Satira
Auguri e figli gender
Accade a Padova, provincia del Veneto bigotto e benpensante, di sani e robusti principi morali e costituzionali. Un assessore (assessora, cioè), che ha appena dato alla luce una creatura, è riuscito/a a fare della propria riproduzione una notiziona planetaria grazie a una spontaneissima trovata: il superamento del fiocco monocromatico. Niente più rosa, niente più celeste, ecco il fiocco arcobaleno, tinto dell’ineffabile iride omotransessualista.
L’assessoressa, che porta l’impegnativo cognome di Colonnello (da cui possibili cortocircuiti istituzionali dal sapore golpista: «assessore colonnello», anzi «assessora colonnella»), lo aveva già annunziato al Gay Pride dello scorso 31 maggio, cui aveva partecipato, cinta con la bandiera della gaiezza a mo’ di pareo, insieme al suo concittadino sempre sul pezzo, l’onorevole Zano.
«Mio figlio o figlia non avrà un fiocco rosa o azzurro per indicare il sesso bensì arcobaleno, simbolo di inclusione e di libertà». Ed eccallà. La stampa riporta strafelice che l’assessore colonnello è stato di parola: accanto alla puerpera – si può dire, puerpera? – compaiono cinque (perché cinque? c’è qualche numerologia simbolica LGBTina che ci sfugge?) coccarde arcobalenate.
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Nihil novum sub sole: la pratica lungimirante di delegare al diretto interessato la libera scelta del proprio sesso è inveterata tra le star hollywoodiane, e perché mai un’assessor* piddina non dovrebbe conformarvisi.
Evvi tuttavia qualche ragionamento da farsi riguardo al nome scelto per la creatura. Molto gettonato per chi programma la neutralità sessuale della prole è Andrea, perché in effetti basta varcare la soglia della provincia autonoma di Bolzano e Andrea diventa femmina. Invece, secondo le cronache, al piccolo colonnello è stato imposto (quale inaccettabile prepotenza!) il nome di «Aronne». Biblica nomea, all’apparenza, tutta maschile. Come si concilia con l’arcobaleno? Ma dove è poi finita la strombazzata libertà del neonato?
E perché non Aronnə con lo schwa? Capiamo che non è facile trovarlo sulla tastiera, ma si poteva allora optare per Aronn*, in attesa dell’autodeterminazione onomastica del pargolo (a che età? E se poi strada facendo cambia idea?). Ancora meglio, considerando gli ingombri delle lettere, sarebbe stato un «Aaronn*», con quella doppia «a» davanti che può arricchirlo di un effetto di stupefazione. Con lo stesso numero di lettere, ad una certa, la «a» in eccedenza a inizio parola potrebbe essere trasportata infine, come desinenza: vi presento Aronna. A meno che, ora che ci pensiamo, Aronne non sia stato scelto già come termine femminile, ma plurale: le Aronne. Sappiamo che in effetti per qualche ragione il genderismo anglofono consiglia l’uso di pronomi plurali (they/them) per le persone cosiddette «non binarie», o meglio per chi vuole.
Ragionandoci su, ci rendiamo conto però che si tratta di problemi inesistenti: con la sfolgorante carriera della carriera alias per tutti, qualsiasi studente può cambiare nome al volo, e pretendere di farsi chiamare col nuovo nome da tutta la scuola anche senza passare all’anagrafe. Che poi, pure il passaggio all’anagrafe per il cambio (di sesso, di nome, etc.) non è che sia cosa difficile: si può già fare, senza bisogna di castrazioni o chirurgie plastiche, in tanti Paesi, come la vicina Svizzera, o la Germania, dove si può fare una volta l’anno, da cinque anni in su. In futuro si potrà fare, molto presumibilmente, più volte. Lo si farà, se non lo si fa già, via internet, dal telefonino, con la app.
Insomma: perché mai, a questo punto, intraprendere quello sforzo indicibile che è la scelta del nome per la creatura (mettendo insieme gusti, statistiche, date, santi, faccia) quando questa può sceglierselo democraticamente in autogestione più in là? Se può scegliersi il sesso, perché non può scegliersi il nome?
Facciamo ufficialmente una proposta seria allo Stato moderno: ma perché mai dare nomi ai bambini, che poi magari non sono quelli che vogliono? Non sarebbe molto più facile assegnare loro un codice numerico, e via? Ad una certa, potranno sbloccarlo, come si fa quando si sceglie la password di un nuovo account dopo quella provvisoria iniziale, e piazzarci l’appellativo che vogliono, magari pure capolavori di digitazione come X Æ A-12, l’eccezionale, battaglianavalesco nome del figlio di Elone e dell’allora concubina cantante.
Si immagini la dolcezza sottesa alla nostra proposta: «THX1138, è pronta la cena!». A emettere l’annuncio qui, ovviamente, non è la madre, ma il genitore 1, oppure quello 2.
Havvi, infine, da farsi una considerazione riguardo al passare del tempo e dei costumi – o tempora, o mores, direbbe Ciceron* – con i relativi rischi: se a uno scappa «auguri e figli maschi», in quali conseguenze incorre? Denunzie? Rieducazioni? Deportazioni? Torture? Sostituzione coatta del nome anagrafico?
Che non sia il caso di conformare tutti al mondo nuovo? Suggeriamo all’onorevole Zan* di prendere spunto dal lieto evento che lo vede coinvolto per presentare un veloce disegnino di legge – un articoletto e via – per istituire, come unico auspicio proferibile a chi ancora si ostina a fare i figli con l’utero senza sesso predefinito, «auguri e figli gender».
Roberto Dal Bosco
Elisabetta Frezza
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Satira
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Satira
Pandemia, giallo in tribunale
Il simbolo di Catania, come tutti sanno, è U Liotru: un elefante in basalto che sorregge un obelisco al centro della Fontana detta dell’Elefante, giustappunto.
Sebbene il pachiderma tenga la proboscide vigorosamente levata, e sembri logico che da essa debba uscire uno zampillo, questo non accade. Mentre nella vasca in basso fluiscono e tremano le acque, sotto lo sguardo delle personificazioni dei fiumi Simeto e Amenano, la proboscide da sempre si innalza secca, avara, senza goccia.
Non così nel tribunale della cittadina, dove un giudice qualche tempo fa si reso protagonista di una vicenda sfociata verso l’epilogo proprio in questi giorni.
Siamo nel maggio 2022, mese che nell’Isola del Sole già ha del torrido. Nell’ufficio che il nostro divide con una collega e quattro funzionari un bel giorno ci si imbatte in una quarantina di bottigliette piene di un fluido imprecisato che sembra d’oro, ordinatamente allineate in un armadio.
Non si conoscono le prime reazioni. Qualcuno ha forse furtivamente aperto e annusato il contenuto delle ampolle? Le ha tastate con mano e trovate calde o tiepidine? Dubitiamo forte che ci sia stato un improvvido che, colto da improvvisa arsura, ne abbia tirato giù un sorso di quelli buoni ricevendone un’amara sorpresa.
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La domanda che è sgorgata in tutti è: che ci fanno «almeno una quarantina» bottigliette di acqua minerale ricolme di quel che sembra tè, o vino, o birra sgasata?
Il tribunale si tinge di giallo.
Pochi giorni dopo, in una camera di consiglio, un magistrato si azzarda, fra un colpo di tosse e l’altro immaginato per questo articolo di satira, a chiedere discretamente al nostro eroe ragguagli su questa bizzarria. La risposta è quella del candido: Si tratta, avrebbe detto, parola più o parola meno, delle sue proprie orine, raccolte durante l’epidemia di SARS-CoV-19 per evitare di andare in bagno ed essere contagiato.
O tempora, o mores!
La giustificazione, che appena un anno prima sarebbe stata presa per buona, anzi ottima, e fors’anche premiata con il cavalierato, nel maggio 2022 non vale nulla. Il presidente della sezione, scostando la sedia con gran fracasso, intima al collega di rimuovere seduta stante le ignobili ampolle.
Non basta: il presidente del Tribunale viene subito informato della cosa, e decide di appurare personalmente il fatto. Lo immaginiamo attraversare i corridoi del Tribunale a grandi passi, seguito a distanza da uditori e cancelliere spaventate, irrompere nella stanza del nostro e scoprire in altro armadio – orrore orrore – altre bottigliette pure ricolme dei dorati umori, gettate alla rinfusa tra libri e fascicoli.
Il giudice, convocato, ne rivendica il contenuto, come farebbe d’un figlio, e spiega che l’armadio è a suo uso esclusivo e di solito chiuso a chiave. I flaconi, aggiunge, sono invece ben serrati.
Anche questo presidente ingiunge lo sgombero, che però si dice avvenire con riluttanza, per gradi, un poco alla volta, compatibilmente con la capienza del trolley.
Anche per questo viene redarguito, e pare a noi un po’ eccessivo. La si fa troppo facile. Come si smaltiscono decine di contenitori di orina? Dove si stoccano? In che modo si disperde il contenuto, per essere rispettosi dell’ambiente, inclusivi e resilienti? Confessiamo di non averne idea. Ci vorrebbe un perito.
Ad ogni modo la notizia si sparge, dilaga in ogni dove, straripa, e si incanala infine in un procedimento disciplinare.
Riferiscono le cronache delle difese del nostro. Innanzitutto, viene sviluppato il tema della paura del contagio da coronavirus. Viene quindi sollevata la questione del pessimo stato dei bagni, indegno di un tribunale: meglio la bottiglietta. E poi un imprecisato problema oculare, che lo costringeva a idratarsi spesso.
Con tutto il rispetto, sembrano argomenti un poco sbrodolati, di corta gittata. Forse si poteva escogitare di meglio. Per esempio, si sa alcune persone si prendono cura della propria salute bevendo preventivamente un bicchiere di orina al dì. Ne abbiamo conosciuto uno che smezzava la linfa delle sue viscere con succo d’arancia e sosteneva di stare benissimo. Con una cinquantina di litri del prezioso nettare, poniamo, un bisognoso che stenta a produrne del proprio si potrebbe curare per sei mesi e oltre. Motivo sanitario e filantropico.
Molti sedicenti artisti, inoltre, usano creare opere mescolando ai pigmenti secrezioni di ogni genere. I flaconi nell’arte moderna sono assimilabili alla cassetta del pittore. E che siamo noi di fronte alla creatività? Motivo artistico.
E se il nostro ricevesse una gloria postuma? E se un domani, fra cent’anni, lasciasse questo mondo in odore di celebrità? Questi reperti varrebbero un occhio, anzi un rene. Pensiamoci. Chi non vorrebbe avere le orine, raggrumate finché si vuole, di Leonardo da Vinci? O quelle sofferte di Montaigne, che soffriva di mal della pietra? O quelle dense del conte di Cagliostro, raccolte goccia a goccia mentre il sole picchiava sulla fortezza di San Leo? È solo questione di anni, magari di secoli. Motivo celebrativo-museale.
E che dire del trascorrere del tempo? Lo si misurava in origine con un orologio ad acqua. Clessidra, ossia clepsidra, da kleptòs, rubare, e hydra, acqua. Ogni magistrato, azzardiamo, dovrebbe avere un memento, anche liquido perché no, che nelle liti e nei processi gli rammenti quanto fugaci siamo tutti su questa terra, come tutto scivola via come un rivolo che passa e va. Motivo esistenziale e di buona amministrazione giudiziaria.
Temiamo però non sarebbe servito neppure questo.
Sanzionato dal CSM, il giudice ha fatto ricorso. Dopo quattro anni, pochi giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato tutto. Ha stabilito che in nessun contesto storico, nemmeno in quello pandemico, si può ammettere che alcuno si liberi in ufficio anziché nei bagni. Il magistrato, dice, ha leso la dignità delle persone e pregiudicato la salubrità dei luoghi. Non si è nemmeno ravveduto.
E poco conta che le ampolle fossero chiuse, considerato il rischio sempre presente che qualcuno potesse, entrando nella stanza, coglierlo per dir così nell’esercizio delle sue minzioni.
Severissima, la Corte ha confermato la pena: decurtazione di due mesi di anzianità.
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Che cosa insegna questa storia? Tante cose.
Insegna che anche in tempo di COVID, ed è una novità, c’erano principi non negoziabili. Cose che, seppure non previste in Costituzione come tante altre stupidaggini, non si potevano fare. Lasciare la gente a casa e togliergli lo stipendio sì, emarginarla e deriderla pubblicamente sì, costringerla a tamponi e vaccini sì, restringere le libertà sì. Orinare in una bottiglietta mai. Mai. In nessun contesto storico. Nemmeno sotto le bombe.
Insegna che il terrore sparso a piene mani nel fatale triennio ha potuto spingere a imbottigliare l’orina perfino una persona laureata e assurta per concorso al potere più potere che esista in Italia. Ma essendoci state e pendendo ancora cause che riguardano l’obbligo vaccinale, che specie di imparzialità ci si può aspettare da magistrati, e ce ne sono tanti, che si sono dimostrati così permeabili alla paura del contagio? (È una domanda retorica. Sappiamo. Sappiamo)
Insegna che se una cosa del genere da qualunque parte l’avesse fatta l’uomo delle pulizie con probabilità sarebbe stato licenziato. Nel nostro caso i magistrati giudicanti hanno decretato la perdita di due mesi di anzianità. Tanto sarebbe valso prendere il nostro sottobraccio e costringerlo a pagare la pizza ai colleghi e ai funzionari. Ci si sarebbero risparmiati 4 anni e non si sarebbe incomodata la Corte di Cassazione, che ha già un bell’arretrato.
Insegna che il brocardo promoveatur ut amoveatur è sempre attuale, come tutto ciò che sa di latino. Il giudice si trova oggi in Corte d’appello in una dotta città del Centro-Nord, dove aggiungerà le sue acque, come del resto ogni abitante, a quelle dei fiumi e dei torrenti che l’attraversano.
E poi dicono che la giustizia fa acqua.
Massimo Zanetti
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Immagine di Leandro Neumann Ciuffo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine modificata
Arte
Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella
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