Pensiero
Renovatio 21 saluta Giorgio Armani. Dopo di lui, il vuoto che inghiottirà Milano e l’Italia
È morto quello che si può definire il più grande stilista vivente, e al contempo un gigante, imprenditoriale e finanche morale, dell’Italia moderna e della sua immagine. È il caso di dire pure, cercando di dimostrarlo nelle prossime righe, che la sua morte apre gli occhi su un vuoto pericoloso che potrà inghiottirsi la moda, Milano, l’Italia.
Quindi non scriviamo il solito coccodrillo, per quello ci sono gli altri giornali, anche internazionali. Vogliamo salutare Giorgio Armani con alcuni flash personali che testimoniano come la sua semplice grandezza era tale che, anche senza conoscerlo di persona, ha attraversato giocoforza le nostre vite.
Le testimonianze che posso raccogliere sono tante: ho un amico di ottant’anni, praticamente spesi tutti nella moda, che mi racconta che sì, vero, faceva il vetrinista alla Rinascente, lo aveva conosciuto così, fino a che non era arrivato a scoprirlo il biellese Nino Cerruti (1930-2022). Ho in testa altre storie che mi arrivavano da amici di famiglia che lo avevano conosciuto, sempre lavorando nel tessile, agli albori, quando passava per Valdagno. Impossibile verificare: sono tutti morti, e quelle storie sono andate via con loro…
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Un primo flash: ho diciannove anni, e ho messo via i soldi per comprare un completo Armani (di brand minore dell’impero, certo, non «Le Collezioni»), con il quale, non solo nelle occasioni importanti, rifiutare il conformismo coetaneo di t-shirt e scarpe da ginnastica. Ricordo la sensazione di appagamento che dava quel vestito, come cascava bene sulle spalle, sui fianchi, ricordo come mi piaceva indossarlo anche con una maglia a maniche corte sotto, con le braccia accarezzate dal fodero in seta.
L’eleganza era possibile. Era diffusa, distribuita. Un’eleganza che non era ostentosa. Era decisa, precisa. Era reale.
Un secondo flash: decido di prendere un altro vestito Armani per appagare il mio desiderio di arrivare al matrimonio di mia sorella, in centro all’Africa, con un completo bianco, come Klaus Kinski nella giungla amazzonica di Fitzcarraldo. Il piano ebbe un effetto collaterale: l’aereo da Londra tardò enormemente su Johanessburg, facendomi perdere la coincidenza per Livingstone, e inserendo uno stop imprevisto in un hotel della città più violenta del mondo. Quando uscii dalla porta del ritiro bagagli dell’aeroporto sudafricano mi ritrovai di fronte ad una muraglia umana di autoctoni nerissimi (più un albino, epperò geneticamente nero anche lui) che aspettano un turista straniero a caso per spennarlo portandogli la valigia: si videro innanzi l’icona di un colonizzatore in abiti firmati, non ci credettero, e mi inseguirono per tutta l’aviosuperficie per un’oretta buona. (Storia da raccontare un’altra volta)
Vi fu poi la festa notturna delle nozze di mia sorella, dove partecipava una varietà impressionante di personaggi, tra cui uno zoccolo durissimo di allevatori di crocodilus niloticus, una delle attività della zona. Uno in particolare, che si era presentato non esattamente elegantissimo e a cui certo inizialmente non stavo simpatico, cominciò a chiamarmi «Armani», come fosse un insulto. Bizzarro: avevo, sì, un ulteriore abito armaniano, quindi aveva indovinato, al contempo nella sua zoticheria esibita stava di fatto ammettendo che il vertice della monda mondiale era anche per lui, farmer di coccodrilli dello Zambia, Giorgio Armani. (Se non credete che esista, ho una foto di quest’uomo paonazzo a tavola con quella che sarebbe divenuta la moglie di un sindaco di una grande città del Nord Italia, purtroppo mancata mesi fa. Ciao, A.)
Ricordo antico: ho si è no sei anni, i miei genitori mi porta in vacanza a Pantelleria, allora non ancora luogo di jet-set euroamericano ed architetti omosessuali, ma isola selvaggia tra mare blu, segni di attività vulcanica e tombe fenicie che spuntavano in mezzo ai boschi. C’era un posto, chiamato arco dell’elefante, dove una colata lavica copiosa e antichissima si era solidificata gettandosi in mare e creando, appunto, l’immagine di una proboscide. Lì vicino, una nave affondata a pochi metri dalla riva, dalla quale giovani facevano tuffi acrobatici. Per arrivarci si scendeva un pendìo scoseso, tra le terre brulle tipiche dell’isola.
È lì che appariva, d’un tratto, una casetta stupenda. Non era enorme, non era una reggia, eppure sprigionava un tale buon gusto – che mai cadeva nello sforzo – che era leggibile persino a me, bambino piccolo: vedevo che aveva il giardino a prato inglese, cioè aveva l’erba verde a differenza del resto del giallo pantesco, in un’isola dove l’acqua, mi raccontavano, arrivava in nave – e non si poteva bere dal rubinetto. Lui probabilmente, mi diceva mio padre, utilizzava quella del mare, fatta risalire sulla scogliera e ripulita con l’osmosi… un esempio, anche qui, più che di lusso, di gusto e ingegnosità, di organizzazione.
Anni dopo ricordo un’apparizione dell’uomo a pochi metri da me: oramai due decadi fa, erano gli ultimi anni della fabbrica di famiglia, e amici che erano già fornitori del gruppo ci avevano combinato un breve appuntamento con qualcuno delle vendite… avevamo escogitato dei braccialetti eccezionali oro e schiena di coccodrillo (fornito da mia sorella, che allora viveva presso il più grande allevamento di niloticus al mondo, in Zambia).
Dall’incontro con la gentile signora che ci accolse non cavammo nulla, tuttavia ricordo con nitore quando appena fuori dalla sede del gruppo in via Borgonuovo comparve una manipolo di persone (bodyguard? Collaboratori? Troppo veloci per capire) con al centro lui, piccolino, ma con il passo rapidissimo, e questa chioma canuta luminescente da aristocratico ricchissimo… Non trasmetteva, tuttavia, le vibrazioni che davano gli aristocratici e i ricchissimi, anzi: era, in chiarezza, uno che stava facendo delle cose.
A dire il vero, Armani di persona lo aveva già veduto: quando ancora esisteva il cinema in centro a Milano, c’era in corso Vittorio Emanuele, nella galleria dove era anche Palazzo Colla, una sala chiamata Pasquirolo. Lì si poteva intravedere in tranquillità Armani il mercoledì, nel giorno del cinema a prezzo scontato. Più avanti, lo avrei rivisto, sempre senza gorilli e bodyguardie varie, in un cinema sopravvissuto all’olocausto delle sale attorno al Duomo, l’Eliseo: si accompagnava con una donna tra i quaranta e i cinquanta chissà da che Paese, bellissima, elegantissima, che sorrideva come lui.
Al cinema, alla storia del cinema, lui aveva partecipato attivamente, vestendo i personaggi indimenticabili dei maestri cineasti di Nuova York (American Gigolo di Paul Schrader, poi tanto Scorsese, che gli dedicò un documentario introvabile, Made in Milan), eppure eccotelo lì, che andava ritualmente al cinematografo il mercoledì, come tanti, come tutti.
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Tutto questo per dire: non solo era una persona concreta, umana, ma era un milanese. E qui si innesta un discorso meno personale, e più serio, se non terrificante.
Armani, piacentino, era in realtà il milanese quintessenziale, l’uomo che amava Milano, la conosceva, la aiutava, non vi fuggiva, mai.
Lo proposero brevemente come sindaco, ma lui – che di fatto andava d’accordo con tutti – non accettò. Il suo senso civico si espresse, se posso dire, con la sponsorizzazione della squadra basket di Milano, dove lo vedevi tifare in prima fila tutte le domeniche di campionato. Capito: non scappava, nel weekend, ma stava con il popolo urlante a tifare per la squadra della città. Facciamo i conti – in diciassette anni come proprietario dell’Olimpia, Armani ha conquistato quindici trofei: sei campionati, quattro Coppe Italia e quattro Supercoppe italiane. Un vincente. Con la città che vince con lui.
Mi rammento poi di quando riaprirono, dopo tanti lavori, il Piccolo Teatro di Milano. Il suo dominus, il celebratissimo Giorgio Strehler, era morto da poco, era probabilmente attorno al 1997. Tra i VIP convenuti al vernissage, la TV intervistò Armani, che disse che gli pareva che ci fosse solo una persona che mancava… comprendevo quindi che Armani conosceva, frequentava pure Strehler – elementi della scena milanese che hanno attraversato tante ere, gli anni di piombo, i socialisti craxiani, la «Milano da bere» tangentopoli, lavorando e sopravvivendovi, e prosperandovi.
La milanesità vissuta integralmente. La comparazione con il presente è terrificante: qualche tempo fa emerse che, durante un podcast, Fedez – personaggio forse egemone della scena «culturale» milanese attuale – non sapeva chi fosse Strehler, quasi non avesse mai preso la metrò, dove il nome del regista è stampigliato sempre vicino alla fermata Lanza (Piccolo Teatro).
Il vuoto per Milano è anche di altro tipo. La moda dopo Armani, cosa sarà? Beh, lo sappiamo. Negli anni, quando la città ha finito per identificarsi sempre più con la fashion week, gli «stilisti» hanno portato, con le loro perversioni di ogni livello, un mondo di degrado e di disperazione – se non di Necrocultura vera e propria – sotto la Madonnina. Si tratta di un argomento su cui ho dovuto ragionare, specie guardando la quantità di amiche che sono state di fatto sterilizzate dal sistema della moda, degenerato in modo invincibile negli ultimi 25 anni. (Ne scriverò più avanti)
Armani, al contrario dei «colleghi» che ora calcano le scene, non ha mai imposto le sue inclinazioni agli altri, non ne ha fatto spettacolo, notizia, rivendicazioni estetica o politica. Viveva con l0understatement di chi lavora davvero, e non perde tempo come i traffici.
Come quando, sempre negli anni Novanta, le forze dell’ordine di Parigi bloccarono una sua sfilata a Saint-Germanin-des-Pres, cuore della capitale francese che aveva perso concretamente lo scettro di regina del modismo: «Armani go home» gridavano frotte di sciovinisti francesi mentre davanti a loro si consumava lo spettacolo di modelle in ghingheri fermate da gendarmi. Non fece un plissé, si rifiutò di dare la colpa alla polizia, che eseguiva ordini dall’alto della Prefettura di Parigi (dove, immaginiamo, abbia la tessera della massoneria anche quello che pulisce i pavimenti).
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La cifra dell’italianità nell’impresa: ecco, gestire tutto in famiglia, circondato da nipoti, è già un capolavoro, e se aggiungiamo la resistenza alla lusinga dei megagruppi transalpini (Arnault-Pinault) capiamo che siamo oltre, siamo davanti ad un esempio da scolpire nel marmo milanese, quello non occupato dalle bombolette dei graffitari leoncavallari o dalle orine dei maranza, se ne è rimasto.
La morte di Giorgio Armani non solo priva il mondo del suo equilibrio, ma va letto come ennesimo episodio dell’imbarbarimento di Milano: che siano ragazzini criminali marocchini o stilisti gay, il vuoto che stiamo vedendo crearsi, in mancanza di esempi e di virtù, minaccia di inghiottirsi tutta la metropoli, e poi, come sempre, il resto d’Italia, ridotta a bolo dell’anarco-tirannia.
La soluzione, abbiamo cercato di dirlo tante volte su Renovatio 21, non può essere che il ritorno ad Ambrogio, il santo che scacciò gli eretici e unì la città – il santo che probabilmente ancora oggi la protegge dalla sua distruzione definitiva, mentre anche gli ultimi pezzi della Milano per bene, la Milano bella, elegante, benevola se ne vanno senza poter essere sostituiti.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Bruno Cordioli via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Pensiero
Difesa di Nicole Minetti
«Odiano la bellezza perché sono brutti. Senz’altro lo sono dentro e forse lo sono anche fuori. Fossero carucci, o sapessero godersi la vita, non leggerebbero Travaglio, non guarderebbero Report e lascerebbero in pace Nicole Minetti». Così ha sintetizzato il nuovo caso Minetti lo scrittore Camillo Langone.
Qui vorremmo dire che c’è di più: chi adesso alimenta e gode della nuova gogna contro la ragazza berlusconiana è, letteralmente, deforme. Cioè, deformato. Manipolato sino all’abbrutimento da un’operazione di informazione (cioè, deformazione…) che pensavamo sepolta da anni. Invece eccoci qui: l’antiberlusconismo psichiatrico è tornato, e ora, dopo lustri, se la prende con un personaggio al babau della Seconda Repubblica. E a babau morto, è il caso di dire.
Gli americani, che sono più bravi, hanno trovato subito un termine per definire l’avversione automatica, assoluta, con bava alla bocca, contro Trump: TDS, Trump Derangement Syndrome, o sindrome di disturbo da Trump. In Italia invece ci siamo tenuti 30 anni di BDS, Berlusconi Derangement Syndrome, senza sapere nemmeno cosa fosse. Ci abbiamo nuotato dentro, ogni giorno, perché un intero sistema mediatico – espressione di un sistema politico-economico – non parlava d’altro: Berlusconi pericolo per la democrazia, Berlusconi corrotto, Berlusconi satrapo.
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Come sia successo è facile spiegarlo: il PD, allora PDS e poi DS, vedeva nel Berlusconi l’ostacolo sorto dal nulla che impediva l’installazione completa dello Stato-partito: tutte le istituzioni, le poltrone, gli uffici pubblici, occupati dall’unico sistema dominante, dallo Stato profondo italiano. Dopo che gli USA (che poi passarono a batter cassa col Kosovo) gli avevano consegnato le chiavi del Paese, accettando l’ascesa del PDS di Occhetto nel ’94 dopo che molto casualmente con Tangentopoli era stata spazzata via l’unico contendente, la DC, il destino manifesto dell’Italia non poteva che essere quello di finire sotto la matrice di controllo degli ex comunisti.
Sindacalizzati. Cooperativizzati. Indottrinati. Piegati dalla magistratura e da operazioni più oscure. Il Paese piddificato: è quello in cui, nonostante la Meloni, ancora ci troviamo immersi.
I piddificatori nazionali, tuttavia, non avrebbero potuto nulla senza l’aiuto dell’oligarcato: in particolare, l’ebreo De Benedetti, che con i suoi giornali (Repubblica, Espresso) creò uno stato di guerra psicologica permanente contro Silvio Berlusconi. Migliaia, milioni di articoli scritti ogni dì contro il miliardario ridens. Quantità infinite di stipendi, di carriere, di poltrone pagati per eliminare politicamente l’uomo di Arcore.
Ricordiamo, solo en passant, due cose sul De Benedetti, dal 2009 cittadino elvetico che ha negato di avere la tessera numero 1 del PD. Una lunga carriera piena di cose non edificantissime – la FIAT, l’Olivetti – e poi quel risarcimento mostruoso incassato col Lodo Mondadori, 494 milioni di euro. I quali, va detto, non sembrano essere bastati a tenere in piede la baracca editoriale debenedettina, al punto che con lo scemare sulla scena della presenza berlusconiana viene venduto tutto.
(Al volo, sarebbero da rimembrare i legami storici pluridecennali tra l’ingegner De Benedetti e la famiglia Rothschild (che avevano qualche legame anche loro coll’Epstein, di cui parliamo più sotto), il cui membro Jacob Rothschild (1936-2024) ricevette il controllo delle quote dell’oligarca russo Mikhail Khodorkovskij – quello messo in galera da Putin venti anni fa, e poi liberato prima delle Olimpiadi di Sochi – nel colosso petrolifero Yukos. Quando in tutti questi anni in certi giornali compaiono taluni attacchi a Putin, e quindi al suo amico Berlusconi, magari un motivo c’è: chissà se il Travaglio, nell’impegno di tenere nei secoli il ditino alto, se ne renderà conto)
Nel frattempo, un’immensa porzione della popolazione italiana era stata oggetto di un lavaggio del cervello praticamente senza precedenti: processi, accuse, illazioni, gossip, Berlusconi era il male assoluto. Pensare a Silvio in modo razionale era di fatto reso impossibile a milioni di persone: l’intero ceto medio riflessivo (quelli moralmente superiori, perché vanno alla Feltrinelli e talvolta mangiano equo e solidale) era stato portato ad una forma di nevrosi, o di psicosi, di ossessione.
Da fuori qualcuno se ne accorgeva: un’amica madrilena, davvero apolitica e con qualche tratto hippy, mi confidò all’epoca di aver cercato di farsi spiegare da un suo coinquilino italiano perché Berlusconi è cattivo. «No pude entender por qué», non ho potuto comprendere perché. Certo che non si può: Berlusconi era una persona reale, non era un’idea politica, era in toto una fantasia tossica, iniettata a tutte le ore al popolo.
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La punta di lancia di questo processo è un personaggio che ancora è circolante – e pontificante: Marco Travaglio. Bravo, ammettiamo: con la fine di Berlusconi poteva sparire nel nulla, del resto non si era davvero occupato d’altro. E invece: eccotelo che diventa, addirittura, idolo editoriale della «dissidenza» ammorbata dalla dipendenza da cartellone.
Allevato professionalmente da Indro Montanelli, il giornalista, che scriveva quintali di articoli e libri sul nemico e i suoi amici, finì per firmare editoriali per Repubblica, poi divenne presenza fissa, con i suoi monologhi da casellario giudiziale (più uno spruzzo di ironia snob, e la bile che gli batte sulla tempia), nelle trasmissioni di Michele Santoro (lo ricordate? Michele chi?) – ricordiamo en passant, che proprio una trasmissione del teleconduttore salernitano fu teatro della metafora definitiva del rapporto tra Berlusconi e Travaglio: il primo ordina al secondo di alzarsi dalla sedia, e quello obbedisce pavlovianamente, poi il Silvio pulisce, ridendo sornione, la sedia dove si era seduto il giornalista.
Travaglio in seguito trovò altri corpi ospiti. Nei primissimi anni del M5S, quando Grillo lanciava in piazza al giornalismo italiano, era invitato a parlare dal palco. Finito Grillo, Marcolino continua con il suo giornale a sostenere Conte, il premier del lockdown.
Papeete, pandemia, guerra, Draghi. Berlusconi, si penserà, è alle spalle. Invece, non è così. Perché, ripetiamo, Berlusconi non è un argomento, è un’ossessione, un programma patologico oramai non cancellabile – in una classe intera del giornalismo italiano e forse di una fetta di italiani deformati dall’informazione giornalistica.
Il motivo per cui se la prendono con la Minetti è tutto qui. Non si creda sia un’operazione politica contro Nordio e la Meloni: perché per attuarla hanno osato l’inosabile, cioè mettere in difficoltà la Presidenza della Repubblica.
Immaginiamo lo stupore dello staff di Mattarella: davvero, mettono in discussione una grazia presidenziale? Ma quando mai era accaduto? Poi, tuttavia, decidono di andare con la corrente, e chiedere spiegazioni, nel teatrino internazionale che stiamo vedendo oggi: accuse che non vanno da nessuna parte, l’Interpol che nega, le autorità uruguagie che negano.
Non vogliamo che questo articolo sembri una disamina psicopatologica degli zeloti dell’odium immortale antiberlusconiano e non una difesa di Nicole Minetti come persona. Ebbene, difendiamo la donna gettata in questo ulteriore, osceno, rivoltante vortice come possiamo.
Pare che nessuno sappia valutare il quadro umano della vicenda: è evidente che la Minetti – che ancora apostrofano, con un classismo squallido ed intollerabile, «igienista dentale» – ha cambiato vita. Invece che aggrapparsi a qualche rivolo di potere e notorietà, come fanno quelli che finiscono fotografati ai buffet di Dagospia, ha scelto una vita privata, lontana dai riflettori, quella che parrebbe proprio una relazione stabile, perfino adottare un figlio.
Ci chiediamo: cosa stanno cercando di dire, gli antiberlusconiani oltretombali, quando alludono alla morte dell’avvocatessa del piccolo? E quando dicono che non avrebbero dovuto portare portare il bambino ad operarsi a Boston (probabilmente dal miglior specialista del pianeta), vogliono dire che il bambino non andava curato?
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Una parola sull’altra persona portata ora nel fango, Giuseppe Cipriani, figlio di Arrigo. Inanzitutto diciamo che a Venezia la famiglia Cipriani è amata e rispettata. Lo è anche a Nuova York, ed è ovvio che all’Harry’s Bar ci sia finito anche Jeffrey Epstein.
Anzi qui riveliamo un dettaglio giornalistico: quando anni fa emerse l’agendina nera di Epstein – il libretto con tutti i numeri telefonici annotati dall’oscuro miliardario pedofilo negli anni – notammo che il Corriere del Paese vi dedicava un paginone in cui parlava di soli tre nomi: uno era Flavio Briatore (facile immaginarsi che si siano incrociati), l’altro era Andrea Bonomi, un finanziere di buona famiglia che aveva provato a scalare il gruppo editorale, poi c’era Giuseppe Cipriani.
Avevamo scritto, all’epoca, che ci sembrava una scelta interessante: perché alla fine il lettore italiano può accettare tranquillamente che, nel jet set neoeboraceno Epstein possa aver interagito con il personaggio del lusso e un rampollo della dinastia di alti ristoratori. Il problema è che nell’agenda – perfino nella stessa pagina dove erano segnati quei numeri – c’era diecine e diecine di ulteriori nomi italiani, alcuni famosissimi: c’era la famosa contessa, il petroliere, la scrittrice trevigio-africana, l’erede tessile, la miss colombiana consulente di Finmeccanica, la produttrice lesbica, il giornalista de La Stampa e del Sole 24 ore la cui moglie era considerata la miglior amica di Ghislaine Maxwell (qualche giornalista italiano li ha sentiti? No), più una serqua infinita di figure, più o meno con l’inevitabile pedigree semi-aristocratico, legate alla famosa famiglia di industriali torinesi e alla loro azienda.
Su di loro, sulla stampa italiana, non si vide una parola: fui l’unico a scriverne. Beninteso: non crediamo che siano colpevoli di nessuna delle nefandezze epsteiniane, devono averlo pensato anche quei giornalisti che, davanti al libretto, hanno preferito sorvolare. Quindi non capiamo perché ora invece il rapporto col mostro deve essere inflitto al Cipriani, se non per character assassination pura e semplice.
Epstein voleva investire in un locale? E capirai, il networking di alto livello era il suo mestiere – e non si creda che utilizzasse solo ragazzine: è noto che era in grado di presentare donne belle e mature da far sposare a potenti, e dicono sia il caso di un rispettato industriale nostrano.
Insomma: sbatti il mostro in prima pagina, sempre e comunque. Minetti, Epstein, Berlusconi: vivono sul serio in un film horror sceneggiato dalle loro fissazioni.
I veri mostri, tuttavia, sono loro. Deformati dal loro odio, pronti a bassezze morali abissali.
E la Minetti, nonostante i ritocchini, rimane bella – anche, immaginiamo, come madre. Qualcosa che i mostri mediocri malati, nella loro vita deformata e spesso senza figli – senza vita – non possono comprendere.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Nove foto da Firenze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine modificata
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Il «tradimento dei rabbini»
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