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Geopolitica

Presidente del Congresso Ebraico Mondiale ammette: Israele sta perdendo la guerra per le menti

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Ronald Lauder ha dichiarato a un pubblico che «dal 7 ottobre tutte le organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti hanno speso oltre 600 milioni di dollari per combattere questa valanga di antisemitismo». «Ho una domanda: è servito a qualcosa? Tutti questi soldi hanno fermato, hanno rallentato l’odio contro di noi? La risposta è no».

 

Lauder ha spiegato che il denaro ebraico non è riuscito a plasmare la mentalità americana «perché gli antisemiti hanno già accesso a tutti i fatti», aggiungendo che gli antisemiti  non sono interessati ai fatti o alla verità. «Hanno la loro narrativa psicotica».

 

Questa narrazione, secondo Lauder, «attribuisce agli ebrei la colpa di tutto e di più». osservando che la gente incolpa Israele di tutto, dalla guerra di Gaza al COVID, al riscaldamento globale e agli alti prezzi della benzina.

 


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Lauder ha sostenuto che gli ebrei devono volgersi verso l’interno e concentrarsi su se stessi anziché sul loro attuale approccio esteriore. È rilevante notare che anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente dichiarato che il suo Paese sta perdendo la guerra di propaganda sui social media.

 

Il miliardario ha inoltre ammesso l’influenza ebraica sul governo degli Stati Uniti. «Il fatto che io sia americano e che parli a nome dell’America e del nostro presidente mi conferisce questo potere», ha dichiarato.

 

Il Lauder, 82 anni, è l’erede della società di cosmetici Estée Lauder Companies, fondata dai genitori Estée Lauder e Joseph Lauder nel 1946. Nel 1986 era stato nominato ambasciatore a Vienna dal presidente Ronaldo Reagan. Tre anni dopo aveva cercato di divenire sindaco di Nuova York nella corsa contro Rudy Giuliani.

 

Il magnate è un forte sostenitore del Likud, il partito di Netanyahu. Nel 1998, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu chiese a Lauder di avviare i negoziati di «Track II» con il leader siriano Hafez al-Assad; questi colloqui proseguirono anche dopo l’elezione di Ehud Barak alla carica di premier.

 

Lauder riferì una rinnovata disponibilità da parte di Assad a scendere a compromessi con gli israeliani nell’ambito di un accordo globale «terra in cambio di pace», e la sua bozza di «Trattato di pace tra Israele e Siria» costituì una parte importante dei negoziati israelo-siriani (alla fine infruttuosi) svoltisi nel gennaio 2000 a Shepherdstown, in West Virginia.

 

Il filantropo è coinvolto in svariate organizzazioni giudaiche come la Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, il Jewish National Fund, il World Jewish Congress, l’American Jewish Joint Distribution Committee, l’Anti-Defamation League, il Jewish Theological Seminary, il Rabbinical College of America, Brandeis University e Abraham Fund.

 

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Immagine di Michael Thaidigsmann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Geopolitica

Gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi segreti contro l’Iran

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Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) avrebbero condotto attacchi segreti contro l’Iran in risposta agli assalti alle sue infrastrutture. Lo ha riportato lunedì dal Wall Street Journal, che cita alcune fonti.   Secondo gli analisti, questi attacchi indicano che Abu Dhabi è sempre più incline ad agire in modo autonomo, anziché dipendere esclusivamente dalla deterrenza statunitense, in un contesto di crescente frustrazione verso Washington.   L’articolo evidenzia, tra gli attacchi non rivendicati, quello contro una raffineria sull’isola iraniana di Lavan all’inizio di aprile, poco prima che il presidente statunitense Donald Trump annunciasse il cessate il fuoco nella campagna congiunta israelo-americana contro Teheran. L’Iran ha sostenuto che il sito era stato colpito da un attacco nemico e ha replicato con lanci di missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, entrambi sedi di importanti basi statunitensi.

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Il Wall Street Journal non ha indicato date per gli altri presunti attacchi. Il Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha evitato di commentare, ma ha richiamato precedenti dichiarazioni in cui affermava il proprio diritto di rispondere, anche militarmente, a «un’aggressione iraniana non provocata».   Dall’inizio della guerra, l’Iran ha concentrato gran parte dei suoi attacchi sugli Emirati Arabi Uniti, lanciando oltre 2.800 missili e droni e definendo Abu Dhabi una «base ostile» a causa dei suoi legami con Washington e Israele. Pur con un tasso di intercettazione dichiarato intorno al 95%, gli attacchi e i detriti hanno provocato danni, vittime e disagi economici.   Le ipotesi su un coinvolgimento diretto degli Emirati Arabi Uniti circolano dalla metà di marzo, quando alcuni aerei e droni non identificati sarebbero stati avvistati sopra l’Iran. Gli osservatori hanno rilevato somiglianze con i caccia francesi Mirage e i droni cinesi Wing Loong, entrambi in dotazione agli Emirati.   «Sono molto forti in termini di attacchi di precisione, difesa aerea, sorveglianza aerea, rifornimento in volo e logistica», ha dichiarato al Wall Street Journal il tenente generale in pensione dell’aeronautica statunitense Dave Deptula. «Se si dispone di un’aeronautica militare di tali capacità, perché restare a guardare e subire attacchi dall’Iran senza reagire?»   Alcuni analisti sostengono che l’azione segreta rifletta la crescente frustrazione verso Washington, poiché gli Stati del Golfo si sentono sempre più abbandonati da quello che considerano un fallimento della risposta statunitense agli attacchi iraniani. Nonostante il fragile cessate il fuoco, la scorsa settimana gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver colpito il loro territorio, incendiando un impianto petrolifero a Fujairah e ferendo tre persone: un attacco che Trump non ha né condannato né commentato.   «Dal punto di vista degli Stati del Golfo, sembra che gli Stati Uniti non stiano dando priorità alla loro sicurezza e che, in sostanza, li abbiano abbandonati al loro destino», ha dichiarato Dania Thafer, direttrice del Gulf International Forum, alla testata neoeboracena.

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«Se pensavate di comprarvi la lealtà americana, ora penserete che una base americana non faccia altro che rendervi un bersaglio, mentre gli Stati Uniti sono altrettanto propensi a tradirmi», ha affermato il maresciallo dell’aeronautica in pensione Edward Stringer, ex capo delle operazioni presso il Ministero della Difesa britannico.   Abdulkhaleq Abdulla, ex consigliere del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, il mese scorso ha chiesto la chiusura delle basi statunitensi, sostenendo che rappresentano «un peso» piuttosto che una «risorsa strategica».   Gli Emirati Arabi Uniti hanno inoltre segnalato una rottura più ampia con gli allineamenti tradizionali, anche al di là della sicurezza. La recente decisione di abbandonare l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), motivata dall’intenzione di seguire un percorso economico e strategico più «sovrano», suggerisce che Abu Dhabi sia sempre più disposta ad agire in modo indipendente.

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Geopolitica

Agenti delle Guardie Rivoluzionarie iraniane tentano di infiltrarsi in Kuwait: scontro a fuoco

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Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale kuwaitiana KUNA, alcuni membri delle Guardie Rivoluzionarie iraniane avrebbero tentato di entrare in Kuwaut via mare. Ne è scaturito uno scontro a fuoco e il ministero ha successivamente confermato che un membro delle forze armate kuwaitiane è rimasto gravemente ferito negli scontri con il piccolo gruppo di iraniani infiltrati.

 

Il ministero dell’Interno ha accusato gli agenti delle Guardie Rivoluzionarie di voler intraprendere attività «ostili» all’interno del Kuwait. «Durante gli interrogatori, il gruppo di infiltrati in territorio kuwaitiano ha confessato la propria affiliazione alle Guardie Rivoluzionarie della Repubblica Islamica dell’Iran», ha dichiarato il ministero.

 

A quanto pare, solo due membri del gruppo iraniano sono stati arrestati, mentre due sono riusciti a fuggire, stando a una prima dichiarazione. Per quanto riguarda gli agenti in custodia, «hanno confessato di essere stati incaricati di infiltrarsi nell’isola di Bubiyan a bordo di un peschereccio noleggiato appositamente per compiere atti ostili contro il Kuwait», aggiunge la dichiarazione ufficiale kuwaitiana.

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Altre fonti, tra cui il ministero della Difesa, affermano che tutti e quattro sono stati arrestati e identificati, sebbene le prime notizie siano contrastanti. Il ministero della Difesa del Kuwait ha riferito il 3 maggio che il colonnello della marina Amir Hossein Abdolmohammad Zaraei, il colonnello della marina Abdolsamad Yedaleh Ghanavati, il capitano della marina Ahmad Jamshid Gholamreza Zolfaghari e il primo tenente Mohammad Hossein Sohrab Foroughi Rad erano stati arrestati nelle acque territoriali dopo aver tentato di infiltrarsi nell’isola di Bubiyan.

 

Durante lo scontro, le forze armate kuwaitiane di stanza sull’isola di Bubiyan hanno ingaggiato uno scontro a fuoco con gli uomini, provocando il grave ferimento di un militare.

 

Bubiyan è la più grande di un arcipelago di otto isole appartenenti al Kuwait, situate nell’angolo nord-occidentale del Golfo Persico. È importante sottolineare che quest’isola ospita il porto di Mubarak Al Kabeer, parte integrante dell’iniziativa cinese «Belt and Road».

 

La presunta operazione iraniana ad alto rischio, incentrata su un’isola con un importante porto costruito dalla Cina, sta rapidamente diventando il fulcro delle notizie dei media occidentali.

 

Martedì il Kuwait ha accusato l’Iran di aver inviato un gruppo paramilitare armato delle Guardie Rivoluzionarie per lanciare un attacco fallito all’inizio di questo mese contro un’isola del Paese mediorientale, sede di un progetto portuale finanziato dalla Cina, riporta ABC.

 

L’accusa mossa dal Kuwait di un coinvolgimento iraniano nell’incidente è giunta poco prima della partenza del presidente statunitense Donald Trump per Pechino, dove avrebbe incontrato il presidente cinese Xi Jinping.

 

Teheran non ha ancora ricono sciuto né ammesso l’incidente, e non ci si aspetta che lo faccia, a meno che non si tratti di una smentita categorica.

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Un titolo di giornale del settore del trasporto merci e del petrolio, risalente ai primi di marzo, sottolinea quanto ambizioso e costoso rimanga il progetto sostenuto dalla Cina: Kuwait e Cina portano avanti il progetto del porto di Mubarak Al-Kabeer da 4,1 miliardi di dollari.

 

Il Kuwait e la Cina hanno concordato di rafforzare la cooperazione commerciale e marittima attraverso la costruzione di un nuovo porto container sull’isola kuwaitiana di Bubiyan. Il progetto rappresenta un passo significativo per l’approfondimento dei legami economici bilaterali e per il rafforzamento della posizione strategica del Paese, ricco di petrolio, all’interno delle reti di trasporto marittimo regionali.

 

La China Communications Construction Company, società a maggioranza statale cinese, si occuperà delle attività di ingegneria, approvvigionamento e costruzione (EPC) per la prima fase del progetto. Si prevede che lo sviluppo del nuovo polo container nel Nord del Paese amplierà la capacità portuale del Kuwait e rafforzerà il suo ruolo nei flussi commerciali sia regionali che globali.

 

Eppure, gli attuali flussi di esportazione di petrolio kuwaitiano rimangono bloccati con la forza, a causa della chiusura dello Stretto di Ormozzoe della situazione di stallo in corso, che ha visto da un lato l’Iran prendere di mira navi straniere «non autorizzate» con droni e missili, e dall’altro la Marina statunitense mantenere il proprio blocco dei porti iraniani.

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Geopolitica

Trump sta valutando la ripresa dei raid aerei mentre i colloqui con l’Iran si bloccano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe valutando la possibilità di riprendere i bombardamenti contro l’Iran, dato che i colloqui di pace rimangono in una fase di stallo. Lo riporta Axios, che cita tre funzionari statunitensi a conoscenza della questione   Domenica, Trump ha respinto le ultime condizioni dell’Iran definendole «totalmente inaccettabili» e ha affermato che il cessate il fuoco raggiunto circa un mese fa era «in condizioni critiche».   Secondo Axios, Trump avrebbe dovuto incontrare lunedì il suo team per la sicurezza nazionale per discutere i prossimi passi, tra cui la potenziale ripresa del Project Freedom – un’operazione volta a guidare le navi attraverso lo Stretto di Ormuzzo– nonché la ripresa degli attacchi aerei e il raggiungimento del restante 25% degli obiettivi identificati dal Pentagono ma non ancora colpiti.

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Il Washington Post, citando una valutazione della CIA, ha riferito la scorsa settimana che l’Iran ha conservato circa il 75% dei suoi lanciatori mobili prebellici e circa il 70% dei suoi missili, e potrebbe resistere a un blocco navale statunitense per almeno tre o quattro mesi.   Trump ha sospeso il Progetto Freedom entro 24 ore dall’annuncio, la scorsa settimana, in seguito a una richiesta del Pakistan, che ha svolto il ruolo di mediatore nel conflitto. La NBC ha poi riferito che il presidente ha accantonato l’iniziativa dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le sue basi e il suo spazio aereo per scortare le navi attraverso lo Stretto di Hormuz.   Il principale negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato domenica che gli Stati Uniti non hanno «altre alternative» se non quella di accettare le condizioni di Teheran. «Più temporeggiano, più i contribuenti americani pagheranno», ha scritto su X. La stampa statale iraniana ha descritto la richiesta di Trump di chiudere i siti nucleari del paese come «una proposta inaccettabile che l’Iran ha respinto per decenni».   Secondo l’emittente statale iraniana Press TV, le condizioni poste dall’Iran includono la revoca delle sanzioni, i risarcimenti e un nuovo quadro normativo per lo Stretto ormusino che riconoscerebbe «il controllo sovrano dell’Iran su questa vitale via d’acqua».

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