Sorveglianza
La Cina lancia i braccialetti di monitoraggio per i residenti di Pechino che tornano da altre città
Ai residenti di Pechino che tornano in città da altri luoghi vengono forniti braccialetti elettronici che monitorano la temperatura corporea e tengono traccia dei dati sulla posizione.
Secondo quanto riferito dall’attivista cinese per i diritti umani Jennifer Zeng, i braccialetti dovrebbero essere indossati 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dal Partito Comunista Cinese e possono essere rimossi solo durante la doccia o per sostituire le batterie.
Residents in #Beijing #CCPChina are required to wear this electronic bracelet after returning to Beijing from other cities so that their movements can be monitored. The bracelet can monitor your body temperature 24/7, as well as your locations and movements. pic.twitter.com/fCAdrflQFS
— Jennifer Zeng 曾錚 (@jenniferatntd) July 15, 2022
Secondo il Partito Comunista Cinese, lo scopo dei braccialetti, che caricano i dati sulle app telefoniche di accompagnamento, è aiutare il governo a combattere la diffusione del COVID-19.
Anche l’agenzia Reuters riferisce inoltre che ai residenti di Pechino che tornano da viaggi nazionali è stato chiesto di indossare i dispositivi di monitoraggio di biosorveglianza durante i periodi di quarantena obbligatoria a casa.
Le autorità cinesi hanno anche «dotato porte con sensori di movimento per monitorare i loro movimenti, ma fino ad ora non hanno discusso ampiamente dell’uso dei braccialetti elettronici».
Numerosi post sull’app di social media cinese Weibo sono presumibilmente molto sospettosi dei braccialetti, con vari utenti che li paragonano a manette connesse a Internet e li definiscono «eccessivi».
Tali post, riporta Reuters, «sono stati rimossi entro giovedì pomeriggio, così come un hashtag correlato che aveva raccolto oltre 30 milioni di visualizzazioni, generando una discussione animata sulla piattaforma». La pratica di censurare le discussioni online su scelte controverse del governo è piuttosto comune nella Repubblica Popolare Cinese
Anche Hong Kong ha iniziato a richiedere braccialetti elettronici per le persone che risultano positive al COVID e sono quindi obbligate a mettersi in quarantena a casa.
«I pazienti ritenuti idonei per la quarantena domiciliare sono generalmente tenuti a sottoporsi a un periodo di isolamento di due settimane», riporta il quotidiano locale South China Morning Post.
Le quarantene, e quindi la biosorveglianza, anche a queste latitudini sono dose-dipendenti: «quelli con almeno due dosi di vaccino COVID-19 potranno partire dopo essere risultati negativi consecutivamente il sesto e il settimo giorno». I residenti di Hong Kong che violano le regole rischiano multe salate o perfino la reclusione.
Molti temono che i braccialetti vengano poi usati per tracciare i movimenti dei dissidenti o delle persone che partecipano alle manifestazioni di protesta contro il Partito Comunista Cinese.
Come riportato da Renovatio 21, l’utilizzo delle app COVID per le quarantene obbligate come strumento di repressione di proteste varie sta cominciando ad emergere nella Cina continentale.
Di fatto, con la politica «zero-COVID» ancora vigente in Cina (e quindi a Hong Kong), senza codice sanitario non è consentito viaggiare o accedere a luoghi pubblici. I correntisti di quattro banche dell’Henan avevano presentato reclami e organizzato una protesta pubblica dopo aver scoperto di non poter prelevare il proprio denaro.
Molti di costoro hanno dovuto rincasare subito dopo che il loro codice QR è diventato, misteriosamente e inappellabilmente, rosso – anche se i test antigenici dimostrano la negatività dei cittadini al virus.
Insomma: le restrizioni COVID imposte bioelettronicamente per ottenere un controllo sociale più fitto, che arriva al punto di stroncare legittime proteste contro enti privati.
Le app sul telefonino, del resto, agiscono esattamente come un braccialetto (che era stato utilizzato per la prima volta in Israele, ma che si è visto anche in Germania e in Inghilterra), tracciando le attività del cittadino in una maniera di cui è difficile rendersi conto.
Chiediamo al lettore: dopo il telefonino e il braccialetto, cosa potrebbe arrivare?
Immagine screenshot da Twitter
Internet
Macron vuole la censura europea: no alla «libertà di parola americana»
Il presidente francese Emmanuel Macron ha respinto quella che ha definito «libertà di parola americana», difendendo il controverso Digital Services Act (DSA) dell’UE, che i funzionari statunitensi hanno etichettato come uno strumento di censura.
Mercoledì, parlando con i giornalisti durante un viaggio in Spagna, Macron ha detto di aver chiesto all’UE di applicare il DSA «in modo molto più esteso, molto più rapido e molto più energico» per contrastare la disinformazione.
«La cosiddetta “libertà di parola” americana – almeno per come esiste oggi ed è stata promossa da alcuni – è l’opposto della libertà di parola», ha affermato, sostenendo che le libertà individuali comportano responsabilità e rispetto per le libertà altrui. «Lo so bene quando cammino per strada: la mia libertà non può significare che sono libero di picchiarti, insultarti o vandalizzare lo spazio pubblico che appartiene a tutti. Eppure, questa è l’idea che alcune persone hanno di “libertà di parola”», ha aggiunto.
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«Finché non riterremo responsabili coloro che diffondono contenuti sui social media, non saremo in grado di regolarli», ha detto il leader francese. «Quando qualcuno scrive qualcosa – quando un giornalista scrive qualcosa di completamente falso o un redattore lo pubblica – può essere chiamato a risponderne».
Come riportato da Renovatio 21, ad inizio anno Macron aveva dichiarato che «la libertà di parola è una pura stronzata», magari aspettandosi i 92 minuti di applausi della Corazzata Kotmkin di Fantozzi, ma questi non sono arrivati.
Adottato nel 2022, il DSA obbliga piattaforme come Facebook, X, TikTok, Google e YouTube a contrastare i contenuti illegali, ad aumentare la trasparenza su pubblicità e algoritmi, a proteggere i minori e a valutare e mitigare rischi sistemici come la disinformazione. Le piattaforme più grandi hanno obblighi ulteriori e possono essere multate fino al 6% del fatturato annuo globale in caso di violazioni.
Nel dicembre 2025 l’UE ha inflitto la prima sanzione ai sensi del DSA, ordinando a X di Elon Musk di pagare 120 milioni di euro. Il mese scorso il governo statunitense ha appoggiato il ricorso di X, sostenendo che il blocco aveva ecceduto i propri poteri prendendo di mira un’azienda americana.
«Non tollereremo che la Commissione Europea si impegni in un’eccessiva ingerenza normativa nel tentativo di controllare i motori americani dell’innovazione e della crescita economica», ha dichiarato Brett Shumate, assistente del procuratore generale della Divisione civile del Dipartimento di Giustizia.
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno la UE aveva accusato il social muskiano di antisemitismo e pedopornografia. Musk aveva risposto chiedelo l’abolizione dell’UE, definita come «Quarto Reich».
Funzionari statunitensi hanno accusato l’UE di erodere la libertà di parola e di tentare di mettere a tacere le voci dissenzienti per ragioni politiche. «L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per la spazzatura», ha scritto a dicembre su X il vicepresidente JD Vance.
L’anno scorso gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a funzionari europei e a responsabili di gruppi di monitoraggio online, tra cui Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno e uno dei principali artefici del DSA. Breton ha paragonato la misura al maccartismo, la campagna dell’era della Guerra Fredda contro sospetti comunisti e presunti sovversivi.
La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.
L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.
L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.
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Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.
Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.
Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.
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Immagine di European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
Internet
Facebook ha ingannato gli utenti sulla privacy dei dati: sentenza
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Sorveglianza
Rapporto DSA della UE: le aziende Big Tech complici della censura
L’UE ha pubblicato una vasta serie di rapporti che descrivono le misure adottate da aziende di social media come TikTok e Meta per adeguarsi al Digital Services Act (DSA). I rapporti mostrano l’ampiezza della censura richiesta per restare nelle grazie di Bruxelles.
In base al «Codice di condotta volontario sulla disinformazione» della Commissione Europea, le maggiori piattaforme online operanti nell’UE devono presentare relazioni semestrali sulle misure adottate per contrastare la cosiddetta «disinformazione». L’adesione al codice è definita «volontaria», ma chi non lo rispetta è soggetto a sanzioni ai sensi del DSA, in vigore dal 2023.
Mercoledì la Commissione ha pubblicato i rapporti di Meta, TikTok, Google, Twitch e di oltre una ventina di altre piattaforme. Ogni rapporto si estende per centinaia di pagine e descrive le restrizioni alla libertà di espressione e le politiche di censura introdotte su richiesta dell’UE.
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Tra queste ci sono i limiti alla libertà di espressione politica in prossimità delle elezioni, imposti dall’UE in ogni importante consultazione europea dal 2024, con il pretesto di contrastare le «interferenze russe». Secondo i documenti pubblicati all’inizio di quest’anno dalla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, tali misure sono state usate quasi sempre «per svantaggiare i partiti politici conservatori o populisti».
Nel suo rapporto TikTok ha ammesso di aver rimosso quest’anno oltre mezzo milione di post legati alle elezioni in Bulgaria, Cipro, Danimarca, Ungheria, Malta, Portogallo e Slovenia.
Ogni rapporto è lungo centinaia di pagine e tutte le principali aziende di social media hanno ammesso di affidarsi ormai ai fact-checker (i famigerati «verificatori di fatti») approvati dall’UE per controllare i contenuti sulle proprie piattaforme. Meta ha spiegato di declassare automaticamente i contenuti segnalati dai verificatori di fatti, mentre YouTube ha dichiarato di aver addestrato modelli di intelligenza artificiale per rimuovere in anticipo i contenuti che ritiene possano violare le regole di questi gruppi.
Numerosi report precisano che sono le piattaforme stesse a pagare lo stipendio dei verificatori di fatti. Questi ultimi hanno segnalato oltre 14 milioni di post su Facebook solo nei primi sei mesi di quest’anno.
Ogni piattaforma di social media ha dedicato un capitolo del proprio rapporto al conflitto tra Russia e Ucraina, e Facebook ha sottolineato che tutti i post relativi al conflitto sono sottoposti a monitoraggio per «disinformazione e notizie false» da parte di verificatori di fatti filo-UE.
Le testate giornalistiche russe sono escluse da Facebook, mentre quelle ucraine possono operare e Kiev è autorizzata a raccogliere fondi sulla piattaforma. Nonostante menzioni la «disinformazione» più di una dozzina di volte, il DSA non ne fornisce una definizione.
La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.
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L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.
L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.
Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.
Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.
Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.
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