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Satira

NATO, Israele, aborto, Ucraina, partigiani, UE, PD e radicali nella stessa foto: grazie dottor Viale!

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Un’unica immagine in grado di comprendere il supporto alla NATO, allo Stato di Israele, al regime ucraino, all’Unione Europea, ai partigiani, all’aborto, ai radicali italiani e indirettamente al PD: tutto ciò è stato possibile al 25 aprile di Torino, grazie al dottor Silvio Viale.

 

L’indomito ginecologo cuneese è stato visto in piazza Castello far garrire al vento ben due bandieroni, uno dell’Alleanza Atlantica e uno dello Stato ebraico.

 

Dietro di lui, un gruppo di persone, talune col fazzoletto partigiano tricolorato, che sventolano il vessillo ucraino e pure quello dell’Europa Unita, scandendo slogan come «Putin assassino», «Putin all’Aia», «viva la resistenza ucraina», etc. Uno striscione firmato radicali italiani, che – novità assoluta – chiede firme, scrive «Putin criminale di Guerra».

 

Le immagini del benemerito Local Team come sempre mostrano tantissimo. Il gruppo non è troppo esteso, e dobbiamo dire che Bella Ciao viene cantata con non troppa convinzione, ma non è che siamo giudici di X Factor.

 

 

Il gruppo è circondato da un cordone della Polizia di Stato, che forse sospetta che ad un evento del genere le insegne della NATO e di Israele possano innervosire qualcuno, che magari ha passato la vita a sognare di rifugiarsi sotto il Patto di Varsavia (con il piano quinquennale, la stabilità) e/o ha una estrema, immarcescibile e ad una certa pure inspiegabile simpatia per la causa palestinese.

 

Bisogna dire altresì che anche i colori ucraini fanno arrabbiare alcuni, come si era veduto al 25 aprile di Milano nell’anno passato.

 

Nelle riprese video non manca il notorio slogan banderista «Slava Ukraïni/Heroiam Slava», che nell’aprile 1941 divenne saluto ufficiale dei nazionalisti integralisti ucraini che collaboravano con il III Reich, che all’epoca accompagnavano il motto con il saluto fascista. Ad un 25 aprile ci sta a palla. No?

 

Lo sbandieratore è, come noto, uno dei campioni dell’abortismo italiano.

 

Molti si ricordano una sua intervista che avrebbe dato alla trasmissione radiofonica La Zanzara nel 2019, riportata da Dagospia.

 

«Una volta ho detto polemicamente che frullavo i bambini, ma in realtà non userei mai più la parola bambini per un feto o un embrione. Frullare l’ho pronunciata in polemica quando si discuteva dell’aborto farmacologico e della pillola abortiva, circondato da persone che me ne dicevano di tutti i colori. Di fatto i feti vengono frullati perché vengono aspirati».

 

«Tecnicamente è un’aspirazione elettrica. Quindi con un aspiratore si aspira e il feto finisce in un contenitore. Da lì a frullare la differenza è poca. Di fatto è la stessa cosa. Dopo di che si usano anche altre pinze, c’è il raschiamento, cioè l’aborto chirurgico che è un intervento traumatico» avrebbe detto il dottore.

 

È arcinoto il suo impegno per il mifepristone, e cioè la pillola abortiva RU-486, quella di cui ha appena discusso la Corte Suprema USA, quella che riempie fogne e fiumi di ormoni tossici e minuscoli esseri umani, per la gioia di ratti, pesci ed anfibi che fanno scorpacciate di staminali umane.

 

«Nel dicembre 2009 la RU486 è stata legalizzata in Italia» scrive Wikipedia. «Nell’aprile 2010 Viale e i suoi colleghi dell’Ospedale S. Anna di Torino hanno iniziato la somministrazione ordinaria del farmaco; in un anno hanno somministrato la pillola RU486 a 1.011 donne, il 25% delle IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) avvenute nell’ospedale. La Regione Piemonte è al primo posto in Italia nella somministrazione della RU486».

 

 

Un suo manifesto elettorale di qualche anno fa lo ritraeva mentre mostra orgoglioso pacchetti di pillola abortiva, sorrisetto perenne. Istruttivo anche il testo: «un medico dalla parte delle donne, un radicale nel PD».

 

 

Proprio così, Viale è parte della diaspora dei Pannella-boys, finiti praticamente in tutti i partiti. «Oltre che a Radicali Italiani è iscritto al Partito Democratico sin dalla sua fondazione» leggiamo su Wikipedia.

 

Il portabandiere NATO-Israele, insomma, è un abortista radicale del PD, europartigiano nemico della Russia putiniana. Capite che è un bingo, una tombola, un poker, un full, una scala reale colore, insomma una cosa così, anzi di più.

 

Lui forse lo sa, e per questo si mostra serafico, masticando con determinazione in modalità bocca aperta una cingomma, e non sappiamo se si tratti di un ulteriore omaggio alla superpotenza americana, espresso senza stelle e strisce ma con il pregnante simbolo di un chewing gum che non si attacca al lavoro del tuo abortista.

 

Sotto l’espressione sorniona, notiamo un pezzone inaspettato: una cravattona a motivo rosa dei venti, un omaggio fashion alla NATO che ci prende di sorpresa per colore e creatività.

 

Bisogna ricordare, tuttavia, che non è la prima volta che il Viale ci regala immagini ragguardevoli, politicamente e storicamente pregnanti, per le vie di Torino.

 

C’è quella foto dimenticata, di qualche anno fa. C’è Fassino, allora sindaco del capoluogo piemontese, che viene avvicinato da pittoreschi transessuali ignudi dotati di corna. L’espressione del profeta piddino dice tutto. Il suo linguaggio del corpo ancora di più. Poco dietro, se la ride, inarrestabile, il dottor Viale.

 

 

È la plastica immagine del PD divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «partito radicale di massa». Un’icona più letterale non era possibile trovarla – anche perché ci mostra come in realtà si sentisse dentro una bella parte del partito.

 

Parliamo, tuttavia, dell’era pre-Schlein. Ora, immaginiamo, è tutto molto, molto diverso. Tante cose sono cambiate, ma Viale è sempre lo stesso. È una certezza. E di questo c’è da essergliene grati.

 

La coerenza di agglutinare in una sola foto tanta roba è francamente ammirevole.

 

Bene così.

 

SCB. Sono cose belle.

 

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

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Satira

Quando c’è un «coglione» in prima pagina

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Un noto quotidiano titola, in prima pagina: «Trump è un coglione». Bum.

 

A scanso di equivoci precisiamo di non rientrare nel novero di coloro che alzano le sopracciglia nonché alti lamenti per l’uso della parola in sé. A ben altro ci ha abituato questo triste mondo. L’eloquio della gente è intriso di coprolalie, le canzoni da anni traboccano di sconcezze, la televisione propina turpiloquio e oscenità in qualsiasi fascia oraria. Non sarà una roba del genere a smuovere la nostra indignazione o a turbare i nostri sonni.

 

Tuttavia, non ce ne si compiace: e con la pudicizia che ci distingue allorché qui faremo menzione della casata del condottiero bergamasco lo faremo con una piccola violenza. La parola sarà da intendersi pronunciata di malavoglia, tra virgolette, quale citazione o richiamo.

 

Orbene, lo strillo della notizia è squillante. È la prima volta che un quotidiano usa la parola coglione in prima pagina. Un’altra battaglia vinta per la libertà di espressione. Golosi e trepidanti ci siamo perciò gettati sull’editoriale del direttore, dal quale l’espressione è tratta di peso, in cerca di un adeguato e ricco sviluppo del tema.

 

Una delusione ci attendeva. Come dicono nella terra di Federico II di Svevia, l’articolo è un po’ meh. Riassumendo, Trump ha rivelato che al G7 di Evian la Meloni lo avrebbe implorato di farsi fare una foto insieme a lei, e che gli ha fatto un po’ pena. Il direttore sbotta: ma rovinare tutto proprio adesso che i rapporti fra USA ed Europa si stavano distendendo? Trump è un coglione. Ossia – spiega al popolo ignaro – «una persona inetta, stupida, che agisce con scarsa intelligenza».
Questa la tesi. Il meno che si possa dire è che è deboluccia. Ci si aspettava di meglio. Non che si pretendesse un’analisi come quella del nostro impareggiabile direttore, ma ci si aspettava di meglio

 

Né lo scontento scema se si considera quali sono state le ripercussioni. Come osserva la Zakharova, al cui staffile non sfugge una natica, ci si sarebbe aspettati una convocazione dell’ambasciatore russo per chiarimenti. Invece la Meloni ha dapprima risposto a stretto giro che lei e l’Italia non implorano nessuno (anche qui lo Svevo direbbe: meh).

 

Dopo di che è andata a lagnarsi con il presidente della Repubblica, il quale le ha espresso sdegno e solidarietà. Anche i membri (absit iniuria verbis) del Parlamento hanno manifestato disapprovazione, ma con qualche distinguo sulla solidarietà: chi più e chi meno.

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L’episodio è insomma rimbalzato tra Palazzo Chigi, il Quirinale e Montecitorio; e salva qualche eco estera, è rimasto inghiottito da questo romano triangolo delle Bermude – o meglio, dei bermuda, viste le temperature estive e il tono da pizzetta e ombrellone che ha subito assunto la vicenda.

 

Si tratta di un giochino estivo, una bambinata fra le tante che costellano la nostra epoca, secondo l’andazzo che Renovatio 21 ha già rivelato. Gli ulteriori battibecchi a distanza registrati nell’ultima ora sono nello stile del Grande Fratello VIP. Niente di meglio per chiacchierare con il vicino di sdraio.

 

Si tratta infine di un affare di minimo conto. Perché dunque il noto quotidiano se ne esce con un titolo così inutilmente tonitruante, che merita miglior causa? Né finisce qui, giacché il giorno dopo ha rincarato la dose con un potente «Vaffantrump!». Il che ricorda irresistibilmente il filone in senso lato proctologico percorso dal Marco Masini degli anni ’90, quando al brano Vaffanculo fece seguire l’indimenticabile Bella stronza.

 

Certo, a pensarci il direttore non avrebbe mai usato il termine coglione per un esponente politico italiano. E non perché l’attributo, è il caso di chiamarlo così, non si attaglierebbe a molti dei nostri politici. Confessiamo anzi, ma è un difetto nostro, che ce ne vengono in mente pochi dei quali non si possa affermare candidamente che si tratta di «una persona inetta, stupida, che agisce con scarsa intelligenza».

 

Però si sa, il politico italiano ha poca fantasia, se sfiorato strilla come un suino, querela, pianta grane, esige risarcimenti. Il direttore, s’intende, ha sul groppone decenni di carriera e vi ci è avvezzo. Non è che possa essere intimidito da una prospettiva del genere. Ma sono sempre rogne. Viceversa, è difficile pensare che il presidente degli Stati Uniti d’America si prenda la briga di denunciare un quotidiano italiano per un’espressione irriguardosa.

 

Testata che peraltro, stando alle fonti ufficiali, non se la passa benissimo. Dal marzo 2025 al marzo 2026 le vendite sono scese del 12,72%, e come tanti quotidiani nazionali si trova stabilmente in zona retrocessione. Si possono immaginare i musi lunghi. Ci vorrebbe un bello scossone per raddrizzare la tendenza: una bella polemica, un titolo ad effetto che colpisca l’immaginazione, convinca a comprare il foglio e faccia capire che, per Giove, non si ha il timore di parlar chiaro.

 

Tipo, Trump è un coglione.

 

Informa il sempre lodevole Vocabolario etimologico del Pianigiani, dal quale traiamo conforto e diletto, che il termine è un accrescitivo di coglia e discende dal greco koleòs, latino còleus, che indica in origine il fodero o la borsa di cuoio: anche, azzardiamo, quella dove in antico si tenevano i denari.

 

Ora, che Trump abbia denari, e si stia arricchendo vieppiù nel corso del suo secondo mandato è cosa nota. Che in questo senso sia una coglia, anzi un coglione, ci può stare.

 

Forse anche ai direttori dei quotidiani in crisi di vendite, come a tanti altri, in fondo, piacerebbe essere un po’ coglioni come Trump.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Bizzarria

Lo strano caso del pilota di caccia abbattuto due volte

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Si ricorderanno i due piloti del F-15E Strike Eagle dell’aeronautica militare statunitense abbattuti da Teheran lo scorso 2 aprile. Dopo l’espulsione dall’abitacolo erano atterrati in pieno territorio iraniano, e uno dei due uomini rimase ferito per la difettosa apertura del paracadute. Si nascosero in qualche anfratto del monte Zagros, dove accorsero i nemici per catturarli. Le forze armate statunitensi riuscirono a recuperarli in una corsa contro il tempo, bombardando i convogli iraniani e dando fuoco, già che c’erano, ai rottami dei velivoli.   La vicenda, diffusa in questo modo, si arricchisce oggi di un bizzarro retroscena, pure segnalato dalla stampa mainstream statunitense, ad esempio sul New York Post.   Un mese prima, il 2 marzo, altri tre F-15E Strike Eagle si erano levati in volo per un’operazione di bombardamento. La contraerea del Kuwait, per motivi mai chiariti, aveva fatto fuoco e li aveva tirati giù. Gli equipaggi riuscirono a sbalzare dalle carlinghe e ad atterrare nelle ridenti piane della nazione alleata.   Il dettaglio finora non reso noto è che ad entrambe le operazioni aveva partecipato uno stesso pilota, e precisamente quello a cui il 3 aprile non si è aperto bene il paracadute ed è rimasto ferito. Pare sia la prima volta dai tempi della guerra in Vietnam che un pilota venga abbattuto per due volte in meno di un mese.

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La circostanza induce a pensare: chi sarà mai costui?. La giallista Agatha Christie diceva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza e tre indizi fanno una prova. Ma prova che che cosa? Non se ne sa niente.   In attesa che arrivi il terzo indizio a chiarire le idee, è lecito arrischiare qualche ipotesi.   Uno: il pilota è un inetto. Così, vincendo ogni riguardo, gli ha strillato contro il suo diretto superiore, la mascella prognata, le pupille piccole, facendosi balzare la vena del collo. L’infelice era già scarso all’accademia, ma – ipotizziamo – ha il padre senatore ed è riuscito a non farsi espellere. Ma ora basta: confonde gli amici e si fa beccare dai nemici, non sa dare il colpo d’ala al momento esatto per scansare il proiettile, impaccia i compagni, non colpisce un bersaglio che è uno, sbaglia le traiettorie. Una volta passi, ma due no. Senatore o no, lo aspetta la cella di rigore, la degradazione, lo sputo del graduato, lo scherno dei colleghi aviatori.   Due: il pilota è uno jellato. Uno di quelli che al corso buca con la matita il foglio delle prove scritte, quello che arriva tardi perché gli si blocca il motore dell’auto in mezzo al nulla, quello il cui telefono si scarica quando serve, quello dell’aereo sulla pista con la ruota bucata. Bel rischio si sono presi a mandarlo in missione. Si può capirli, però. Così volenteroso, così entusiasta, sempre malconcio e sgualcito, eppure sempre con il sorriso. Come negargli l’occasione di mettersi alla prova? Con che faccia?   Hanno detto di sì chini sulla scrivania, facendo finta di scribacchiare qualcosa, per non guardarlo negli occhi da cane fedele. Spiace per l’altro pilota, ma alla peggio, si sono detti, l’amministrazione avrebbe avuto dei martire da vendicare, lanciando all’assalto quegli altri tipo Top Gun, quelli a cui tutto va dritto. Quando è caduto una prima volta, d’impulso hanno pensato di rimandarlo a casa, ma poi se lo sono visti davanti di nuovo, con la voglia di rivincita, hanno provato pena. Non se la sono sentita, gli hanno dato un copilota bravo e privo di immaginazione. Quando l’hanno tirato giù ancora, si sono messi una mano sugli occhi.   Tre: il pilota è un fortunato, uno nato con la camicia. Profondamente nauseato dalla guerra, magari è pure attratto dalla civiltà persiana e nasconde nello zaino le poesie di Omar Khayyam, foderate con una finta copertina di un romanzo di Stephen King. Mandato a bombardare, decide di sacrificarsi, all’insaputa del copilota. É appena decollato e già vede la contraerea amica del Kuwait che tentenna. Lui fa ammuina, disorientando anche i compagni di formazione: uno spostamento di qua, uno in su, uno in giù. Sembrano cimici impazzite, dal basso hanno l’impressione che si tratti di una minaccia iraniana.   Parte il colpo e lui quasi gli va incontro, ebbro ed esaltato. La carlinga esplode, si alzano fiamme, i comandi vanno a pallino e i piloti vengono espulsi. Ma il paracadute si apre e finisce con tutti gli altri fra le sabbie dell’emirato. Fa di tutto per tornare all’attacco, e siccome è baciato dalla sorte, ci riesce. Va, vola lungo, fin dietro le retrovie, dove l’insidia è più grande. Da terra brillano i lanciamissili, partono i segnali di allarme, il compagno gli strilla di stare attento, attento, ma rimane impigliato dal coraggio di questo spavaldo eroe.   Una nuvoletta giù in basso, il nostro pilota chiude gli occhi e lascia cadere la cloche. Bum, sbrang, tutti i suoni più fumettosi si accavallano, viene sbalzato fuori dall’abitacolo mentre il caccia si dirige al suolo come una cometa. É la fine, anzi no: il paracadute si apre perfettamente. Lo lasciamo così, sotto lo sguardo atterrito del copilota, mentre cerca di metterlo fuori uso, furibondo, strappandolo con le mani e le unghie.

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Quattro: il pilota ha uno stigma sacro, è un eletto da Dio. Aviatore di grande merito, impeccabile, ha prestato servizio con onore in altri scenari di guerra ottenendo risultati eccellenti. Ma qui tutto gli va storto. È incomprensibile. Non un missile a segno, anzi. La terra arida dell’antica Persia sembra inghiottirli come ha inghiottito i secoli. E in più, l’aereo risponde male proprio nei momenti più delicati.   Un’ombra di maledizione e di inanità gli sembra stendersi sopra questa missione, e sopra di lui in particolare. Poche settimane fa, non ha fatto in tempo a staccarsi dal suolo che il fuoco amico l’ha centrato come un tordo. É stato facile attribuirlo all’incompetenza dei beduini, se non alla fatalità che tutto comanda, soprattutto in guerra. Però essere abbattuti una seconda volta non può essere un caso. Suo malgrado, mentre precipita con il paracadute danneggiato, pensa che dall’alto l’abbiano prescelto per essere un segno.   Il velivolo fila giù da una parte stendendo scie bianche di fumo e rosse di fuoco, in alto scende dolcemente l’ignaro copilota. Lui, capovolto, sente l’aria che gli sbatte sul viso e contro le orecchie con il ritmo dell’inno nazionale, , ta-tà, , , . Cade sgraziato a somiglianza di Icaro, e tra le nuvole che si ritrova sotto i suoi piedi e la terra sopra la testa intuisce, confusamente, di essere come l’America.   Chissà. Intanto, il Comando Centrale USA non ha reso noto il nome del pilota e si rifiuta di commentare.   Avv. Renzo Magalozzi
 

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Satira

Minetti: non la grazia, ma le grazie

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di satira sul nuovo caso Minetti, delle cui ragioni profonde avevamo scritto, fuor di satira, in un articolo precedente. Difendiamo Nicole Minetti, donna e madre, dall’orda di odio immortale che non pare placarsi nemmeno anni dopo la morte di Silvio Berlusconi. Per il resto, ci sia concesso di sorridere con l’avvocato Magalozzi, uomo che sceglie di divertire e rimanere maschio, dinanzi alle cose dello Stato italiano e alla loro mancata compatibilità con l’immagine della vita. (Questo in risposta anche ai lettori che ci hanno contattato per dirci quanto fosse loro piaciuta la foto a corredo dell’articolo precedente)

 

Basta fingere. Quando si parla della grazia alla Minetti, si parla in realtà di una cosa sola. Il vero inconfessabile oggetto della contesa sono le minne della Minetti.

 

I favorevoli e i contrari non fanno che mettere a tema l’argomento e prendere posizione. Chi si accanisce contro di lei discute di imbrogli, invoca la legalità, si sforza di parere asettico e oggettivo, asciutto come un pezzo di pane raffermo. Non cascateci.

 

Il punto è che trovano l’armamentario della Minetti troppo volgare, troppo esibito, privo di misura e di gusto. Per invidia, perché non ne hanno di proprio; o perché cresciuti da madri anafettive, da donne aride, da donne piatte; o semplicemente perché odiano la vita e quel che la ricorda.

 

Troppe tette, la Minetti. Sarebbe meglio che non ne avesse. Troppo bella. Va castigata.

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Chi è favorevole alla grazia fa finta di difendere non la Minetti, quanto piuttosto la serietà dell’autorità giudiziaria, o l’integerrima figura dell’inquilino del Colle. Fanno ridere. Sotto sotto sanno perfettamente che lottano per le tette e la loro incomprimibile sovrabbondanza.

 

Possiamo ricostruire l’iter della pratica con una certa precisione.

 

C’è una domanda di grazia, che finisce in un palazzo di giustizia per l’istruttoria. Non sappiamo bene come vadano certe cose: la Minetti è stata sentita da qualcuno? In questo caso crediamo che le possano aver suggerito di dire poco o nulla. Lasci parlare altro: la commovente sofficità del panierone, più eloquente di mille suppliche.

 

Immaginiamo pure, per ipotesi, che nell’incartamento dell’istruttoria vi fosse qualche fotografia, quasi per colore: tipo la Minetti in spiaggia in costume strizzatissimo. Incontrando l’immagine, chi di dovere avrà sorriso e inclinato il capo. La composizione sarà andata subito fuori fuoco di fronte alla duplice impunita prepotenza delle carni. Tenerezza e senso del bello, morbidezza e consolazione avranno avvinto l’anima dei servitori dello Stato. «Liberami, liberami!» è il fumetto gridato dalle zinne della Minetti, costrette ai domiciliari sotto il micro-bikini.

 

Per la verità dicono, è notizia d’oggi, che sia tutto in regola e che quelle de Il Fatto siano solo insinuazioni. L’istruttoria è stata rigorosa, condotta bene, con scrupolo.

 

Non lo sappiamo, non ci interessa. Crediamo fermamente che a far tracollare la bilancia, a centrare il pallino, a fare il punto definitivo siano state le bocce della Minetti.

 

La pratica, con la relazione, sarà stata dunque passata negli uffici del guardasigilli. Ma anche i ligi funzionari, che il Cielo li preservi, di sicuro non avranno guardato solo i sigilli. Gente matura ma non frolla, di lucida cervice, di vasta esperienza, avranno certo avvertito l’urgenza toracica della Minetti, saranno stati ben colpiti dal doppio bum-bum di quegli obici che non temono cilecca. Le firme di prammatica, crediamo, avranno avuto svolazzi quali non si arricciavano dai bei tempi della gioventù insonni e dei fiori.

 

È ovvio che una questione del genere ha coinvolto anche gli uffici della presidenza del Consiglio. Istituzione capitolina se ce n’è una, dove allignano generazioni di trasteverini, uomini de core e de panza, e donne magari anche non dotatissime ma esenti da invidie.

 

Saranno stati scambiati sguardi d’intesa, esalati sospiri: le menti saranno riandate a certe zie romanesche dell’infanzia, alle zizze de la sora Cecia, o de la sora Flaminia; le pettorute dalle quali aspettarsi, con la stessa ineluttabilità della sorte, un maritozzo o uno schiaffo. Vediamo anche qua i sorrisi schiudersi al profumato ricordo di tanta sorgiva maternità, e la velina interna licenziata con il benestare dell’ufficio – una firma in calce, a modo di emblema e commento: Meloni.

 

E alla fine la pratica approda al Quirinale. Qui ci manca la possa, come al poeta, e anche un po’ la voglia di venire denunziati per vilipendio. D’altronde, troppo severi e intransigenti sono i visi dei corazzieri, troppo profondi e oscuri i cortili dell’ex palazzo dei papi.

 

Via, via, cambiamo aria: prendiamo un qualunque altro presidente di qualsiasi altro Stato, mettiamo la Curlandia, di fronte alla domanda di grazia. E volete che laggiù in Curlandia, paese così diverso dalla nostra bella Italia, si resti indifferenti a cotanta prosopopea? Lo si immagini, questo remoto, opaco presidente straniero, anzianotto anzichenò, guarnito di candidi peli, curvo e rigido nella posa, un po’ lento e retorico come si addice a una re da parata in salsa repubblicana. Sorride che sembra un nonno duro d’orecchi, ma più somiglia a vecchio gatto che si finge inoffensivo, tant’è che tutti lo temono.

 

Un simile presidente curlando, con tutto che sia quel che è, si sarebbe visto interrogato da tanta esuberanza, guardato fisso dalle bugne spavalde, provocato in qualche parte del suo animo algido. Avrebbe senz’altro firmato la grazia, chinandosi dinanzi alle ragioni della beltà e della natura.

 

Non si creda che qui, nel prendere partito per le poppe della Minetti, ci sia sensualità o bassa voglia. Onta sia a chi pensa questo: è gente da ghianda e da truogolo.

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Non degli usi prosaici e triviali della mammella si fa l’encomio; non di smanacciate, roba da osterie numero sette o giù di lì.
Si esalta la forza della donna sublimata nel rotondo, la metafisica della fecondità che si fa carne senza ritegno, la potenza della Grande Madre mediterranea che tocca coloro, maschi o femmine, che hanno mani e occhi, e un cuore in petto, e il senso delle cose buone e pulite.

 

Si dannino quelli che hanno in onore la donna secca, i plauditori delle modelle con le gambe a grissino e il busto piallato. Peste sia a quelli della coppa di sciampagna come misura di tutti i seni.

 

Lodiamo la ghiandola che straripa, la generosità senza pensieri, l’illimitato, il plus ultra. Lodiamo il tondeggiante, la curva che tende all’infinito, la carne che si fa goccia, la sfera.

 

Cantiamo la bella Minetti. E grazia sia.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Immagine di Nove foto da Firenze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine modificata

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