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Epidemie

La resurrezione delle pesti

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Il lettore conoscerà quel marchio di avveniristiche automobili chiamato Tesla. Esse non hanno motore endotermico, dispongono della guida autonoma (compresa la funzione, comoda e al momento senza grande ostacoli regolatori, di uscire da sole dal garage), e pure della possibilità di accelerare come nemmeno una Lamborghini in quello che è detto «Insane mode» (c’è anche, per i più fortunati, il «Ludicrous mode», ancora più impressionante).

 

Ebbene, se qualcuno volesse farsi un giro sul sito della Tesla, scoprirebbe una ulteriore incredibile caratteristica: per i modelli più costosi è previsto infatti un optional , come dire, apocalittico.

 

«Sistema di filtraggio dell’aria: Model S dispone di un sistema unico di filtraggio dell’aria di qualità HEPA, che rimuove almeno il 99,97% del particolato esausto eliminando polline, batteri, virus e inquinamento. Il sistema HEPA che assicura una “difesa contro armi biologiche” protegge te e i tuoi i passeggeri garantendo nell’abitacolo un’ambiente di qualità clinica». [sic, l’orrendo apostrofo errato è sul sito].

Nel video di Casaleggio Gaia la democrazia elettronica, grande sogno tecnocratico casaleggesco, arrivava solo dopo che una guerra batteriologica aveva spazzato via tutta la popolazione globale lasciandone un miliardo

 

Non è la prima volta che agli abbienti scappa questa strana chiacchiera della guerra biologica. Ricordate il video di Casaleggio Gaia? Lì la democrazia elettronica, grande sogno tecnocratico casaleggesco, arrivava solo dopo che una guerra batteriologica aveva spazzato via tutta la popolazione globale lasciandone un miliardo.

 

Quando emerse il filmato, dalla Casaleggio Associati partirono getti d’acqua per spegnere il fuoco. Ma no, si tratta di pura fantasia.

 

Tuttavia in una inchiesta de L’Espresso emerse poco dopo un dettaglio molto indicativo: Grillo voleva investire sulla costruzione di un villaggio turistico in Costa Rica che, recitava il sito, metteva a riparo dalla guerra biologica.

 

Grillo voleva investire sulla costruzione di un villaggio turistico in Costa Rica che, recitava il sito, metteva a riparo dalla guerra biologica

«Ogni abitazione sarà dotata di un bunker antiatomico», si leggeva nella presentazione del progetto sotto la voce sicurezza, «fornito di particolari filtri depuratori progettati per difendersi da contaminazioni chimiche, biologiche e batteriologiche».

 

Insomma, Grillo e Casaleggio all’imminente pandemia di sterminio ci credevano proprio.

 

C’è da capirli, abbiamo passato i primi anni 2000 a sentire prospettive di catastrofe virale (H5N1, H1N1), con editoriali sui giornaloni che parlavano impunemente di crollo dei mercati (gli stessi mercati che oggi in teoria cascano per colpa del governo gialloverde) e granitico ritorno dei confini nazionali.

Un fotogramma del video della Casaleggio Associati Gaia, the future of politics

 

Come noto, non accadde nulla: se non, dietro le quinte, qualche impennata nei fatturati dei produttori di vaccini, comprati a manbassa dai sistemi sanitari Stati nazionali.

 

Tuttavia non era questo l’obiettivo: era che l’opinione pubblica andava, come dire, «vaccinata».

 

Il messaggio arrivò: la grande pandemia globale, con o senza sforzo militare, può accadere.

 

Nel frattempo, ci direbbero sotto siero della verità, guardatevi qualcuno dei tanti film di zombie che stanno producendo: è quello che vi faremo, vi ridurremo con la motosega.

 

Ma andiamo con ordine.

 

La resurrezione del vaiolo

Ad inizio anno, all’Università dell’Alberta il dottor David Evans ha sintetizzato l’Horsepox, un virus che era sparito del tutto, e che è cugino di Smallpox: il virus del vaiolo.

Uno strano segno lo abbiamo avuto quando ad inizio anno, all’Università dell’Alberta il dottor David Evans sintetizzò l’Horsepox, un virus che era sparito del tutto, e che è cugino di Smallpox: il virus del vaiolo.

 

I dottori decisero pure di pubblicare la loro prodezza. Fioccarono le critiche: fare l’horsepox in laboratorio ha messo in pericolo il pubblico rivelando fondamentalmente la ricetta di come in qualsiasi laboratorio si potrebbe produrre il vaiolo da utilizzare come arma biologica.

 

Il dottor Evans ha risposta in modo semplice: volevo studiare il virus, e non c’era altra via se non sintetizzarlo. La hybris della Biologia Sintetica è piuttosto piatta.

Fare l’horsepox in laboratorio ha messo in pericolo il pubblico rivelando fondamentalmente la ricetta di come in qualsiasi laboratorio si potrebbe produrre il vaiolo da utilizzare come arma biologica

 

David Evans e il suo collaboratore Ryan Noyce

 

 

Poi ha cominciato a tirare fuori la storia di un nuovo vaccino, di cui il mondo, per la verità, non sente il bisogno.

 

Evans avrebbe potuto fare ricerche su un esemplare di horsepox raccolto in natura, ma non perseguì quell’alternativa. Usare il virus naturale – dice lo scienziato – avrebbe pouto impedire  alla compagnia farmaceutica con cui sta lavorando di commercializzare questo nuovo vaccino per il vaiolo.

Usare il virus naturale – dice lo scienziato – avrebbe pouto impedire  alla compagnia farmaceutica con cui sta lavorando di commercializzare questo nuovo vaccino per il vaiolo

 

Per la Tonix, la farmaceutica con cui sta lavorando Evans, sarebbe più commercializzabile un vaccino ottenuto da virus sintetico invece che uno ottenuto da virus naturale.

 

Se il virus della horsepox di Tonix viene approvato dalla Food and Drug Administration come vaccino contro il vaiolo, l’azienda potrebbe ottenere un lucroso premio: un buono speciale che il governo dà alle aziende che hanno sviluppato contromisure mediche contro potenziali minacce alla sicurezza.

La libertà con cui si possono preparare nuovi patogeni è estrema. Farmaceutiche, enti e governi ci manovrano sopra in continuazione.

 

La libertà con cui si possono preparare nuovi patogeni è estrema. Farmaceutiche, enti e governi ci manovrano sopra in continuazione.

 

Il bioterrore è a portata: di tutti. Ora.

E tutto mentre malattie che si pensavano debellate, come appunto degli zombie, risorgono misteriosamente e sono assetate di sangue.

 

La resurrezione della polio

Il Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie USA (il leggendario CDC) ha finora registrato 127 casi sospetti di un disturbo del sistema nervoso simile alla poliomielite che può causare la paralisi, dando via un’indagine sull’epidemia di questa malattia rara. Di questi 127, 62 casi in 22 Stati sono confermati come mielite flaccida acuta (AFM). Essa colpisce in genere i bambini e può causare debolezza muscolare o paralisi, insufficienza respiratoria e persino la morte.

Al momento, sono colpiti in particolare Minnesota e Colorado.

 

L’AFM colpisce il midollo spinale, compromettendo la funzione muscolare e i riflessi, secondo il CDC. La debolezza delle braccia e delle gambe sono sintomi comuni, ma la malattia può anche comportare debolezza facciale; difficoltà a deglutire, parlare e orinare; può provocare inoltre intorpidimento, e formicolio.

 

Vi era nel vaccino antipolio, tuttavia, un dono inaspettato. Già nel 1960 trovarono che le cellule renali di Macaco contenute nel vaccino (animalisti, vegetariani: siete stati avvisati) presentavano una singolare sorpresa: erano affette dal Simian Virus 40 (SV-40), un virus naturalmente contenuto nel corpo delle scimmie, alle quali parrebbe non produrre alcun danno.

La condizione può diventare pericolosa per la vita quando i muscoli coinvolti nella respirazione diventano così deboli che il paziente va in insufficienza respiratoria, o quando la malattia innesca gravi complicazioni neurologiche. Alcuni pazienti guariscono completamente, mentre altri vedono un danno neurologico duraturo.

 

Si tratta di una nuova polio? In sé, non sarebbe nemmeno la cosa peggiore, rispetto a ciò che potrebbe seguirne dopo, quando scienziati e manager di Big Pharma si occupano della cosa.

 

La polio, c’è da ricordare, fu oggetto della più massiva campagna di vaccinazione del secolo XX. Nel dopoguerra, i dottori Jonas Salk ed Albert Sabin ottennero un vaccino per via intramuscolo (1954) e uno per via orale (1962).

 

Albert Sabin, ebreo russo polacco emigrato negli USA, passa alla storia come benefattore dell’umanità, rinunciando ad un patent sul vaccino che lo avrebbe reso ultramiliardario. «Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo».

 

Grazie ai vaccini la polio è stata eradicata, è la versione che leggerete sui giornali e sui manuali di medicina: solo 223 casi nel 2013.

 

Vi era nel vaccino antipolio, tuttavia, un dono inaspettato. Già nel 1960 trovarono che le cellule renali di Macaco contenute nel vaccino (animalisti, vegetariani: siete stati avvisati) presentavano una singolare sorpresa: erano affette dal Simian Virus 40 (SV-40), un virus naturalmente contenuto nel corpo delle scimmie, alle quali parrebbe non produrre alcun danno.

Il virus SV40

 

I problemi insorgono quando l’SV-40 esce dal suo ambiente per essere iniettato in altre speci. Nel 1961 si trovarono evidenze di come l’SV-40 creasse tumori se iniettato nei topi.

 

Studi a cavallo del 2000 – tanto ci volle perché qualcuno osasse intraprenderli: 40 anni – correlarono la presenza dell’SV-40 contratto con la vaccinazione anti-polio a forme di tumore pure negli esseri umani: cervello, scheletro, mesotelioma,  linfoma non Hodgkin. La questione, dice persino la Treccani online, c’è ma è «tuttora controverso il ruolo del SV-40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)».

 

Vennero infettati con l’SV-40 dai 10 a 30 milioni di vaccinati americani. Ma anche in Unione Sovietica, Cina,Giappone e in Africa c’è il sospetto che la popolazione ne sia infetta.

Vennero infettati con l’SV-40 dai 10 a 30 milioni di vaccinati americani. Ma anche in Unione Sovietica, Cina,Giappone e in Africa c’è il sospetto che la popolazione ne sia infetta.

 

Qualcuno tira fuori cifre-monstre con centinaia di milioni di infetti al mondo. Capite a questo punto come l’immagine delle apocalissi-zombie sia estremamente concreta: il mondo intero è contaminato.

 

Sparisce la polio, parte l’epidemia globale del cancro. Grazie alle vaccinazioni.

Aggiungiamo anche questa leccornia, che approfondiremo magari un’altra volta: la teoria, messa a tacere a suon di querele milionarie delle farmaceutiche contro giornalisti e ricercatori, secondo cui l’HIV – cioè il virus responsabile dell’epidemia mondiale di AIDS – nasce dalla contaminazione del vaccino orale antipolio di Sabin con un il virus degli scimpanzé SIVcpz, cioè il primo progenitore del virus HIV-1.

È così?

 

No, è peggio: ora pare che ritorni persino la polio. E con essa, chissà quali vaccini, e quindi, chissà quali altre malattie che questi portano.

Il virus Ebola

 

La resurrezione di Ebola

In questo 2018, c’è stato un altro focolaio di Ebola in Congo. Eterno, immancabile babau di Ebola. Ecco che l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia il suo numero: colpite 1.500 persone.

 

L’OMS sostiene che sono state potenzialmente esposte al virus mortale dell’Ebola nella regione del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, luoghi piagati dalla presenza di milizie locali e quindi difficilmente accessibili agli operatori umanitari. Non è stato quindi possibile identificare tutte le catene con cui il virus si è trasmesso nella parte orientale del paese assediata dalla violenza delle milizie. In particolare, la regione è infestata dalle Allied Defence Forces, un gruppo ribelle islamista ugandese che negli ultimi quattro anni ha massacrato e ucciso  centinaia di civili.

 

L’idea di Ebola in mano agli islamisti dovrebbe mettere i brividi, e in effetti è nel plot della recente serie di Amazon Jack Ryan, ispirata al personaggio creato da Tom Clancy, dove l’incubo è appunto un gruppo jihadista che porta su suolo americano il tremendo virus africano dissotterrandolo nottetempo dai cadaveri dei cimiteri.

 

La realtà è un po’ diversa: gli USA i malati di Ebola se li portano in casa da soli. Per «curarli», ovviamente. Cioè: ti dicono, ce li portiamo attraverso l’Oceano, rischiando di scatenare una pandemia anche nel nostro continente. Perché siamo generosi.

La realtà è un po’ diversa: gli USA i malati di Ebola se li portano in casa da soli. Per «curarli», ovviamente. Cioè: ti dicono, ce li portiamo attraverso l’Oceano, rischiando di scatenare una pandemia anche nel nostro continente. Perché siamo generosi.

 

Anche un bambino capisce che l’interesse americano è il solo studio del patogeno che se da una parte è una minaccia civile dall’altra è una opportunità militare.

 

Si chiede un ex berretto verde sul sito SHTFPLAN: «Quando quei pazienti erano qui, pensi che Fort Detrick [dove si trova la principale struttura di ricerca di armi biologiche degli Stati Uniti, NdR] non abbia ricevuto campioni di sangue da questi pazienti?»

 

L’Africa nera (il caos del Congo, in ispecie), a pensarci bene, è un laboratorio splendido per testare armi biologiche: la gente nasce e muore nel nulla, le anagrafi sono un optional, il potere politico assente o corrotto all’inverosimile, la dignità umana un concetto inesistente.

L’Africa nera (il caos del Congo, in ispecie), a pensarci bene, è un laboratorio splendido per testare armi biologiche: la gente nasce e muore nel nulla, le anagrafi sono un optional, il potere politico assente o corrotto all’inverosimile, la dignità umana un concetto inesistente.

Tuttavia i militari americani hanno dimostrato di non disdegnare anche lo stesso suolo patrio per fare esperimenti batteriologici: ad esempio, con il  rilascio del Bacillus subtilis (1960) che gocciolava dalle lampadine della metropolitana di Manhattan per «testare» la diffusione di microrganismi in strutture di transito civile di massa come metropolitane e autobus; una cosa accaduta solo pochi anni fa.

 

Oppure l’Operazione Sea-Spray, cioè l’esperimento segreto della Marina Militare degli Stati Uniti (1950) in cui i batteri Serratia marcescens e Bacillus globigii venivano spruzzati sulla baia di San Francisco in California. Oppure la diffusione segreta, nel maggio 1965, del Bacillus globigii presso l’aeroporto nazionale di Washington e il suo terminal dei Greyhound, gli autobus a lunga percorrenza: più di 130 passeggeri furono esposti ai batteri, viaggiando in 39 città in sette Stati nelle due settimane seguenti al finto attacco.

 

Aggiungete tutte le volte in cui Washington ha testato armi nucleari e biologiche abusando i suoi soldati e civili.

 

I militari americani hanno dimostrato di non disdegnare anche lo stesso suolo patrio per fare esperimenti batteriologici

Il lettore può immaginare quale strage per la popolazione se una versione bioingegnerizzata di Ebola finisse oggi negli aeroporti, nelle metropolitane, sugli autobus, come il governo americano già faceva prima nei ben meno feroci anni Cinquanta.

 

Ci sono tanti film catastrofici sull’argomento: compresi soprattutto le loro declinazioni horror, quelle con gli zombie.

 

Ma perché auspicare il ritorno della peste?

Perché essenzialmente l’epidemia, e ancor di più la sua componente emotiva principale – la paura – è un grande strumento di ingegneria sociale.

 

Shock and Cull

Perché essenzialmente l’epidemia, e ancor di più la sua componente emotiva principale – la paura – è un grande strumento di ingegneria sociale.

 

Uno shock sistemico ottenuto tramite epidemia – lo sapeva Casaleggio che sognava la peste che avrebbe reso possibile un mondo largamente depopolato e controllato dai computer, lo sa il suo ministro Giulia Grillo che ieri ha parlato di «Epidemia di morbillo» per estendere le vaccinazioni agli adulti – permette una riconfigurazione integrale della società, delle mansioni dello Stato e della sensibilità umana stessa.

L’influenza spagnuola

 

Un recente articolo apparso sulla BBC lodava il potere trasformativo avuto dall’Influenza Spagnola di inizio Novecento.

 

«L’influenza spagnola è emersa mentre il mondo si stava riprendendo da anni di guerra globale. Avrebbe avuto effetti sorprendenti e di ampia portata».

 

Uno degli effetti fu la creazione dei Servizi Sanitari Nazionali. «A partire dagli anni ’20, questo cambiamento cognitivo ha cominciato a riflettersi nei cambiamenti alla strategia di salute pubblica. Molti paesi hanno creato o riorganizzato i loro ministeri della salute, istituito sistemi migliori di sorveglianza delle malattie e adottato il concetto di medicina socializzata – assistenza sanitaria gratuita per tutti».

Uno degli effetti dell’influenza spagnolo fu la creazione dei Servizi Sanitari Nazionali

 

Se vogliamo leggerlo in altro modo, possiamo dire che questo paradigm shift investe anche la Chiesa: da padrona di cliniche ed ospedali, l’arrivo dello Stato nazionale ne diluisce la presenza in ambito sanitario sino a farla scomparire.

 

Si tratta quindi dell’implementazione di un fato di secolarizzazione della malattia. La religione perde il presidio materiale del luogo dove il fedele sperimenta direttamente il male e la morte, per la felicità di quelle forze che, oltre che a odiare la religione, ritengono che solo il piacere sia la dimensione che l’uomo deve ricercare. I danni alla Chiesa, da un punto di vista di Apostolato, sono incalcolabili.

 

Davanti allo shock, tutte le carte in tavola si possono cambiare. E la morte e la malattie, da fatti di mistero religioso, divengono questioni statali.

Si tratta quindi dell’implementazione di un fato di secolarizzazione della malattia. La religione perde il presidio materiale del luogo dove il fedele sperimenta direttamente il male e la morte, per la felicità di quelle forze che, oltre che a odiare la religione, ritengono che solo il piacere sia la dimensione che l’uomo deve ricercare

 

Ma c’è da discutere anche della mira precisa che ebbe la pandemia. «L’influenza è stata a volte definita una malattia democratica, ma nel 1918 era tutt’altro. Ad esempio, se avessi vissuto in alcune parti dell’Asia, avresti avuto 30 volte più probabilità di morire che se vivessi in alcune parti d’Europa».

 

A morire insomma erano, come da darwinismo sociale britannico, i poveri.

 

Nello stato americano del Connecticut, ad esempio, il nuovo gruppo di immigrati – gli italiani – subì le peggiori perdite. A Rio de Janeiro, allora capitale del Brasile, le favela furono infettate completamente. A Parigi, enigmaticamente, all’apparenza,  la più alta mortalità registrata in alcuni dei quartieri più ricchi, ma si trattava delle cameriere oberate di lavoro che dormivano nelle fredde chambres de bonne in genere situati nei sottotetti.

 

E la morte e la malattie, da fatti di mistero religioso, divengono questioni statali

In tutto il mondo, i poveri, gli immigrati e le minoranze etniche erano più sensibili – non  perché erano costituzionalmente inferiori, come gli eugenetisti amavano sostenere, ma perché erano più propensi a mangiare male, a vivere in condizioni affollate, a soffrire altre malattie di base e avere scarso accesso all’assistenza sanitaria.

 

«Le cose non sono cambiate molto – è l’amara considerazione degli inglesi – uno studio sulla pandemia di influenza del 2009 in Inghilterra ha mostrato che il tasso di mortalità nel quinto più povero della popolazione era triplo rispetto a quello più ricco».

 

È il grande cull, parola poco traducibile in italiano: sfoltimento, abbattimento… È così che è chiamata la contrazione della popolazione terrestre programmata dai potenti.

È il grande cull, parola poco traducibile in italiano: sfoltimento, abbattimento… È così che è chiamata la contrazione della popolazione terrestre programmata dai potenti.

 

Come da imperativo malthusiano, in assenza di guerre, solo la malattia può riportare equilibrio nell’universo.

 

Se volete, è il tema del più grande kolossal dell’anno, Avengers: Infinity Wars, dove il cattivone Thanos, che in realtà è il vero protagonista, vuole dimezzare la vita nell’universo per evitare sofferenze e carestie dovute alla mancanza di risorse. «Thanos non fa nulla di male» è stato il grido che si è levato dai millennial.

 

Una generazione cresciuta per amare la morte ed odiare la vita, una lost generation più di quella uscita dalla guerra o dall’Influenza Spagnola, totalmente incapace di vedere il piano sottostante.

 

Stordirci per eliminarci. Le grandi epidemie paventate in ogni momento – dalla super-gonorrea ai superbatteri antibiotico-resistenti servono a questo.

Stordirci per eliminarci. Le grandi epidemie paventate in ogni momento – dalla super-gonorrea ai superbatteri antibiotico-resistenti servono a questo.

 

Nel frattempo, procede la scansione genomica della popolazione, soprattutto quella bianca: «Entro due o tre anni, il 90% degli americani di origine europea sarà identificabile dal loro DNA».

 

La tecnologia genetica, anche come semplice censimento, aiutata dal narcisismo dell’era dei social media per il quale gli americani mandano a compagnie private il loro DNA, mostra il suo lato huxleyano di strumento di controllo sociale.

 

Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

Articolo precedentemente apparso su EFFEDIEFFE.

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Epidemie

Poco prima della pandemia, uno scienziato aveva proposto di modificare geneticamente il coronavirus per renderlo più infettivo

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Le email ottenute da US Right to Know mostrano che Vincent Munster ha suggerito a un altro scienziato dei Rocky Mountain Laboratories del NIH di inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike del coronavirus per renderla più infettiva. Nulla collega questa ricerca al SARS-CoV-2. Munster è stato recentemente incriminato per aver introdotto clandestinamente campioni del virus MPOS negli Stati Uniti.

 

Una domenica mattina di ottobre del 2019, il responsabile dell’unità di ecologia virale presso i Rocky Mountain Laboratories dei National Institutes of Health ha inviato un’e-mail a un ricercatore post-dottorato del suo laboratorio con un’idea.

 

Vincent Munster e il suo collaboratore post-dottorato, Michael Letko, avevano trascorso quell’anno a costruire un sistema per testare rapidamente se decine di coronavirus dei pipistrelli, simili a quelli della SARS, potessero infettare le cellule umane.

 

Quella settimana, Munster lesse una nuova bozza preliminare pubblicata dai gruppi di ricerca degli eminenti virologi Vineet Menachery e Ralph Baric, che dimostrava come la proteasi tripsina potesse consentire l’ingresso di alcuni coronavirus che altrimenti non sarebbero in grado di infettare le cellule umane.

 

Letko gli aveva inoltrato il documento due giorni prima con la nota: «sembra che presto altri gruppi convergeranno su questa idea».

 

«Dovresti essere in grado di creare S con una firma di scissione più ampia (simile alla furina) per aumentare l’infettività», ha scritto Munster il 6 ottobre 2019. «Potresti includere un motivo come questo RX-[K/R]-R↓. Potrebbe essere interessante sintetizzarne un po’».

 

In gergo virologico, «S» è la proteina spike del coronavirus, che permette al virus di agganciarsi alle cellule che infetta, e RX-[K/R]-R è un motivo di sito di clivaggio della furina, che può rendere i virus più capaci di infettare le cellule e diffondersi.

Munster stava suggerendo al suo ricercatore post-dottorato di inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike del coronavirus per renderla più infettiva.

 

Undici settimane dopo, a Wuhan, in Cina, è emerso un coronavirus con un sito di clivaggio della furina simile, dando origine alla pandemia di COVID-19. Rimane l’unico sarbecovirus noto, tra i coronavirus correlati alla SARS che Munster e Letko stavano analizzando, ad averne uno.

 

Lo scambio di email non era mai stato reso pubblico prima. Compare in una raccolta di 270 pagine di documenti recentemente rilasciati dai National Institutes of Health ( NIH ) a US Right to Know in risposta a una richiesta presentata ai sensi del Freedom of Information Act.

 

La richiesta riguardava la corrispondenza specifica proveniente dal laboratorio di Munster a Hamilton, nel Montana, dal marzo 2019 al 22 gennaio 2020, data in cui il suo gruppo ha pubblicato uno dei primi articoli che dimostravano come il nuovo coronavirus utilizzasse un recettore delle cellule umane chiamato ACE2 come porta d’accesso alle cellule.

 

Due nuovi elementi emergono dagli archivi: settimane prima dell’inizio della pandemia, un virologo senior del NIH propose per iscritto di integrare in una proteina spike simile a quella della SARS la caratteristica che sarebbe poi diventata l’argomento centrale a sostegno dell’origine in laboratorio del COVID-19: un sito di clivaggio della furina.

 

E, nel corso dello stesso anno, il suo laboratorio chiedeva ai virologi sequenze inedite della proteina spike del coronavirus dei pipistrelli, e le otteneva, anche dai ricercatori del consorzio finanziato dagli Stati Uniti chiamato PREDICT, il cui partner principale con sede a New York, EcoHealth Alliance, aveva una collaborazione di lunga data con l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) per raccogliere e studiare virus correlati alla SARS.

 

Ciascuna ipotesi si riferisce a un punto chiave diverso nel dibattito sulle origini. Il sito di clivaggio della furina è la singola caratteristica genetica più citata nelle argomentazioni secondo cui il SARS-CoV-2 non si sarebbe originato interamente in natura.

 

L’altro fattore sono le sequenze inedite: poiché il virus pandemico non corrisponde a nulla nella letteratura scientifica pubblicata, la maggior parte degli scenari di origine in laboratorio si basa sull’ipotesi che qualche laboratorio abbia conservato un virus che il resto del mondo non aveva mai visto.

 

Nulla nei documenti indica che Letko abbia dato seguito al suggerimento di Munster di inserire un sito di clivaggio della furina nella proteina spike della SARS. Di fatto, il sito di clivaggio della furina trovato nel SARS-CoV-2 differisce dal motivo, o breve sequenza di amminoacidi, suggerito da Munster.

 

I documenti non indicano nemmeno che Rocky Mountain Labs fosse in possesso del SARS-CoV-2 o di un suo stretto parente, né che Munster o Letko abbiano comunicato direttamente con i ricercatori di Wuhan durante lo svolgimento del loro progetto.

 

La loro ricerca ha inoltre utilizzato frammenti genici sintetici, non virus vivi, impiegando particelle che non possono replicarsi o diffondersi. Questo tipo di lavoro generalmente presenta minori rischi per la biosicurezza.

 

Le due sequenze della proteina spike del virus dei pipistrelli, all’epoca non ancora pubblicate e ottenute dal progetto PREDICT, una dalla Malesia e una dall’Uganda e dal Ruanda, sono anch’esse troppo distanti dal SARS-CoV-2 per averne dato origine.

 

Letko, che ora è professore associato alla Washington State University, ha rifiutato di commentare la vicenda, dichiarando in una e-mail: «scriverete quello che volete, a prescindere dalla verità o da quello che ho da dire».

 

Munster non ha risposto alle richieste di commento. All’inizio di quest’anno è stato incriminato per aver introdotto negli Stati Uniti campioni di virus del mosaico del mais senza la documentazione necessaria e per aver rilasciato false dichiarazioni alle forze dell’ordine nell’ambito di una ricerca non correlata finanziata dal NIH (National Institutes of Health). Si è dichiarato non colpevole.

 

L’ufficio stampa del NIH si è inoltre rifiutato di rispondere alle domande sul perché l’agenzia non avesse precedentemente informato il pubblico che i suoi scienziati avevano richiesto e ottenuto sequenze inedite della proteina spike di un coronavirus simile alla SARS, o proposto di inserire un sito di clivaggio della furina in una proteina spike simile alla SARS, prima della pandemia.

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Convergere sull’idea

Il suggerimento di Munster di aggiungere un sito di clivaggio della furina è il secondo caso noto in cui degli scienziati hanno proposto di inserire questa caratteristica distintiva in una proteina spike della SARS o simile alla SARS circa due anni prima dell’emergere del COVID-19.

 

Nel 2018, EcoHealth Alliance, il laboratorio di Baric e i ricercatori del WIV avevano proposto lo stesso tipo di modifica alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), in un lavoro che avrebbe utilizzato virus vivi e replicanti. La loro richiesta, nota come proposta DEFUSE, fu respinta.

 

Il concetto è rilevante perché il sito di clivaggio della furina, che ha contribuito a causare la pandemia da parte del virus, è diventato centrale nel dibattito sulle origini della pandemia stessa.

 

Alcuni sostenitori di un’origine in laboratorio considerano DEFUSE come un modello per la creazione del SARS-CoV-2, mentre i principali fautori di un’origine naturale hanno sostenuto che progettare deliberatamente una caratteristica del genere sarebbe stato improbabile e inutilmente complicato. L’e-mail di Munster offre ai sostenitori dell’origine in laboratorio un altro esempio di una simile proposta relativa al sito di legame della furina.

 

La rivelazione relativa alla ricerca, da parte del laboratorio di Munster, di sequenze inedite, solleva una questione diversa nel dibattito sulle origini del COVID-19.

 

Poiché il SARS-CoV-2 non discende da alcun virus precedentemente descritto nella letteratura scientifica, qualsiasi scenario in cui sia stato creato artificialmente richiede di ipotizzare che qualche laboratorio possedesse sequenze correlate alla SARS che non erano mai state rese pubbliche.

 

Una revisione del SARS-CoV-2 pubblicata nel 2021 sulla rivista Cell da 21 scienziati ha definito tale ipotesi inverosimile. «Non esiste alcuna ragione sperimentale razionale per cui si dovrebbe sviluppare un nuovo sistema genetico utilizzando un virus sconosciuto e non pubblicato», hanno scritto.

 

Ma i documenti mostrano che un laboratorio del governo statunitense aveva fatto proprio questo due anni prima.

 

La piattaforma di Letko era un nuovo sistema genetico, e lui cercava sequenze inedite proprio perché non erano state pubblicate. Condividerle, scrisse nell’aprile del 2019, «aumenterà sicuramente l’impatto della nostra storia, fornendo una prova di principio con sequenze inedite».

 

I ricercatori del programma di ricerca sui virus finanziato dagli Stati Uniti ne hanno forniti due in otto settimane. Uno dei ricercatori, Simon Anthony, era anche uno degli autori della revisione pubblicata su Cell.

 

Alina Chan, una biologa molecolare che si è battuta per un’indagine approfondita sugli scenari di origine di laboratorio, ha recentemente esaminato le e-mail di Munster e Letko su richiesta dell’organizzazione statunitense Right To Know.

 

«Questo dimostra che diversi gruppi di virologi stavano convergendo sull’idea di inserire siti di clivaggio nelle proteine ​​spike dei coronavirus potenzialmente pericolosi», ha affermato.

 

«Ipotizzando un’origine di laboratorio per il COVID-19, se un laboratorio di Wuhan non avesse causato la pandemia, è plausibile che un laboratorio negli Stati Uniti avrebbe alla fine seguito lo stesso percorso».

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Sequenze di sollecitazione

La proposta di Munster, inviata via email, non è arrivata dal nulla. Lui e Letko erano nel bel mezzo di un progetto di ricerca della durata di un anno, come documentato dai documenti recentemente pubblicati, fin dal suo inizio.

 

Sette mesi prima, nel marzo 2019, Munster e Letko si erano posti l’obiettivo di rispondere a una domanda: tra le centinaia di coronavirus correlati alla SARS presenti nei database di ricerca di tutto il mondo, quali potevano infettare le persone?

 

Secondo i documenti, Letko ha creato una soluzione alternativa che lui e Munster hanno descritto come una «piattaforma rapida e scalabile».

 

Anziché costruire ciascun virus individualmente, hanno preso solo il dominio di legame al recettore, ovvero il frammento della proteina spike che si aggancia al recettore della cellula ospite, e lo hanno inserito nella struttura portante della proteina spike del SARS-CoV.

 

Hanno quindi caricato queste proteine ​​spike chimeriche su particelle reporter innocue e le hanno utilizzate per infettare cellule che esprimono hACE2, il recettore che il SARS-CoV usa per entrare nelle vie respiratorie umane.

 

La luminescenza dell’enzima bioluminescente luciferasi indicava l’avvenuta penetrazione nella cellula. Con il metodo di Letko, ciò che in genere richiedeva mesi di test ora si completava in circa tre settimane.

 

L’elemento limitante per testare il loro metodo erano le sequenze spike. Letko aveva esaurito le sequenze simili alla SARS già pubblicate. Quindi, lui e Munster iniziarono a cercarne altre che non erano ancora state pubblicate, come risulta dai documenti.

 

L’8 marzo 2019, Munster ha inviato un’e-mail al presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, al vicepresidente Kevin Olival e al virologo della Columbia University, Simon Anthony, allegando un abstract riservato con un grafico e delle figure che illustravano il loro progetto.

 

«Sebbene abbiamo testato tutte le varianti attualmente pubblicate dei beta-coronavirus del lignaggio B per la loro capacità di entrare nelle cellule dei primati, siamo alla ricerca di ulteriori sequenze di beta-coronavirus del lignaggio B non ancora pubblicate da testare sulla nostra piattaforma», ha scritto Munster.

 

Ha chiesto loro di non diffondere l’allegato, perché il lavoro era «ancora inedito e piuttosto competitivo».

 

Dei tre destinatari, solo Anthony, all’epoca uno dei leader principali di PREDICT, compare nella corrispondenza resa pubblica. Quella stessa sera rispose: «Ehi! Sembra davvero fantastico».

 

Dalle email emerge che seguirono due mesi di trattative. Il 5 aprile, Letko ringraziò Anthony «per aver accettato di condividere con noi le sequenze della proteina spike del lignaggio B del betacoronavirus», aggiungendo che il materiale inedito «aumenterà sicuramente l’impatto del nostro articolo».

 

Il 2 maggio, Anthony ha riferito di aver partecipato a una riunione del gruppo PREDICT a Vancouver, nella Columbia Britannica. Il suo team aveva individuato «circa 5 o 6 nuovi virus 2b», ha scritto, ma «finora era riuscito a ottenere picchi solo per 2 di essi».

 

Poiché nessuno dei due studi era stato pubblicato, l’articolo di Letko «sarebbe la prima segnalazione di questi virus nella letteratura scientifica», a patto che riconoscesse il contributo di PREDICT e dei suoi partner come coautori, ha affermato Anthony.

 

Letko acconsentì. Due giorni dopo, Anthony inviò le sequenze. Le identificò come PREDICT_CoV-51, isolato PDF-0663, proveniente dalla Malesia (che Anthony descrisse come «SUPER divergente. Potrebbe essere davvero interessante») e PREDICT_CoV-43, proveniente da Uganda e Ruanda.

 

«Assolutamente fantastico!» rispose Munster. «Vi terrò aggiornati sui risultati!»

 

Anthony aveva sostanzialmente ragione. Un piccolo frammento del virus malese era stato depositato in GenBank, il database pubblico di sequenze del NIH, nel 2016, e citato l’anno successivo in un articolo di ricerca scritto da Anthony insieme a Daszak e altri. Tuttavia, né la sequenza completa della proteina spike né il genoma completo erano pubblici.

 

Non c’era assolutamente nulla di pubblico riguardo al virus africano. In nessun caso qualcuno al di fuori di PREDICT avrebbe potuto ottenere la sequenza della proteina spike, la parte che determina se un virus può entrare nelle cellule umane e l’unica parte che la piattaforma di Letko poteva utilizzare.

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Un passo in più

Cinque mesi dopo, dopo aver letto il nuovo preprint sulla tripsina, Munster propose di portare avanti il ​​progetto di Letko.

 

Affinché un coronavirus possa infettare una cellula ospite, il legame con il recettore è solo il primo passo. La proteina spike deve poi essere scissa da uno degli enzimi dell’ospite prima che il virus possa fondersi con la cellula e penetrarvi. Questi enzimi che scindono le proteine ​​sono chiamati proteasi e ognuno di essi agisce su punti diversi.

 

La proteasi per cui è progettata la proteina Spike determina in gran parte quali tessuti può infettare. Il SARS-CoV dipende da proteasi che non sono presenti in tutto il corpo. La furina, tuttavia, è espressa nelle cellule della maggior parte dei tessuti.

 

Il preprint di Menachery-Baric che ha ispirato l’idea di Munster aveva di

mostrato che l’aggiunta di tripsina dall’esterno poteva consentire ai coronavirus, che altrimenti non sarebbero stati in grado di infettare le cellule umane.

La tripsina è una proteasi molto meno selettiva, che taglia una proteina dopo amminoacidi comuni anziché richiedere una particolare sequenza breve, o motivo. Ciò che Munster ha proposto a Letko – inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike stessa – permetterebbe al virus di auto-tagliarsi.

 

Invece di aspettare che un enzima esterno svolga il lavoro, un sito di legame per la furina potrebbe superare l’ostacolo in un solo passaggio per «migliorare l’infettività», come scrisse Munster.

 

L’idea era già stata proposta in precedenza.

 

EcoHealth Alliance ha presentato la proposta DEFUSE alla DARPA, nell’ambito di un programma denominato PREventing Emerging Pathogenic Threats (PREEMPT). Tra i suoi principali partner figuravano il laboratorio di Baric presso l’Università del North Carolina (UNC) e Zhengli Shi, la principale virologa specializzata in coronavirus del laboratorio di Wuhan.

 

La proposta mirava a introdurre siti di clivaggio proteolitico specifici per l’uomo, inclusi i siti della furina, nelle proteine ​​spike del coronavirus dei pipistrelli correlato alla SARS, al fine di valutarne e potenziarne la capacità di infettare le cellule umane. La DARPA ha rifiutato di finanziarla, criticando la proposta per i rischi connessi alla ricerca di «guadagno di funzione».

 

Il nome di Munster non figurava nella proposta presentata alla DARPA. Tuttavia, secondo la corrispondenza ufficiale del Congresso, due mesi prima aveva fatto parte del team DEFUSE.

 

Nell’aprile 2024, il senatore Rand Paul, allora membro di spicco della Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato, scrisse al Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti (HHS) e alla DARPA affermando di aver ottenuto documenti che dimostravano che «Vincent Munster del NIAID [National Institute of Allergy and Infectious Diseases]

 

Il Rocky Mountain Laboratory è stato indicato come partner nella proposta DEFUSE presentata al «PREEMPT Proposers Day», un evento della DARPA tenutosi nel gennaio 2018, durante il quale Daszak ha illustrato il progetto ai rappresentanti di almeno 15 agenzie federali.

 

Secondo Paul, Rocky Mountain Laboratories «era a un certo punto elencata come partner» insieme al WIV, all’UNC, al Lipkin Lab della Columbia University e al Duke-NUS, una rivelazione che, a detta di Paul, sembrava contraddire la testimonianza resa al Congresso dall’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, Anthony Fauci, secondo cui il NIH non sapeva nulla di DEFUSE.

 

Quando la proposta giunse alla DARPA nel marzo di quell’anno, Munster e il suo laboratorio non ne facevano più parte; l’elenco finale dei partner includeva EcoHealth, il WIV, l’UNC, la Duke-NUS, il National Wildlife Health Center dell’USGS e il Palo Alto Research Center.

 

Paul ha richiesto al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) i registri di «tutte le comunicazioni tra Vincent Munster e qualsiasi individuo di EcoHealth Alliance, WIV, Università della Carolina del Nord, Università della Columbia o Duke-NUS». Paul non ha reso pubblici i documenti in questione e né l’HHS né la DARPA hanno risposto pubblicamente alle sue richieste.

 

I documenti del NIH recentemente resi pubblici mostrano che circa un anno dopo la presentazione del progetto DEFUSE, Munster chiese a EcoHealth sequenze inedite di sarbecovirus; che le ricevette da un virologo del Center for Infection and Immunity della Columbia University, il centro diretto da Ian Lipkin; e che nell’ottobre del 2019 propose di costruire una proteina spike con un sito di clivaggio simile alla furina per aumentarne l’infettività.

 

Steven E. Massey, professore di bioinformatica all’Università di Porto Rico e ricercatore presso DRASTIC, il gruppo indipendente che per primo ha pubblicato la proposta DEFUSE, ha definito il suggerimento di Munster «significativo», affermando che «dimostra che l’idea [del sito sulla furina] circolava al di fuori del gruppo EHA-WIV-UNC», un riferimento a EcoHealth Alliance, WIV e UNC.

 

Nell’email di Munster non si fa menzione di DEFUSE. La sua idea appare invece come una reazione al preprint di Menachery-Baric, presentata come un potenziale esperimento successivo per il suo lavoro e quello di Letko.

 

E il motivo da lui proposto non è quello riscontrato nel virus pandemico emerso meno di tre mesi dopo. Il sito del SARS-CoV-2 presenta alanina laddove il modello di Munster richiedeva lisina o arginina.

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Un sito non ottimale

Questa differenza è fondamentale. Il sito di legame della furina nel SARS-CoV-2 migliora sostanzialmente la capacità del virus di entrare nelle cellule delle vie respiratorie umane ed è ampiamente considerato un fattore determinante nella sua trasmissibilità. La sua assenza in tutti gli altri sarbecovirus presenti in natura è anche una delle osservazioni citate più spesso dai sostenitori dell’origine in laboratorio.

 

La revisione del 2021 pubblicata su Cell ha affrontato direttamente anche la questione se il sito potesse essere stato creato artificialmente. I suoi autori, tra cui Kristian Andersen, Robert Garry e Simon, hanno sostenuto che la sequenza stessa del sito depone contro un progetto di laboratorio.

 

Il motivo del SARS-CoV-2, RRAR, «non corrisponde alla sua forma canonica (RXR/KR)», hanno scritto, ed è «subottimale» rispetto a quelli di altri coronavirus umani.

 

«Non esiste alcuna ragione logica per cui un virus modificato geneticamente dovrebbe utilizzare un sito di clivaggio della furina così subottimale, il che implicherebbe un’impresa di ingegneria genetica così insolita e inutilmente complessa», si legge nell’articolo.

 

Hanno osservato che l’unico lavoro precedente che aveva inserito un sito di legame per la furina in quella posizione nella proteina spike del SARS-CoV aveva utilizzato una sequenza ottimale in un sistema pseudotipico.

 

Massey contesta questa interpretazione. Ha affermato che una scissione eccessivamente efficiente può destabilizzare la proteina spike e ridurre la capacità del virus di entrare nelle cellule, quindi un sito che appare subottimale sulla carta potrebbe non esserlo per il virus.

 

I documenti recentemente pubblicati mostrano che Munster ragionava in linea con gli autori di Cell quasi due anni prima della pubblicazione della loro recensione. Il motivo da lui proposto corrisponde alla forma canonica da loro descritta, non a quella del virus pandemico, e il suo laboratorio utilizzava un sistema di pseudotipi del tipo da loro citato.

 

Interpretata in un certo modo, l’email corrobora la loro logica: uno scienziato che contemplava un sito simile alla furina ha cercato il motivo classico, e il SARS-CoV-2 non lo possiede.

 

Interpretato in un altro modo, questo dato chiarisce un aspetto che la revisione non ha affrontato: nell’ottobre del 2019, l’idea di aggiungere un sito di clivaggio della furina a una proteina spike correlata alla SARS per aumentarne l’infettività circolava non solo in una proposta non finanziata dalla DARPA, ma anche all’interno di un laboratorio del NIH.

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Ciò che è stato pubblicato

Quando gli scienziati cinesi pubblicarono finalmente la sequenza genetica del nuovo coronavirus che si stava diffondendo a Wuhan il 10 gennaio 2020, Letko e Munster avevano tutto il necessario per testarlo nel loro sistema.

 

La piattaforma non richiedeva un virus vivo, ma solo la sequenza del piccolo frammento della proteina spike che si aggancia a una cellula umana. Poche ore dopo la pubblicazione della sequenza, Neeltje van Doremalen, un’altra scienziata del laboratorio di Munster, la incollò in un’e-mail indirizzata a Letko e Munster.

 

Letko si aspettava i risultati entro il 26 o il 27 gennaio. Arrivarono prima del previsto. Il 21 gennaio, Munster decise a chi inviare il manoscritto finale che illustrava la loro ricerca. «Sia Nature», scrisse a Letko. «Facciamo due autori e acceleriamo i tempi».

 

L’articolo è stato inviato quel pomeriggio a Nature e al server di preprint bioRxiv. Erano trascorsi solo 12 giorni dalla comparsa della sequenza online.

 

Il laboratorio ha puntato tutto sulla velocità del nuovo metodo. Il loro metodo «riduce a meno di 12 giorni il tempo che intercorre tra la pubblicazione della sequenza e l’ottenimento di dati in vitro reali», si legge nella lettera di presentazione indirizzata ai redattori di Nature, «consentendo alla comunità scientifica di acquisire informazioni cruciali sul tropismo virale quasi in tempo reale con lo scoppio dell’epidemia».

 

Il lavoro ha attirato l’attenzione ai vertici del NIAID.

 

«Primi dati dal mio laboratorio che confermano ACE2 come recettore per il 2019-NCoV», ha scritto Munster in una e-mail inviata quel pomeriggio a una lista di contatti del NIAID impegnata nella risposta al coronavirus.

 

Greg Folkers, all’epoca capo dello staff dell’allora direttore del NIAID Anthony Fauci, rispose: «Quando questo verrà pubblicato su bioRxiv, potrebbe valere la pena di pubblicare un tweet».

 

L’articolo presentato non indica che Letko abbia accolto il suggerimento di Munster di creare un sito di clivaggio all’interno di una proteina spike. Mostra però che gli scienziati hanno utilizzato la proteasi tripsina anziché la furina, come proposto da Munster.

 

La seconda figura dell’articolo è intitolata «La tripsina potenzia l’ingresso del lignaggio B in diverse linee cellulari». Essa riporta che le proteine ​​spike del coronavirus dei pipistrelli, che non erano in grado di penetrare nelle cellule umane, dei primati o dei suini da sole, vi sono riuscite una volta che le particelle sono state immerse nell’enzima.

 

Gli esperimenti con la tripsina non compaiono in nessuna parte del progetto prima dello scambio di opinioni tra Munster e Letko avvenuto a ottobre in merito al preprint di Menachery-Baric. Sono assenti anche dall’abstract che Munster aveva precedentemente diffuso in primavera. L’articolo pubblicato cita il preprint di Menachery-Baric che ha dato origine alla loro conversazione.

 

Nessuna delle sequenze inviate da Anthony nel maggio 2019 compare nell’articolo, e né lui né PREDICT vengono menzionati. L’unica traccia di PREDICT nel manoscritto di 18 pagine è una citazione in nota a piè di pagina.

 

Il pannello di virus analizzati, secondo quanto riportato nello studio, era composto da 29 domini di legame ai recettori, ottenuti da un database pubblico gestito dal NIH.

 

Uno dei due virus è riemerso un anno dopo, quando il Center for Infection and Immunity della Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank il 6 luglio 2020, cinque mesi e mezzo dopo la pubblicazione preliminare che avrebbe dovuto contenerlo.

 

Nel febbraio 2021, il coronavirus dei pipistrelli proveniente dall’Uganda e dal Ruanda è comparso anche sulla rivista Virus Evolution, in uno studio su come i virus correlati alla SARS abbiano acquisito la capacità di utilizzare il recettore umano ACE2.

 

Letko era il secondo autore, Munster era elencato quasi alla fine, Anthony era l’autore senior e gli scienziati sul campo ugandesi e ruandesi e la leadership di PREDICT erano inclusi come coautori, come Anthony aveva affermato nel 2019 che sarebbe stato necessario. Attraverso la piattaforma di Letko, il virus non è riuscito a entrare nelle cellule umane attraverso l’ACE2.

 

Il virus malese, che Anthony aveva definito il più interessante dei due, non è mai comparso in uno studio pubblicato. Nulla negli archivi spiega il perché. Anthony, ora professore all’Università della California, Davis, non ha risposto alle richieste di commento.

 

Il 24 maggio 2021, due anni dopo aver inviato via email la sequenza della proteina spike del virus al laboratorio del Montana, Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank per conto del consorzio PREDICT, ringraziando il Dipartimento della fauna selvatica del Sabah e l’EcoHealth Alliance della Malesia.

 

Lewis Kamb

 

Originariamente pubblicato da US Right to Know. 

Lewis Kamb è un giornalista investigativo specializzato nell’utilizzo delle leggi sulla libertà di informazione e dei documenti pubblici per smascherare illeciti e chiamare i potenti a risponderne. 

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Epidemie

La Nigeria segnala un caso di Ebola. È il quinto Paese

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La Nigeria ha confermato il suo primo caso di Ebola in oltre un decennio: una donna che aveva recentemente viaggiato in Uganda è risultata positiva al virus nella capitale, Abuja.   La paziente è arrivata in Nigeria all’inizio di ottobre e ha iniziato a manifestare i sintomi il 7 ottobre, ha dichiarato martedì il Ministero della Salute del Paese. La donna si è recata in un ospedale privato l’11 ottobre e le è stata diagnosticata l’infezione da Ebola, ceppo Bundibugyo, il 20 ottobre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La donna rimane in isolamento e sta ricevendo assistenza medica. Le autorità sanitarie hanno identificato 44 persone che potrebbero essere state esposte all’infezione.   La paziente è stata inizialmente curata per sintomi simili alla malaria, ma i medici si sono preoccupati quando le sue condizioni non sono migliorate, ha dichiarato Odianosen Ehiakhamen, funzionario del Centro nigeriano per il controllo e la prevenzione delle malattie (NCDC), ad Arise TV, come riportato da Punch.   «Per quanto riguarda i 44 contatti, si tratta principalmente di operatori sanitari e personale di supporto dell’ospedale, perché tutto è accaduto all’interno dell’ospedale», ha affermato Ehiakhamen.   Il ministero della Salute ugandese ha dichiarato che la donna era una cittadina nigeriana che si era recata nella Repubblica Democratica del Congo orientale per affari prima di transitare per l’Uganda. Il ministero ha sottolineato che il luogo del contagio rimane sconosciuto e che in Uganda non ci sono casi attivi di Ebola. Secondo l’OMS, la Nigeria è il quinto Paese a segnalare casi di virus Bundibugyo dall’inizio dell’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo a maggio, dopo i precedenti casi registrati in Uganda, Francia e Kenya. Il Kenya ha registrato nove contagi collegati a un caso importato, mentre l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo continua a diffondersi.   Come riportato da Renovatio 21, il Kenya aveva già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.
Secondo il ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo, l’epidemia di Ebola ha causato 4.602 vittime e registrato 9.552 casi di contagio confermati dall’inizio dell’epidemia a maggio. Al 18 ottobre, il virus aveva colpito otto province, con l’Ituri che rappresentava quasi il 73% di tutti i casi.   La Nigeria era già riuscita a contenere un’epidemia di Ebola nel 2014.   Nel frattempo, lunedì il dipartimento di Stato americano ha innalzato il livello di allerta viaggi per il Kenya dal livello 2 al livello 3, esortando gli americani a riconsiderare la possibilità di visitare il Paese a causa dei rischi per la salute legati all’Ebola, nonché per problemi di sicurezza.   Come riportato da Renovatio 21, a settembre la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.   Precedentemente manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola in Congo dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.   Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.   Gli USA due mesi fa hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese  

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Immagine di di UNMEER via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0
 
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Epidemie

Secondo caso di Ebola in Kenya

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Il Kenya ha confermato un secondo caso di Ebola: un familiare del primo paziente del Paese è risultato positivo al virus, ha annunciato mercoledì il Ministero della Salute. Con quest’ultima infezione, il numero totale di casi confermati sale a due, incluso un decesso.

 

Il nuovo paziente, un uomo di 39 anni, era già stato posto in quarantena dopo essere stato identificato come contatto stretto del primo caso. Martedì ha sviluppato sintomi quali febbre, affaticamento e dolori articolari ed è stato quindi sottoposto al test per il virus. L’uomo è stato trasferito in una struttura di cura designata, dove sta ricevendo assistenza.

 

Le autorità sanitarie hanno affermato che i due casi sono collegati e che al momento non ci sono prove che il virus si sia diffuso nella comunità.

 

La scorsa settimana il Kenya ha confermato il suo primo caso di Ebola: un uomo che aveva vissuto nella Repubblica Democratica del Congo per sette anni è deceduto in un ospedale di Nairobi. Secondo il ministro della Salute Aden Duale, il paziente si era ammalato circa un mese prima e aveva viaggiato attraverso l’Uganda prima di volare a Nairobi il 3 ottobre, dove è stato ricoverato e successivamente è risultato positivo al ceppo Bundibugyo del virus.

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Il ministero ha identificato 128 persone che sono entrate in contatto con il primo paziente, di cui 113 erano state rintracciate fino a martedì. Tra queste, 108 sono in quarantena in Kenya, con controlli sanitari giornalieri per un periodo di 21 giorni. Altre cinque persone che sono entrate in contatto con il paziente si trovano all’estero.

 

Il Kenya ha inoltre vietato il rimpatrio all’estero delle salme delle persone decedute a causa dell’Ebola, in base alle nuove norme sanitarie entrate in vigore lunedì. Le norme impongono anche rigidi requisiti per la gestione e la sepoltura dei corpi delle vittime di Ebola, al fine di prevenire un’ulteriore trasmissione del virus.

 

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, iniziata a maggio, non accenna a diminuire. Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute congolese, al 12 ottobre si registravano 9.144 contagi e 4.410 decessi, con il virus che si sta diffondendo in sette province. La provincia nord-orientale di Ituri rimane l’epicentro, con quasi tre quarti di tutti i casi confermati.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya aveva già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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