Pensiero
Charlie Kirk, strategia della tensione e inferno sulla Terra
Non abbiamo ancora visto nulla di quello che sta dietro l’assassinio di Charlie Kirk, né di quello che accadrà ora. Perché le radici di quanto successo sono profonde e oscure, mentre le ramificazioni rischiano di essere cruente ed indicibili.
Le ultime parlano di una possibile operazione sorta nell’ambito del mondo cosiddetto trantifa, attivisti transessuali armati e violenti, che operano online come offline: pochi mesi fa è emerso l’arresto sulla costa occidentale degli USA di un’intera setta di trans-terroristi dedita, a quanto riportato, all’omicidio seriale. Le informazioni all’epoca ci erano sembrate ancora confuse, ora non più; Renovatio 21 cercherà di raccontare nei prossimi giorni del caso, che rischia di diventare un ulteriore avvistamento di un pattern devastante, quello della violenza massiva trans, che ora potrebbe farsi organizzata, ed alzare il tiro.
Il cecchino era, come si dice, molto skillato (o… addestrato?) da colpire da 200 iarde la carotide del 31enne, ben conscio che diecine di smartphone avrebbero ripreso, e postato sui social, i fiotti di sangue. Non un particolare da poco: l’assassinio pare fatto proprio per l’era social, indipendentemente dagli algoritmi. Lo snuff movie della fine di Kirk ora è introvabile sui social, ma tutti noi lo abbiamo visto, perché è stato fatto circolare per il tempo giusto a traumatizzare l’utenza globale.
Il colpo è stato, quindi, militarmente e mediaticamente, perfetto. Qualcuno dice: attenzione, a colpire il collo del ragazzo non sarebbe stato un tiro preciso, ma potrebbe essere stato un proiettile rimbalzato dal petto, perché Charlie, come si vede nelle foto, sotto la t-shirta indossava un giubbotto antiproiettile… qualcosa si aspettava, e da tempo. Il risultato, ad ogni modo, non cambia: sparare al petto è un atto da killer professionista, perché è un obbiettivo più largo della testa, e il torso è un insieme infinito di vasi e tubicini, per cui il dissanguamento interno od esterno è assicurato.
A colpire, tuttavia, sono state le reazioni all’assassinio più social del millennio: ci sono i media mainstream, che lo ricordano come putiniano, climate-change scettico e diffusore di fake-news durante il COVID (aggiungiamo: era sempre più tiepido sulla fornitura di armi e danari a Kiev…). Poi ci sono i leoni da tastiera sparsi per tutto l’Occidente, quelli che gioiscono, per un qualche motivo: tanti LGBT fanno festa in rete (notiamo che una bandiera omotransessualista sventolava poco sopra Kirk in un video della sua morte, il quale è spirato mentre rispondeva ad una domanda sugli stragisti trans), poi, come è già stato detto, ci sono i pro-pal pavloviani, che saltellano, anche in Italia, perché Kirk era filoisraeliano – anche se, a quanto pare, sempre meno…
Ci sono stati in rete commenti indicibili: gente che dice che si guarderà in loop il filmato dello «sporco sionista» che viene trafitto appena sotto la testa, di certo un video dell’orrore che non può non colpire l’anima, o lo stomaco, di chi lo consuma. Un ragazzo, ancora giovanissimo, sorridente, padre di due figli piccoli. Un giovane che stava, semplicemente, parlando.
Kirk era, come tutto l’apparato conservatore USA, filoisraeliano, sì. Qualcosa, tuttavia, stava cambiando. Max Blumenthal, il direttore del sito Grayzone che ha pubblicato la storia di Kirk che stava rivoltandosi contro Netanyahu e i suoi donatori sionisti, ha detto in un’intervista con il comico Tim Dillon che la cosa lo aveva stupito, perché essenzialmente Turning Point USA era un’operazione dei filoisraeliani per mantenere un qualche appiglio presso le giovani generazioni, che non ne vogliono sapere di sostenere Israele, semplicemente aggiungendo la causa della difesa dello Stato Ebraico a tutte quelle tipiche dei conservatori.
Su tutto il resto, di fatto, era schierato bene: con Donald sin dalla prima ora, contro la tirannide COVID, contro la balla climatica, contro la geremiade razziale USA e la sua trappola violenta, vista durante i moti cruenti di Black Lives Matter nel 2020, una vera rivoluzione colorata perpetrata contro gli USA: lo schema è quello che conosciamo, il Deep State prima testa i suoi schemi all’estero, e poi li ritorce contro la stessa popolazione americana
È proprio sull’assassinio Kirk come catalizzazione di una violenza più vasta che bisogna ragionare.
Gioire per la morte di qualcuno perché si dissente da lui è un atto di barbarie vera e propria – è approvare la violenza, gratuita, contro gli inermi, solo perché sono «diversi», cioè non la pensano come te..
È proprio vero: applaudire l’effusione del sangue del ragazzo conservatore non sta a molta distanza da quei soldati IDF che sghignazzano e piazzano su Telegram le loro torture ai palestinesi (il famigerato canale «72 vergini»), gli spari alla folla in cerca di cibo, etc. Anzi: il commentatore internettista non si assume nemmeno la responsabilità dell’azione, gode per interposto carnefice, parassita con voluttà un orrore di cui con probabilità non sarebbe neppure capace. Almeno al momento.
Lo schifo che proviamo deve cedere il posto alla riflessione sul momento del pericolo: stiamo diventando, davvero, quello che un manuale dell’ISIS chiamava «il territorio della crudeltà», il luogo di barbarie in cui, con ulteriore violenza, bisogna implementare una gestione. Quella che i jihadisti stragisti chiamavano, appunto, «gestione della barbarie».
È qui che capiamo come anche coloro che plaudono al sangue siano, involontariamente, pedine di un piano programmato per portare l’inferno sulla Terra: se è lecito uccidere che la pensa in altro modo (apoteosi finale della Cancel Culture, del wokismo realizzato) allora abbiamo davanti a noi una prospettiva di massacri continui, ubiqui.
Perché, a questo punto, chi ride plaude alla violenza sugli inermi, ritenendola politicamente giustificata, non esce di casa e spara su una manifestazione? Cosa lo trattiene? Perché non aggredire chi è diverso, anche solo per il pensiero, da noi?
Di fatto, la cosa sta già accadendo: le stragi dei trans degli ultimi mesi, con scuole e chiese attaccate, mostrano esattamente questa ferale, nichilista, ideologica, sete di sangue, certo condita da ormoni steroidei e psicofarmaci SSRI, e pure questo bisogno di sacrificare l’innocente, qualcosa che nella storia si ripete dagli agnelli sacrificali all’Agnello… la faccia da bravo ragazzo di Kirk, l’evidente mancanza di impulsi violenti in lui, lo rendono forse la vittima più innocente che nel settore poteva trovarsi per questo sacrificio.
E il sacrificio è stato consumato. Ma – attenzione – non per riportare l’ordine nella società, come sostiene la filosofia di Réné Girard, sempre più letto e citato, ultimamente, dai vertici politici ed economici americani. No, qui il sacrificio dell’innocente è stato fatto per evocare nella società il caos. L’oscenità dei commenti in rete è il segno più evidente.
La via è quella che porta non solo ad una guerra civile, ma ad una società di violenza continua, sempre più gratuita, sempre più accettata dalle fazioni di un mondo polarizzato in maniera irreversibile. Non più avversari politici o rivali ideologici, ma nemici da abbattere, anche e soprattutto quando non possono difendersi.
Qualcosa di simile, a dire il vero, lo abbiamo già vissuto anche in Italia: erano gli anni di Piombo, annunciati da violenze politiche belluine su grandi personaggi, poi amplificate in lotte di strada, e poi bombe sui treni, nelle banche, nelle stazioni, nelle piazze piene di gente innocente. A quel tempo, ricordiamo, se credevi che dietro questo gioco di sangue ci fosse una regia, non eri tacciato di complottismo ed espulso dal discorso pubblico. Era evidente che si trattava di una manovra oscura di poteri grandi, occulti, indicibili, che epperò costituivano lo Stato moderno, lo Stato democratico.
Déjà vu. Il gioco è ancora in piedi: ci sono due, forse tre, superpotenze atomiche, e la strategia della tensione non è uno schema che forse vogliono mettere in soffitto. Anzi, a quanto pare l’importazione negli USA delle tecniche di Gladio et similia, dopo che sono state testate negli anni altrove e soprattutto in Italia, è partita da parecchio tempo: l’anniversario dei trent’anni della bomba di Oklahoma City ha sospinto in superficie rivelazioni abissali, come quella riguardo al PATCON, un progetto dei federali americani di infiltrare l’estrema destra americana, e magari dirigerla verso atti precisi. (Renovatio 21 ne parlerà a breve, con un’intervista all’avvocato che più di tutti si è battuto per la verità su Oklahoma City, Jesse Trentadue, che ha visto il fratello arrestato, torturato e ucciso perché ritenuto erroneamente uno degli autori della strage).
La strategia della tensione è viva, e certo, a differenza dell’altra volta, ci sono forme di psicoguerra più potenti: i social. E quindi, c’è la possibilità di isterizzare l’intera popolazione, portarla, tramite traumi e propaganda, alla ferocia più infame e sanguinaria. È possibile, con le camere d’eco algoritmiche dei social, radicalizzare qualsiasi utente, desensibilizzarlo, de-umanizzarlo. È possibile trasformare il cittadino in qualcuno che applaude l’assassinio, e quindi, è forse possibile perfino dire che i social possono trasformare i loro utenti in assassini.
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Non sono più fazioni specifiche della società ad essere polarizzate nel radicalismo sanguinario: non più «gli studenti», «gli autonomi», «i militari», etc., ma l’intera popolazione inghiottita dalla piattaforme informatiche.
La società che può venire fuori da un simile programma dovrebbe terrorizzarci, e pure più degli orrori immani di Gaza, più del massacro dell’Ucraina, più della catastrofe del COVID.
Attenti a fare il gioco degli sterminatori – specie se poi a parole si pensa di combatterli senza capire di esserne in realtà programmati. L’impulso al genocidio, a quanto sembra, qualcuno sta riuscendo ad inocularlo a tutta la società moderna, che ha abbandonato l’unico antidoto alla perpetrazione del ciclo della violenza: Nostro Signore Gesù Cristo.
Togli Dio dalla Terra, e credi che essa non si trasformi in un inferno?
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta
È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.
Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.
Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.
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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.
Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.
In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.
Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.
È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.
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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?
Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».
Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.
A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.
Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!
Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.
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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.
Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.
È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».
Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.
«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».
Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.
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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.
Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.
Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Grzegorz Artur Górski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata
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