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Epidemie

La fine del «sesso sicuro» fra gay?

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Secondo un editoriale del New York Times, l’uso del preservativo sta scomparendo in un gran numero di uomini gay.

 

Molti attribuiscono giustamente il declino del preservativo all’aumento della PrEP – un acronimo per la profilassi pre-esposizione, un cocktail di due farmaci che aiuta a proteggere una persona dal contrarre l’HIV. Ma un’altra componente cruciale è la memoria sbiadita della crisi dell’AIDS che una volta definiva cosa significava essere gay.

 

Dopo aver rintracciato le pratiche sessuali di 17.000 uomini gay e bisessuali australiani dal 2014 al 2017, un team di ricercatori lo scorso giugno  ha svelato le prove più convincenti fino ad oggi . Mentre il numero di uomini HIV-negativi che sono in PrEP è aumentato al 24% dal 2%, il tasso di uso del preservativo è sceso al 31 percento dal 46 percento. Più problematico, l’uso del preservativo tra gli uomini non gay è anche in calo in modo significativo .

 

Molti attribuiscono giustamente il declino del preservativo all’aumento della PrEP – un acronimo per la profilassi pre-esposizione, un cocktail di due farmaci che aiuta a proteggere una persona dal contrarre l’HIV

Sebbene i difensori della salute pubblica abbiano lanciato l’allarme sull’uso del preservativo nell’ultimo decennio, le loro chiamate sono rimaste in gran parte inascoltate. Parte di questo è dovuto a un cambiamento nel modo in cui parliamo di sesso rischioso: il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie ha sostituito il sesso «non protetto» con il sesso «condomless».

 

La pericolosa conseguenza è che la sola PrEP può scongiurare tutte le infezioni trasmesse sessualmente. In effetti, gli studi hanno dimostrato una forte correlazione tra l’uso di PrEP e la contrazione degli infetti di di malattie sessualmente trasmissibili, contrari al fatto che la PrEP imponga test per le IST ogni tre mesi , una pratica che promuove piuttosto che scoraggia una cultura della salute sessuale.

 

Ma uno studio del 2016 dell’Università della California, a Los Angeles, ha dimostrato che gli utenti di PrEP avevano una probabilità 25,3 volte maggiore di acquisire la gonorrea e una probabilità scioccante 44,6 volte maggiore di sviluppare un’infezione da sifilide (tuttavia altri studi non hanno riscontrato un aumento significativo dei tassi di STI).

 

Più che i rischi specifici per la salute pubblica del declino dell’uso del preservativo tra gli uomini gay è la velocità scioccante con cui è sorta una sorta di amnesia storica.

 

Gli utenti di PrEP avevano una probabilità 25,3 volte maggiore di acquisire la gonorrea e una probabilità scioccante 44,6 volte maggiore di sviluppare un’infezione da sifilide

L’idea stessa di «sesso sicuro» è emersa dalla comunità gay nei primi anni ’80, in risposta alla crisi dell’AIDS. Trascina le regine una volta terminate le esibizioni con battute orecchiabili come: «se lo tocchi, avvolgi». Non estraneo alle controverse allusioni, l’attivista e scrittore dell’AIDS Larry Kramer lo chiamò notoriamente un «olocausto omosessuale». L’uso del preservativo, quindi, non era mai stato oggetto di negoziati, quantomeno nel discorso pubblico.

 

Ciò almeno fino a quando il PrEP non fu approvato dalla Food and Drug Administration nel 2012, sostituendo lo «scudo» del condom. Scrive l’editorialista del NYT: «Liberàti dallo stigma dell’AIDS, gli uomini gay, molte persone pensano, sono ora liberi di tornare ai loro sé di carnivori sessuali. In questo schema, il preservativo è la kryptonite, una reliquia che annienta l’omossessualità del suo slancio sessuale primordiale».

 

L’autore fa un triste bilancio morale della lucidità del movimento omosessuale.

«L’AIDS non è più una crisi, almeno negli Stati Uniti, e questa è una fenomenale storia di successo per la salute pubblica. Ma significa anche che un’intera generazione di omosessuali non ha memoria né interesse per la devastazione che ha provocato. L’AIDS ha catalizzato una cultura della salute sessuale che ha iniziato a disintegrarsi sotto i nostri occhi».

 

Addirittura, l’autore pare avere riserve sulla promiscuità sessuale, così diffusa tra gli omosessuali e divenuta mainstream con le rivoluzioni culturali a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta:

«Una risposta è quella di ricordare la cultura gay degli anni ’70 che ha dato origine alla crisi dell’AIDS in primo luogo. Il mito di un mondo di sesso senza danno non è nuovo. Gli anni ’70 furono un periodo di libertà sessuale senza precedenti per gli uomini gay, durante il quale le malattie furono vendute in modo dilagante, alimentate da una cultura libertina che vedeva la penicillina come la panacea per tutti i mali».

Vi è una sottocultura omosessuale che va in cerca volontariamente dell’HIV

 

Il noncurante licenziamento del preservativo oggi sfugge alla cultura stessa della salute sessuale che gay e lesbiche costruirono negli anni ’80. «Se si sviluppa un filamento iper-resistente di un’altra STI potenzialmente letale, rimpiangeremo il giorno in cui abbiamo dimenticato le lascive eredità del nostro passato. Potremmo anche riconoscere che la PrEP non ha dimostrato una strategia di prevenzione quasi altrettanto efficace per le donne come per gli uomini e che alcuni ceppi di HIV hanno sviluppato resistenza al farmaco».

 

La realtà è che, come scritto in un precedente articolo di Renovatio 21, vi è una sottocultura omosessuale che al contrario va in cerca volontariamente dell’HIV. I bugchasers e i giftgivers, ossia quelli che vogliono essere infettetati e quelli che vogliono infettare, sono oggi una parte concreta della comunità omosessuale, al punto che l’applicazione di incontri più diffusa tra gay, Grindr (l’app eterosessuale Tinder è sviluppata a partire da questa), per un periodo ebbe la funzione di segnalare se l’utente con cui accoppiarsi aveva l’HIV oppure no.

 

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Epidemie

La Omicron «potrebbe essere il segnale della fine del COVID»

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L’amministratore delegato della più grande rete sanitaria privata del Sudafrica afferma che la variante di Omicron è «così mite» che «potrebbe segnalare la fine del COVID-19». Lo riportano diverse testate sudafricane e australiane.

 

Secondo Richard Friedland, amministratore delegato di Netcare, questi primi giorni della variante suggeriscono che non c’è assolutamente bisogno di farsi prendere dal panico e che,anzi, potrebbe trattarsi dell’uscita dal tunnel.

 

«Se nella seconda e terza ondata avessimo visto questi livelli di positività ai test condotti, avremmo visto aumenti molto significativi dei ricoveri ospedalieri e non lo stiamo vedendo. Nelle nostre cliniche di cure primarie si tratta principalmente di persone di età inferiore ai 30 anni», ha affermato il CEO del gruppo sanitario.

 

«Penso che in realtà ci sia un lato positivo qui e questo potrebbe segnalare la fine di COVID-19, attenuandosi a tal punto da essere altamente contagioso, ma non causare malattie gravi. È quello che è successo con l’influenza spagnola»

«Quindi penso che in realtà ci sia un lato positivo qui e questo potrebbe segnalare la fine di COVID-19, attenuandosi a tal punto da essere altamente contagioso, ma non causare malattie gravi. È quello che è successo con l’influenza spagnola».

 

«Stiamo assistendo a infezioni di persone che sono state vaccinate, ma le infezioni che stiamo vedendo sono da lievi a moderate». ha continuato.

 

«Penso che tutta questa faccenda sia stata comunicata così male e che si sia generato così tanto panico».

 

Le parole del manager si sovrappongono a quella di diversi ufficiali medici sudafricani che hanno definito la variante Omicron «estremamente mite».

 

La dottoressa Coetzee, che per prima ha individuato quella che si è rivelata la nuova variante.

 

 

«Non abbiamo ricoverato nessuno in ospedale con la nuova variante», ha detto Coetzee. «Ho parlato con altri miei colleghi, la stessa cosa».

 

Alla domanda della BBC se le autorità di tutto il mondo fossero in preda al panico inutilmente, Coetzee ha detto «sì, in questa fase direi sicuramente. Tra due settimane forse diremo qualcosa di diverso»

 

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Epidemie

Cosplayer accusato di essere untore della variante Omicron

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Secondo alcune testate americane, un uomo del Minnesota completamente vaccinato che si è recato a New York City  per partecipare ad una convention di fan degli anime – gli inevitabili cartoni giapponesi –  è ora la seconda persona ad aver ottenuto questo nuovo ceppo di COVID.

 

 

Tuttavia il Dipartimento della Salute del Minnesota ha affermato che i sintomi dell’uomo non identificato erano «lievi» e si sono «risolti». L’uomo era risultato positivo il 24 novembre, e ora pare essere guarito completamente.

 

Anime NYC, questo il nome dell’evento, ammetteva partecipanti che avessero ricevuto almeno una dose di siero anti-COVID. Si è svolto tra il 19 e il 21 novembre; il paziente omicron ha cominciato ad avvertire sintomi (lievi, come si racconta dei casi della nuova variante) il 22.

 

L’opinione pubblica e l’amministrazione ha fatto presto ad accusare l’evento di patiti di animazione giapponese, ma potrebbe non essere andata così

Il governatore dello Stato di Nuova York, Kathy Hochul, ha fatto un video su TikTok chiedendo a tutti partecipanti dell’evento anime di sottoporsi al test COVID.

 


 

L’opinione pubblica e l’amministrazione ha fatto presto ad accusare l’evento di patiti di animazione giapponese, ma potrebbe non essere andata così.

 

«Non abbiamo trovato prove di una trasmissione diffusa alla convention», ha dichiarato al New York Times portavoce del programma di tracciamento dei contatti di New York City, Test and Trace Corps.

 

Gli organizzatori della convention hanno sottolineato che non è chiaro dove l’uomo abbia contratto il virus.

 

«Era solo una persona che era al nostro evento», ha il presidente dell’azienda organizzatricedell’evento. «Non sono stati segnalati altri casi di massa dal nostro evento, e siamo ormai passate le due settimane» dalla fine della convention.

 

Il pubblico alla convention pare abbia raggiunto la cifra di 53 mila partecipanti.

 

Anime NYC è uno di quegli eventi in cui spesso i partecipanti sono cosplayer: persone che si travestono per divenire simili ai loro personaggi preferiti.

 

Essendo molto vistosi, e in teoria fanciullescamente spensierati, non stupisce che con il presente clima da caccia all’untore possano essere finiti nel mirino di chi vuole a tutti i costi capri espiatori da massacrare

Essendo molto vistosi, e in teoria fanciullescamente spensierati, non stupisce che con il presente clima da caccia all’untore possano essere finiti nel mirino di chi vuole a tutti i costi capri espiatori da massacrare.

 

Oramai molto diffuso anche in Italia, dove spunta in una quantità di eventi su tutto il territorio nazionale, il cosplay rimane una pratica controversa, che per alcuni andrebbe proibita a norma di legge, per lo meno sopra una certa età.*

 

 

*Scherziamo, ma fino ad un certo punto. Se riguardiamo la foto però la tentazione potrebbe salire.

 

 

 

 

 

Immagine di Richie.S via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons 

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Epidemie

La Svizzera non pubblica nemmeno i dati completi sui contagi

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C’era una volta il mito della precisione Svizzera. Nella grande lotta ai contagi, domenica 28 novembre la Confederazione Elvetica ha votato per mantenere e ampliare le restrizioni anti-COVID.

 

Piacerebbe sapere su quale base statistica i cittadini elvetici abbiano scelto che cosa votare, visto che i dati sui contagi per stato vaccinale non sono consultabili.

 

Più volte su Renovatio 21 abbiamo commentato i dati dei singoli governi per verificare l’efficacia dei vaccini.

 

Piacerebbe sapere su quale base statistica i cittadini elvetici abbiano scelto che cosa votare, visto che i dati sui contagi per stato vaccinale non sono consultabili

Abbiamo visto che in Italia i dati raccolti contengono vizi logici (bias) poiché non dichiarano quanti tamponi vengono fatti rispettivamente dai diversi gruppi (vaccinati e non vaccinati).

 

In tal modo è possibile raccontare che i vaccinati si contagiano  genericamente «molto meno». Quante volte in TV sentiamo ripetere a vanvera la frase “«i vaccinati si contagiano molto meno»?

 

Abbiamo poi visto i dati inglesi, che non riportano direttamente le percentuali dei diversi gruppi nelle tabelle. Ma, quando andiamo ad inserire le percentuali, vediamo che i vaccinati si contagiano il doppio dei non vaccinati – il 200%!

 

Ce ne sarebbe quanto basta per dimostrare che il green pass (in versione super, normale o 2G) non solo non serve a nulla, ma è addirittura peggiorativo in vista del contenimento dei contagi: dato che la popolazione vaccinata viene considerata «immune», quando invece non lo è nemmeno lontanamente.

 

Il green pass (in versione super, normale o 2G) non solo non serve a nulla, ma è addirittura peggiorativo in vista del contenimento dei contagi: dato che la popolazione vaccinata viene considerata «immune», quando invece non lo è nemmeno lontanamente

Se aggiungiamo che, comunque, anche un anziano vaccinato rimane protetto dai sintomi gravi soltanto del 50%, si spiega come mai questa pandemia sembri infinita.

 

Stanno svuotando il mare con un colapasta.

 

Ebbene, per adesso, il campione nella raccolta dati sul contagio pare essere la Svizzera: non pubblica nemmeno i dati sui contagi divisi per stato vaccinale tra «vaccinati» e «non-vaccinati».

 

Nel report ufficiale si trova un’inutile classificazione tra vaccinati con 2 dosi e vaccinati con 1 dose. Mica male per il mito della precisione svizzera. Dopo il segreto bancario, abbiamo il segreto del contagio.

 

Dopo il segreto bancario, abbiamo il segreto del contagio

Infatti nei report periodici elvetici di questo dato non c’è traccia. Evidentemente i dati sui contagi divisi tra vaccinati e non vaccinati in Svizzera sono considerati poco importanti per capire l’andamento della situazione pandemica e l’efficacia dei «vaccini».

 

Molto più interessante dividere i contagi tra “maschi” e “femmine”. L’emergenza in Svizzera, insomma, sembra essere  più una lotta tra scapoli e ammogliati.

 

Si spiega così l’idea demenziale contenuta nelle nuove misure annunciate il 3 dicembre dalla Confederazione Elvetica: l’introduzione di un sistema 2G (solo vaccinati e guariti) facoltativo. Una specie di ultra-green pass creativo. Scrive 20 minuti.

 

«Per tutte le strutture pubbliche soggette all’obbligo del certificato e tutte le manifestazioni al chiuso e all’aperto è inoltre prevista la possibilità di limitare l’accesso alle persone vaccinate e guarite (il cosiddetto dispositivo 2G, dal tedesco geimpft e genesen) e di rinunciare all’obbligo della mascherina. Questa misura è stata pensata anche per le discoteche, dove è difficile immaginabile di consumare restando seduti a un tavolo». 

 

In Svizzera una struttura pubblica potrà a sua discrezione ammettere solo persone vaccinate o guarite (sistema 2G), e permettere loro di non portare la mascherina

Avete letto bene. In Svizzera una struttura pubblica potrà a sua discrezione ammettere solo persone vaccinate o guarite (sistema 2G), e permettere loro di non portare la mascherina. La misura – dicono – è stata pensata tra l’altro proprio per dare una mano alle discoteche.

 

Ora, immaginate un trentenne svizzero vaccinato che vada in discoteca senza mascherina e poi si rechi a trovare la nonna.

 

Noi sappiamo, ad esempio, dai dati inglesi che un ottantenne vaccinato rimane al 15 % vulnerabile alla morte se contrae il COVID: 1 su 6 muore comunque. Dai dati italiani – forse più attendibili su questo punto – risulta essere realisticamente 1 su 30.

 

In ogni caso, i nonni svizzeri (seppur vaccinati) avranno un lungo inverno davanti a loro. I nipoti devono ballare in discoteca.
E per fare ballare gli svizzeri è chiaro che devono continuare a ballare anche le statistiche.

 

«Gli svizzeri sono un popolo che si alza presto, ma si sveglia tardi»

Si sa che gli svizzeri sono un popolo abituato ad informarsi costantemente per i numerosi referendum; se solo avessero davanti delle tabelle ben fatte, sarebbero probabilmente uno dei pochi popoli che si accorgerebbe di essere gabbato con misure sanitarie inutili.

 

Quindi – ecco spiegato – le tabelle sui contagi è meglio non fargliele leggere proprio. Così non se ne accorgono.


Viene in mente la battuta del politico svizzero Willi Ritschard:  «gli svizzeri sono un popolo che si alza presto, ma si sveglia tardi».

 

 

Gian Battista Airaghi

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