Pensiero
Contro la Prima Comunione consumista
La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.
Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.
In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.
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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.
Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.
Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.
Cara Francesca è giunto il più bel giorno
in cui per te tutto sorride attorno
e in questo giorno che ricorderai eternamente
tu hai intorno a te tutti i parenti.
Sono arrivati alle prime ore
Per fare a te la scorta di onore.
Giunta ai piedi del Santo altare
Tu senti il cuore già palpitare.
E quando nel tuo cuoricino
Hai ricevuto Gesù Divino,
una simil gioia hai mai provata
e in estasi al ciel sei trasportata.
E in un devoto raccoglimento
L’hai certo fatto un proponimento,
di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti.
E le avrai detto mio buon Gesù
In questo mio sforzo aiutami tu,
io non ti chiedo ricchezze e onori,
ma solo proteggi i miei genitori.
Così vi prego Gesù e Maria,
la mia preghiera esaudita sia».
«Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello.
Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore.
Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti.
Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto.
Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola.
Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria.
Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.
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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.
Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:
Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia?
L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.
Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine?
Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.
Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia?
Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.
Che cosa è la consacrazione?
La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.
Francesco Rondolini
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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem
Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
Oligarcato
Annullata a Vienna la conferenza sull’Anticristo con Peter Thiel
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Pensiero
La scuola dell’amicizia
Due sabati fa ho vissuto un’esperienza magica. Sono tornata nella città natale della mia defunta madre per partecipare al funerale di una delle sue più care amiche. Lì, ho condiviso ricordi, prima al cimitero e poi in un ristorante vicino, con le due superstiti del gruppo di quattro donne – tra cui mia madre – che avevano stretto un legame di amicizia indissolubile e sempre caloroso nel corso di otto decenni.
Conoscere i propri genitori è un percorso che dura tutta la vita. Crescendo, mescoliamo e rielaboriamo continuamente i ricordi che abbiamo di loro, nella speranza di ricostruire un ritratto più o meno completo di chi rappresentavano per noi e per il mondo.
Per me, fare ciò non è una semplice e occasionale incursione nella nostalgia. Si tratta, piuttosto, di una ricerca costante, alimentata da un desiderio forse vano di accrescere continuamente la mia consapevolezza mentre mi avvicino al mio ultimo giorno. E questo per una semplice ragione. Sarò sempre il figlio dei miei genitori, e ciò che erano, o non erano, è profondamente radicato in me.
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È risaputo che la nostra memoria è inaffidabile. Ma è altrettanto risaputo che, per impedire che una persona si dissolva in un groviglio di sensazioni fugaci e frammentate (obiettivo che sembra essere perseguito da molti educatori e promotori della cultura popolare contemporanea), dobbiamo impegnarci a costruire un’identità funzionale a partire dai numerosi frammenti di memoria che portiamo dentro di noi.
Esiste un metodo per farlo? Non ne sono sicuro.
Credo però che ci siano alcune abitudini che possono essere d’aiuto, come tenere un registro dettagliato dei ricordi – o, nel mio caso, essendo una persona con una grande sensibilità uditiva e visiva, registrazioni di voci piacevoli e immagini di luoghi – a cui possiamo tornare più e più volte nel corso della nostra vita.
Rivivendo questi momenti di calore e appagamento spirituale, non solo troviamo conforto nei momenti difficili, ma ricordiamo anche a noi stessi, in mezzo alla falsa cornucopia della cultura consumistica, ciò che il nostro essere interiore desidera veramente mentre andiamo avanti nel tempo.
Ascoltandomi in questo modo, negli ultimi anni mi sono stupito di come i ricordi della mia infanzia nella città natale di mia madre, dove trascorrevo solo i fine settimana e le vacanze estive con i miei nonni, mio zio e mia zia, siano arrivati a oscurare quelli del luogo in cui sono cresciuto giorno dopo giorno, dove andavo felicemente a scuola e giocavo a hockey su ghiaccio, dove ho avuto i miei primi amori e ho bevuto di nascosto le prime birre con i miei amici.
Strano, vero? Beh, l’altro giorno credo di aver trovato una spiegazione. Leominster, la città post-industriale di mia madre, a 20 minuti dalla mia, era un luogo dove tutti contavano qualcosa e dove, quando camminavo per la via principale tenendo per mano mio nonno, o compravo il giornale con mio zio dopo aver assistito alla messa delle sei del mattino, c’era sempre tempo per scambiare due parole o raccontare qualche aneddoto. Così ho imparato che ogni incontro apparentemente banale e pratico con gli altri è un’opportunità per cercare di comprenderli e di capire un po’ meglio il loro mondo.
Ma ancora più importante era il modo in cui la famiglia di mia madre concepiva l’amicizia. Partivano tutti dal presupposto che praticamente chiunque si incontrasse regolarmente ne fosse degno e che, salvo casi di menzogne grottesche o ostilità, quel legame sarebbe durato, in un modo o nell’altro, per sempre.
Inutile dire che questa prospettiva dava enorme importanza alla tolleranza. Quando, durante i cocktail party del sabato pomeriggio a volte organizzati dai miei nonni – quest’ultimo membro del comitato scolastico da 25 anni e leader locale del Partito Democratico – Jimmy Foster si presentava ubriaco fradicio, o Doc McHugh si lasciava un po’ trasportare dalla propria genialità, il loro comportamento non ortodosso veniva considerato, come tante altre cose simili, una dimensione normale, seppur un po’ pittoresca, della vita.
E qui risiede un paradosso meraviglioso e forse rivelatore. Gli Smith di Leominster erano ben lungi dall’essere ciò che oggi definiremmo relativisti morali. Nutrivano profonde convinzioni, radicate sia nella loro fede cattolica sia nell’odio irlandese per le bugie, la falsità, le molestie e l’ingiustizia. E se qualcuno oltrepassava uno qualsiasi di questi limiti, esprimevano senza mezzi termini il loro disappunto.
Ma fino a «quel momento», che in realtà arrivava in pochissimi casi, eri un amico fidato con tutte le tue peculiarità, le tue stranezze o le tue preoccupazioni esagerate.
Per mia madre, così come per mio zio e mia zia, questo connubio di profonda convinzione e grande tolleranza ha permesso loro di stringere amicizie straordinariamente durature con persone molto diverse tra loro.
Quando mio zio, politicamente convinto conservatore, morì, il suo amico ultraliberale, che conosceva da 70 anni e che era stato in passato nella lista dei nemici di Nixon, venne da Washington per pronunciare l’elogio funebre. Negli ultimi decenni della sua vita, le amiche più care di mia zia – il cui cattolicesimo si potrebbe definire tridentino – erano una coppia di lesbiche.
E per quanto riguarda mia madre – il cui gruppo di quattro amiche più intime comprendeva un’ambiziosa donna d’affari divorziata che aveva trascorso molti anni in Australia; una moglie, madre e imprenditrice che aveva sconfitto il cancro per ben quattro volte; e una donna elegante e atletica felicemente sposata con lo stesso uomo da 70 anni – quel momento per porre fine o anche solo mettere in discussione le fondamenta della sua amicizia non arrivò mai. E così fu per quasi tutte le altre amicizie che coltivò e di cui godette nel corso della sua vita.
E due sabati fa, io e mia sorella ci siamo rallegrati non solo dei racconti che i due sopravvissuti ci hanno fatto su otto decenni di amicizia condivisa, ma anche della certezza di aver frequentato, grazie alla straordinaria capacità di mia madre e della sua famiglia di creare e coltivare amicizie, una scuola ben più importante di quelle in cui abbiamo conseguito le nostre prestigiose lauree universitarie.
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Possibile che, in questi tempi di divisione, caratterizzati dalla pressione di schierarsi rapidamente da una parte o dall’altra di una particolare posizione sociale o ideologica, gli Smith di Leominster avessero ragione nelle loro idee sull’amicizia?
È possibile che quelle che oggi, nel nostro Paese apparentemente irrimediabilmente diviso, vengono considerate convinzioni ideologiche, non siano in realtà vere e proprie convinzioni, ma piuttosto etichette a cui molti aderiscono in modo rapido e superficiale proprio perché non hanno riflettuto a fondo su ciò in cui credono o perché non vogliono apparire antiquati o disinformati?
Forse è giunto il momento di ricordare loro ciò che i membri della famiglia di mia madre sapevano e trasmettevano quotidianamente: che ogni persona è un’opportunità di apprendimento e che le persone con convinzioni veramente salde non temono le opinioni contrarie, né sentono il minimo bisogno di mettere a tacere o censurare coloro che non sono d’accordo con un aspetto o l’altro della loro visione della realtà.
Thomas Harrington
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana
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Immagine screenshot di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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