Pensiero
La democrazia è diventata una forma di superstizione?
Per quanto si sforzino di nasconderli, i corpi finiscono sempre per venire a galla. Se la democrazia moderna sembra essere entrata in crisi e aver abbracciato forme totalitarie, è perché sta tornando alle sue vecchie abitudini e si sta rivelando per quello che è sempre stata: un regime dispotico al servizio della Rivoluzione Industriale e delle sue ambizioni imperialiste.
L’unica differenza è che ora la democrazia, nella sua fase terminale e con il suo ciclo storico concluso, combatte apertamente contro tutti coloro che le resistono – o meglio, che potrebbero resisterle – nel suo disperato processo di adattamento alla Rivoluzione Digitale. Equiparare la democrazia al totalitarismo, all’omogeneizzazione forzata o alla soppressione dei diritti individuali e familiari può sembrare controintuitivo, se non un pericoloso errore di chi cerca di imitare Salvador Sostres, Jano García o altri anarchici e filosofi che disprezzano la maggioranza in nome di minoranze illuminate.
Ma non è né l’una né l’altra cosa. Il rapporto tra democrazia e totalitarismo diventa chiaro se consideriamo che il lungo XX secolo, il cosiddetto secolo della democrazia, è stato il secolo degli stermini. Possiamo considerare che ebbe inizio nel 1915 con il genocidio armeno per mano del Comitato di Unione e Progresso – che cercava di attuare l’omogeneizzazione nell’Impero Ottomano secondo il Codice Civile Napoleonico – e che ora sta per concludersi con il genocidio dei palestinesi perpetrato da Israele, «l’unica democrazia in Medio Oriente».
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La democrazia moderna, dalle sue origini illuministe-protestanti, rivoluzionarie e napoleoniche, ha optato per il fondamentalismo e l’omogeneizzazione forzata, sia attraverso la creazione di uno stato mondiale liberale o «di destra» – in cui siamo tutti uguali nel mercato – sia di uno socialista o «di sinistra» – in cui siamo tutti uguali all’interno dello Stato – culminando infine in una fusione dei due, ormai diffusa in numerose parti del pianeta.
Se analizziamo i vari genocidi commessi nel corso del XX secolo, dal regime nazista a quello della Kampuchea Democratica (Cambogia), passando per il regime stalinista, ci renderemo conto che in tutti i casi i massacri vengono perpetrati in nome di un presunto nuovo ordine rivoluzionario razionale, giustificato dal bene comune di un popolo eletto.
Possiamo certamente discutere se questi regimi totalitari si ispirino maggiormente al modello «democratico» della Rivoluzione francese, come nel caso del Terzo Reich o dell’URSS, o a quello della Rivoluzione americana teocentrica e ai suoi orpelli del destino manifesto, come nel caso di Israele (non dimentichiamo, a questo proposito, che mentre gli Stati Uniti si sono imposti su un territorio che non apparteneva loro attraverso un innegabile genocidio delle popolazioni indigene, Israele sionista tenta di fare lo stesso da oltre settant’anni in Palestina).
In un modo o nell’altro, dietro l’idea di democrazia moderna si cela il dispotismo di Hegel, che celebrava Napoleone come lo «spirito del mondo» che «si diffonde in tutto il mondo e lo domina», imponendo con la forza valori omogeneizzanti (esito a definirli egualitari).
O forse è il dispotismo di Alexander Kojève, che, modernizzando questo totalitarismo rivoluzionario hegeliano, ha immaginato e plasmato l’Unione Europea come lo spazio democratico per eccellenza – e quindi post-storico, post-umano e distopico – in cui la politica sarebbe infine sostituita dall’amministrazione in nome di un ordine che trasforma gli esseri umani in automi condannati all’obbedienza una volta soddisfatti i loro bisogni primari.
In altre parole, i grandi difensori della democrazia come emblema della modernità non intendono la democrazia come proclamazione e tutela dei diritti individuali e collettivi così come li immaginiamo (individui, famiglie, territori), bensì come la loro distruzione e sostituzione con un grande e omogeneo Stato mondiale.
Mettere in discussione la natura totalitaria della democrazia non significa, quindi, invocare la disuguaglianza o manifestare una decadente plebefobia volta a privare i cittadini dei diritti politici e a centralizzare le decisioni in un gruppo di esperti. È esattamente il contrario.
In breve, la democrazia moderna è stata il metadone che la Rivoluzione Industriale ha dato alla gente comune, permettendoci di distaccarci gradualmente dai diritti e dalle libertà che un tempo avevamo, ma che – ci viene detto – non possiamo più godere appieno a causa della mentalità di gregge del mondo moderno tecnologicamente avanzato.
Tuttavia, la democrazia moderna è qualcosa di ben più pericoloso. È una forma di fondamentalismo religioso, come riconobbe Tocqueville negli ultimi anni della sua vita, quando rivide alcune delle sue tesi sulla democrazia analizzando la Rivoluzione francese come una forma di assolutismo, perché:
«Forse sarebbe più corretto dire che essa stessa divenne una sorta di nuova religione, una religione imperfetta, certamente, senza Dio, senza culto né vita eterna, ma che, nondimeno, inondò tutta la terra con i suoi soldati, i suoi apostoli e i suoi martiri, proprio come l’Islam».
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Per quanto provocatoria possa sembrare questa affermazione, la verità è che la democrazia moderna non ha mai difeso l’esercizio civico della politica (ha sempre tentato di sradicare le forme politiche civiche e statali), né la razionalità (pensare al di là di essa è considerato tabù), e tanto meno il secolarismo, poiché si è sempre presentata come un fondamentalismo religioso dispotico, in stile Antico Testamento, che esige fede assoluta e innumerevoli martiri (non c’è dubbio che, dopo la catastrofe del COVID, la guerra contro la Russia potrebbe diventare una delle più grandi).
La democrazia moderna è una divinità in nome della quale si può violare qualsiasi diritto e commettere i crimini più abietti. Non è un caso che i difensori del genocidio israeliano a Gaza affermino che Israele è «l’unica democrazia in Medio Oriente» e che, pertanto, può difendersi come meglio crede.
Ma se c’è qualcosa che dovrebbe sorprendere anche i più scettici oggi, è che la democrazia moderna, prendendo l’Unione Europea come piattaforma privilegiata, stia attaccando quattro principi che dovrebbero essere indiscutibili per qualsiasi difensore dei diritti dei cittadini e del bene comune: la libertà di espressione, il suffragio universale, lo svolgimento di elezioni libere e – cosa ovvia sin dall’attuazione di politiche dannose per la salute come il green pass covidiano – l’integrità fisica di ogni singolo cittadino (ovvero, la nostra sicurezza da ogni tipo di coercizione o intimidazione).
La libertà di espressione è stata sottoposta a un vero e proprio assedio in nome dell’adattamento delle nostre libertà alla rivoluzione digitale. Ciò include non solo leggi come la legge sui servizi digitali, la persecuzione dei giornalisti in Germania e il finanziamento pubblico della propaganda filoeuropea e antirussa , ma anche la promessa di Ursula von der Leyen di creare uno «scudo europeo per la democrazia» che schiererà verificatori di fatti ovunque per prevenire la contaminazione delle informazioni e le interferenze straniere (ovvero, per combattere la libertà di espressione).
La prova che questa guerra contro la libertà di espressione sia seria sta nel fatto che l’intellettuale dell’establishment Jordi Gracia ha recentemente dichiarato, in un insipido articolo su El País, la necessità di porre fine alla libertà di espressione per preservare la democrazia ed evitare malintesi e inganni tra i cittadini.
Per quanto riguarda l’attacco alle elezioni libere, non possiamo che concludere che, dopo la squalifica di Georgescu in Romania e di Le Pen in Francia, sembra destinato a diventare una prassi comune all’interno dell’Unione Europea. Ma ciò che è forse ancora più sinistro è la proliferazione nei media di dichiarazioni apparentemente sensate e «democratiche» contro il suffragio universale – ovvero, propaganda plebea e reazionaria – al fine di impedire esiti indesiderati come la Brexit o il trionfo di politici simili a Trump.
Mentre Alan C. Grayling auspica una riforma del sistema elettorale per impedire la vittoria di opzioni che considera abiette, il politologo Bryan Caplan appare sulle pagine dei più importanti quotidiani del nostro Paese affermando che, per salvare la democrazia dall’ignoranza del popolo, il diritto di voto dovrebbe essere limitato a quei cittadini in grado di superare un esame di cultura storica ed economica. Ma guardate la coincidenza e la benevolenza, perché se qualcuno non avesse capito il messaggio, Máximo Pradera, lo showman di sangue blu, un paio di settimane fa ha gridato la stessa cosa su un giornale digitale senza che nessuno definisse lui, Copland, Grayling o Von der Leyen fascisti.
Questo è in qualche modo comprensibile, perché se volessimo fare loro la morale, dovremmo fare lo stesso con il nostro amato re eurocrate Felipe VI, che un paio di settimane fa, agendo come «idraulico» e saccheggiatore di fogne della corrotta Von der Leyen , non solo le ha conferito un premio in lode delle sue macchinazioni, ma ha anche invocato la persecuzione di tutti coloro che, come chi scrive, mettono in discussione l’adeguatezza dell’Unione Europea.
Felipe VI, con la sua voce zeppolante alla Valle-Inclán, in quel momento di infamia e attacco alla cittadinanza – un momento imperdibile che dovrebbe passare negli annali del tradimento monarchico – è sembrato simile al suo antenato Ferdinando VII che incitava i Centomila Figli di San Luigi a prepararsi a invadere la Spagna e a disciplinare i dissidenti. (Che dire? Non sono contro la monarchia costituzionale, ma la storia ci insegna che ogni volta che incontriamo un Borbone che difende la democrazia, dovremmo darcela a gambe levate).
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La natura reazionaria e religiosa della democrazia moderna
Se c’è qualcosa che spiega gli sfoghi dispotico-democratici di Filippo VI, è la natura stessa della democrazia moderna, profondamente reazionaria fin dalle sue origini.
La democrazia moderna non è una conquista della civiltà, ma un’invenzione dell’Illuminismo (voltariana per alcuni, montesquieana per altri) che cerca di cancellare gran parte della storia occidentale conosciuta (certamente sia le origini cattoliche della modernità sia le sue radici medievali) al fine di instaurare un regime politico il cui mito fondativo è un impossibile e controverso ritorno all’ordine cortese greco.
In questo senso, è necessario chiarire perfettamente: parlare di democrazia non implica sostenere la dittatura o un regime militare (in realtà, democrazia e dittatura formano un nodo gordiano moderno che le rende inseparabili), tanto meno esprimere nostalgia per un passato idilliaco che, se esiste in un immaginario collettivo, è quello della democrazia e delle sue lontane pretese ateniesi.
L’idea di democrazia non è altro che un salafismo o un puritanesimo tipico del protestantesimo calvinista – un’ideologia suprematista – che cerca un ritorno alle origini di una certa concezione della cultura occidentale, basandosi su teoremi di nuova formulazione privi di un’effettiva applicazione pratica, come ad esempio la separazione dei poteri.
Le origini protestante-calviniste della democrazia spiegano molti dei suoi difetti , oltre al suo carattere, a mio avviso, profondamente reazionario, poiché, come sottolinea Chesterton, «lo scisma del XVI secolo [la Riforma protestante] fu in realtà una ribellione tardiva dei pessimisti del XIII secolo. Fu una regressione del vecchio puritanesimo agostiniano contro il liberalismo aristotelico».
In altre parole, se qualcosa ha ucciso la modernità di matrice cattolica (egualita e razionalista) che, per molti versi, continua a illuminare il mondo contemporaneo, è stata la regressione alle caverne platoniche del protestantesimo, che ha trionfato geopoliticamente dal XVIII secolo. È per questo motivo che la democrazia moderna, invece di optare per politiche razionali e per il perfezionamento dei diritti dei cittadini e per una reale «separazione dei poteri» che esisteva nel Medioevo e si è sintetizzata nel XIX e XIX secolo, ha abbracciato un approccio più conservatore.
Nei testi ispanici di carattere decisamente anti-imperialista, i paragrafi 16 e 17 propugnano un repubblicanesimo platonico simile a quello della Città di Dio di Agostino, ma in una versione secolarizzata e umanizzata. La democrazia moderna difende quindi l’ideale platonico di una repubblica perfetta, strutturata su principi teoricamente impeccabili, come l’illuminata separazione dei poteri, ma praticamente inefficaci, che prevalgono sull’effettivo esercizio della politica, la quale dovrebbe essere orientata al bene comune e necessariamente soggetta a modifiche.
In questo modo, il potere viene «diviso» tra un’oligarchia spesso collusa con potenze economiche esterne e distaccata dal popolo, privando il soggetto, ora chiamato «cittadino», di molti dei suoi diritti e prerogative fondamentali.
La democrazia moderna, in questo senso, è una religione sostitutiva con legioni di fedeli pronti a lapidare chiunque osi criticarla. In Spagna, ad esempio, le difese teoriche di Antonio García-Trevijano di una democrazia formale basata sulla Rivoluzione americana sono state e continuano ad essere molto influenti . Ma è opportuno notare che, sebbene Trevijano denunci giustamente il dirottamento della democrazia da parte della politica partitica (direi anche del filantropia capitalistica e dei grandi monopoli), le sue tesi sono un esercizio reazionario di platonismo illuminato.
Trevijano, ammaliato dalla dottrina di Weber sulla modernità protestante, sostiene che abbiamo sostituito la vera democrazia – la democrazia politica – con una concezione sociale di essa incentrata sulla redistribuzione della ricchezza che ignora le libertà politiche. In altre parole, la confusione tra democrazia sociale e democrazia politica impedirebbe, secondo Trevijano, l’emergere della grande invenzione democratica americana e della buona novella puritana della modernità: la libertà politica.
Tuttavia, l’idea che la libertà possa esistere senza proprietà (ovvero, senza un sistema minimo di giustizia distributiva) è tanto moderna quanto reazionaria, oltre a essere una rozza derivazione della retrograda divisione liberale tra libertà positiva e negativa.
Essa fa parte di una visione del mondo protestante-calvinista che espropria gli ideali universali cattolico-ortodossi di uguaglianza e li trasforma in forme di uguaglianza selettiva per pochi eletti. Non dovrebbe quindi sorprendere nessuno supporre che la democrazia formale e rappresentativa concepita negli Stati Uniti e celebrata da Trevijano nella sua forma originaria non abbia «democratizzato» la vita dei suoi cittadini, ma abbia piuttosto eretto un sistema di caste in cui, per gran parte della democrazia americana, le minoranze come cattolici ed ebrei sono state perseguitate, mentre la popolazione nera è stata ridotta in schiavitù o di fatto privata dei diritti.
Il tentativo di Trevijano di stabilire un legame tra il puritanesimo e la difesa dei «diritti naturali eterni di libertà, uguaglianza e proprietà» è assurdo, riproducendo gli abbecedari della propaganda calvinista , intento a celare la forte gerarchizzazione della società che la democrazia moderna cerca di imporre dopo le varie teorie di uguaglianza umana universale emerse nel vasto mondo cattolico del XVI e XVII secolo.
Se esiste, ripeto, un Paese oggi che difende una concezione formale e calvinista della democrazia come quella americana, ancorata al destino manifesto, alla supremazia degli eletti e a un teocentrismo esplicito ma edulcorato («una nazione sotto Dio»), questo è Israele sionista. (A proposito, gli Stati Uniti o Israele sono forse le società aperte che l’Occidente antinatalista e amante degli animali cerca di contrapporre al fondamentalismo islamico, prodigo di figli, famiglie e nemico degli animali domestici?)
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La democrazia moderna, dunque, fin dalla sua comparsa più di due secoli fa (sia nella forma di dispotismo illuminato, costituzionalismo liberale, democrazia liberale o tecnocrazia, tra le altre), è una religione sostitutiva. Ha un’aspirazione universalista, in linea di principio simile a quella del cristianesimo o dell’islam, ma il suo universalismo è imperialista, predatorio e quindi fals . Non difende, come il cristianesimo cattolico-ortodosso, dogmi e diritti naturali che siano efficaci in qualsiasi territorio ma non esigano la sottomissione politica né eliminino ogni elemento di differenza.
Al contrario, la democrazia moderna, nella sua logica calvinista, è una religione artificiosa ma capricciosa che cambia arbitrariamente i suoi dogmi in tempi record, privilegiando sempre gli interessi dei Paesi più forti, poiché sono le oligarchie di questi Paesi – mai le loro popolazioni – a trarre veramente vantaggio dalla farsa democratica .
Se, ad esempio, il Sinedrio «democratico» decidesse che solo le società con leggi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, sull’autodeterminazione di genere o sulla protezione degli animali sono democratiche – e quindi meritevoli di diritti umani e dignità – anche se esse stesse ne erano sprovviste solo pochi anni prima, tutte le altre società verrebbero considerate disumane e potrebbero essere attaccate e private delle loro risorse più essenziali in nome della democrazia.
Se, ad esempio, solo i Paesi che riconoscono la personalità giuridica agli animali (come ha fatto l’Argentina con l’orango Sandra) fossero considerati democratici, qualsiasi altro territorio che non facesse lo stesso potrebbe essere punito. Ma non è tutto. Se, sotto l’influenza della cultura giapponese, dovessimo trasformare l’usanza giapponese di vendere mutandine usate, opportunamente macchiate di urina o mestruazioni, come oggetti erotici nei distributori automatici, in un simbolo identitario per le società democratiche, qualsiasi Paese che non partecipasse a questo scambio commerciale vulcanico e batterico potrebbe essere accusato di arretratezza e attaccato senza pietà.
(Non mi credete? Ricordate come nacquero le Guerre dell’Oppio, promosse dal governo liberale della Gran Bretagna per proteggere il diritto dei cinesi di assumere droghe a loro piacimento, senza che il loro paese illiberale e dispotico si opponesse al libero scambio di oppio, che, curiosamente, arricchì le oligarchie britanniche e distrusse la società cinese.)
Per essere concilianti, potremmo dire che la democrazia, nel bene e nel male, pur consumando enormi quantità di sangue umano, ha funzionato negli ultimi duecentocinquanta anni come un ideale regolatore dispotico. Tuttavia, una volta che la società industriale di matrice protestante che l’ha strutturata e dotata di una certa filosofia è entrata in crisi, la democrazia ha raggiunto i suoi limiti e ha serie difficoltà a continuare ad affascinarci.
Pertanto, di fronte al collasso totalitario della democrazia, e proprio prima che essa tenti di instaurare uno stato omogeneo e universale (un tema che affronterò nel mio prossimo articolo), vale la pena chiedersi se la democrazia non sia diventata più una forma di superstizione che ci rende schiavi che una garanzia minima di diritti.
David Souto Alcalde
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain
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Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.
La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.
Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.
Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.
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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.
Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.
La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».
«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».
L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
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