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Pensiero

Io difendo Ambrogio. Ambrogio difende me

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Come ogni anno Renovatio 21 pubblica questo articolo nel giorno di Sant’Ambrogio, patrono di Milano. Il pezzo, lo sappiamo, è vecchio di anni – tuttavia attualissimo. Vorremmo avere molto altro da dire, ma già tanto viene detto nelle righe sotto. Come abbiamo avuto modo di scrivere di recente, l’importanza di Ambrogio è più grande che mai: e se non lo si capisce, dopo la rivolta etnica di Corvetto degli scorsi giorni, il problema diviene irrisolvibile. Senza un ritorno ad Ambrogio Milano è finita – e quindi, è finita anche l’Italia. Invochiamo quindi, anche in questo 2024, la bontà di Ambrogio – ma anche il suo flagello. Senza un movimento per la tradizione ambrosiana la sua città diverrà un inferno, e in larghissima parte già lo è. Chiediamo ai lettori milanesi che comprendono quanto stiamo scrivendo di comunicarci qualora siano interessati a fare davvero qualcosa. Noi lo siamo.

 

Anche quest’anno, nella festa si Sant’Ambrogio, Renovatio 21 ripubblica un articolo sull’importanza del Santo di Milano, e della devozione in generale. L’attualità di questo santo, specie nel presente disastro geopolitico e religioso, è indiscutibile. Molti lettori lo avranno già letto, molti altri, nuovi in questo sito, non lo hanno mai letto. Preghiamo Ambrogio di difenderci nell’ora oscura in cui viviamo. A tutti i nostri lettori, milanesi e non, auguriamo: Buon Sant’Ambroeus!

 

 

Fu Penelope, una ragazza greca, a mostrarmelo per la prima volta.

 

In realtà mi porse una cartolina. La foto di un mosaico: un uomo dell’antichità, con la barba i baffi e i capelli corti. Un volto semplice, immerso in paramenti che invece parevan importanti. Sopra questa figura c’era scritto solo «AMBROSIVS».

 

«È Ambrogio. È il protettore di Milano. Tenete questa foto con voi».

 

Ciò accadeva, a Milano, quasi una ventina di anni fa. Per me, più di un’era geologica. Un altro pianeta, un’altra vita.

 

Si era, appunto, nei giorni di Sant’Ambrogio. Vivevo a Milano da un anno ma io mai avevo sentito il bisogno di sapere chi fosse Ambrogio. Mai avevo avvertito la necessità di guardarlo in faccia. Del resto, una faccia non poteva averla. Sant’Ambrogio era una festa, non una persona.

 

Eppure, pure in quella passata incarnazione del mio essere in cui la Fede era remota, avevo compreso che il gesto di Penelope aveva un valore inusuale. Non mi aveva passato un disco (allora c’erano) e neppure un libro (di quelli che non leggi e non restituisci). Sentivo che voleva trasmettermi qualcosa di speciale. Quasi un oggetto magico, un talismano: all’epoca le mie categorie cerebrali erano quelle.

 

Penelope aveva studiato negli anni Novanta con quella che allora era la mia fidanzata, una ragazza tedesco-americana.

 

Avevano studiato quella cosa che si chiama «design», che allora era quasi una cosa seria. Lo avevano fatto a Londra, al tempo centro di rimescolamento della intraprendenza giovanile mondiale, quel tipo di frullatore dove gli ingredienti erano americani, giapponesi, libanesi, russi, austriaci, coreani, fiamminghi, croati, i cui schizzi ormai apolidi si riversavano ad ondate nelle case di moda o negli studi pubblicitari di Milano. Erano giorni corruschi e distratti.

 

Niente di quel mondo poteva portarmi a pensare a quella inspiegabile scintilla che vedevo negli occhi di Penelope, un qualcosa che allora non potevo sapere come chiamare, ma ora sì: devozione. Penelope aveva ritrovato la Fede proprio in quel bailamme di colore e nichilismo che immergeva la nostra giovinezza.

 

Era cristiana ortodossa, anche questo scuoteva la mia ignoranza. Ma come, una ortodossa che mi parla di un santo cattolico?

 

«I santi venuti prima dello scisma sono santi per tutti» mi edusse con quell’accento soave. Io mica lo sapevo.

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Devozione

Fu con quella cartolina in tasca che un pomeriggio d’inverno, senza saper neanche bene perché, entrai per la prima volta nella Basilica di Sant’Ambrogio.

 

Vagai per la navata, che rispetto a quella del Duomo, notai, era più luminosa, e non so quanto la cosa mi piacesse. Osservai quella colonna stranissima che si erge a metà chiesa, che sopra monta un serpente di bronzo. Ero confuso.

 

C’era pace. Quello, sì, lo sentivo distintamente. Non passò molto prima di venir magnetizzato verso il fondo della Basilica. E di lì, giù per quella mezza manciata di scalini.

 

Ero entrato nella cripta.

 

Non ero preparato: non mi aspettavo di trovare, in quel cunicolo buio sotto l’altare, tre scheletri — gli unici punti illuminati — e una grande cancellata di metallo a dividermi da essi.

 

Di quella prima volta, conservo il ricordo nitido di una sola figura umana che stava dinanzi a me. Una ragazzina, che non arrivava ai vent’anni. Composta, nel suo cappottino elegante, stivali alti, gli occhi azzurri, che potevo scorgere con un bagliore proveniente dall’esterno, trasmettevano fierezza, ma non solo quella. Era in ginocchio davanti alla cancellata, rivolta verso i Santi. Le mani erano giunte in preghiera. Con le stesse, poi si aggrappava alle barre di metallo. Come se fossero le inferriate di un carcere, come se ardesse per liberare se stessa o qualcos’altro, tenuto appena oltre quelle sbarre.

 

Cosa stava facendo? Perché una ragazza così — una ragazza di buona famiglia, che trovavo anche carina — aveva bisogno di fare una cosa simile? Pregare con tutto lo spirito uno scheletro?

 

La risposta è in qualcosa che imparai a comprendere tempo dopo: devozione.

 

La devozione era, in realtà, quella fierezza che avevo fugacemente letto negli occhi di Penelope, e che ora veniva irradiata da questa ragazzina. Una devozione speciale, personale, locale: quella fanciulla stava pregando il protettore della città. Il difensore proprio di quella città specifica.

 

Passarono gli anni, passarono le fidanzate, le fortune, le sventure, gli studi, i lavori, le gioie, le disgrazie, i sindaci e i governi: eppure mi ritrovai sempre, e sempre più spesso, immerso in quella cripta. Con il tempo, mi ritrovai ad emulare quella ragazzina che non vidi mai più: in ginocchio, le mani a stringere forte quella grata, di cui anche ora che scrivo percepisco il freddo del metallo mentre tocca i miei palmi.

 

A volte, su quella grata appoggio anche la testa, così, tra una sbarra e l’altra, nell’impossibilità di fare passare attraverso il mio cranio, così, in quello che è anche un appoggio di sollievo, sempre con il ferro gelido a toccarmi fino alle ossa. In ginocchio, a parlare con il Patrono. A chiedergli di proteggermi, e di proteggere tutta la città dove vivevo. Proteggere Milano, perché a Milano, talvolta a distanza talvolta no, avevo visto ogni sorta di cosa.

 

Avevo visto la gente brutalizzarsi nel modo più abietto; avevo visto la cattiveria dei potenti; avevo visto la cattiveria degli impotenti; avevo visto uomini combattersi e ammalarsi; avevo visto amici accumulare danari perdendo l’umanità e anche la famiglia; avevo visto un uomo spararsi davanti all’ex fidanzata nel bar sottocasa; avevo visto coetanei inghiottiti da abissi notturni per non riemergere più; avevo visto la droga (sia quella illegale che quella legale) consumare le menti di una o due generazioni per non lasciare niente; avevo visto una bella conterranea fucilata dal convivente impasticcato psichiatricamente, un’altra fu squartata dal rampollo suo convivente; avevo visto luoghi di perdizione vera, che ancora oggi mi chiedo come facciano ad esistere; avevo visto il crimine convivere tranquillo con la quotidianità; avevo visto l’ambizione delle persone renderle squallide, mostruose, deformi; avevo visto tradimenti, adulterii, ogni sorta di sovversione sessuale e morale; avevo visto ragazze rifiutare i propri figli, e ucciderli; altre ne avevo viste uccidere in provetta quantità indefinite di bambini per alla fine averne uno solo in braccio.

 

Perversione, decadenza, morte. Milano è davvero una metropoli.

 

Come non invocare la protezione di Ambrogio? La cosa mi era impensabile.

 

Come non immaginare, mentre stringo quelle sbarre, che egli stenda un manto santo sopra la città?

 

Che blocchi il Male che correva libero per quelle strade?

 

Finii col credere fermamente che Ambrogio fosse ciò che tratteneva Milano dallo sprofondare in quell’Inferno di fuoco che avrebbe inghiottito quell’inferno umano che registravo con i miei occhi.

 

Per questo, la preghiera in quella cripta divenne per me assidua.

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Tales ambio defensores

Non posso enumerare le volte in cui sono finito davanti alle spoglie mortali di Ambrogio, Gervaso e Protaso. Per dei periodi, è stato un affare quotidiano.

 

Mi sono aggrappato a quelle sbarre migliaia di volte; spesso sono stato mandato via dal solerte signore filippino (credo) che arriva con l’enorme, tintinnante mazzo di chiavi per chiudere tutta la basilica.

 

Ho fatto ogni sorta di meravigliosi incontri in quel luogo santo.

 

Ricordo quando, inciampandole addosso, dissi «izvinite» («mi scusi») a una anziana signora velata. Si faceva multipli segni della croce ed era, chiaramente, una delle tante signore ortodosse — per lo più immagino badanti, ma vi sono talvolta anche veri e propri gruppi di pellegrini — che vanno ad omaggiare Ambrogio.

 

La signora, usciti dalla cripta, volle scambiare quattro chiacchiere con me, entusiasta del misero russo che stavo studiando. Pretese che salissi immediatamente con lei in metropolitana fino al Duomo, dove mi schiuse le porte di una chiesa ortodossa, che prima di allora mai avevo saputo esistere, appena dietro la cattedrale. La visita ad Ambrogio era una fermata che ella faceva prima di andare nella sua chiesa. C’erano tante signore (moldave, ucraine, bielorusse, russe, kazake…), alcune ho pensato fossero impiegate nell’assistenza di malati o anziani, altre, più giovani ed eleganti, lavoravano chiaramente nella moda; altre ancora, più formose e appariscenti, probabilmente si occupavano di altro – tutte, però, portavano il velo. C’erano i pope con barbe e vesti scure e lunghissime, le candele, l’iconostasi immensa con i suoi bagliori dorati. Tutto sembrava solenne anche se non vi era una funzione in corso. Anche la signora moldava, come Penelope, mi passò una cartolina, e cioè quel che poteva donarmi di più vicino ad una icona.

 

Capii di essere finito un’altra volta in un circuito invisibile il cui termine era sempre e comunque Ambrogio. La devozione.

 

Sì, il circuito della devozione, la cui fermata principale era quella cripta, in cui sono finito non perché ho letto un libro (ignoravo, e tuttora ignoro tutto del Santo!) ma perché sospinto da questo flusso intangibile che scorreva a Milano attraverso perfino i cuori degli stranieri.

 

In quella cripta ho portato tutto: dalle gioie dei primi (piccoli) incassi per i lavori compiuti alla morte di un genitore, dalla speranza di prosperità alla frantumazione del mio essere che a volte gli eventi milanesi potevano cagionare.

 

Soprattutto, ho portato la mia pochezza. Il mio bisogno di essere protetto, difeso.

 

«Tales ambio defensores» disse Ambrogio quando rinvenne i corpi dei due martiri Gervaso e Protaso che ora giacciono con lui (fu l’esito di uno scavo che egli volle commissionare guidato da un presagio interiore; l’evento gli permise di vincere definitivamente il cuore di Milano, che all’epoca contava molti eretici ariani).

 

Me lo sono ripetuto anche io tante volte: «Tali difensori io desidero».

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Nemici di Ambrogio

Al contempo, mi sento in dovere di difendere Ambrogio. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, Ambrogio ha dei nemici.

 

Forze che bramano la distruzione di Ambrogio e di quel fiume invisibile che mi ha portato da lui.

 

Nel 1799 i napoleonici della Repubblica Cisalpina vollero che la Basilica venisse trasformata in un ospedale militare.

 

Altre forze figlie della Rivoluzione — i nostri «liberatori» angloamericani — bombardarono vigliaccamente dal cielo Sant’Ambrogio nel 1943.

 

Poi, il 28 giugno 2000 il Male e la sua manovalanza terrena passano all’attacco diretto, penetrando sino al cuore ambrosiano. Nascondono in un inginocchiatoio della nostra cripta uno zaino con due bottiglie contenenti benzina, collegate a un innesco chimico alimentato da una pila. Una bomba incendiaria. (Bruciare Ambrogio e il suo tempio, lo dirò più sotto, potrebbe avere un suo significato di nemesi precisa). L’ordigno è trovato dalla Digos, perché un quotidiano riceve un volantino di rivendicazione. Gli esecutori dovrebbero essere gli anarchici della sigla «Solidarietà Internazionale»; protesterebbero per una cerimonia della polizia penitenziaria.

 

Io in realtà so che, da secoli, vogliono colpire qualcosa di più grande, qualcosa di fondamentale per l’equilibrio di tutta la città – e della mia vita.

 

Vogliono colpire Ambrogio.

 

Vogliono colpire la sua devozione.

 

Perché so tutto questo, non mi son sorpreso quando qualche anno fa uscì sotto forma di libro un attacco ad Ambrogio.

 

Il libro, incensato dall’intero arco delle gazzette nazionali, da Il Sole 24 ore a Il Manifesto, portava la firma di una vecchia conoscenza, diciamo così, tale Franco Cardini.

 

Il titolo non è molto sibillino: Contro Ambrogio.

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Don Ricossa mi ricorda, con tanto di documentazione, «che Cardini è stato membro del comitato scientifico della rivista massonica Ars Regia; che Cardini ha ricevuto e accettato un’onorificenza dal Grand’Oriente d’Italia; che Cardini ha scritto la prefazione ad un libro sui Templari del figlio dell’allora Gran Maestro della Massoneria Raffi, con i proventi del libro che vanno all’opera massonica degli Asili notturni; che Cardini ha partecipato a un convegno della Gran Loggia d’Italia, obbedienza di piazza del Gesù; che Cardini si riconosce nella Leggenda medioevale dei tre anelli, ripresa dal massone Lessing, e nell’idea di cristiani, ebrei e musulmani “fratelli in Abramo”; che per Cardini ha ragione Gad Lerner nel dire che Gesù Cristo non è cristiano ma ebreo, essendo il Cristianesimo una invenzione di Saulo di Tarso; che per Cardini non è neppure storicamente certo che Gesù Cristo sia esistito; che per Cardini il film su Ipazia, martire pagana vittima dei cristiani, è storicamente ineccepibile, e che d’altronde il Cristianesimo si è imposto con la violenza ben più che l’Islam. Per cui non stupiamoci se le preferenze di Cardini vadano a preti come don Gallo: “posso attestare che pochi come lui nella storia del cristianesimo sono stati altrettanto fedeli al messaggio del Cristo e alla missione della Chiesa nel mondo”».

 

«Quando ero vice presidente del CNR — mi dice Roberto de Mattei — organizzai a Roma un seminario internazionale sulle Crociate, ma ritenni di non invitare il professor Cardini, perché il suo è un lavoro di decostruzione dell’idea di Crociata, incompatibile con i risultati della più recente e accreditata letteratura scientifica. Cardini mi telefonò furioso e lo giudicai una mancanza di stile».

 

Lo stesso lavoro demolitorio e desacralizzante il Cardini lo porta su Ambrogio.

 

L’episodio che dà l’avvio all’elezione di Ambrogio all’episcopato, e cioè il bambino che urla in Chiesa «Ambrogio Vescovo!» trascinando con sé tutta Milano, è per Cardini una «messinscena», un «ben architettato episodio di organizzazione del consenso», un evento da spin doctor in cui la «spontaneità popolare è accuratamente pilotata».

 

Tuttavia è la sottomissione di Teodosio che infastidisce di più il professore, «l’Augusto, da principe aureolato di autorità sacrale qual era sempre stato, da vicario del Cristo in terra, era sceso al livello di un semplice fedele, pronto ad umiliarsi per ricevere il perdono».

 

Il famoso episodio in cui il vescovo Ambrogio piega l’Imperatore inducendolo alla penitenza rappresenta per l’autore qualcosa di intollerabile, perché emblema perfetto di un «progetto di delegittimazione totale e irreversibile dei ceti diversi da quello cristiano niceno in tutto l’impero».

 

In breve, quel che il Cardini non può sopportare è il primato della Chiesa sul mondo. Teodosio costretto alla penitenza dal vescovo Ambrogio per la strage di Tessalonica (Salonicco, in Grecia…) è per il vecchio studioso la base «di un lungo e complesso itinerario che in vario modo, attraverso l’agostinismo politico, la riforma della Chiesa dell’XI secolo e il monarchismo pontificio» ha delineato quella Tradizione «che in ambito cattolico — una volta battute le eresie e isolati come eretici o comunque pericolosi molti movimenti “non conformisti” medievali — solo il conciliarismo quattrocentesco, in una certa misura il Vaticano II e, oggi, le scelte innovatrici di Papa Francesco, hanno teso in qualche modo a limitare e a correggere».

 

Comprendete? Papa Francesco — in effetti, il Papa più sottomesso all’Impero, l’Impero del Male — come antidoto ai danni provocati da Ambrogio.

 

La Chiesa non deve demandare al potere la penitenza se questo commette ingiuste stragi: capite l’attualità di questa richiesta?

 

Una Chiesa assoggettata al potere (come quella che stiamo vedendo oggi) è per il toscano la condizione giusta per la sposa di Cristo: «il liberare e il mantener libero il clero dai controlli e dai condizionamenti di qualunque autorità terrena — ben al di là se non al contrario di quanto Gesù dichiara esplicitamente a Pilato — sarebbe stata condizione necessaria e sufficiente per salvarlo dalle tentazioni terrene», tuttavia «l’intera storia della Chiesa dimostra l’opposto»

 

Insomma, «forse senza di lui non avremmo avuto un conflitto tra mondo cattolico e modernità».

 

Tradotto: senza Ambrogio il cattolicesimo sarebbe naturaliter modernista.

 

Prendo questi virgolettati, che in me sortiscono l’effetto di amar ancora di più il mio Santo, da un articolone celebrativo che al libercolo in questione dedicò il Paolo Mieli sul primo quotidiano nazionale.

 

Una di quelle doppie paginate, sempre dense ed interessantissime a dire il vero, che una volta alla settimana consentono al pluri-ex-direttore del Corrierone di recensire qualche testo più o meno revisionista.

 

Il Mieli, a dire il vero, potrebbe aver qualche cavallo coinvolto nella corsa. Egli è figlio dell’ex agente del Psychological Warfare Branch dei servizi segreti britannici Ralph Merrill (all’anagrafe egiziana Renato Mieli) poi direttore dell’ANSA e de L’Unità finito però, poco dopo, ad esaltare l’ultraliberismo di Hayek e Von Mises (e per questo i fondi di Confindustria non gli sono mancati); soprattutto, possiamo dire che il Mieli Paolo è, come il padre, di origine ebraica.

 

Mai vorrei che vi fosse, in questo petardino editoriale contro Ambrogio, l’antico pregiudizio che vede il Santo come antisemita. Perché Ambrogio affrontò a testa alta l’Imperatore Teodosio anche un’altra volta.

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Nel 388, a Callinicum (ora Raqqa, l’ex-capitale dell’ISIS), una sinagoga fu data alle fiamme. Il governatore romano locale, sostenuto da Teodosio, decise che a pagare la ricostruzione dovesse essere il vescovo locale, ritenuto sobillatore degli incendiari.

 

Ambrogio scrisse all’Imperatore il suo dissenso:

 

«Il luogo che ospita l’incredulità giudaica sarà ricostruito con le spoglie della Chiesa? (…) Questa iscrizione porranno i giudei sul frontone della loro sinagoga: Tempio dell’empietà ricostruito col bottino dei cristiani (…) Il popolo giudeo introdurrà questa solennità fra i suoi giorni festivi?»

 

Ambrogio aveva centrato già allora tutta la questione dell’incompatibilità tra Stato e Chiesa quando per lettera chiese a Teodosio: «che cosa dunque è più importante, l’idea di disciplina [cioè, del mantenimento dell’ordine pubblico, ndr] o il motivo della religione?».

 

È la medesima domande che si pose Andreotti quando capì che se non votava la legge sul libero aborto in Italia il suo governo sarebbe caduto. Sappiamo come si rispose. Lo sanno anche i 6 milioni di bambini ammazzati da quella legge, più aggiungiamo magari qualche milionata di vittime della conseguente pratica genocida della fecondazione assistita, che per ogni bambino sintetico nato ne ammazza almeno una ventina — quindi, altri milioni, molti di più, seguiranno.

 

Ambrogio, a differenza dei democristiani e dei loro patti con le potenze infernali, non faceva compromessi.

 

«Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga — scrisse in un’altra epistola all’Imperatore — sì, sono stato io che ho dato l’incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato».

 

Rileggete: «perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato».

 

Anche a secoli di distanza, come pensate che lo possano perdonare ebrei, falsi cristiani, servi degli dèi della morte?

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Tradidi quod et accepi

Voglio concludere.

 

Molto ci sarebbe da dire, come per esempio il mio disgusto per i ciellini (e il loro vescovoni trombati e infelici) che cianciano di «libertà religiosa» quando il Santo della loro capitale ne è stato il più acerrimo nemico, e su di essa — in ispecie contro i pagani — ha combattuto una guerra infuocata, e l’ha vinta.

 

Qualcuno mi accuserà: perché parli, sei uno storico? Un teologo? Un sapiente?

 

No, non lo sono. Sono un uomo ignorante, e l’unica storia che conosco davvero, riguardo Ambrogio, è quella che mi ha portato a lui. Sono solo una persona che riesce ancora a struggersi davanti alla devozione; qualcuno di così ottuso da stupirsi del fatto che esiste ancora; qualcuno di così scemo da credere che la devozione sia non solo necessaria, ma perfino «efficace».

 

Sono un peccatore: sono uno che ad Ambrogio chiede aiuto. Non ci ho scritto libri, non ho studiato a fondo la sua vita e le sue opere.

 

Una cosa però l’ho fatta.

 

Ho portato ad Ambrogio una ragazza, S., tedesca, come Ambrogio.

 

S. aveva un problema, non riusciva più ad entrare in chiesa senza avere un attacco di pianto. Il motivo, ho ipotizzato, era legato a delle vicende personali. La sua famiglia ha attraversato momenti bui, in parte irrisolti, in parte risolti, che hanno lasciato un segno sul suo spirito. In chiesa, mi ha poi spiegato, non riusciva ad entrare perché «non mi sentivo pura a sufficienza», anche se S. è una delle persone più pure che conosco a Milano.

 

Ho fatto fatica. Le prime volte, trascinarla era un vero esercizio di violenza psicologica. «Io vado dentro, devi proprio fare queste scene?». Seguivano occhi sgranati, afasie, imbarazzi paralizzanti, lacrime.

 

Ho iniziato così pian piano a portarla alla messa della domenica sera. Nella pratica, è vero che qualche volta è svenuta, subito soccorsa da fedeli circostanti. Ma ora è tutto alle spalle. Mi esprime, anche troppo spesso, la sua gratitudine per la mia ostinazione. È amica dei sacerdoti come degli altri fedeli, è assidua.

 

Si chiede spesso perché io abbia spinto tanto: il perché lo sa Ambrogio, io sono solo la nanometrica parte del suo circuito invisibile.

 

Qualche giorno fa, S. ha ricevuto finalmente la Cresima, che le mancava. Voleva che facessi da padrino, ma lontano come sono oggi dalla Chiesa conciliare, non per un secondo ho pensato che potessi essere io a sigillare la fine di questa minuscola storia ambrosiana.

 

Nonostante lo stato di aberrazione in cui versa la Chiesa, posso dire che questo è il mio microscopico contributo alla Tradizione: ho tramandato la devozione che ho ricevuto, ho mandato ad Ambrogio qualcuno, come vi ero stato mandato io.

 

Ho conservato, e tramandato, la devozione al cuore di Milano e della vera Cristianità.

 

Io difendo Ambrogio perché Ambrogio difende me.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Anthony van Dyck (1599–1641), Sant’Ambrogio impedisce a Teodosio di entrare nel Duomo di Milano (1619-1920), National Gallery, Londra.

Immagine pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

 

 

Pensiero

La superguerra è vicina. E non assomiglia a nulla di quello che abbiamo visto

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Un amico del giro del tabarro mi chiama. Lo fa due tre volte l’anno, per parlare delle faccende della scena tabarrista (che è stupendamente variegata, e incomprensibilmente complicata), ci raccontiamo inezie e sorridiamo, sghignazziamo. Poi però, come per un rito ciclico, mi chiede sempre la stessa domanda: «ci sarà la guerra?». Lo chiede in modo sommesso, come se – rara avis – si rendesse conto di quanto grave può essere una guerra, ieri e, sopratutto oggi.   «Ci sarà» gli ho risposto stavolta, quasi senza pensarci. Non so da dove mi venisse questa sicurezza, né da dove venisse la risposta stessa. Pur occupandomi, col giornale che state leggendo, di tutti gli elementi necessari per tentare di capire la scena mondiale, confesso che mai mi è venuto di fare una simile predizione. Fors’anche perché la mia mente, naturalmente, rifiuta l’idea. La rifiuta, essenzialmente, perché sono un padre di famiglia – credo che sia così.   La guerra è vicina: abbiamo tutti gli ingredienti sufficienti a farla scoppiare. Vi sono, sopra ogni cosa, precise motivazioni: ci sono quelle di superficie, e poi quelle profonde. Che sono metafisiche, soprannaturali, preternaturali, spirituali. Andiamo con ordine.   L’attacco di queste ore a Mosca, durante le elezioni politiche, non ha precedenti: 2.000 droni lanciati contro la Russia, a colpire non solo le raffinerie – cosa che Trump aveva chiesto a Zelens’kyj di non fare – ma, comme d’habitude, i civili.

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La prima domanda che dovete farvi è: quanto la Russia può tollerare di avere la propria popolazione sotto attacco costante? Quanto Putin può pazientare – lo sta di fatto facendo ora, aspettando la diplomazia, come lo ha fatto negli otto anni di massacri in Donbass da parte degli ucronazisti post-Maidan – prima di scatenare la potenza militare russa contro Kiev?   Ricordate, prima degli accordi ottenuti in Turchia ancora nel marzo 2022, a meno di una manciata di settimane dallo start del conflitto aperto, una colonna di decine di chilometri di carri armati russi stava fuori da Kiev. Furono ritirati su richiesta dell’Ucraina, come segno di buona fede per i negoziati. Mosca li accontentò. Boris Johnson, poco dopo, fece fallire l’accordo: ne sono seguiti i quattro anni di strage che conosciamo. Una durata che ha superato la Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale: Mosca dal 1941 al 1945 ha combattuto per 1.418 giorni; in Ucraina lo scontro ha superato i 1.670 giorni.   Malgrado il numero dei morti non si avvicini nemmeno lontanamente a quello della Seconda Guerra Mondiale, per la Russia moderna con evidenza si tratta del conflitto più rilevante – perché anche qui riguarda la questione esistenziale dell’intera civiltà russa (è il lungo discorso che Putin fece a Tucker Carlson nella celebre intervista tre anni fa), minacciata ai suoi confini – Ucraina, etimologicamente, significa «sul confine» – come ai tempi di Hitler, Napoleone, dei mongoli – e ora la NATO. Nella mente russa è facile far scattare un altro grilletto: la presenza di truppe con la svastica fa comprendere bene la dimensione del conflitto, con Putin a parlare di denazificazione sin dalla prima ora.   I tasselli militari e psicostorici perché Mosca reagisca con la sua potenza contro Kiev, insomma, ci sono tutti.   La seconda domanda che dovete farvi è: chi ha dato a Kiev tutti quei droni? Chi li ha puntati? Chi ne ha insegnato l’uso agli operatori ucraini?   Qui uno può rispondere: oramai gli ucraini se li producono da soli, la visita ad un fabbricone di droni è stata l’ultima cosa pubblica che ha fatto il senatore falco (e ambiguo, diciamo) Lindsey Graham prima di morire. Tuttavia è cosa nota, ed ad un certo punto pure rivendicata, l’assistenza totale che è stata data dall’Occidente, in particolare dai britannici, nelle armi lanciate contro l’entroterra russo. È la storia, oltre che dei droni, dei missili Storm Shadow: le coordinate di lancio e il puntamento satellitare, dicono i russi, gli ucraini non possono esserseli dati da soli.   Nel periodo della slatentizzazione più oscena, non è nemmeno definibile come una proxy war, una guerra per procura: tutto è sotto la luce del sole. Da qui gli avvertimenti delle ultime settimane dai consiglieri Putin e Lavrov, che parlano delle fabbriche dei droni in altri Paesi come «obiettivi legittimi»: un azzardo non da poco, visto che una simile situazione farebbe scattare contro Mosca l’articolo 5 NATO, e cioè ciò che il Cremlino sembrava aver voluto evitare sinora. La lista include Regno Unito, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Turchia e, certo, Italia.   E quindi, se avete risposto alle due semplici domande scaturite dai fatti di cronaca bellica delle ultime ore, potete capirlo da voi: un attacco totale della Russia sull’Ucraina – con invasione definitiva, oppure con diluvio di missili ipersonici e non su tutti i centri del potere: non sappiamo davvero – potrebbe essere sul serio dietro l’angolo.

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Non solo: anche un attacco ai Paesi che sostengono la guerra contro la Russia non è possibile escluderlo. Non solo perché i moscoviti vi hanno ammiccato, ma perché la situazione degenera ogni giorno di più: avete letto su Renovatio 21 che la Lituania, Paese ex sovietico, vota in Parlamento per poter ospitare armi atomiche occidentali sul suo territorio.   Non solo: va sottolineato l’entusiasmo – non può essere chiamato altrimenti – di alcuni Paesi europei per la guerra ventura. La Germania, che ha avviato, sia pur goffamente, una rimilitarizzazione ultramiliardaria (cioè, una delle cose che la creazione della NATO doveva prevenire…) pare non aspetti altro – non è escluso che la postura aggressiva terminale di Berlino scatti anche solo con un’operazione risolutiva russa nella sola Kiev.   La Francia pure, viste le idee di ministri della Difesa e di generali, e pure del presidente, non disdegnerebbe: così da sistemare i conti con Mosca per il Sahel, l’Africa francofona, soffiata dai russi a Parigi in questi ultimi anni.   La Polonia – «Cristo delle nazioni», secondo il poeta Adam Mickiewicz, il più importante esponente del romanticismo polacco – sembra avere una voglia matta di immolarsi, e glielo faranno fare: ai vertici hanno neocon (nel senso: il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski è sposato con Anne Applebaum, da decadi inossidabile colonnella del neoconservatorismo che alligna a Washington qualsiasi sia il colore dell’amministrazione) che non vedono l’ora di spingere un altro Paese nella fornace della guerra, magari nucleare.   Della Gran Bretagna abbiamo detto: lì, lo sapete, c’è dietro un odium immortale che affonda nella storia, con il Grande Gioco in Asia meridionale e Centrale, come pure nella teoria geopolitica di Halford Mackinder, che appare come demonicamente impressa nei secoli nella matrice politica internazionale di Londra e pure di Washington.   C’è da capire cosa faranno altri Paesi, come la Spagna, o l’Italia. Dalla storia capiamo come Madrid potrebbe semplicemente togliersi, come con Franco durante la Seconda Guerra. Mentre confidiamo che l’Italia, as usual, faccia per la guerra la peggior scelta possibile.   Insomma, lo scacchiere per la guerra in Europa è pronto, prontissimo. Tuttavia, la catastrofe non riguarda solo l’Europa.   Il Medio Oriente è in fiamme. L’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest, quello che ha impedito l’ultima possibilità di aggirare lo Stretto di Ormuzzo, reca un segno precisissimo: provenendo il drone dall’Iraq è giocoforza una mossa dell’Iran, che controlla le bande sciite irachene, come guida gli Houthi in Yemen, i quali ora con la presa dello Stretto di Bab al-Mandeb possono di fatto chiudere l’accesso al Mar Rosso e quindi, al Canale di Suez, riportando il traffico marittimo mondiale indietro di secoli, con le navi a fare il periplo dell’Africa per il Capo di Buona Speranza.   Come a suo tempo abbiamo scritto, ad abundantiam, su Renovatio 21, Iran e Sauditi avevano fatto la pace, su mediazione cinese: il 10 marzo 2023 era stato stipulato l’Accordo di Pechino, con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Teheran e Riad, bruscamente interrotte nel 2016. I due Paesi si erano sempre odiati, e il motivo è presto detto: non c’è solo la questione confessionale, sciiti contro sunniti (wahabiti, per giunta), ma il tentativo attivo di esportare la rivoluzione teocratica in Arabia, dove regna, diceva l’aiatollà Ruhollah Khomeini, una monarchia «corrotta, illegittima e asservita agli Stati Uniti».

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Ai suoi albori, la Repubblica Islamica utilizzò massicciamente le trasmissioni radiofoniche per spingere la minoranza sciita dell’Arabia Saudita (concentrata nella Provincia Orientale, ricca di petrolio) a insorgere contro il governo centrale, provocando violente rivolte di piazza tra il 1979 e il 1980. Le tensioni hanno avuto ripercussioni in era recente: il 2 gennaio 2016 l’Arabia Saudita giustiziò tramite decapitazione Nimr al-Nimr, un influente religioso e leader sciita saudita, insieme ad altre 47 persone accusate di terrorismo – fu lì che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi saltarono.   Se in Arabia Saudita non vi fu un vero golpe tentato dall’Iran, esso tuttavia sponsorizzò tentativi di colpo di Stato contro altre monarchie del Golfo alleate dei sauditi. Il caso più clamoroso avvenne nel dicembre 1981 in Bahrein, dove il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrein (un gruppo militante sciita addestrato e finanziato da Teheran) fu scoperto e fermato mentre pianificava un colpo di Stato orchestrato per rovesciare la famiglia reale Al Khalifa.   E quindi: la vera guerra, a Ormuzzo, potrebbe non essere tanto tra Iran e USA, e Israele, ma con l’Arabia Saudita, finita ora, con lo stop alle esportazioni petrolifere, in un cul del sac economico colossale – che, ovvio, coinvolge tutta l’economia di ogni Paese della Terra dipendente dal petrolio.   Riguardo allo Stato degli ebrei, è chiaro quanto la situazione di distruzione internazionale possa giovare al suo piano messianico sionista del «Grande Israele», dall’Eufrate al Nilo (secondo quanto interpretato dal libro della Genesi, 15,18, e, per alcuni, illustrato dalle due strisce azzurre che nella bandiera contengono il simbolo cabalista della stella a sei punte). Impegnato l’Iran in un conflitto distruttivo con i Saudi e con gli USA, lo Stato Giudaico potrebbe con relativa tranquillità travolgere tutti gli Stati limitrofi, come la Siria con il suo governo fantoccio di jihadisti, magari gettando qualcuna delle sue duecento presunte armi atomiche (o a neutrone) non dichiarate o semplicemente precipitando le bombe che ora Trump vuole fornire, bombe che hanno una capacità distruttiva superiore a quella vista a Dresda nel 1945.   Spostiamoci più a Est: India e Pakistan è difficile che restino con le mani a posto – mani che hanno dita nucleari. Le ultime schermaglie erano state sedate pochi mesi fa da Trump, all’epoca ancora visto come autoritario uomo della Pace mondiale. Con gli USA distratti (e, va detto, sempre più insofferenti con l’«alleato» di Islamabad) Nuova Delhi potrebbe gridare, come sempre, e con qualche ragione, al Pakistan «fabbrica del terrorismo», e cominciare le operazioni. Il Pakistan potrebbe fare la stessa cosa, inventandosi qualsiasi pretesto, il Kashmir, l’ennesimo incidente al confine.   Islamabad avrebbe da risolvere anche il problema dell’Afghanistan talebano, con cui ha vaste e sanguinarie divergenze: e sì che i talebani, si dice, erano stati creati dall’ISI, il servizio segreto pakistano, ancora ai tempi dell’invasione sovietica. La golemica, a quanto si vede, prospera anche laggiù. I nostri lettori sanno che i talebani ora sono apertamente fiancheggiati dagli indiani.   Più a Est ancora: era esploso, vi ricorderete, un conflitto tra Cambogia e Tailandia (due Paesi i cui popoli non si amano, come da tradizione umana di buon vicinato), anche quello messo a cuccia dal primo Trump. È inevitabile crediamo, che si riaccenda, magari coinvolgendo pure qualche Stato limitrofo, e perfino la Cina.   Già, la Cina: Paese chiave del XXI secolo, è impossibile che dinanzi all’accelerazione della crisi mondiale non colga l’occasione: riprendersi Taiwano è, da anni, nei discorsi ufficiali di Xi Jinping, che ad occhio non ci tiene a passare per quaraquaquà, e sa che la riunificazione sarebbe ciò per cui verrebbe ricordato a Pechino ad aeternum, come fosse un imperatore dell’era classica.   L’attacco ai Taiwan devasterebbe l’economia mondiale inserendo una dimensione ulteriore: Formosa gode dello scudo dei microchip, cioè gli attacchi sono prevenuti perché la maggior parte dei microprocessori, e in particolare quelli più avanzati che i cinesi non sono (ancora) in grado di replicare, vengono prodotti lì. È il motivo per cui gli Stati Uniti proteggono l’isola. Dopo il petrolio e i fertilizzanti, la sparizione di circuiti elettronici dal mercato globale renderebbe quantità di imprese, grandi e piccole, inservibili.

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Ecco perché nel vortice di Taiwano verrebbe risucchiato anche il Giappone, che, nonostante gli evidenti legami con la manifattura cinese, non si sottrarrebbe allo scontro, e forse non per le isole (praticamente, degli scogli) Senkaku. Poco più in là, altro mostro che spaventa da morire Tokyo, la potenza atomica della Corea del Nord. Inevitabile che pensi di attaccare Seul (che sta a pochi chilometri dal confine…) non più solo con palloni di spazzatura volante, e forse partecipare anche in altri teatri bellici dell’area, non escludendo nemmeno il Giappone. Pyongyang, rammentiamo, ha vantato in questi anni il possesso della catastrofica arma-tsunami, un sistema nucleare in grado di spazzare via un’intera costa, con le sue città, creando onde oceaniche alte 500 metri – un dispositivo invero apocalittico sviluppato dai russi col nome di Poseidon, di cui ripetutamente minacciato l’uso contro la Gran Bretagna, finita sommersa da un maremoto radioattivo.   Con la Cina sia le Filippine che il Vietnam (che con Pechino ha fatto una guerra vera di un mese nel marzo 1979) hanno dispute territoriali in sospeso. L’Australia, abbiamo visto, si prepara alla guerra con i cinesi da tempo – e ha pienamente accettato la build-up militare americana sul suo suolo. Insomma, il settore asiatico è una polveriera, come e più di quello europeo.   Ancora, l’Africa: abbiamo accennato alla disputa degli Stati del Sahel, ora usciti dai vincoli francesi ed alleatosi di fatto con i russi. Al tempo del golpe in Niger si parlò di un intervento militare invasivo, che Parigi avrebbe appoggiato, dell’ECOWAS (acronimo di Economic Community of West African States, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), dove, oltre a nazioni di medio peso come Senegal e Ghana, pesa la presenza della potenza egemone regionale della Nigeria. Arduo credere che un simile conflitto – con dietro le quinte le potenze che magari a quel punto si stanno combattendo direttamente anche in Europa – non riaffiori in caso di innesco della guerra mondiale.   Potremmo continuare con il quadro: Armenia ed Azerbaigian, Egitto e Etiopia, Marocco ed Algeria, Serbia ed Albania (cioè, Kosovo). La polvere da sparo è lì, la miccia pure.   Tuttavia vogliamo significare qui un altro elemento preciso: la guerra che verrà non sarà in nulla simile a quelle che abbiam già veduto.   In un caso, cioè con uno scambio di centinaia se non migliaia di testate termonucleari, sappiamo cosa può accadere: distruzione massiva di gran parte dell’umanità (sicuramente di quella occidentale…), inverno nucleare (una nuova «piccola era glaciale» artificiale), poi un periodo di fame, e di barbarie, che ucciderà almeno cinque miliardi di persone, ammesso che gli altri due siano sopravvissuti. Tale prospettiva non è speculazione: abbiamo seguito come sia la Russia che, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti abbiano riscritto la loro dottrina nucleare, adattando il codice per l’uso delle armi fine-di-mondo alla situazione presente.

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Vi è, ad ogni modo, un altro scenario. Potrebbe non esservi, per qualche ragione, un uso di atomiche, o un uso limitato. Il resto diverrebbe una classica guerra territoriale che, però, non ci sentiamo di definire come una guerra tradizionale. Sì, come negli scorsi episodi, sarebbe una guerra che non coinvolge gli eserciti, ma anche la popolazione civile – anzi, sarebbe diretta essenzialmente alla popolazione civile, secondo il principio sterminatore visto benissimo a Gaza.   Tuttavia le forme di questa guerra sarebbero inedite per tutti noi.   Innanzitutto, quella che è la più grande rivoluzione bellica dalla Prima Guerra Mondiale: i droni. I nostri cieli, e l’aria appena sopra alle nostre teste, si riempiranno di queste micromacchine volanti di morte. Il loro impiego ha sconvolto il teatro ucraino: oggi, con probabilità, la Russia non potrebbe mandare più quella colonna di carrarmati che stazionava a poca distanza da Kiev nel marzo 2022. Ciò non vale solo per i militari e i loro mezzi: l’opzione sul tavolo, mostrata tante volte da Renovatio 21, è quella dei cosiddetti slaughterbots, microdroni programmati per essere rilasciati in grandi sciami, riconoscere e uccidere gli esseri umani perfino dentro i palazzi (scuole, uffici) o nelle loro abitazioni. Cose simili, hanno detto, in parte si sarebbero già viste a Gaza.   Non ci sono solo i droni: la guerra si fa robotica. Abbiamo visto di già soldati che si arrendono ad automi, il cui dispiegamento militare è in aumento esponenziale programmato. Robotti antropomorfi, robocani, rover autonomi armati: le creature artificiali da combattimento sono già qui e, aggiungiamo, sono pronte a darvi la caccia, con determinazione e furbizia fornite dall’Intelligenza Artificiale.   Dobbiamo poi parlare dei missili ipersonici: essendo impossibile intercettarli, possiamo dire che non vi è difesa possibile, perché la velocità è tale che nemmeno è detto che si possa rilevarli, o rilevarne la traiettoria. La differenza con le vecchie guerre è evidente: niente più allarmi aerei, il popolo che corre nei rifugi, o in cantina, o nelle grotte: un impatto che arriva prima del suo suono, e poi distruzione. Gli Oreshnik russi possono essere equipaggiati con testate atomiche, e un sistema MIRV, cioè di sgancio, a pioggia, di sei testate indipendenti. Il tempo per arrivare dal territorio russo a qualsiasi città europea (l’obiettivo strategico ideale per tornare all’equilibrio mondiale, secondo il politologo russo Sergej Karaganov) e di meno di un quarto d’ora. Chi di noi vive vicino ad una base militare, come me, ci dovrebbe pensare, almeno una volta al giorno.

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Non è improbabile che la prossima guerra vedrà l’utilizzo di armi ad impulso elettromagnetico (EMP), in grado di friggere tutti i circuiti elettronici e i sistemi elettrici, non colpendo direttamente gli esseri viventi, ma neutralizzando all’istante l’infrastruttura tecnologica del nemico, non solo mettendo l’esercito KO, ma ingenerando giocoforza il collasso sociale interno dell’avversario, con la popolazione in preda ad un blackout irreversibile. Le armi EMP rientrano non solo nell’uso del nucleare (l’impulso è ottenuto da una detonazione ad alta quota), ma anche in scenari limitati (NNEMP, Non Nuclear Electromagnetic Pulse) dove si immagina la disposizione tattica di generatori chimici o elettronici per disabilitare i sistemi di un singolo edificio, di un veicolo o di una flotta di droni, senza provocare esplosioni atomiche. Bombe elettromagnetiche, abbiamo riportato, sono state testate di recente da Kim Jong-un.
  E ancora: potremmo parlare delle armi laser, delle armi a microonde, delle armi metereologiche ed ambientali (la militarizzazione della geoingegneria, già ben avviata). Chi ha seguito Renovatio 21 sa che tutto questo è realtà odierna. Per non parlare dei virus, ora progettati con l’Intelligenza Artificiale – o forse direttamente dall’Intelligenza Artificiale.   Aggiungiamo che abbiamo tutte le pedine al loro posto per vedere estesa la guerra nello spazio. Gli USA, che hanno creato un ramo delle forze armate specifico (la Space Force, le cui uniformi proposte sembrano quelle degli ufficiali dell’Impero di Guerre Stellari: bellissime) hanno appena detto di avere armi nello spazio. La Russia ha risposto prima accusando gli americani poi mettendo in orbita, di lì a poche ore, un mezzo militare. La Cina è già ben presente, anche con progetti di colonizzazione del suolo lunare. L’India dispone di armi antisatellite, la Germania dice di voler laser orbitanti. La prima guerra spaziale potrebbe generare tanti detriti da rendere impossibile l’uscita della stratosfera per sempre: è la sindrome di Kessler, alla quale nessuno, quando combatte, smette di credere.   Non parliamo allora di una guerra, ma di una superguerra. Un superguerra per una super-ecatombe, che conteremo in milioni morti (megadeath), forse in miliardi, un massacro assoluto, il sacrificio del mondo stesso al nulla, alla distruzione, a coloro che odiano l’uomo, e vogliono ucciderlo, sin dal principio.   Qui veniamo alla parte spirituale del problema, e alla domanda più importante: perché? Perché tutto questo?   Con buona pace dei marxisti e dei liberali, non è possibile trovare un motivo economico a questo disastro: se vi fosse, prova definitiva che potete esperire sulla vostra stessa pelle, paghereste meno la bolletta. Sono solo allora dispute ideologiche, territoriali? Non crediamo nemmeno questo.   Vi è una radice religiosa, metafisica nel quadro attuale. La risposta, quindi, va cercata nello spirito.   Possiamo pensare, ad esempio, che India e Pakistan si combattano per l’hindutva (l’«induità»: la supremazia delle religione autoctone, soprattutto l’induismo, su ogni altra, con conseguenti persecuzioni anche dei cristiani) e per la jihad, Shiva contro Allah.   Possiamo pensare che sauditi e iraniani stiano in realtà lottando per l’egemonia sul mondo musulmano, concretata nella custodia della Mecca, dove ogni singolo fedele islamico del pianeta deve ricarsi per fare l’haji, il pellegrinaggio che è uno dei cinque pilatri dell’Islam.   Possiamo pensare che la Cina contempli la possibilità di conflitto nel suo settore secondo il Tao Te Ching di Laozi, con la primazia del concetto di unità (Yi) espresso come «sotto il cielo» (Tian Xia). Le divisioni, le guerre e il caos «sotto il cielo» nascono quando gli esseri umani dimenticano questa unità originaria per inseguire leggi artificiali, ambizioni, morale rigida e desideri personali, lontani dal progetto etico. La Cina, anche moderna, vuole incentrarsi su una «società armoniosa» (hexie shehui), che era letteralmente il motto della presidenza di Hu Jintao dal 2003 al 2013. Esportare l’armonia, o prevenire che l’interno divenga disarmonico, sono effettivi obiettivi metafisici della politica cinese.   Possiamo pensare che Israele, con il suo governo ultrasionista (con la lieve sfumatura religiosa o secolare che sia), stia facendo tutto questo per ottenere, come da sua profezia fondante, l’arrivo del suo Messia – il quale, va detto en passant, rappresenta per la tradizione cristiana l’anticristo.   Possiamo pensare che l’Europa bruxellita «laica», cioè massonizzata come da programma attuato negli ultimi secoli (con tutti ’48, i Risorgimenti, le guerre di ogni tipo), sia ora in postura di attacco contro la Russia tornata potenza cristiana. Non sarebbe la prima guerra mondiale che i massoni innescano per distruggere la Cristianità e i Paesi soggiacenti: non è difficile interpretare la Grande Guerra, scoppiata poco dopo la morte del papa Pio X – l’uomo che aveva capito tutto il gioco, la cui elezione impedì, secondo i racconti, l’ascesa al soglio di un papa massone – servì a liquidare il Sacro Romano Impero, cioè l’Austria, ultimo bastione cristiano in un’Europa dove il cattolicesimo era stato eradicato da tutti gli Stati (dall’Italia sabauda alla Francia repubblicana, per non parlare dell’Inghilterra).

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E allora: sì, la lotta che ci aspetta è, soprattutto, una lotta spirituale. A questo bisogna prepararsi, considerando anche il sostentamento materiale che serve alle anime. Il caos che potrebbe seguire, ammesso di sopravvivere, potrebbe essere terrificante. Il crollo degli Stati, nella cui autorità gli europei non hanno più alcuna fiducia a meno che non gli si provveda qualcosa (lo abbiamo visto con il COVID e la sua «vacanza» forzata in clausura più «ristori»), potrebbe generare per sopravvissuti un periodo di barbarie totale, magari animata dalle milionate di immigrati importati a nostre spese nelle nostre città.   Possiamo dare qualche consiglio: state con la famiglia. Preparatevi a difenderla, usando tutti i mezzi che offre la legge (che, epperò, è pensata per il tempo di pace). Accumulate qualche scorta. Avere una fonte di energia che non dipende dalla rete, e una batteria per accumulare, potrebbe aiutare. Un’auto elettrica, ammesso che i suoi circuiti non siano bruciati da un attacco EMP o riprogrammata da un attacco hacker, potrebbe avere senso. Mappate le fonti di acqua: torrenti, falde. Alcuni appezzamenti in periferia hanno dei pozzi, antichi o moderni. Individuate i boschi con la popolazione animale più consistente, per esempio di cervi e cinghiali. Apprendere il tiro con l’arco a scopo caccia potrebbe diventare fondamentale.   Ma soprattutto, combattete nello spirito: pregate. Digiunate: imparate la privazione, offrite la fame e il dolore a Dio, alla lucidità superiore che ci serve per proteggere i nostri cari.   Estote parati. Preparatevi a cosa viene dopo – anche a cosa viene dopo di voi. Contemplate non solo la morte, ma la buona morte.   Comprendete le dimensioni del disegno, e, per quanto inspiegabile, la sua bellezza: voi, la vostra anima, ne siete protagonisti. Voi siete al centro di tutto questo, siete stati creati per questo, voi lo vogliate o no. Voi siete stati, siete, e sarete: la vostra esistenza è per sempre, è incancellabile.   La vostra vita è troppo preziosa perché vi facciate trovare impreparati.   Roberto Dal Bosco

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L’Italia e il buco nero: discorso per Emma Bonino

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Fra i discorsi letti alle esequie laiche di Emma Bonino ce n’è uno che non abbiamo sentito.

 

Immaginiamolo scritto a mano su un paio di fogli e poi abbandonato nella sala del Campidoglio. Immaginiamolo raccolto, dopo la cerimonia, da un uomo delle pulizie, cingalese o pachistano, insieme ad altre carte sparse sulle sedie e per terra: segnaposto, immagini della defunta, scritte «Grazie Emma» e roba del genere.

 

Immaginiamo che, pur non sapendo leggere l’italiano, l’addetto abbia intuito trattarsi di qualcosa di diverso, forse di importante, e l’abbia consegnato al datore di lavoro. E che questi, datagli una scorsa, l’abbia portato a qualcuno, poniamo uno dei cerimonieri, per rintracciarne il proprietario.

 

Immaginiamo i relatori interpellati leggerlo velocemente, negare indignati di esserne gli autori, assicurare che nessuno ha mai letto quel discorso. Immaginiamo anche uno di essi cercare di impadronirsi dei fogli e di lacerarli, impedito solo dalla prontezza di riflessi del cerimoniere.

 

Immaginiamo che, non sapendo nessuno che farne, il manoscritto sia stato appoggiato su un tavolo, per essere spostato poi su una sedia e infine in un cestino.

 

Immaginiamolo da ultimo recuperato fortunosamente da una mano ignota.

 

Proviamo a ricostruire il tenore di questo discorso mai pronunciato.

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«Signor Presidente, signor Sindaco, colleghi onorevoli,

 

Chi mi ha preceduto ha messo in luce le battaglie della cara Emma, le cariche conseguite, i risultati ottenuti.

 

Qui vorrei però esprimere in primo luogo tutto il debito di riconoscenza dei partiti e di noi politici nei suoi confronti. Vorrei farlo con franchezza, ora che le idee del movimento radicale sono dilagate dappertutto e sono ormai patrimonio comune della nostra Nazione. Non serve più nascondersi. Davanti a questo corpo, che presto diventerà cenere e polvere, ci corre l’obbligo di dire la verità.

 

E la verità è questa: la cara Emma è stata per tutti questi decenni la fedele ancella dei nostri partiti, che si sono serviti di lei per fare il lavoro che ufficialmente non potevano fare.

 

Droga, aborto, divorzio, immigrazione, suicidio, eutanasia. Chi di noi avrebbe potuto sfiorare questi temi senza rimanerne bruciato? Lo sapevamo e lo sappiamo: si sarebbero subito scatenate polemiche interne, create spaccature e scissioni. In aggiunta avremmo allontanato la gente, che non voleva saperne. Avremmo perso voti, non saremmo più stati rieletti.

 

No, signori, simili questioni non potevano essere trattate direttamente da noi. C’era bisogno di gente valida o, come si usa dire, con il pelo sullo stomaco e la faccia di bronzo. Gente pronta a tutto, senza nulla da perdere.

 

Signori, i radicali.

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Adesso possiamo dirlo e rivendicarlo con orgoglio: i radicali sono stati la nostra punta di lancia.

 

Prima fra tutti la cara Emma. Per anni e anni lei, insieme agli altri, ha lanciato per nostro conto, una dopo l’altra, cento provocazioni, ha fatto volare mille ballon d’essai. Ha fatto proprio di tutto: ha lottato per gli stupefacenti, praticato aborti, deriso e umiliato la religione, combattuto perché le persone malate scegliessero la morte. È stata maledetta, arrestata, è finita in carcere.

 

Cara, cara Emma, quanto lavoro sporco ti sei sobbarcata. Noi, abbiamo avuto vantaggi immensi.

 

Nell’immediato, opponendoci quel tanto, agli italiani ci siamo potuti proporre come freni contro l’anarchia, forze posate e rassicuranti –e conservare il consenso. Nel medio e lungo periodo, assumendo i radicali come interlocutori necessari e sostenendo le «battaglie» su cui c’era ben poco da discutere, siamo riusciti a cedere terreno un poco per volta, pollice dopo pollice, ad abituare gli elettori, fino a portare l’Italia nel punto in cui siamo ora.

 

Li abbiamo coccolati e accarezzati, i nostri pupilli. Non gli abbiamo mai fatto mancare l’appoggio, e neppure il denaro.

 

A questo proposito – lasciamo perdere i singoli, e ce ne sarebbe da dire – vorrei presentare il luminoso esempio di Radio Radicale. Un’emittente che, siamo sinceri, non ascolta nessuno o quasi. La sua utilità principale, ufficialmente, è quella di trasmettere inutili dirette parlamentari, di cui si disinteressano perfino i presenti. Un’attività che la RAI potrebbe fare gratis o quasi. Eppure, solo sulla base di questa sciocchezza dal 1994 siamo riusciti a erogare a Radio Radicale 340 milioni di euro, spiccio più spiccio meno. Al di là di qualche baruffa di facciata, nessun governo si è mai sottratto all’esborso, mai. Questo va a onore di tutti noi.

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Fatemi aprire una parentesi: per certi partiti è stato più facile; per altri meno, molto meno. Il pensiero e il plauso va ai partiti cattolici, qui ben rappresentati. La sola dolce Emma, ricordiamolo, ha praticato di persona qualcosa come 10.000 aborti con la pompa della bicicletta. I radicali sfidavano e irridevano la Chiesa. Ricordate il motto geniale: No Vatican No Taleban.

 

Oh, oggi riderne come di un’innocente burla è facile, specie dopo papa Francesco. Ma all’epoca! Per anni i partiti di area cattolica hanno dovuto mandar giù rospi indigeribili, tutti interi, e giustificare i finanziamenti con la tutela del pluralismo, con la democrazia. Non sono d’accordo con le tue idee, ma sono pronto a dare la vita, eccetera. La vita degli altri, ovviamente: i colleghi mi perdonino la facezia.

 

Quanto all’appoggio, non è un mistero che ci siamo sempre mobilitati tutti non appena si affacciava qualche difficoltà.

 

Senza nulla togliere, dichiariamo che i radicali non sarebbero andati da nessuna parte senza il nostro sostegno, discreto ma capillare ed efficace. Pensiamo solo che oggi, ad essere maledetti, ad affrontare processi e ad andare in carcere, sono esattamente coloro che la pensano in maniera opposta. Ma, ed è qui la differenza, nessuno si attiva per loro. Li si schiaccia e basta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

 

Sulla cara Emma, del resto, ce ne sarebbero tante da raccontare. Ricordiamo quando rischiava di non partecipare alle politiche perché non riusciva a raccogliere 25.000 firme? È stato un ex democristiano a prestarle il simbolo, e a spianarle la strada. Mi ripeto: non si potrà mai elogiare abbastanza l’apertura mentale e la generosità dei colleghi del campo cattolico. E lo scandalo Quatargate? Salva, rimasta del tutto indenne.

 

Del resto, occorre riconoscere che le abbiamo tributato ogni possibile onore.

 

Poverina, era così sensibile al potere. Non si poteva guardarla ed evitare di darle una carica. E che cariche! È stata ministro, vicepresidente del Senato, commissaria europea. Ogni volta, consensi bipartisan, come se piovessero. Rammento come studiava le pratiche, seduta alla scrivania, con il musetto serio. In fondo la buona Emma aveva una natura da impiegata, da travet. Così piccina, così compresa e concentrata, mi è sempre sembrata una bambina senza fantasia, un po’ secchiona, messa a fare i compiti.

 

L’abbiamo proprio trattata bene, la Emma. In un paio di occasioni, ricordate? s’era convinta di poter diventare presidente della Repubblica. Sempre entusiasta. Che campagna elettorale aveva imbastito! Quanti consensi! Attori, intellettuali, professori, giornalisti. E come c’era rimasta male quando le è stato spiegato che c’erano altri progetti, che non si poteva.

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In conclusione, elogiamo in Emma Bonino la persona che forse più di ogni altra e per più lungo tempo è stata fedele e utile ai nostri partiti. Lasciatemi dichiarare che questo non è da tutti.

 

Non molti di noi politici riescono a essere così coerenti e ad esserlo così a lungo. Ognuno di noi l’ha provato sulla propria pelle. A un certo punto esce come un fastidio nell’anima, una stanchezza, un disgusto del ruolo. I più alla fine devono scendere a compromessi con la propria interiorità, chiamiamola coscienza se volete, e così sporcano la linearità dell’azione.

 

Non i radicali. Mai. Parliamo di una dote, un’essenza particolare che finora è stata sottaciuta.

 

L’Italia aveva avuto mille traversie, ma aveva malauguratamente conservato un suo carattere proprio fatto di principi, credenze, umanità, delicatezze, punti fermi. Il Paese aveva un’identità specifica che ostacolava fierissimamente i tentativi di trasformazione. Il compito che ci si presentava era immane: non solo di demolire la fisionomia del Paese un poco alla volta, ma soprattutto quello di scaricarne i resti, farli scivolare via. Praticare un foro d’uscita, di aprire un buco per svuotare l’Italia.

 

Ecco, signori, quel buco sono stati i radicali, di cui la cara Emma era il fiore.

 

Per essere un buon buco, occorre essere vuoto. Vuoto di tutto, perché non faccia alcuna resistenza al passaggio. I nostri amici radicali non avevano nulla dentro di sé che potesse impedire lo scorrimento. Erano completamente vuoti. Sono stati un buco eccellente.

 

Anche il loro ego, la loro affezione per il potere o per il denaro non li facevano affatto meno buco. A ben vedere, queste loro inclinazioni non erano che l’orlo del buco, uno svaso che incanalava e favoriva il deflusso. O se preferite, facevano parte della profondità del buco, la parte visibile di un abisso dove l’occhio non può arrivare.

 

Papa Francesco, la Grande Voragine, l’aveva capito perfettamente. L’affinità con il Santo Padre è stata per Emma una delle consolazioni più grandi degli ultimi anni.

 

E quindi – e concludo – è giusto magnificare le battaglie, le cariche, i risultati della cara Emma. Anch’io non mi sono sottratto. Ma questo in sostanza non è che il mulinello che si forma intorno al vuoto che ingoia tutto.

 

Nelle profondità dello spazio si annidano, come sapete, dei corpi astrali chiamati buchi neri. I buchi neri non si vedono, perché il loro campo gravitazionale è tanto forte da risucchiare ogni cosa, anche la luce. La loro presenza è segnalata soltanto dalla radiazione che la materia, vorticandogli intorno, emette prima di venire inghiottita.

 

Ecco, signori, non scambiamo il mulinello con il buco. Non togliamo alla cara Emma quello che è davvero e gloriosamente suo: il buio, il vuoto, il nulla.

 

Vi ringrazio».

 

Massimo Zanetti

 

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Immagine di Francesco Pierantoni via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

 

 

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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».   Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.   C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.   Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.   La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.   Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.   Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.   Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.   Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.   Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?   Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?   E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.   Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?   Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.   Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.   Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.   Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.   «Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.   È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie. A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.   Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.   E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».   Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.   L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.   E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?   Massimo Zanetti

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