Pensiero
Conversione e terrorismo. La jihad come frutto del Concilio Vaticano II
È il caso di riportare alla memoria, in questi giorni di polemiche fiammeggianti, il caso di quella che i giornali italiani chiamavano Lady Jihad. Perché la chiamassero così non lo ho mai capito, perché nonostante l’universo di sangue in cui si era infilata mi sembrava sempre, in tutto e per tutto, una ragazzina.
Forse la vicenda non l’avete dimenticata: la definirono «la prima Foreign Fighter italiana». Emigrò nello Stato Islamico per combattere con le truppe ISIS. La sua storia famigliare, dove tutti si erano convertiti all’Islam radicale, era impressionante. I genitori, che lei aveva convertito, sono morti entrambi qui in Italia, il viaggio verso il Levante gli fu impedito dai nostri servizi di sicurezza. La sorella è ancora in carcere. Lei, dicono, potrebbe essere morta nel 2017. Quello che è certo è che di Maria Giulia – Fatima – si sono perse le tracce.
Era giovane. Era una convertita all’Islam – quello radicale, quello wahabita
Era giovane. Era una convertita all’Islam – quello radicale, quello wahabita.
Ricordo ancora video in cui umiliava via Skype l’intervistatrice del Corriere: la giornalista sincero-democratica travolta dalla fede assoluta di questa ragazzina di provincia non può che vendicarsi scrivendo che «la follia si respira in ogni sua sillaba».
Al contrario, a me Maria Giulia Sergio – l’oggetto del sensazionalismo della stampa borghese che l’apostrofava come «la prima foreign fighter italiana» – sembrava lucidissima. Di più: oso dire che era impossibile non vedere come si sentisse una donna realizzata. Una vita dedicata integralmente per seguire il suo Dio e suo uomo – la sua famiglia – nella piena libertà del proprio cuore: anche se questo può costare la morte violenta, o la galera, o la vergogna. Non importa.
Maria Giulia – che ora vorrebbe la chiamassero Fatima Az Zahra – parlava in tranquillità anche quando sapeva di essere intercettata.
Senza dover nascondere nulla, Maria Giulia si esprime e agisce secondo il suo animo perfino dopo che hanno arrestato – l’accusa non mi è chiara – tutta la sua famiglia in Italia: padre, madre, sorella, zia del marito, parentado vario. Tutti in carcere preventivo, per la gioia dello Stato democratico.
No. La storia di Maria Giulia è diversa. A suo modo, è perfetta: è pura
Una donna realizzata
Siamo davanti ad un esemplare unico e perfettamente riuscito, pure su una scala di comparazione globale. Le varie Jihad Jane sparse per il mondo non sono degne di allacciarle i calzari, qualora calzati sotto il niqab.
Nulla vale, in paragone, l’infermiera fermata all’aeroporto di Denver mentre espatriava per unirsi ai barbuti dell’ISIS. Niente valgono le sciaquette austriache che sono andate in Siria e poi hanno piagnucolato per tornare. Ritengo che la sua fibra sia perfino superiore a quella della «Vedova Bianca», ossia Samatha Lewthwaite, stragista in hijab legata ai massacri londinesi e africani, data per morta varie volte e riemersa.
No. La storia di Maria Giulia è diversa. A suo modo, è perfetta: è pura.
C’è il bene e c’è il male. C’è Allah e chi vi si oppone. C’è il dar-al-Islam, «il luogo dell’Islam» e c’è dar-al-harb, «la dimora della guerra», la casa degli infedeli da combattere
Ad ascoltare tutte le intercettazioni non ci si convince di trovarsi di fronte ad una conversazione particolarmente intelligente.
Lei segue un piano semplice. Glielo fornisce, incredibile dictu, ciò che proprio a questo dovrebbe essere preposto: la religione. Segue dei precetti, una visione di insieme che non conosce complessità o profondità di sorta.
C’è il bene e c’è il male. C’è Allah e chi vi si oppone. C’è il dar-al-Islam, «il luogo dell’Islam» – come dice nell’intervista al giornale democratico – e c’è dar-al-harb, «la dimora della guerra», la casa degli infedeli da combattere.
Lei, semplicemente, ha fatto hijira, è migrata verso la terra dell’Islam. Cosa perfettamente logica: i genitori arrestati si apprestavano a fare lo stesso, tanto da chiederle al computer se era il caso di comperare delle valigie trolley e portare in Siria anche Adriano, il gatto di casa. «No mamma, non si può, ascoltami mamma, il viaggio è troppo lungo, in aereo, in macchina…». «Hai ragione, già quando l’abbiamo portato a Napoli miagolava sempre». «Anche questa è una prova grande cui ci sottoponiamo. Adriano starà bene, inshallah».
«Un uomo sposato è andato con un altra donna, Said [il marito, ndr] come mujaheddin, come soldato per Allah, va con altri fratelli per lapidarlo» racconta ridendo alla sorella Marianna
È inquietante quando promette a Mamma e Papà che in Siria avranno finalmente una casa con l’orto, anzi possono avere tutta la terra che vogliono, «perché la Siria è vuota».
«Un uomo sposato è andato con un altra donna, Said [il marito, ndr] come mujaheddin, come soldato per Allah, va con altri fratelli per lapidarlo» racconta ridendo alla sorella Marianna. Credo che nessuna femminista possa godere di una simile fantasia realizzata: il maschio traditore che viene giustiziato. Per Maria Giulia è la realtà.
I video di lei che si addestra con gli AK-47 pare che non circolino perché il marito, l’albanese jihadista Aldo detto Said, glielo ha proibito.
«Noi quando decapitiamo qualcuno, dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico, quando facciamo un’azione del genere, stiamo obbedendo alla sharia»
«Noi quando decapitiamo qualcuno, dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico, quando facciamo un’azione del genere, stiamo obbedendo alla sharia». Perché vergognarsi di seguire la legge divina?
In fondo, questa è una storia-paradigma. Frequentava la moschea di Segrate – non quella controversa di Viale Jenner – dove rilasciava interviste alle giornaliste in cerca del solito pezzo su «donne e Islam». Si dichiarava moderata. Usava la parola preferita dai democristiani e dai massoni, «dialogo». Andava alle lezioni in Statale con il velo, ma era amica di tutti. Andò a Canale 5 per dimostrare in diretta alla Santanché che essere donna e musulmana può essere bello e pacifico.

Non credo che fosse così cambiata da quando dalla Siria parla vis Skype di mutilazioni, decapitazioni e sterminio degli infedeli. Non pareva diversa da quel 27% di giovani francesi (età 18-24) che simpatizza per l’ISIS, né da quel 81% di fan del Califfo rilevato tra il pubblico muslmano di Al Jazeera.
Una suora stupenda
«Non siamo musulmani italiani! Siamo musulmani del Jihad»
La Maria Giulia, che divorziò dal primo marito magrebino perché troppo islamicamente tiepido, e ciò risalta in maniera stupenda. «Non siamo musulmani italiani! Siamo musulmani del Jihad» urla ai genitori.
La fede universale più forte di qualsiasi confine. Sì, devo ammettere che questa devozione può suscitare ammirazione. O forse, non è ammirazione quella si prova, perché tutto questo ha un sapore tanto amaro.
Che disastro. Che spreco.
Sappiamo tutti dove una sessantina di anni fa sarebbe finita una come Maria Giulia. Un convento, magari una bella clausura. Ho pochi dubbi su questo.
Quale meravigliosa madre superiore, severa e determinata quanto serve, sarebbe stata Maria Giulia!
Chi possedeva tale zelo, quando vi era l’opzione, sceglieva quella strada. Quale meravigliosa madre superiore, severa e determinata quanto serve, sarebbe stata Maria Giulia!
Una religiosa in grado di spingere tutta la famiglia dentro la religione, come succedeva una volta a chi aveva un prete o una suora tra i famigli: Maria Giulia aveva convertito tutti quanti, padre e madre e chissà chi altri, perché è sul suo slancio mistico che si appoggia chi le sta vicino, le pecore seguono il pastore e pure il suo cane.
Così – una monaca capace di eseguire in indefessamente quello che la sua religione l’ha programmata: custodire il convento, educare i bambini, sfamare i poveri, assistere i malati. Se è il caso, abbracciare il fucile, come quella suor Eupraxia, unica abitante di quel convento a Drenica, in Kosovo, dove né albanesi né serbi né giornalisti sono mai riusciti a penetrare, ché quella – programmata allo zelo – sparava appena ti avvicinavi al campanello.
Una monaca capace di eseguire in indefessamente quello che la sua religione l’ha programmata: custodire il convento, educare i bambini, sfamare i poveri, assistere i malati
Il prodotto del Concilio
Sappiamo cosa ha fatto sì che a suor Maria Giulia si sostituisse un’assassina islamista: si chiama Concilio Vaticano II. Quella che ritengo sia la più grande catastrofe della storia umana. Lo stand-down dello spirito cattolico, la perversione della dottrina, la distruzione dell’ultimo argine rimasto alle tenebre del relativismo,cioè alle tenebre tout court.
Il suicidio della Chiesa Cattolica ha fatto sì che persone come Maria Giulia cercassero altrove quel senso profondo che brama il cuore.
Il suicidio della Chiesa Cattolica ha fatto sì che persone come Maria Giulia cercassero altrove quel senso profondo che brama il cuore
Possiamo, quindi, anche dirlo: la jihad è un frutto del Concilio.
Lo abbiamo scritto varie volte: l’islamo-nichilismo dell’ISIS, con la sua narrazione fatta di tweet e progetti millenari, finirà giocoforza per filtrare nella mente della gioventù europea, innaturalmente sedata dall’onanismo, dalle droghe, dalla omosessualizzazione forzata, dai giochi elettronici, e – nel peggiore dei casi – dalla falsa religione conciliare, dove Dio è un amico, la messa è un concerto di chitarre, l’Eucarestia un pezzo di pane, l’Inferno è vuoto.
Maria Giulia, infatti, era cattolica. «Molto cattolica» disse in una intervista anni fa, quando faceva la ragazza immagine per le italiane convertite. Erano «ferventi cattolici», riportano le cronache, anche i genitori. Il padre Sergio Sergio, cassaintegrato, si era mosso da Torre del Greco dieci anni fa solo dopo aver avuto da una conoscente la garanzia che a Inzago avrebbe risolto le sue difficoltà economiche, con il pieno supporto di Caritas e parrocchia, dove i Sergio erano assidui.
Possiamo, quindi, anche dirlo: la jihad è un frutto del Concilio Vaticano II
Immaginiamo cosi vi abbiano trovato. Il Cattolicesimo del Concilio, perfino nella sua forma ultimativa, quella di ONG pietosa, quella del Papa amico dei poveri: i preti hanno dato loro il pane, ma evidentemente i Sergio erano in cerca di qualcosa d’altro. Cercavano lo spirito – chiaro quindi che la Chiesa moderna non li abbia saputi accontentare.
Tanto più che è la Chiesa stessa a indicare le vie di uscita.
L’islamo-nichilismo dell’ISIS, con la sua narrazione fatta di tweet e progetti millenari, finirà giocoforza per filtrare nella mente della gioventù europea, innaturalmente sedata dall’onanismo, dalle droghe, dalla omosessualizzazione forzata, dai giochi elettronici, e – nel peggiore dei casi – dalla falsa religione conciliare, dove Dio è un amico, la messa è un concerto di chitarre, l’Eucarestia un pezzo di pane, l’Inferno è vuoto
«La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione».
«Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».
Sono le parole della dichiarazione Nostra Ætate (28 ottobre 1965), il documento del Concilio che rappresenta l’inizio del processo di decadenza patente del Papato. Gli ebrei, non più deicidi, divengono per decreto «amici» dei cattolici. I musulmani sono da comprendere e stimare.
La chiesa moderna è divenuta insomma come l’inferno della sua nuova teologia: vuota.
La chiesa moderna è divenuta insomma come l’inferno della sua nuova teologia: vuota
Era la profonda verità già nota a Federico II: in fondo, pensava l’imperatore, i maomettani sono facili da governare.
È il caso sunnita che abbiamo sotto gli occhi. Nessun Papa, nessuna gerarchia, nessuna legge naturale, nessuna inclinazione allo sviluppo, corpi proni alla frusta. Dovete guardare all’Arabia Saudita: uno Stato ricco al centro dell’Islam, tenuto sotto scacco da una famiglia che affama, umilia, ammazza il suo popolo mentre dilapida trilioni in oscene gozzoviglie.
Fitna
In questo stallo, come è possibile vincere? Senza che abbiano una vera religione ai nostri figli, come possiamo anche solo pensare di reagire di fronte all’avanzata di Maometto? Quale motivo, quale valore può avere nel cuore chi sarà preposto a difenderci?
Prima di ucciderci i figli perché cafri, l’Islam potrà sedurli riempiendone il vuoto creato dentro di loro dalla non-chiesa conciliare
Prima di ucciderci i figli perché cafri, l’Islam potrà sedurli riempiendone il vuoto creato dentro di loro dalla non-chiesa conciliare.
Su una cosa ulteriore sono d’accordo con Maria Giulia. «E’ finito il tempo che il musulmano sta nella terra della miscredenza, quello era il tempo dell’ignoranza» tuona ai famigliari. È per colpa degli islamici moderati che l’Islam si trova in questa situazione imperfetta. I tiepidi vanno abbattuti.
Sì: se vogliamo guarire la terra desolata della Chiesa di Cristo, dobbiamo innanzitutto liberarci di coloro che l’hanno avvelenata. Traditori, modernisti, democristiani.
Essi sono la causa della catastrofe. Essi sono i veri padri della jihad, che in un mondo pienamente cristiano – quello che ci ha domandato Nostro Signore – nemmeno avrebbe potuto partire.
Sono i cattolici del Concilio i creatori del vuoto che ha convertito la famiglia di Maria Giulia. Essi sono la causa della catastrofe. Essi sono i veri padri della jihad
Sono i cattolici del Concilio i creatori del vuoto che ha convertito la famiglia di Maria Giulia.
È lo stesso vuoto che inghiottirà tutto l’Occidente, e loro stessi. Sappiamo infatti che il loro è un desiderio di morte, un imperativo suicida che la forza oscura ha inserito nel loro sistema operativo.
C’è un termine nell’Islam, fitna. È jihad, «sforzo», ma rivolta ad intra, dentro la stessa comunità dei fedeli.
I credenti dell’Unica Vera Religione sono chiamati ora alla fitna.
Solo una volta che questa sarà terminata, potremo darci alla nostra «jihad» del Logos, e portarla in tutto il mondo, come da comando di Dio, convertendo il profondo del cuore umano, e difendendo la nostra Fede, la nostra terra, le nostre donne.
Suore, madri superiore: non terroriste jihadiste.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico.
E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.
Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.
— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.
La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.
Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.
Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.
Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.
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L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».
It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers)
— Naval (@naval) June 18, 2026
Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.
Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.
E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.
Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.
Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.
Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.
Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.
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Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.
Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.
Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.
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Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.
Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.
L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.
L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.
È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.
Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.
La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.
Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.
Brivael Le Pogam
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Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
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Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.
Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.
Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.
La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.
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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.
Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.
Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.
La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?
Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.
Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.
Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.
Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.
Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?
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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.
E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.
Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.
E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.
Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.
Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.
Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».
Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.
E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.
Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.
E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?
Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?
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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.
No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.
Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.
Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.
Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.
Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.
Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.
Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.
In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.
Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?
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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.
Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.
E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.
Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?
Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?
Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
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