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Viva Elly Schein! Viva il partito radicale di massa – e la sua decomposizione

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Era spuntato fuori questo curioso video, pochi giorni fa. L’allora candidata segretaria piddina Elly Schein cantava con altre due tizie la sigla di Occhi gatto, indimenticato cartone nipponico che passava su Italia 1 ai tempi di Bim Bum Bam.

 

«Tre ragazze bellissime / Tre sorelle furbissime / Son tre ladre abilissime /Molto sveglie agilissime» cantava l’inevitabile Cristina D’Avena.  La trama verteva su queste tre ladre infallibili ed eleganti, apparentemente tutte eterosessuali, e i loro colpi formidabili.

 

La prima domanda che ci si poneva è se la Schlein, che di prestava entusiasta a questo momento-nostalgia a favore di camera, avesse fatto in tempo – essendo nata nel 1985 – a vedere almeno una replica del cartone. Di fatto sembrerebbe che nella performance canora la ragazza legga un gobbo, un karaoke, insomma la canzoncina non se la ricorda a memoria.

 

 

Il fatto è che il colpo la Schlein lo ha fatto, anche se non sappiamo se «bellissima», «furbissima», «abilissima», «agilissima», siano aggettivi che si possano applicare all’operazione.

 

La scalata riuscita della Elly al PD è un fatto enorme, che va celebrato. Viva Elly Schein. Noi qui siamo contentissimi. E mica siamo da soli.

 

Matteo Renzi lo scorso ottobre aveva detto «se Schlein diventa segretaria metà partito passa con noi, e sono prudente». Abbiamo prova che il fiuto politico dell’uomo di Rignano non è infallibile, tuttavia bisogna registrare che il problema ci sarà. O forse – notizia ancora più disperante, esaltante – no, il problema non ci sarà neppure.

 

Ecco che è già iniziato il tam-tam sugli scismi – magari pure più di uno. Tutti si stanno chiedendo cosa faranno i «cattolici» del PD ora che in cima alla baracca è salita quella che nei talk-show dice «in questo momento sto con una ragazza e sono felice».

 

Va bene, ma i «cattolici» del PD, cosa sono? La Rosi Bindi? Il neocatecumenale Graziano Delrio? Castagnetti (c’è ancora)? Oppure Dario Franceschini, che in teoria ci ha un pedigree democristiano importante? Beh, Franceschini in realtà è stato di uno degli sponsor dell’OPA fluida della Elly sul partito erede della falce e del martello e di quei residui DC che no, dal punto di vista morale, mica hanno mai seguito i valori del Vaticano, soprattutto quando a questi nemmeno il Vaticano crede più.

 

Qualche ex democristiano si ribellerà e farà un altro partitino?

 

E gli altri? Gli eredi maschi del maschio partito lanciato, prima che da Nilde Iotti, da Palmiro Togliatti, con tutta quella iconografia di muscoli al lavoro e patriarcato della famiglia della bassa che alla domenica mangia le lasagne…?

 

Non è dato saperlo: del resto, il loro candidato è stato sconfitto – lui è tutto quello che rappresentava. Bonaccini incarnava il PD nella sua forma più solida ed inscalfibile: una vita da mediano, nel PCI-PSD-DS-PD, dai consigli comunali emiliani su su fino alla regione, un posto che il partito (più che gli elettori…) mica ti assegnano a caso. Guardate le foto del Bonaccini prima del restyling impostogli dagli spin doctor, sul quale tanto abbiamo scherzato qui su Renovatio 21: zero orpelli, zero tempo per l’immagini, eccoti il figlio del popolo (vero figlio del popolo) che si infila appena giacca e giù a macinare politica, sin da quanto era ragazzino.

 

È un destino ingrato, e davvero possiamo capire la rabbia del Bonaccini. Di fatto, lui aveva salvato il PD. Noi ce lo ricordiamo benissimo, in quanto coinvolti in quella che è stata la linea del fuoco per i democratici, il momento in cui potevano perdere tutto, invertendo la storia d’Italia. Parliamo delle elezioni regionali 2020, quelle tenutesi in Emilia-Romagna a una manciata di settimana da pandemia e lockdown. Ricorderete, la candidata avversaria era ad un certo punto data per vincente. Circolavano audio sui gruppi Whatsapp della Lega dove si parlava di una vittoria netta. Qualcuno diceva addirittura 10 punti… Si trattava di una svolta epocale.

 

Poi ci fu la doccia fredda. Bonaccini, nonostante tutto, aveva tenuto in piedi il sistema – che non riguarda mica la politica solo, ma l’indotto di risorse umane e finanziarie delle Coop – che poteva essere disintegrato per sempre. Cominciarono a girare voci surreali di centenari portati al seggio a votare…

 

La Schlein emerse in quell’elezione, come una sorta di tele-spalla millennial del Bonaccino. Pareva un UFO, ma andava bene così: Elena Ethel Schlein, questo il suo vero nome, nata a Lugano, cittadinanza americana, di italiano apparentemente anagraficamente ha pochino, a parte un’altra cittadinanza – poi però, c’è la storia della famiglia materna.

 

La sua lista prese il 4%, ma lei, forte di un video anti-Salvini andato virale e di un movimento di piazza anti-Salvini chiamato «Sardine» (qualcuno se le ricorda?) balzò alla vicepresidenza con una palata di voti. Del resto, Bologna è Bologna, la capitale della politica parasessuale: il primo comune in Italia (al mondo?) ad avere un consigliere transessuale (l’attore felliniano Marcello di Falco, divenuto a Casablanca Marcella di Folco), la città del Cassero e di Eva Robin’s, dove decenni fa il sindaco Renzo Imbeni, poi vicepresidente dell’Europarlamento, nel 1992 lanciava il progetto per le case popolare ai gay.

 

Intorno, sappiamo che è diverso. In campagna, il maschio lavoratore, la moglie «compagna» casalinga delle lasagne domenicali di cui sopra, magari sposata in chiesa anche senza averci la fede, perché il PCI un tempo diceva così, mica dovevi farti giudicare «strano» dalla comunità.

 

Si tratta per il più grande partito della sinistra italiana di una mutazione storica da non poco. Si tratta di una trasformazione nello stato di aggregazione della materia politica: dallo stato solido, allo stato fluido

 

E quindi, quanti hanno sostenuto, votato, finanziato il PD come partito allo stato solido, o almeno hanno creduto di farlo per decadi, fuggiranno dal regno della Schlein? Forse, addirittura, no. E ribadiamo che questa è la notizia al contempo terribile ed eccitante. Le radici ebraiche askenazite del padre, che le causano insulti di hater – i quali, scrisse Il Corriere, «attingerebbero a due armi dell’arsenale di stereotipi antisemiti: il naso e la ricchezza» – sono un’«origine di cui sono fierissima»; il nonno emigrò in America dalla zona di Leopoli, ora Ucraina, la storia che abbiamo visto per alcune famiglie neocon, attualmente impegnate nella guerra contro la Russia. Non è dato di sapere al momento se la nostra, di vera stirpe politica certificata, abbia rivendicato anche l’origine materna, col nonno Agostino Viviani, già senatore del PSI poi membro laico del CSM in quota Forza Italia. Magari anche sì: la fluidità permette tutto.

 

Perché si sono fatti andare bene tutto, in questi anni, gli ex democristiani ed ex comunisti. Le unioni gay, il gender nelle scuole, i casi di minori allontanati dalla famiglia, la sudditanza cieca verso Bruxelles, Washington e la NATO (Bruxelles è il luogo della NATO, che è Washington). Per amor di salario, possono farsi andare bene anche questa. Questa è la parte brutta della notizia: gli esseri umani, pur di non essere disturbati nello stipendio o nella dissonanza cognitiva, possono accettare qualsiasi cosa, anche il sorriso della Schlein.

 

La parte gioiosa della questione, per chi come noi pensa che il PD sia assurto ad uno dei problemi principali della Nazione,  è che si tratta della slatentizzazione finale di un processo autodistruttivo che farà implodere la sinistra italiana, che era in tacito stato di decomposizione da oramai tanto tempo.

 

Lo diciamo forti delle profezie del politologo Augusto Del Noce (1910-1989), che aveva predetto l’avvento di un «partito radicale di massa», una sorta di pannellismo a doppia cifra elettorale, una realtà che esprime il laicismo esasperato della borghesia satolla, che molla il senso del collettivo per dedicarsi ai «diritti individuali» (cioè: sodomia, figlicidio, castrazioni e mutilazioni gender, produzione di esseri umani in laboratorio. etc.).

 

Nel suo libro Il suicidio della rivoluzione, Del Noce sosteneva che «l’esito dell’eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata (…) persa per strada l’utopia rivoluzionaria, l’essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell’illuminismo scientista», e lo abbiamo visto, benissimo, con la pandemia.

 

Nel partito radicale di massa, l’ex partito comunista «si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali». Di fatto, il PD è il partito delle ZTL, dei centri storici dei ricchi, taluni magari divenuti ricchi grazie ai giri politici. Di più: è impossibile non aver visto, in questi anni, come il partito ben si adatta alla grande finanza internazionale, da Soros che diviene socio delle Coop (pensate che stiamo scherzando?) al PD di Renzi con il finanziere hedge found Serra alle Leopolde.

 

Quindi, potrebbe essere che gettata ogni maschera, e trasformatosi il PD nel partito radicale, esso vada verso le percentuali irrilevanti di Bonino e compagni? Può essere, anche se, ripeto, non è che ci sia da avere questa grande fiducia riguardo al popolo che ha votato PD.

 

Perché, davvero, hanno accettato qualsiasi cosa, in questi anni, poverini.

 

Hanno avuto come segretario Fassino, prima delle barzellette auto-iettatorie, ma quello era. Poi Bersani, quello delle bambole pettinate e dei giaguari da smacchiare. Poi Renzi, uno così innamorato della tradizione piddina da farsi poi un suo partito scissionista, come del resto aveva già fatto D’Alema. Hanno accettato come segretario lo Zingaretti, quello degli spritz COVID, dei manifesti che chiedevano meno cobalto, quello con quel sorriso eterno ed inspiegabile stampato in volto, mentre i suoi uomini litigano con minacce inaudite al ristorante. Poi, recuperato da Parigi dopo un’era di arbitrario oscuramento, torna il «moderato» Letta, che però moderato non è più, e ha sempre portato in volto questa espressione un po’ torva, con conseguente ultimo disastro del voto… Povero elettore del PD, in fondo va compatito, anche se bisogna dire che in tanti casi se l’è cercata.

 

È chiarissimo Bonaccini avrebbe risolto molti problemi – di immagine, di dignità, di tenuta politica partitica. Un uomo concreto, viene dalla gavetta, ha dietro tanto consenso, non ha mai litigato con nessuno, la sua regione, dicono, è ben amministrata, da anni…

 

E invece, trac. Al vertice del partito è salita una che pochi giorni fa non aveva nemmeno la tessera. Vada come vada, questa è la fine del PD. Smembrato da scissioni, imploso per fluidismo poli-sessuale, reso irrilevante dalla quantità di dichiarazioni che da qui a poco comincerà a fare la Elly – roba che le uscite di Letta, tornatoci radicalizzato dai francesi, sembreranno bazzecole. La decomposizione di quello che era il partito dei lavoratori italiani, quello delle case del popolo e dei viaggi in Russia, diventerà patente, maleolente, rivoltante.

 

Non sappiamo cosa verrà dopo, potrebbe arrivare qualcosa di ancora peggiore: forze politiche talmente fuori dal mondo da mettere a rischio la convivenza nel Paese, finanche la sua stessa esistenza. Cacci Saddam, arriva l’ISIS…

 

Al momento non ci resta che guardare gli occhi della Schlein nelle immagini del suo trionfo. Non so a voi, ma qui non ci sembrano occhi di gatto: epperò, come cantava Cristina D’Avena, «occhi di gatto / un grande colpo è stato fatto».

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

Politica

La Romania arresta Georgescu, il candidato preferito delle ultime presidenziali

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Il politico rumeno Calin Georgescu, che nel 2024 aveva superato il primo turno delle presidenziali prima che il risultato venisse annullato in modo controverso, è stato arrestato per una presunta frode da un milione di euro.

 

La sua vittoria inattesa su una linea anti-NATO ha suscitato a Bruxelles e a Bucarest accuse di campagna elettorale online illecita. È stato escluso dalle nuove elezioni, anche se è emerso che la presunta operazione digitale era stata condotta da un partito avversario.

 

Lunedì la Direzione rumena per le indagini sulla criminalità organizzata e il terrorismo (DIICOT) ha comunicato di aver fermato un sospetto e perquisito cinque immobili legati al caso; i media locali hanno indicato Georgescu come la persona di interesse. Il suo principale alleato, George Simion, ha presentato l’episodio come un monito: «Chiunque di noi potrebbe essere il prossimo».

 

L’inchiesta sul presunto ruolo del politico in una frode del 2021 era stata anticipata dalla testata Digi24 nel dicembre 2024. La presunta vittima aveva sporto denuncia penale all’inizio di quell’anno, secondo la testata. La notizia era circolata pochi giorni prima che la Corte costituzionale rumena annullasse le presidenziali, scatenando proteste di massa.

 

Simion, leader dell’Alleanza per l’Unione dei Rumeni (AUR), formazione di destra che si era presentata anche nel 2024 e aveva sostenuto le proteste contro l’annullamento, ha condannato l’ultimo arresto di Georgescu.

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«Chiunque di noi potrebbe essere il prossimo. Basta con gli abusi!» ha scritto su Facebook. «La Romania è una dittatura!!!!»

 

L’indagine per frode è uno dei vari procedimenti aperti contro Georgescu, che si dichiara vittima di persecuzione politica. In precedenza era stato accusato di violazioni delle norme sul finanziamento della campagna e di cospirazione contro l’ordine costituzionale, accuse che lo avevano escluso dalle elezioni suppletive del 2025.

 

L’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump aveva richiamato il caso dell’annullamento del voto rumeno negli attacchi a Bruxelles riguardo l’erosione dei valori democratici in Europa.

 

La leadership dell’UE ha dichiarato che Bucarest è libera di adottare misure contro le «interferenze straniere», misure che coincidono spesso con la censura. Gli strumenti previsti dalla legge sui servizi digitali (DSA) sono stati attivati in diverse competizioni, anche in Moldavia, che non è membro dell’UE.

 

Nicusor Dan, ex sindaco di Bucarest formatosi in Francia e favorevole all’Unione Europea, è stato eletto presidente dopo la turbolenza politica seguita alla sentenza della Corte. La scorsa settimana ha incaricato l’eurodeputato Siegfried Muresan, vicepresidente del Gruppo del Partito Popolare Europeo ed ex consigliere del Bundestag tedesco, di formare il prossimo governo, nonostante l’assenza di una chiara maggioranza parlamentare.

 

Si tratta del terzo tentativo di formare un nuovo esecutivo da quando il voto di sfiducia di maggio ha fatto precipitare il Paese in un’ulteriore crisi politica, con il rischio di elezioni parlamentari anticipate.

 

Come riportato da Renovatio 21, i procuratori rumeni avevano deciso di portare in giudizio l’ex candidato alla presidenza Calin Georgescu, accusandolo di aver orchestrato un tentativo di colpo di Stato in seguito all’annullamento della sua vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso anno.

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Georgescu aveva pubblicamente chiesto aiuto a Donald Trump.

 

Georgescu ritiene che la NATO ha bisogno della Romania, Paese limitrofo dell’instabile Ucraina, per lanciare la Terza Guerra Mondiale.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Georgescu in passato aveva definito il presidente ucraino Zelens’kyj un «semi-dittatore» e dichiarato in un podcast americano che la NATO usa la Romania come «porta della guerra».

 

La repressione poliziesca contro Georgescu ha segnato le ultime elezioni, nonostante il deciso sostegno della popolazione scesa in piazza. Georgescu aveva dichiarato che «l’Europa è oramai una dittatura». La UE aveva rifiutato di commentare la messa al bando di Georgescu alle elezioni presidenziali.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Il principe Ranucci e i grembiuletti rossi: favola dell’estate

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È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello / di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh»).   Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon. Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.   Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.

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Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?   Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?   Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.   Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerina per fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).   Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?   Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.   Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.

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Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.   C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.   Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo». Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.  

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Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.   Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?   C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.   Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa. C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo   Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.

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Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.   Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.   Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.   Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.   E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)   E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?

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Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.   Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.   Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).   È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.   Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».   «Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».   I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente sui quotidiani ora?   Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.   Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».   Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.

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A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».   Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.   Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».   «Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.   Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?   Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?   Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?   Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?   Roberto Dal Bosco  

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Politica

«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente

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Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.

 

«Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».

 

«Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.

 

«Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».

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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.

 

Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.

 

Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.

 

  • Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
  • Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
  • Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
  • Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
  • Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
  • Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
  • Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
  • Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
  • Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
  • Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
  • Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
  • Franco Battiato — esoterico cantante etneo
  • Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
  • Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
  • Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
  • Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
  • Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
  • Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
  • Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
  • Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
  • Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
  • Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
  • Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
  • Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
  • Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
  • Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè

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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.

 

Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.

 

Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.

 

Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.

 

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