sempre più verso il tabù dell’incesto.

 

Niente di tutto questo: i problemi sono quelli sopraelencati. Bambino troppo attaccato alla madre. Troppe baby sitter. Non parla italiano. Madre che si assenta.

 

Ce lo chiediamo ancora: possibile che la sentenza non considerasse l’attività pornografica del genitore come un motivo per allontanare il minore? Possibile che non si fosse calcato anche o solo su questo?

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Stiamo solo ponendo delle domande a causa del cosiddetto Elephant in the room. La pornografia è compatibile con il crescere un bambino? È così che torna alla mente che a fine giugno qualche giornale battè la notizia per cui i bambini sarebbero stati dati, oltre che a persone con problematiche psichiche o con figli suicidi, anche a titolari di sexy shop.

 

È un mondo un po’ alla rovescia, dove però qualcosa torna.

 

Le Erinni e il matriarcato

Ecco la narrazione di 5000 anni di oppressione patriarcale, un’oppressione molto più longeva di quella del proletariato di Marx schiacciato dal crudele padrone; un’oppressione che chiama una rivoluzione per scardinare nientemeno che l’intero assetto dell’umanità così come la conosciamo

«L’odio della cultura patriarcale verso le donne accompagna ed esalta la necessità maschile di oggettivare e disumanizzare la donna per poterla dominare e possedere. La logica di potere è coerente: è necessario attaccare la dimensione soggettiva della donna, la sua libertà espressiva, la sua capacità d’iniziativa per poterla controllare meglio come si controlla un oggetto privo di vita. La finalità della cultura patriarcale è quella di poter acquisire la donna, di appropriarsene, di potersela “fare” con sicurezza, con continuità, con il massimo di piacere oggettivante» sono parole fortissime. Una condanna senza appello della nostra società, un discorso quasi apocalittico. Le ha scritte Claudio Foti, che ad un mese dallo scoppio del «caso Bibbiano» è stato pure indagato, scrissero i giornali, per maltrattamenti a moglie e figli. Come vale per tutti i casi e tutti gli indagati, le accuse vanno provate: aspettiamo i processi e le sentenze.

 

Tuttavia ci è difficile non ricollegarle a quelle di Friedrich Engels riportate più sopra in questo articolo, quando il pensatore comunista tedesco di due secoli fa parlava con sicurezza di «schiavitù domestica della donna».

 

Nel libro citato, L’origine della Famiglia, Engels va più in profondità, e tratteggia – servendosi di un’analisi dell’Orestea di Eschilo – una sorta di storia esoterica della sconfitta del Matriarcato per mano del Patriarcato, sulla scorta degli studi di Johann Jakob Bachofen, un autore poi abbracciato dalla destra più oscura.

Gratta la superficie di una cultura che rifiuta Dio e la morale, il sacrificio e il Logos, e ci trovi una storia oscura, una volontà di ribaltare completamente l’ordine del creato, e ci trovi, sempre, alla fine, un abisso mostruoso, furioso, dove la morale può capovolgersi

 

«Il diritto patriarcale ha riportato la vittoria sul diritto matriarcale – scrive Engels – Gli “dei di nuova stirpe”, come sono chiamati dalle stesse Erinni, vincono le Erinni e queste alla fine si lasciano indurre ad assumere un nuovo ufficio a servizio del nuovo ordine». Le Erinni, le Furie nella mitologia romana chiamate Dire da Virgilio, altro non sono se non mitiche personalizzazioni femminili della vendetta.

 

E proprio un aggettivo usato dal PM del «caso Bibbiano» Valentina Salvi pare riecheggiare questo motivo. Riguardo ad una indagata nota per le sue battaglie LGBT, scrive nelle carte dell’inchiesta che  «sono state la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni ad averla portata a sostenere con erinnica perseveranza la “causa” dell’abuso da dimostrarsi ‘ad ogni costo’».

 

Erinnica. La stessa che, proprio come in una letterale esecuzione del pensiero Engelsiano, in una intervista del 2016 lamentava che «in questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale pa­drona dei figli». Ci è parso di sentire sul reportage TV di La7 una registrazione in cui la stessa operatrice del Servizio Sociale dava una data d’inizio dell’oppressione del patriarcato sul mondo: 5000 anni fa. Un’oppressione plurimillenaria, molto più longeva di quella del proletariato di Marx schiacciato dal crudele padrone; una rivoluzione che scardina l’intero assetto dell’umanità. Niente di meno.

Oreste inseguito dalle Erinni di William-Adolphe Bouguereau (1862)

 

Si tratta di un’altra narrazione. Molto, molto lontana da quel progressismo emiliano-romagnolo fatto di tavole imbandite alla Festa dell’Unità, gite in Riviera, spesa alla COOP. Gratta la superficie di una cultura che rifiuta Dio e la morale, il sacrificio e il Logos, e ci trovi tutt’altro. Ci trovi una storia oscura, una volontà di ribaltare completamente l’ordine del creato, e ci trovi, sempre, alla fine, un abisso furioso, dove la morale può capovolgersi.

 

Gratti Marx ci trovi Engels.

Gratti Palmiro Togliatti e ci potresti trovare i possibili «casi Bibbiano». Con «erinnica perserveranza».

 

Roberto Dal Bosco

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I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.

 

In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.

 

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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)

 

E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».

 

Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.

 

Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.

 

Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…

 

Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.

 

La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.

 

Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.

 

Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.

 

Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.

 

Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?

 

E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?

 

In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.

 

Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.

 

In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…

 

Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?

 

Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.

 

Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.

 

Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.

 

Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.

 

 

Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.

 

Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».

 

 

Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.

C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?

 

Roberto Dal Bosco

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Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

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Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.   La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.   Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.   I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.   «Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.   «Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.   Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».   Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».   I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.   «I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.   «Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».   Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.   La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

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Essere genitori

Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori

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Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.

 

L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.

 

Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.

 

Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.

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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.

 

Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.

 

«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».

 

In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.

 

Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:

 

Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.

 

Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».

 

Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.

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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».

 

Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.

 

Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.

 

Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».

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