Bioetica
La Corte internazionale latinoamericana respinge fermamente l’aborto come «diritto umano»
Il 23 gennaio, tuttavia, la Corte interamericana dei diritti umani, una corte internazionale con sede a San José, in Costa Rica, ha respinto il tentativo della lobby dell’aborto di stabilire un «diritto all’aborto» in America Latina. Lo riporta LifeSite.
Questa sentenza crea un precedente legale che aiuterà il PRI e altri gruppi pro-life a difendere la vita innocente non ancora nata dal concepimento nei 25 Paesi membri, inclusa la regione in generale» ha scritto Carlos Polo, il capo dell’ufficio latinoamericano del Population Research Institute (PRI).
Al centro del caso della lobby dell’aborto, scrive Polo, c’era una falsità fondamentale, una che gli attivisti dell’aborto hanno usato più e più volte in un Paese dopo l’altro, con grande successo. Questa tattica è stata usata con successo in Irlanda, dove la tragica morte di Savita Halappanavar è stata usata per legalizzare l’aborto; è fallita di recente a Malta, dopo che una colossale spinta pro-life è riuscita a mantenere il divieto di aborto in quel paese.
Gli attivisti per l’aborto «hanno sostenuto che un “aborto terapeutico” avrebbe salvato la vita di una giovane donna salvadoregna, Beatriz, in una gravidanza ad alto rischio. Hanno sostenuto che le leggi di El Salvador, che riconoscono il diritto alla vita del nascituro e proibiscono l’aborto, hanno impedito ai dottori di salvarle la vita. La verità è che, proprio come Jane Roe non è mai stata violentata, Beatriz non è morta per complicazioni legate alla sua gravidanza o alla presunta mancanza di un aborto. Piuttosto, Beatriz è morta più di quattro anni dopo la nascita del suo bambino in un incidente motociclistico non correlato».
Il caso Beatriz è iniziato nel 2013, quando la ventiduenne affetta da lupus era incinta per la seconda volta. I dottori «le hanno suggerito la sterilizzazione» dopo la nascita del bambino, ma Beatriz ha rifiutato, sperando di avere altri figli. Diversi anni dopo, ha scoperto di essere di nuovo incinta, ancora una volta una gravidanza voluta. Le è stato detto, tuttavia, che il suo bambino era affetto da anencefalia, una «malformazione congenita che impedisce lo sviluppo del cervello». Il suo bambino non sarebbe sopravvissuto a lungo, le è stato detto. La lobby dell’aborto è prontamente intervenuta, dicendo a Beatriz che «sarebbe morta se avesse continuato la gravidanza».
«Il loro vero obiettivo era usare la sua situazione come pretesto per promuovere la legalizzazione dell’aborto, prima in El Salvador e poi presso la Corte interamericana» scrive Polo.
La Corte Suprema di El Salvador ha concluso che la vita di Beatriz non era in pericolo e che quindi un aborto non era necessario. Il perinatologo Rafael Varaona, medico di Beatriz durante la sua seconda gravidanza, ha detto alla corte che «il suo lupus eritematoso sistemico era completamente sotto controllo durante la gravidanza e che la sua vita non era mai stata a rischio».
Un fattore complicato è stato che l’intervento cesareo a cui era stata sottoposta per far nascere il suo secondo bambino non era guarito correttamente e quindi il suo terzo figlio è nato tramite taglio cesareo a sei mesi. «Sua figlia è nata e si è chiamata Leylani. È nata viva, ha ricevuto molto amore da sua madre ed è morta naturalmente poche ore dopo a causa della sua anencefalia”. Beatriz si è ripresa completamente» continua Polo.
Quattro anni dopo la morte della figlia, Beatriz morì in un incidente motociclistico, e la lobby dell’aborto vide la sua occasione. Sostennero che era morta perché non era riuscita a procurarsi un aborto mentre era incinta di Leylani, e che la sua morte era la prova che il «diritto umano all’aborto» era fondamentale. Nonostante l’inganno clamoroso, riuscirono a portare il caso, che era già stato deciso dalla Corte Suprema di El Salvador, alla Corte interamericana.
Il consenso prevalente era che le opinioni pro-aborto di diversi membri della Corte interamericana avrebbero portato a una vittoria per la lobby dell’aborto. Ma come a Malta, il movimento pro-life ha reagito. «Un coro di organizzazioni pro-life in tutta la regione ha alzato la voce per mesi, esponendo il modo in cui la lobby dell’aborto stava distorcendo i fatti del caso, per non parlare del coinvolgimento in vere e proprie falsità», scrive Polo.
La sentenza della Corte interamericana è una sconfitta definitiva per la lobby dell’aborto, scrive LifeSite. Non solo hanno concluso che le leggi pro-life di El Salvador non hanno portato alla morte di Beatriz né violato i suoi diritti umani, ma sono andati oltre.
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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