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Piazza Angleton. Ricordo del vero liberatore dell’Italia

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L’anno scorso al 25 aprile vedemmo uno spettacolo indimenticabile. Alla marcia di Milano, quello in cui ogni sigla di sinistra possibile sfila da Piazzale Loreto – luogo del sacrifizio del cinghialone su cui si basa la Repubblica – ne accaddero di ogni.

 

Vedemmo, stropicciandoci molto gli occhi, comparire alla marcia… bandiere della NATO. Sì, proprio loro: e ci stavano pure delle persone, non dei robocani della Boston Dynamics, che le brandivano.

 

Spuntavano poi ovunque vessilli ucraini – si era a due mesi neanche dall’inizio dell’operazione militare speciale di Putin, che la sera prima aveva parlato dell’obiettivo, molto 25 aprile, di «denazificare» l’Ucraina.

 

Non sappiamo dire se a Milano sfilò anche qualcuno con i simboli del battaglione Azov, che all’epoca, prima del restyling con il quale si sono presentati pure a Washington, a Disneyland e a Tel Aviv, comprendevano una runa «dente di lupo» e un bel Sonnenrad, il «sole nero» della mistica SS.

 

C’è da dire che non tutti i presenti erano d’accordo. Ricordiamo con gusto il signore che apostrofava degli ucrainisti lì presenti dicendo loro «Azov dimmerda!!!».

 

Parimenti, gruppi di ragazzi di sinistra attaccavano l’allora segretario PD Letta accusandolo di essere «servo della NATO». I fanciulli goscisti, poverini, forse non sapevano che sia Letta che Renzi (tutti e due, poco tempo fa, capi di quello che fu il Partito Comunista) sono stati in lizza per il posto di Stoltenberg, cioè di segretario della NATO, vertice visibile del più grande e distruttivo patto militare della storia. Insomma, non esattamente «servi»: trovassero, i contestatori, un’altra definizione.

 

Tutto lo spettacolino, in fondo, era inevitabile, perché parlava dei nodi che, anche se a distanza di decenni, vengono al pettine. Chi ha liberato davvero l’Italia?

 

E poi: in Italia comanda chi l’ha liberata? Comanda chi l’ha liberata sulla carta, o chi l’ha liberata sul serio?

 

Tante foglie di fico, abbiamo visto, sono saltate. Quello che fu il partito comunista più grande d’Occidente ora difende l’americanismo più parossistico, il liberalismo più disperante, sostiene il regime di Kiev con le sue truppe di nazisti conclamati.

 

«Il 25 aprile si basa su un falso storico e cioè che siamo stati noi italiani a liberarci con le nostre stesse mani, mentre in realtà sono stati gli alleati angloamericani nelle cui file combattevano anche i razzisti sudafricani» ha dichiarato l’anziano giornalista, bastian contrario di professione, Massimo Fini in un’intervista all’Adnkronos. Non che siano partiti i dovuti 92 minuti di applausi di fantozziana memoria.

 

E allora, chi ha liberato l’Italia?

 

Beh, è facile dire che i partigiani hanno dato il cosiddetto «calcio dell’asino», che il grande lavoro lo hanno fatto le forze angloamericane.

 

E tale «lavoro», sappiamo bene cosa comprendeva: accordi con la mafia per lo sbarco in Sicilia, e poi bombardamenti a tappeto sulle nostre città, praticamente tutte, compresa Roma, fino a che, come non ne eravamo saturi. Saturation bombing, dicono, ma lo chiamano anche Strategic bombing, o meglio ancora, Terror bombing. Churchill ad un certo punto, dopo Dresda, lo ammise: era un «act of terror», era puro terrorismo. Dinanzi alle obiezioni del generale della RAF Arthur Harris, si rimangiò poi il commento.

 

L’Italia l’ha liberata «Pippo», in Italia lo chiamavano così, il bombardiere di cui mia nonna aveva ancora il terrore, perché quando arrivava doveva vestire i bambini che dormivano per trovare rifugio da qualche parte, e, mi raccontava, questi si riaddormentavano appena aveva finito di prepararli tutto.

 

«Pippo», mi disse mio zio, che era uno di quei bimbi, era ovunque, in una visione che non può dimenticare: «Pippo» copriva il cielo intero, c’erano così tanti aerei americani che era impossibile contarli, si poteva solo aspettare che finissero, che il cielo tornasse ad essere fatto di nuvole, e non di macchine di morte.

 

Sì: vogliono raccontarci che l’Italia è stata liberata da una gioventù comunista – scopertasi tale in pochi giorni – e non dall’immensa potenza cinetica dell’apparato di morte americano, quello che di lì a poco avrebbe spazzato via due intere città giapponesi con la potenza ultradistruttrice dell’atomo.

 

Torniamo a dire: semplice pensarla così. Semplice dire che è stata la forza degli angloidi a vincere la guerra e a denazificare l’Italia. In realtà in questo articolo, vorremmo fare un’altra cosa. Vorremmo fare qualche nome.

 

Ci sono figure con nome e cognome che, dietro le quinte, molto dietro le quinte, praticamente invisibili e misconosciuti ai più, hanno creato l’attuale Stato italiano. Ci sono agenti segreti, operativi sul terreno. Poi, più in su, vi sono menti decisive altissime, di quelle di cui non si sente parlare, anche perché parte del loro lavoro è fare in modo che non si parli di loro, e la Storia sembri qualcosa di lineare, naturale, progressiva, e non qualcosa di scelto da un potere terreno superiore.

 

Tra gli operativi sul campo da qualche anno si è cominciato a parlare di Richard «Dick» Mallaby (1919-1981), britannico cresciuto tra i campi da the dello Sri Lanka e le colline toscane. Divenuto spia dello Special Operations Executive (SOE) durante la guerra, fu utilizzato da Londra per favorire l’armistizio con gli angloamericani. Di fatto, dopo la proclamazione dell’armistizio del 1943, Mallaby viaggiò incorporato alla corte del Re e del Badoglio da Roma a Brindisi: una figura segretamente fondamentale in quella che si chiama «la resa degli ottocentomila». Successivamente Mallaby lavorò alla NATO, fino al 1981, quando morì a Verona. Al suo funerale era presente il generale Dozier, quello rapito dalle Brigate Rosse. Attualmente, tra film e teatri, circola la nipote Elettra, attrice di fascino magnetico, che come nonno materno ha Giussy Farina, il presidente che ha venduto il Milan a Berlusconi.

 

Se passiamo alle menti che davvero conquistarono l’Italia, il nome da fare è quello di James Jesus Angleton (1917-1987).

 

Pochissimi sanno di chi si tratta. La storiografia italiana, quella fatta di tanti comunisti inutili attaccati alle varie greppie accademico-editoriale che elargiscono stipendi e pubblicazione di libri inutili, lo ignora da sempre – nonostante i segni della sua importanza siano autoevidenti. Così come sono lampanti i tratti di grande dramma, di tragedia, di poesia, l’arco esistenziale romantico (diciamo così) che promana dalla sua figura.

 

Angleton era nato a Boise, in Idaho, da un ufficiale di cavalleria statunitense ed una messicana. Passò la gioventù a Milano, perché al padre era stato affidato il ramo italiano della NCR, una ditta di registratori di cassa. Studiò brevemente in Inghilterra per poi laurearsi a Yale. La sua materia era la poesia, in particolare quella modernista, astratta ad ermetica (William Carlos Williams, e. e. Cummings, Thomas S. Eliot, soprattutto Ezra Pound, con cui corrispondeva, anche quando nel dopoguerra lo teneva al gabbio) del periodo tra le due guerre. Poeta lui stesso, era redattore della rivista studentesca di poesia Furioso.

 

Mel 1943 fu arruolato dall’esercito, anche se in realtà lavoro immediatamente per l’OSS, l’agenzia di spionaggio antesignana della CIA, per dirigerne la branca italiana. Mandato a Londra, divenne amico di Kim Philby, che poi si rivelerà essere un agente doppio di Stalin. Nel 1944 fu trasferito in Italia come comandate dell’unità Z della SCI (Secret CounterIntellingence), dove usa informazioni che venivano dal programma britannico di decrittazione dei segnali tedeschi chiamato Ultra, quello che decifrò le macchine Enigma grazie al genio del matematico Alan Turing.

 

Da qui Angleton diresse praticamente ogni sviluppo del nostro Paese. Si racconta che fu lui a gestire i rapporti con la mafia, che permisero agli Alleati di sbarcare in Sicilia (si dice, tra i canti della popolazione: «Viva l’America! Viva la mafia!»).

 

Fu in contatto con l’allora sostituto Segretario di Stato Vaticano Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI – il quale, come raccontato da Renovatio 21, ha avuto un ruolo nel bloccare le richieste di armistizio con gli americani che i giapponesi avevano mandato attraverso la Santa Sede, cagionando quindi la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki.

 

Angleton favorì quindi la costituzione di un partito maggioritario non-comunista che dovesse ereditare il potere centrale: ecco la Democrazia Cristiana, la cui ideologia, va ricordato, ha pure una base di università americana: Jacques Maritain, l’ideologo del cattodemocratismo il cui libro Umanesimo Integrale i futuri capi della DC leggevano e discutevano durante la guerra, era un francese riparato negli USA dove era stato accolto dal sistema dell’accademia statunitense e dai suoi sponsor, economici e settari, che avevano bisogno di una forma di cattolicesimo compatibile con la democrazia liberale da impartire alle popolazioni europee «liberate».

 

Non solo bisogna calcolare l’influenza di Angleton sulla creazione della DC, ma anche sulla sua vittoria contro il PCI alle elezioni del 1948. Parimenti, un pensiero andrebbe fatto anche sulla sua influenza nel referendum monarchia/repubblica del 1946.

 

In pratica, è l’uomo che organizzò e vinse la lotta ideale e materiale al nazisfascismo, e poi plasmò il Paese sia nella sua forma visibile (la politica, il parlamento) che nel suo strato invisibile (i servizi segreti, la mafia). E non vogliamo nemmeno immaginare il suo ruolo riguardo la stesura della Costituzione. Angleton è un vero padre della patria.

 

La storiografia italiana, cioè quella dei professorini occhialuti forforosi panzoni mantenuti con i loro truogoli statal-partitici editoriali di cui si parlava prima, lo ricorda appena per la questione di Junio Valerio Borghese, il capo della Decima MAS cui Angleton riuscì ad evitare l’esecuzione portandolo da Milano a Roma vestito da ufficiale americano.

 

In seguito, sarebbe divenuto la «madre della CIA» (il padre dell’agenzia è considerato da taluni l’ammiraglio Donovan, che lo aveva reclutato). Pur mantenendo sempre spie in Italia che riportavano direttamente a lui, si occupò di quantità di operazioni mondiali (si dice che aiutò il programma nucleare israeliano), per poi concentrarsi nel controspionaggio interno americano, dove le talpe di Stalin abbondavano, e la rivelazione che il suo amico Philby era un traditore comunista lo sconvolse.

 

Il controspionaggio gli distrusse la mente, e qualcuno ha detto che questo fu il risultato di un programma esplicito del KGB, che gli faceva arrivare informazioni contrastanti e falsi disertori per confonderlo e farlo diventare paranoico. I suoi sospetti divennero incontrollabili. Diresse l’Operazione CHAOS con la quale spiava cittadini americani. Disse che il segretario di Stato Henry Kissinger era sotto l’influenza del KGB. Informò due volte la polizia canadese che il prima ministro di Ottawa Lester Pearson e il suo successore Pierre Trudeau (il padre dell’attuale premier Justin, che qualcuno ritiene però figlio biologico di Fidel Castro) erano agenti KGB, così come erano asset dei servizi sovietici il primo ministro svedese Olof Palme (poi trucidato a Stoccolma in un caso ancora irrisolto) e il cancelliere della Germania Ovest Willy Brandt (famoso per la sua Ostpolitick, politica di apertura verso oriente).

 

Angleton sospettava di chiunque. Era finito in quello che lui stesso chiamava, con l’estrema poesia di Thomas Eliot, «wilderness of the mirrors», il deserto degli specchi. Mondi fatti di riflessi, di ombre, di informazione, controinformazione, dove la propria lucidità è l’arma da cui si procede alla salvezza della propria parte, ma niente è come sembra, niente è davvero reale.

 

Nel 1974, in seguito ad un articolo di Seymour Hersh sul New York Times sullo stato del controspionaggio americano, Angleton si dimise. Era la viglia di Natale.

 

Quando morì di cancro del 1987 la sua famiglia era entrata in gruppi religiosi sikh, con l’influenza specifica del guru Harbhajan Singh Khalsa, detto Yogi Bhajan, santone dello yoga accusato poi di molestie sessuali da centinaia di donne sue seguaci.

 

Su Angleton vi sono due opere ragguardevoli – ma, bizzarramente, parliamo di film hollywoodiani e non di libri. Una è la miniserie The Company (2007), una storia della CIA basata sul romanzo di Robert Littel, dove Angleton è interpretato dal luciferino Michael Keaton. L’altra è la pellicola di Robert De Niro (che oltre ad essere uno dei più grandi attori della storia è un regista enorme) The Good Shepherd (2006), con Matt Damon e Angelina Jolie. Il film di De Niro, che non nomina direttamente Angleton ma se ne ispira dettagliosamente, pone con determinazione questioni sulle quali gli storici ancora cincischiano, come il rapporto tra CIA e mafia, continuato intensamente anche dopo la guerra, e soprattutto quello della CIA come sorta di società iniziatica nata dalla setta universitaria di Yale Skull and Bones (non nominata direttamente, ma rappresentata in modo egregio nei suoi riti di iniziazione umilianti).

 

Ma al di là di film, che peraltro nessuno ricorda, niente di niente. Sulla sua figura, così rilevante per la struttura stessa del nostro Paese, non c’è nulla, nessuno che lo voglia non dico celebrare, ma anche solo mandargli un pensiero grato. Tanti poteri che hanno prosperato dopo la liberazione dovrebbero ringraziarlo, invece niente. Magari lui non si offende: del resto era pagato per rimanere nell’ombra, e ci è voluto mezzo secolo prima che ci facessero sopra, timidamente, un film.

 

Di qui la proposta di Renovatio 21 per il prossimo 25 aprile: si faccia entrare Angleton nella toponomastica italiana. Via Angleton. Corso Angleton. Piazza Angleton.

 

Abbiamo nelle nostre città quantità di luoghi che portano il nome del satanico terrorista massonico Giuseppe Mazzini, che è morto in esilio come un Bin Laden qualunque. Immaginiamo che la superfetazione di vie mazziniane in Italia sia dovuta, oltre all’influenza di quelli col grembiule, che non manca mai, anche al fatto che si ritiene che il Giuseppe abbia contribuito alla forma dell’Italia attuale (compresa la strana mancanza di appetito del personaggio per territori italofoni come Malta, dove in effetti ci stavano gli inglesi etc.)

 

Quindi, a coloro che hanno nei decenni e nei secoli definito la forma del Bel Paese, perché non tributare il giusto?

 

È possibile pensare che, con tutto il rispetto per il nome della località del grande santuario mariano, si possa ribattezzare Piazzale Loreto come Piazza Angleton?

 

Sarebbe d’uopo. Se da Piazza Angleton poi partissero tutte le comitive del 25 aprile, NATO e ucraini inclusi, sarebbe un grado di onestà intellettuale per tutti.

 

Liberazione dalle menzogne e dall’ingratitudine, innanzitutto. No?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Pentagono accusa l’ex capo dell’aviazione di aver divulgato segreti di Stato sull’aereo di Trump

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Il Pentagono ha revocato l’autorizzazione di sicurezza all’ex capo dell’aeronautica americana Frank Kendall, accusato di aver rivelato informazioni secretate sull’aereo presidenziale donato a Donald Trump dal Qatar.

 

«Questo provvedimento fa seguito alla sua divulgazione non autorizzata di informazioni classificate riguardanti le capacità dell’Air Force One a un organo di stampa», ha dichiarato venerdì il portavoce del Pentagono Sean Parnell in un comunicato pubblicato su X.

 

«La salvaguardia delle informazioni classificate è un dovere non negoziabile. Chi viola questa fiducia perde il privilegio di accesso e qualsiasi ruolo che lo richieda», ha aggiunto.

 

Il provvedimento è stato adottato dopo che diverse testate avevano riferito che il Boeing 747-8 di lusso modificato, donato a Trump dal governo qatariota lo scorso anno, non disponeva delle stesse capacità di sicurezza e difesa del più anziano Air Force One.

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Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso Trump avrebbe sostituito l’aereo ricevuto dal Qatar con l’Air Force One originale per il volo dal vertice NATO in Turchia alla Gran Bretagna, temendo un complotto iraniano contro la sua vita.

 

Sempre il mese scorso il dipartimento di Giustizia aveva emesso mandati di comparizione nei confronti dei giornalisti del NYT dopo la pubblicazione di un articolo che illustrava in dettaglio le preoccupazioni sulla sicurezza dell’aereo. I mandati sono stati successivamente ritirati dopo che un giudice aveva ritenuto l’indagine lesiva delle tutele riconosciute ai giornalisti.

 

Il Kendall, che ha ricoperto l’incarico sotto Joe Biden tra il 2021 e il 2025, aveva dichiarato alla CNN il mese scorso di ritenere che il nuovo jet avrebbe necessitato di tre o quattro anni di modifiche per raggiungere gli standard dei precedenti aerei presidenziali in materia di supporto vitale, comunicazioni e sicurezza.

 

Trump ha più volte accusato i media di diffondere notizie «false» su di lui e sulla sua presidenza e ha tentato di contrastare le fughe di notizie. Più di recente ha annunciato di voler dare la caccia e far incarcerare chi divulga informazioni riservate, dopo le notizie secondo cui gli Stati Uniti avrebbero esaurito gran parte del loro arsenale missilistico durante la guerra con l’Iran, smentendo tale affermazione, definendo le scorte di munizioni del Paese «illimitate». Lo stesso Trump ha ventilato l’ipotesi che le industrie automobilistiche americane possano essere riconvertite nella produzione di missili.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi giorni l’elicottero di Trump, il Marine One, avrebbe rischiato la collisione con un aereo di linea.

 

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I fratelli Dulles nel governo Eisenhower

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Wright Mills (1916-19162), sociologo del primissimo dopoguerra, pilastro del pensiero della nuova sinistra americana che porterà alle ribellioni degli anni Sessanta, fu uno dei primi che riconobbe l’invocazione alla sicurezza nazionale la scusa perfetta delle elites per travestire qualsiasi operazione. I fratelli John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Dulles (1893-1969) si rivelarono i maestri indiscussi nello sfruttare l’opportunità della guerra fredda e l’ammucchiata con il governo Eisenhower contribuì a raggiungere l’apice.    Dwight D. «Ike» Eisenhower (1890-1969), dopo la grande carriera nel mondo militare, dove divenne generale e contribuì a guidare l’esercito americano alla vittoria della seconda guerra mondiale, divenne talmente popolare da essere spendibile come presidente degli Stati Uniti. Dopo essere stato corteggiato invano da Harry Truman (1884-1972) per candidarsi con i liberali, si fece caricare in rampa di lancio dall’accoppiata repubblicana fratelli Dulles e il governatore di New York, Thomas E. Dewey (1902-1971) per le elezioni del 1952.    Eisenhower amava la compagnia di persone ricche e potenti. Riempì il suo governo di persone legate alla cerchia che dominava la New York dell’epoca Dulles-Dewey-Rockefeller-Luce. Herbert Brownell (1904-1996), avvocato rampante di Wall Street, venne nominato procuratore generale per la sua campagna. Charles Wilson (1890-1961), CEO della General Motors venne scelto per guidare il dipartimento della difesa. Il presidente della Chase Manhattan ed ex diplomatico John McCloy (1895-1989) divenne consigliere per la sicurezza nazionale.    I due fratelli Dulles però ottenero i due ruoli più importanti riguardo la politica estera statunitense che da quel momento divenne un affare personale di famiglia. Se il maggiore John Foster ottenne la segreteria di stato il fratello minore Allen invece la direzione dei servizi segreti alla CIA. 

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La politica estera del governo Eisenhower diede uno scossone alla linea intrapresa dal suo predecessore Harry Truman passando dal concetto del containment a quello del rollback. La politica estera si può rifare per intero al documento pubblicato da Life di Henry Luce il 19 maggio del 1952 dal nome di A policy of Boldness, «Una politica di audacia». In questo articolo verranno descritti tutti i punti fondamentali che staranno alla base della politica estera statunitense per oltre un decennio a venire.    La più importante, tale che divenne anche il termine con cui si identificava l’intera politica estera, fu quella del rollback. Sosteneva che, anziché contenere l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avrebbero dovuto contrastare le conquiste comuniste nell’Europa orientale e altrove. Le altre due idee erano la rappresaglia massiccia e la politica del rischio calcolato.    La rappresaglia massiccia sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto, per usare le parole di Dulles, sviluppare la capacità «di reagire immediatamente a un’aggressione aperta da parte degli eserciti rossi, in modo che, se ciò si verificasse ovunque, potremmo e dovremmo colpire dove fa più male, con i mezzi che sceglieremmo».   La politica del rischio calcolato si riferiva al rifiuto di cedere in una situazione di crisi, anche a costo di rischiare la guerra. Come scrisse Dulles, «la capacità di arrivare sull’orlo del baratro senza entrare in guerra è l’arte necessaria. Se non la si padroneggia, si finisce inevitabilmente in guerra. Se si cerca di fuggire, se si ha paura di arrivare sull’orlo del baratro, si è perduti».   «Il comunismo sovietico», aveva scritto il segretario di Stato, «parte da una premessa atea, senza Dio. Tutto il resto deriva da questa premessa. Se non c’è Dio, non c’è legge morale o naturale… Poiché non c’è legge morale, non esiste il concetto di diritto o giustizia astratta. Le leggi sono i mezzi, i decreti, con cui la dittatura del proletariato impone la sua volontà per reprimere la resistenza dei suoi nemici di classe… C’è il dovere di estendere questo sistema a tutto il mondo».   «L’arena è immensa», scriveva Foster nel suo libro Guerra o Pace. «Comprende il mondo intero e tutte le forze politiche, militari, economiche e spirituali al suo interno». I luoghi in cui gli Stati Uniti intervennero negli anni sotto la sua segreteria furono diversi: Corea, Indocina, Stretto di Formosa, Iran, Guatemala, Giordania, Libano, Quemoy (un piccolo arcipelago di isole amministrato da Taiwan), Berlino.   La sua prima decisione fu quella di affrontare la minaccia della Cina comunista considerando tutto il confine cinese dalla Corea alla Malaya come un tutt’uno. Si schierò dalla parte di Chiang Kai-shek e ordinò alla settima flotta della marina statunitense di posizionarsi a difesa dello stretto di Formosa e dei nazionalisti cinesi.   Successivamente convinse Nehru a spingere Mao alla firma del trattato di Panmunjeom nel 1953 così da raggiungere l’armistizio e la fine della guerra di Corea. Diversamente decise di non intervenire nelle rivolte di Berlino est e nella rivoluzione ungherese quando i freedom fighters magiari chiesero ma non ottennero aiuti dall’Ovest. 

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L’aggiunta del fratello minore Allen, alla direzione dei servizi segreti americani, completò il puzzle. La CIA divenne un vasto reame personale, di sicuro la più importante e la meno controllata agenzia di tutto il governo Eisenhower.    Come gli States costruivano la loro presenza nel mondo del dopoguerra con centinaia di basi militari in decine di diverse nazioni, le grandi corporations americane investivano in petrolio, miniere, agricoltura in ogni continente. Eisenhower considerava la CIA come l’agenzia col maggior rapporto costo beneficio per gestire gli interessi americani oltre mare.   Secondo il giornalista David Halberstam (1934-2007), non si trattava più di una democrazia ma di uno Stato chiuso all’interno di uno Stato aperto.   Marco Dolcetta Capuzzo

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La CIA interviene a Cuba

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Gli Stati Uniti hanno incrementato la presenza dei loro servizi segreti a Cuba negli ultimi mesi, nel tentativo di spingere il regime comunista del paese a riformarsi o a cadere. Lo riporta Politico, che cita due persone a conoscenza dei piani dell’amministrazione Trump per l’isola comunista caraibica.

 

Tali mosse di Intelligence potrebbero preannunciare azioni che vanno da un’operazione militare statunitense a Cuba a un intensificarsi degli sforzi per aizzare funzionari cubani o semplici cittadini contro il regime.

 

Uno degli intervistati ha affermato che gli Stati Uniti hanno recentemente inviato spie e informatori a Cuba. La persona si è rifiutata di specificare la portata dell’intensificazione delle attività di raccolta di informazioni o quali agenzie statunitensi siano coinvolte, per non rischiare di fornire dettagli che potrebbero compromettere le operazioni. Gli Stati Uniti contano 18 uffici e agenzie che compongono la comunità di Intelligence.

 

La seconda persona ha descritto la mossa come un recente aumento della «presenza» della CIA, ma si è rifiutata di specificare le tempistiche o chi fosse coinvolto.
Ad entrambe le persone è stato garantito l’anonimato poiché l’argomento riguarda informazioni sensibili.

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Le spie della CIA sono generalmente o cittadini di altri paesi che rubano segreti per conto degli Stati Uniti, noti come «agenti», oppure professionisti dell’intelligence statunitense stipendiati che reclutano stranieri per farlo, noti come «ufficiali». La CIA, che ha un’ala paramilitare, utilizza anche vari mezzi tecnologici e di altro tipo per svolgere le sue attività.

 

Da decenni gli Stati Uniti svolgono attività di Intelligence a Cuba, così come in tutto il mondo. Tuttavia, negli ultimi anni il lavoro della CIA e delle agenzie collegate a Cuba è stato ostacolato, in parte a causa della riduzione del personale dovuta ai cosiddetti incidenti della sindrome dell’Avana.

 

La prima persona ha descritto l’aumento della presenza dei servizi segreti come un passo tattico fondamentale che potrebbe spianare la strada a un’incursione militare statunitense. Tuttavia, ha sottolineato che i contorni di una simile operazione sono tutt’altro che chiari. Cuba si trova a sole 90 miglia dalle coste degli Stati Uniti.
Le operazioni militari statunitensi sono spesso precedute da un’intensificazione dell’attività di intelligence americana.

 

Secondo quanto riferito, gli sforzi della CIA per rintracciare il leader venezuelano Nicolas Maduro hanno giocato un ruolo cruciale nel successo dell’operazione statunitense che ha portato alla sua cattura, lo scorso gennaio.

 

L’amministrazione «intende utilizzare tutti gli strumenti convenzionali, comprese le risorse della comunità dell’intelligence», per spingere i leader cubani al cambiamento, ha affermato la seconda fonte. Ha aggiunto che il presidente Donald Trump continua a «preferire la diplomazia» per raggiungere tale obiettivo.
Di recente, l’amministrazione Trump si è concentrata in modo particolare sulla guerra con l’Iran, che si protrae ormai da sei mesi. Ciononostante, ha contemporaneamente intensificato la pressione su Cuba, imponendo un blocco energetico che ha lasciato l’isola in gran parte al buio.

 

La prima persona ha detto: «Non è necessario risolvere la questione iraniana prima di andare lì». Ha poi aggiunto che Cuba è una «priorità assoluta per Rubio», riferendosi al Segretario di Stato Marco Rubio.

 

Come riportato da Renovatio 21, a maggio, l’amministrazione Trump ha inviato a Cuba il direttore della CIA John Ratcliffe per avvertire il regime della necessità di riforme fondamentali. Pochi giorni dopo, il dipartimento di Giustizia ha formalizzato le accuse contro l’ex presidente cubano Raul Castro in relazione alla morte, avvenuta nel 1996, di quattro persone che cercavano di soccorrere degli esuli cubani in mare.

 

Il Raul, fratello del dittatore cubano Fidel Castro, era ministro della Difesa al momento dell’incidente, che coinvolse aerei da combattimento cubani.
L’amministrazione Trump ha inoltre citato un’incriminazione del 2020 contro Maduro per giustificare la sua cattura avvenuta a gennaio. Il regime venezuelano è ora di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti dalla sua cattura.

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Rubio, di origini cubane, ha seguito da vicino gli sforzi americani sia a Cuba che in Venezuela, facendo intendere di aver perso la pazienza con il regime cubano, che si è dimostrato in gran parte restio alle richieste statunitensi di importanti cambiamenti economici e di altro tipo.

 

L’amministrazione Trump ha inoltre intensificato la comunicazione pubblica volta a minare il regime dell’Avana. Il dipartimento di Stato ha recentemente pubblicato un lungo documento intitolato «Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo», che accusa il regime cubano di decenni di malversazioni. Le accuse si inseriscono in una più ampia offensiva, guidata da Trump, contro i cosiddetti comunisti e socialisti, coinvolgendo anche alcuni politici statunitensi oppositori del presidente.

Il mese scorso l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Voler Turk ha dichiarato che il blocco USA contro l’isola uccide i bambini.

 

I militari cubani temono l’invasione USA, mentre questi ultimi temono un attacco contro la base di Guantanamo. Tuttavia, un mese fa, i capi militari dei due Paesi si sono incontrati proprio a Guantanamo.

 

Come riportato da Renovatio 21, a cercare colloquio con Washington vi sarebbe anche il giovane nipote del presidente cubano Castro, Raul Guillermo Rodriguez Castro.

 

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