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Piazza Angleton. Ricordo del vero liberatore dell’Italia
L’anno scorso al 25 aprile vedemmo uno spettacolo indimenticabile. Alla marcia di Milano, quello in cui ogni sigla di sinistra possibile sfila da Piazzale Loreto – luogo del sacrifizio del cinghialone su cui si basa la Repubblica – ne accaddero di ogni.
Vedemmo, stropicciandoci molto gli occhi, comparire alla marcia… bandiere della NATO. Sì, proprio loro: e ci stavano pure delle persone, non dei robocani della Boston Dynamics, che le brandivano.
Spuntavano poi ovunque vessilli ucraini – si era a due mesi neanche dall’inizio dell’operazione militare speciale di Putin, che la sera prima aveva parlato dell’obiettivo, molto 25 aprile, di «denazificare» l’Ucraina.
Non sappiamo dire se a Milano sfilò anche qualcuno con i simboli del battaglione Azov, che all’epoca, prima del restyling con il quale si sono presentati pure a Washington, a Disneyland e a Tel Aviv, comprendevano una runa «dente di lupo» e un bel Sonnenrad, il «sole nero» della mistica SS.
C’è da dire che non tutti i presenti erano d’accordo. Ricordiamo con gusto il signore che apostrofava degli ucrainisti lì presenti dicendo loro «Azov dimmerda!!!».
Parimenti, gruppi di ragazzi di sinistra attaccavano l’allora segretario PD Letta accusandolo di essere «servo della NATO». I fanciulli goscisti, poverini, forse non sapevano che sia Letta che Renzi (tutti e due, poco tempo fa, capi di quello che fu il Partito Comunista) sono stati in lizza per il posto di Stoltenberg, cioè di segretario della NATO, vertice visibile del più grande e distruttivo patto militare della storia. Insomma, non esattamente «servi»: trovassero, i contestatori, un’altra definizione.
Tutto lo spettacolino, in fondo, era inevitabile, perché parlava dei nodi che, anche se a distanza di decenni, vengono al pettine. Chi ha liberato davvero l’Italia?
E poi: in Italia comanda chi l’ha liberata? Comanda chi l’ha liberata sulla carta, o chi l’ha liberata sul serio?
Tante foglie di fico, abbiamo visto, sono saltate. Quello che fu il partito comunista più grande d’Occidente ora difende l’americanismo più parossistico, il liberalismo più disperante, sostiene il regime di Kiev con le sue truppe di nazisti conclamati.
«Il 25 aprile si basa su un falso storico e cioè che siamo stati noi italiani a liberarci con le nostre stesse mani, mentre in realtà sono stati gli alleati angloamericani nelle cui file combattevano anche i razzisti sudafricani» ha dichiarato l’anziano giornalista, bastian contrario di professione, Massimo Fini in un’intervista all’Adnkronos. Non che siano partiti i dovuti 92 minuti di applausi di fantozziana memoria.
E allora, chi ha liberato l’Italia?
Beh, è facile dire che i partigiani hanno dato il cosiddetto «calcio dell’asino», che il grande lavoro lo hanno fatto le forze angloamericane.
E tale «lavoro», sappiamo bene cosa comprendeva: accordi con la mafia per lo sbarco in Sicilia, e poi bombardamenti a tappeto sulle nostre città, praticamente tutte, compresa Roma, fino a che, come non ne eravamo saturi. Saturation bombing, dicono, ma lo chiamano anche Strategic bombing, o meglio ancora, Terror bombing. Churchill ad un certo punto, dopo Dresda, lo ammise: era un «act of terror», era puro terrorismo. Dinanzi alle obiezioni del generale della RAF Arthur Harris, si rimangiò poi il commento.
L’Italia l’ha liberata «Pippo», in Italia lo chiamavano così, il bombardiere di cui mia nonna aveva ancora il terrore, perché quando arrivava doveva vestire i bambini che dormivano per trovare rifugio da qualche parte, e, mi raccontava, questi si riaddormentavano appena aveva finito di prepararli tutto.
«Pippo», mi disse mio zio, che era uno di quei bimbi, era ovunque, in una visione che non può dimenticare: «Pippo» copriva il cielo intero, c’erano così tanti aerei americani che era impossibile contarli, si poteva solo aspettare che finissero, che il cielo tornasse ad essere fatto di nuvole, e non di macchine di morte.
Sì: vogliono raccontarci che l’Italia è stata liberata da una gioventù comunista – scopertasi tale in pochi giorni – e non dall’immensa potenza cinetica dell’apparato di morte americano, quello che di lì a poco avrebbe spazzato via due intere città giapponesi con la potenza ultradistruttrice dell’atomo.
Torniamo a dire: semplice pensarla così. Semplice dire che è stata la forza degli angloidi a vincere la guerra e a denazificare l’Italia. In realtà in questo articolo, vorremmo fare un’altra cosa. Vorremmo fare qualche nome.
Ci sono figure con nome e cognome che, dietro le quinte, molto dietro le quinte, praticamente invisibili e misconosciuti ai più, hanno creato l’attuale Stato italiano. Ci sono agenti segreti, operativi sul terreno. Poi, più in su, vi sono menti decisive altissime, di quelle di cui non si sente parlare, anche perché parte del loro lavoro è fare in modo che non si parli di loro, e la Storia sembri qualcosa di lineare, naturale, progressiva, e non qualcosa di scelto da un potere terreno superiore.
Tra gli operativi sul campo da qualche anno si è cominciato a parlare di Richard «Dick» Mallaby (1919-1981), britannico cresciuto tra i campi da the dello Sri Lanka e le colline toscane. Divenuto spia dello Special Operations Executive (SOE) durante la guerra, fu utilizzato da Londra per favorire l’armistizio con gli angloamericani. Di fatto, dopo la proclamazione dell’armistizio del 1943, Mallaby viaggiò incorporato alla corte del Re e del Badoglio da Roma a Brindisi: una figura segretamente fondamentale in quella che si chiama «la resa degli ottocentomila». Successivamente Mallaby lavorò alla NATO, fino al 1981, quando morì a Verona. Al suo funerale era presente il generale Dozier, quello rapito dalle Brigate Rosse. Attualmente, tra film e teatri, circola la nipote Elettra, attrice di fascino magnetico, che come nonno materno ha Giussy Farina, il presidente che ha venduto il Milan a Berlusconi.
Se passiamo alle menti che davvero conquistarono l’Italia, il nome da fare è quello di James Jesus Angleton (1917-1987).
Pochissimi sanno di chi si tratta. La storiografia italiana, quella fatta di tanti comunisti inutili attaccati alle varie greppie accademico-editoriale che elargiscono stipendi e pubblicazione di libri inutili, lo ignora da sempre – nonostante i segni della sua importanza siano autoevidenti. Così come sono lampanti i tratti di grande dramma, di tragedia, di poesia, l’arco esistenziale romantico (diciamo così) che promana dalla sua figura.
Angleton era nato a Boise, in Idaho, da un ufficiale di cavalleria statunitense ed una messicana. Passò la gioventù a Milano, perché al padre era stato affidato il ramo italiano della NCR, una ditta di registratori di cassa. Studiò brevemente in Inghilterra per poi laurearsi a Yale. La sua materia era la poesia, in particolare quella modernista, astratta ad ermetica (William Carlos Williams, e. e. Cummings, Thomas S. Eliot, soprattutto Ezra Pound, con cui corrispondeva, anche quando nel dopoguerra lo teneva al gabbio) del periodo tra le due guerre. Poeta lui stesso, era redattore della rivista studentesca di poesia Furioso.
Mel 1943 fu arruolato dall’esercito, anche se in realtà lavoro immediatamente per l’OSS, l’agenzia di spionaggio antesignana della CIA, per dirigerne la branca italiana. Mandato a Londra, divenne amico di Kim Philby, che poi si rivelerà essere un agente doppio di Stalin. Nel 1944 fu trasferito in Italia come comandate dell’unità Z della SCI (Secret CounterIntellingence), dove usa informazioni che venivano dal programma britannico di decrittazione dei segnali tedeschi chiamato Ultra, quello che decifrò le macchine Enigma grazie al genio del matematico Alan Turing.
Da qui Angleton diresse praticamente ogni sviluppo del nostro Paese. Si racconta che fu lui a gestire i rapporti con la mafia, che permisero agli Alleati di sbarcare in Sicilia (si dice, tra i canti della popolazione: «Viva l’America! Viva la mafia!»).
Fu in contatto con l’allora sostituto Segretario di Stato Vaticano Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI – il quale, come raccontato da Renovatio 21, ha avuto un ruolo nel bloccare le richieste di armistizio con gli americani che i giapponesi avevano mandato attraverso la Santa Sede, cagionando quindi la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki.
Angleton favorì quindi la costituzione di un partito maggioritario non-comunista che dovesse ereditare il potere centrale: ecco la Democrazia Cristiana, la cui ideologia, va ricordato, ha pure una base di università americana: Jacques Maritain, l’ideologo del cattodemocratismo il cui libro Umanesimo Integrale i futuri capi della DC leggevano e discutevano durante la guerra, era un francese riparato negli USA dove era stato accolto dal sistema dell’accademia statunitense e dai suoi sponsor, economici e settari, che avevano bisogno di una forma di cattolicesimo compatibile con la democrazia liberale da impartire alle popolazioni europee «liberate».
Non solo bisogna calcolare l’influenza di Angleton sulla creazione della DC, ma anche sulla sua vittoria contro il PCI alle elezioni del 1948. Parimenti, un pensiero andrebbe fatto anche sulla sua influenza nel referendum monarchia/repubblica del 1946.
In pratica, è l’uomo che organizzò e vinse la lotta ideale e materiale al nazisfascismo, e poi plasmò il Paese sia nella sua forma visibile (la politica, il parlamento) che nel suo strato invisibile (i servizi segreti, la mafia). E non vogliamo nemmeno immaginare il suo ruolo riguardo la stesura della Costituzione. Angleton è un vero padre della patria.
La storiografia italiana, cioè quella dei professorini occhialuti forforosi panzoni mantenuti con i loro truogoli statal-partitici editoriali di cui si parlava prima, lo ricorda appena per la questione di Junio Valerio Borghese, il capo della Decima MAS cui Angleton riuscì ad evitare l’esecuzione portandolo da Milano a Roma vestito da ufficiale americano.
In seguito, sarebbe divenuto la «madre della CIA» (il padre dell’agenzia è considerato da taluni l’ammiraglio Donovan, che lo aveva reclutato). Pur mantenendo sempre spie in Italia che riportavano direttamente a lui, si occupò di quantità di operazioni mondiali (si dice che aiutò il programma nucleare israeliano), per poi concentrarsi nel controspionaggio interno americano, dove le talpe di Stalin abbondavano, e la rivelazione che il suo amico Philby era un traditore comunista lo sconvolse.
Il controspionaggio gli distrusse la mente, e qualcuno ha detto che questo fu il risultato di un programma esplicito del KGB, che gli faceva arrivare informazioni contrastanti e falsi disertori per confonderlo e farlo diventare paranoico. I suoi sospetti divennero incontrollabili. Diresse l’Operazione CHAOS con la quale spiava cittadini americani. Disse che il segretario di Stato Henry Kissinger era sotto l’influenza del KGB. Informò due volte la polizia canadese che il prima ministro di Ottawa Lester Pearson e il suo successore Pierre Trudeau (il padre dell’attuale premier Justin, che qualcuno ritiene però figlio biologico di Fidel Castro) erano agenti KGB, così come erano asset dei servizi sovietici il primo ministro svedese Olof Palme (poi trucidato a Stoccolma in un caso ancora irrisolto) e il cancelliere della Germania Ovest Willy Brandt (famoso per la sua Ostpolitick, politica di apertura verso oriente).
Angleton sospettava di chiunque. Era finito in quello che lui stesso chiamava, con l’estrema poesia di Thomas Eliot, «wilderness of the mirrors», il deserto degli specchi. Mondi fatti di riflessi, di ombre, di informazione, controinformazione, dove la propria lucidità è l’arma da cui si procede alla salvezza della propria parte, ma niente è come sembra, niente è davvero reale.
Nel 1974, in seguito ad un articolo di Seymour Hersh sul New York Times sullo stato del controspionaggio americano, Angleton si dimise. Era la viglia di Natale.
Quando morì di cancro del 1987 la sua famiglia era entrata in gruppi religiosi sikh, con l’influenza specifica del guru Harbhajan Singh Khalsa, detto Yogi Bhajan, santone dello yoga accusato poi di molestie sessuali da centinaia di donne sue seguaci.
Su Angleton vi sono due opere ragguardevoli – ma, bizzarramente, parliamo di film hollywoodiani e non di libri. Una è la miniserie The Company (2007), una storia della CIA basata sul romanzo di Robert Littel, dove Angleton è interpretato dal luciferino Michael Keaton. L’altra è la pellicola di Robert De Niro (che oltre ad essere uno dei più grandi attori della storia è un regista enorme) The Good Shepherd (2006), con Matt Damon e Angelina Jolie. Il film di De Niro, che non nomina direttamente Angleton ma se ne ispira dettagliosamente, pone con determinazione questioni sulle quali gli storici ancora cincischiano, come il rapporto tra CIA e mafia, continuato intensamente anche dopo la guerra, e soprattutto quello della CIA come sorta di società iniziatica nata dalla setta universitaria di Yale Skull and Bones (non nominata direttamente, ma rappresentata in modo egregio nei suoi riti di iniziazione umilianti).
Ma al di là di film, che peraltro nessuno ricorda, niente di niente. Sulla sua figura, così rilevante per la struttura stessa del nostro Paese, non c’è nulla, nessuno che lo voglia non dico celebrare, ma anche solo mandargli un pensiero grato. Tanti poteri che hanno prosperato dopo la liberazione dovrebbero ringraziarlo, invece niente. Magari lui non si offende: del resto era pagato per rimanere nell’ombra, e ci è voluto mezzo secolo prima che ci facessero sopra, timidamente, un film.
Di qui la proposta di Renovatio 21 per il prossimo 25 aprile: si faccia entrare Angleton nella toponomastica italiana. Via Angleton. Corso Angleton. Piazza Angleton.
Abbiamo nelle nostre città quantità di luoghi che portano il nome del satanico terrorista massonico Giuseppe Mazzini, che è morto in esilio come un Bin Laden qualunque. Immaginiamo che la superfetazione di vie mazziniane in Italia sia dovuta, oltre all’influenza di quelli col grembiule, che non manca mai, anche al fatto che si ritiene che il Giuseppe abbia contribuito alla forma dell’Italia attuale (compresa la strana mancanza di appetito del personaggio per territori italofoni come Malta, dove in effetti ci stavano gli inglesi etc.)
Quindi, a coloro che hanno nei decenni e nei secoli definito la forma del Bel Paese, perché non tributare il giusto?
È possibile pensare che, con tutto il rispetto per il nome della località del grande santuario mariano, si possa ribattezzare Piazzale Loreto come Piazza Angleton?
Sarebbe d’uopo. Se da Piazza Angleton poi partissero tutte le comitive del 25 aprile, NATO e ucraini inclusi, sarebbe un grado di onestà intellettuale per tutti.
Liberazione dalle menzogne e dall’ingratitudine, innanzitutto. No?
Roberto Dal Bosco
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«Stasi 2.0»: Merz vuole una polizia segreta
I parlamentari dell’opposizione tedesca hanno accusato il governo del cancelliere Friedrich Merz di voler creare una «polizia segreta» ampliando in modo drastico i poteri dei servizi segreti del Paese.
Le accuse sono emerse giovedì, durante il primo dibattito parlamentare sulla riforma, con i deputati di Alternativa per la Germania (AfD), Die Linke e Verdi che hanno espresso preoccupazioni su sorveglianza e diritti fondamentali. Il governo sostiene che i cambiamenti siano necessari per far fronte alle crescenti minacce alla sicurezza.
In base a una riforma approvata dal governo il mese scorso, l’agenzia di intelligence estera BND e il servizio di sicurezza interna BfV otterrebbero poteri operativi più ampi, potendo andare oltre la semplice raccolta e analisi di informazioni.
Tra le modifiche proposte, il BND potrebbe sabotare aziende straniere, penetrare in sistemi informatici esteri e disattivare armi considerate una minaccia per la Germania. Il BfV, invece, potrebbe entrare clandestinamente nelle abitazioni e accedere a computer e telefoni cellulari in determinate circostanze.
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Il ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt ha detto che la riforma inaugurerà una «nuova era», trasformando i servizi segreti del Paese in «vere e proprie agenzie di intelligence» in grado di contrastare attivamente le minacce, aggiungendo che la Germania deve portare i propri servizi al livello dei partner europei.
Il deputato dell’AfD Gottfried Curio ha definito la proposta di riforma del BfV «Stasi 2.0», in riferimento alla famigerata polizia segreta della Germania dell’Est, e ha definito la riforma un «colpo di stato contro lo stato di diritto». L’AfD, tuttavia, sostiene la concessione di maggiori poteri operativi al BND.
L’agenzia di intelligence tedesca BfV è a sua volta coinvolta in una battaglia legale con l’AfD. Nel 2025 l’agenzia aveva classificato il partito più popolare in Germania come un’organizzazione «di estrema destra confermata», ma a febbraio un tribunale di Colonia le ha impedito di applicare tale classificazione in attesa della conclusione del procedimento.
La sentenza è arrivata mesi prima che l’AfD ottenesse importanti successi alle elezioni regionali. All’inizio di questo mese ha conquistato il 43,8% dei voti in Sassonia-Anhalt e domenica scorsa il 38,3% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
Il deputato dei Verdi Konstantin von Notz ha detto che concedere al BfV poteri così ampi sarebbe un «grave errore» e ha messo in dubbio che alcune parti della riforma possano superare il vaglio della Corte costituzionale. Ciononostante ha appoggiato l’attribuzione di maggiori poteri al BND.
La deputata del partito di sinistra Clara Buenger è andata oltre, avvertendo che il BfV potrebbe diventare una «nuova polizia segreta tedesca».
«Qui si stanno calpestando i diritti fondamentali», ha affermato, sostenendo che l’agenzia otterrebbe poteri tradizionalmente riservati alla polizia.
Il dibattito si inserisce nel contesto della preparazione del governo Merz alla crescente influenza dell’AfD a livello regionale. The Telegraph e Die Welt hanno riportato a luglio che Berlino stava elaborando un «piano segreto» per contrastare il potenziale «ostruzionismo» delle autorità regionali, consentendo al governo federale di scavalcarle in caso di crisi.
Il governo tedesco vuole che la riforma dei servizi segreti entri in vigore all’inizio del 2027. Resta necessaria l’approvazione sia del Bundestag sia del Bundesrat.
Come riportato da Renovatio 21, la caccia dell’Intelligence germanico a AfD è risalente.
A livello federale, il partito di destra è soggetto a una classificazione di livello inferiore che consente comunque il monitoraggio, sebbene con controlli giudiziari più rigorosi. Tuttavia, le autorità federali hanno richiesto un innalzamento del livello di sorveglianza per l’AfD, e la decisione finale è attualmente sospesa in attesa dell’esito di un ricorso legale presentato dal partito.
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Come riportato da Renovatio 21, di recente è emersa una bozza di legge del governo tedesco introdurrebbe una norma che impedirebbe alle persone con opinioni «estremiste» di acquistare una casa.
La follia orwelliana in atto in Germania era stata condannata l’anno scorso dal segretario di Stato USA Marco Rubio e dal vicepresidente statunitense JD Vance.
La persecuzione civile e politica del partito è multidimensionale: nel giugno 2025 l capo della polizia del Bundestag tedesco, Uli Grötsch, ha chiesto che tutti i membri del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) vengano rimossi dal servizio di polizia.
Negli scorsi mesi il Bundesamt für Verfassungschutz (BfV) – il servizio di sicurezza interno, che secondo il nome dovrebbe difendere la Costituzione – mette sotto osservazione il partito: ad aprile 2023 era emerso che i servizi avevano etichettato l’organizzazione giovanile AfD come «estrema destra» in modo da poter sorvegliarne i membri. Pochi mesi fa il BfV aveva reiterato la classificazione di AfD come «estremista».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Julian Assange è tornato. La sua storia è complicata
Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha lasciato intendere che tornerà alla vita pubblica dopo una pausa successiva al suo rilascio dalla custodia britannica nel 2024.
L’attivista per la trasparenza ha trascorso cinque anni dietro le sbarre combattendo contro una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, che avrebbe potuto comportare una lunga condanna in un carcere di massima sicurezza americano. Alla fine ha raggiunto un accordo che gli ha garantito la libertà, in seguito a una campagna globale che esortava Washington a ritirare le accuse contro di lui.
L’account WikiLeaks su X ha annunciato giovedì il «ritorno» di Assange, pubblicando una foto in cui posa davanti a un murale che lo ritrae a Sydney, in Australia.
Assange ha ricondiviso il messaggio, confermando il suo ritorno e affermando che si tratta del primo post scritto personalmente da lui in otto anni.
I’m back. https://t.co/2e58azeJkt
— Julian Assange (@JulianAssange) September 17, 2026
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Sua moglie Stella ha detto che seguiranno ulteriori notizie la prossima settimana.
WikiLeaks è diventato un fenomeno globale nel 2010 dopo aver pubblicato un video trapelato che mostrava un attacco aereo militare statunitense a Baghdad nel 2007, in cui persero la vita almeno una dozzina di persone.
Il soldato Bradley Manning, poi transessualizatosi in carcere come «Chelsea», è stato arrestato e successivamente condannata nel 2013 per aver fornito a WikiLeaks il filmato e altro materiale militare statunitense secretato.
Il caso di spionaggio statunitense contro Assange si concentrava sull’ottenimento dei file da Manning, mentre i primi tentativi della Gran Bretagna di arrestarlo derivavano da un caso non correlato che i suoi sostenitori definirono fabbricato ad arte.
Assange ottenne asilo politico dall’Ecuador nel 2012 e trascorse anni all’interno dell’ambasciata del Paese sudamericano a Londra. Un cambio di governo a Quito portò infine l’Ecuador a revocargli l’asilo e a consentire alla polizia britannica di arrestarlo nel 2019.
In base all’accordo raggiunto con gli Stati Uniti nel 2024, Assange si è dichiarato colpevole di un singolo reato, ovvero di cospirazione per ottenere e divulgare documenti riservati statunitensi. È stato condannato a una pena pari al tempo già trascorso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. In Gran Bretagna, è stato condannato per violazione delle condizioni di libertà su cauzione.
Come riportato da Renovatio 21, sui piani di assassinare Assange da parte della CIA un giudice spagnolo aveva aperto un’inchiesta convocando l’ex direttore del servizio di Intelligence Mike Pompeo.
Da quando ha riacquistato la libertà, Assange ha fatto diverse apparizioni pubbliche. Mesi dopo la sua liberazione, si è rivolto all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo, in Francia, parlando della terribile esperienza che ha vissuto.
Nel 2025, ha partecipato a una marcia pro-palestinese a Sydney con circa 100.000 persone. Per qualche ragione, era in Piazza San Pietro pure nei giorni successivi alla morte di papa Bergoglio. Nel 2024 gli è stata pure formalmente conferita la cittadinanza onoraria di Roma Capitale.
🚨 Julian Assange attended Pope Francis’ funeral in St. Peter’s Square, Rome, with his family, expressing gratitude for the Pope’s support during his 14-year legal battle. Assange, freed in June 2024 after a U.S. plea deal, mingled among 400,000 mourners, including world leaders… pic.twitter.com/sjYzbfzV8P
— AɯƙɯαɾԃMαɱα™® (@AwkwardMamaNews) April 26, 2025
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Prima di fondare WikiLeaks nel 2006, Julian Assange ebbe una vita già estremamente movimentata. Nato nel 1971 a Townsville, in Australia, ebbe un’infanzia nomade: i genitori gestivano una compagnia teatrale itinerante e il ragazzo cambiò decine di scuole e abitazioni. Fu proprio durante l’adolescenza che si avvicinò all’informatica, diventando un hacker sotto lo pseudonimo di «Mendax» (dal latino «splendide mendax», un verso oraziano che significa «splendidamente bugiardo).
Insieme ad altri due giovani formò un gruppo chiamato «International Subversives», specializzato nel penetrare reti governative e militari particolarmente protette, tra cui sistemi della NASA, del Pentagono, della Nortel canadese e di varie università. Il gruppo seguiva un codice non scritto: osservare senza danneggiare né copiare i dati per fini personali, una sorta di etica hacker che Assange avrebbe poi rivendicato pubblicamente.
Nel 1991 la sua attività venne scoperta dalla polizia australiana, che lo incriminò con decine di capi d’accusa legati all’intrusione informatica; il processo si concluse nel 1996 con una condanna sostanzialmente simbolica, vista la giovane età e l’assenza di danni concreti. In quegli stessi anni Assange studiò fisica e matematica, lavorò come programmatore e cominciò a interessarsi di crittografia, ambito che lo portò più tardi a teorizzare i principi cardine di WikiLeaks.
Sui capelli bianchi, diventati un suo tratto distintivo, circolano diverse versioni mai confermate con certezza: la più diffusa è che siano il risultato di un incanutimento precoce dovuto allo stress accumulato durante l’adolescenza, quando la famiglia fu costretta a una vita fatta di continue fughe. Altre ricostruzioni, meno accreditate, parlano di un esperimento andato male con un tubo catodico o, più semplicemente, di una scelta estetica.
Proprio quella fuga era legata alla setta a cui la madre, Christine, si era legata tramite un compagno: «The Family», guidata dalla ex insegnante di yoga Anne Hamilton-Byrne (1921-2019), che si proclamava reincarnazione di Cristo e che il gruppo stesso definiva talvolta «Great White Brotherhood». La famiglia di Assange visse per anni nascosta proprio per sottrarsi all’influenza di quell’ambiente. Era circolata la notizia, propalata anche dal film The Fift State che i capelli bianchi di Julian potessero essere correlati all’usanza della setta «The Family» di tingere i capelli dei bambini di biondo platino o quasi bianco, una caratteristica quasi identificativa del gruppo, tanto che chi li vedeva li riconosceva a colpo d’occhio.
Alcuni articoli all’epoca avevano scherzato sul fatto che Assange abbia finito comunque per «copiare involontariamente» quel look.
«The Family» fu fondata a Melbourne negli anni Sessanta da Anne Hamilton-Byrne insieme al fisico e parapsicologo inglese Raynor Johnson, e i suoi due insediamenti principali, dove vivevano i bambini «adottati» illegalmente, si trovavano entrambi in territorio australiano, nella zona del Dandenong Ranges e sul Lago Eildon, in Victoria.
Tuttavia il gruppo ebbe anche una dimensione internazionale, seppure più limitata: secondo esperti di sette citati da diverse inchieste giornalistiche, «The Family» arrivò ad avere adepti e ramificazioni anche negli Stati Uniti e in altri paesi, e la stessa Hamilton-Byrne acquisì una proprietà a South Fallsburg, nello stato di New York, dove strinse legami con l’ambiente dello Yoga Siddha. Non a caso, quando fu infine arrestata nel 1993, dopo anni di latitanza, ciò avvenne proprio negli Stati Uniti, nelle Catskill Mountains, e non in Australia.
Il nucleo del movimento, il numero maggiore di adepti (circa cinquecento al suo apice, in gran parte professionisti come medici, avvocati e infermieri) e soprattutto i casi di abuso sui minori che portarono al crollo della setta restano un fenomeno essenzialmente australiano. La setta, come struttura organizzata e attiva, si è di fatto disgregata dopo il raid della polizia del 1987, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nella proprietà di Lake Eildon e sottrassero sei bambini rimasti nella comunità; molti adulti membri se ne andarono nel periodo successivo, alcuni fuggendo all’estero insieme alla stessa Hamilton-Byrne, che rimase latitante per anni prima di essere rintracciata.
Anne Hamilton-Byrne e il marito Bill Hamilton-Byrne furono catturati nel giugno 1993 nelle Catskill Mountains, nello stato di New York, al termine di una lunga indagine della polizia del Victoria guidata dal detective Lex de Man. L’accusa penale che portò alla loro condanna non riguardava però gli abusi, le violenze o la somministrazione di droghe ai bambini, difficili da provare in tribunale a distanza di anni e con testimoni minorenni all’epoca dei fatti: i due furono condannati soltanto per frode, in relazione alla falsificazione dei documenti anagrafici usati per registrare illegalmente come propri figli naturali i bambini «adottati» in modo irregolare, spesso tramite medici e avvocati compiacenti all’interno della setta. La pena finale fu estremamente lieve rispetto alla gravità delle vicende raccontate dalle vittime: una multa di appena 5.000 dollari australiani a testa.
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